Guerra ed energia: per Confartigianato a rischio 881mila PMI e 3,5 milioni di occupati

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L’impatto del caro-energia, della speculazione sui prezzi e della guerra in Ucraina con le ripercussioni nei rapporti tra Europa e Russia rappresentano una bomba ad orologeria per l’Italia come rivelano studi e analisi di istituto di ricerca e associazioni di categoria.

“Il caro-energia mette a rischio 881.264 micro e piccole imprese con 3.529.000 addetti, pari al 20,6% dell’occupazione del sistema imprenditoriale italiano” ha reso noto l’8 settembre un’analisi di Confartigianato analizzando “l’impatto sempre più vasto e pesante della folle corsa dei prezzi di gas ed elettricità sulle aziende di 43 settori”.

“Rischiamo un’ecatombe”, ha avvertito il presidente Marco Granelli. Per impatto sul lavoro la regione più esposta è la Lombardia: “a rischio 139mila aziende, 751mila addetti”; meno la Sicilia (63mila imprese, 165mila occupati).

Le attività più esposte “alla minaccia del lockdown energetico e addirittura della chiusura – evidenzia il rapporto di Confartigianato – sono quelle energy intensive: ceramica, vetro, cemento, carta, metallurgia, chimica, raffinazione del petrolio, alimentare, bevande, farmaceutica, gomma e materie plastiche e prodotti in metallo.

Ma i rincari dei prezzi dell’energia – avverte la confederazione di artigiani e piccole imprese – fanno soffrire anche altri 16 comparti manifatturieri in cui spiccano il tessile, la lavorazione del legno, le attività di stampa, la produzione di accumulatori elettrici e di apparecchi per uso domestico, di motori e accessori per auto, la fornitura e gestione di acqua e rifiuti. Gli effetti del caro-energia non risparmiano il settore dei servizi, con 17 comparti sotto pressione a causa dell’escalation dei prezzi di energia elettrica, gas e carburanti.

Si tratta del commercio di materie prime agricole e di prodotti alimentari, ristorazione, servizi di assistenza sociale residenziale, servizi di asili nido, attività sportive come piscine e palestre, parchi di divertimento, lavanderie e centri per il benessere fisico”. Poi, “i settori del trasporto colpiti dall’aumento del costo del gasolio: dal trasporto merci su strada ai servizi di trasloco, taxi, noleggio auto e bus con conducente, trasporto marittimo e per vie d’acqua. I rischi si estendono anche alla logistica, con attività come il magazzinaggio e le attività di supporto ai trasporti che subiscono pesanti rincari delle bollette per le attività di refrigerazione delle merci deperibili”.

A livello territoriale, “la regione più esposta ai disastrosi effetti del caro-energia sull’occupazione delle piccole imprese è la Lombardia: sono a rischio 139mila aziende con 751mila addetti.

Non va meglio per il Veneto dove a soffrire sono 77mila piccole imprese con 376mila occupati. Seguono a breve distanza l’Emilia-Romagna (72mila piccole imprese con 357mila addetti), il Lazio (79mila imprese e 304mila addetti), il Piemonte con 62mila aziende che danno lavoro a 262mila addetti, la Campania (77mila imprese con 240mila addetti), la Toscana con 63mila imprese e 228mila addetti, la Puglia (57mila piccole imprese e 177mila addetti) e la Sicilia (63mila imprese con 165mila occupati)”.

Confcommercio ha invece stimato il 15 settembre che sono 120 mila le imprese a rischio chiusura nei prossimi 10 mesi. “Con un’inflazione alta e tensioni su materie prime che non accennano a diminuire, ci sono imprese che rischiano di andare con marginalità negativa”, ha spiegato Mariano Bella, direttore ufficio studi di Confocommercio “Abbiamo fatto un stima prudenziale prendendo solo quelle più piccole e solo il 10% più debole e meno redditizio, sono quelle che hanno un margine assoluto più piccolo e una alta incidenza di costi energetici”, ha aggiunto.

(con fonti ANSA e Adnkronos)

Vignetta di Alberto Scafella

 

 

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