European Sky Shield: colpo di grazia all’asse franco-tedesco e alla Difesa Europea?

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Nel pranzo di lavoro del 26 ottobre a Parigi sembra che Emmanuel Macron e Olaf Scholz abbiano discusso anche “del rafforzamento dell’Europa della difesa, nel solco del Vertice di Versailles dello scorso febbraio”, come riporta una nota dell’Eliseo.

Se mettiamo da parte il linguaggio diplomatico non si può non constatare però come le capacità europee di dotarsi di uno strumento di Difesa autonomo sul piano strategico e industriale siano oggi seriamente compromesse, complice la guerra in Ucraina, le sue conseguenze energetiche (che minacciano di colpire con la de-industrializzazione anche il settore Difesa) e il collasso dell’intesa militare franco-tedesca che avrebbe dovuto fungere da collante e struttura portante dell’intera costruzione di una difesa continentale.

Come avevamo scritto già nell’agosto scorso, il conflitto in Ucraina e l’assenza di un reale protagonismo europeo tanto in termini diplomatici quanto in termini militari, sta regalando ampie fette del mercato della Difesa europeo all’industria statunitense, con buona pace dei programmi comuni e delle tante chiacchiere in libertà sulla necessità di costituire uno strumento indipendente dagli Stati Uniti che si registrarono dopo la “fuga da Kabul” dell’agosto 2021.

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La guerra in Ucraina ha rovesciato la percezione della sicurezza in Europa, passando dalla valutazione che non potevamo più dipendere dagli USA che ci portavano a spasso per i “loro conflitti” fino a quando i mutati interessi non imponevano a Washington di sganciarsene, alla valutazione che la paura dei russi ci impone di seguire senza se e senza ma la strada indicata oltreoceano.

Il risultato è evidente: da una Difesa Europea che puntasse a garantire autonomia strategica senza per questo sconfessare la NATO e l’alleanza con gli USA (anche se Macron nel novembre 2019 parlò senza mezzi termini di “morte cerebrale della NATO”) siamo passati a considerare la Difesa europea una simbolica appendice della NATO, del tutto succube degli Stati Uniti, anche sul piano delle acquisizioni di armamenti strategici in cui l’obiettivo perseguito è disporre di assetti pienamente integrabili con quelli americani, come confermano tra l’altro i continui successi dell’F-35 nel Vecchio Continente.

Una svolta nella politica di sicurezza che sta registrando ampie ricadute in campo operativo e industriale, soprattutto con le iniziative tedesche determinate ormai a superare le intese strategiche con Parigi affermate con il Trattato di Aquisgrana firmato da Emmanuel Macron e Angela Merkel nel gennaio 2019.

Il 13 ottobre l’annuncio che Berlino ha riunito 14 alleati europei intorno all’’iniziativa European Sky Shield (ESS) tesa a costituire una difesa aerea e antimissile integrata, suona di fatto come la campana a morto dell’asse militar-industriale franco-tedesche intorno a cui negli ultimi anni si stava costruendo la Difesa comune.

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Questo progetto, presentato già quest’estate dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, si articola si tre livelli di difesa dei cieli basati sui sistemi Iris-T (tedesco), Patriot (statunitense) e in prospettiva Arrow 3 (israeliano).

La Germania guida questa iniziativa e cui si sono uniti Regno Unito, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Paesi Bassi, Norvegia, Slovacchia, Slovenia, Romania e Finlandia,  che ha trovato il consenso di USA e NATO e non c’è da stupirsene poiché azzopperà la possibilità di sviluppare armi europee per la difesa aerea/antimissile avanzata a lungo raggio.

“Le nuove risorse, completamente interoperabili e perfettamente integrate nella difesa aerea e missilistica della NATO, rafforzeranno in modo significativo la nostra capacità di difendere l’Alleanza da tutte le minacce aeree e missilistiche”, ha commentato in una nota il vice segretario generale della NATO, Mircea Geoana. “Questo impegno è ancora più cruciale oggi, poiché assistiamo agli attacchi missilistici spietati e indiscriminati della Russia in Ucraina che uccidono civili e distruggono infrastrutture critiche”, ha affermato.

Mettere in relazione lo ESS con la difesa dei cieli ucraini, la minaccia russa sull’Europa o gli sviluppi della guerra in Ucraina appare però fuorviante, come dimostrano soprattutto le mancate adesioni.

Inoltre non si tratta di un’iniziativa della UE che rientra nella PESCO (Cooperazione strutturata permanente nella politica di difesa e sicurezza comune) ma di un’iniziativa che riunisce diversi stati membri per un programma multinazionale a guida tedesca, simile concettualmente alla European Intervention Initiative (EI2) varata da Parigi con diversi partner Ue per costituire una forza d’intervento da schierare in teatri di crisi, ovviamente sotto comando francese.

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A ben guardare i paesi che hanno aderito all’iniziativa di Berlino non dispongono di capacità industriali e militari spiccate nella difesa aerea avanzata e per la Germania possono costituire alleati importanti con cui dividere costi e investimenti senza minare la leadership di Berlino mentre l’adesione della Gran Bretagna potrebbe avere il ruolo più di “osservatore” che di acquirente di quote del nuovo scudo antiaereo.

Tra i “non aderenti” vi è la Polonia (da tempo in contrapposizione netta se non in aperta rivalità con la Germania e certo più vicina agli USA che alla Ue) che punta sulla solida alleanza con Gran Bretagna e Stati Uniti per dotarsi di una robusta difesa dello spazio aereo con missili CAMM e Patriot ma soprattutto vi sono Francia e Italia la cui industria è finora riuscita a sviluppare l’unico sistema di difesa aerea europeo che nella sua recente evoluzione ha messo a punto spiccate capacità anche contro i missili balistici di teatro: l’Aster 30 Block1NT del consorzio EUROSAM (MBDA e Thales)  impiegato da batterie terrestri e imbarcato su unità navali.

L’iniziativa tedesca che punta a gestire la difesa dei cieli dei paesi europei aderenti con missili tedeschi, americani e israeliani sembra quindi mettere la pietra tombale sulle possibilità di sviluppare uno scudo per la difesa aerea composto da sistemi d’arma interamente europei da produrre su vasta scala per renderli competitivi con i rivali statunitensi e russi.

Del resto la Francia, il cui deterrente nucleare dovrebbe metterla al riparo dal rischio di subire attacchi devastanti missilistici, è ormai in crisi con la Germania su tutti i programmi militari mentre rispetto alla guerra in Ucraina Macron è l’unico leader europeo ad essersi speso per imbastire un negoziato nonostante il diktat anglo-americano reciti che la guerra deve continuare per logorare la Russia (anche se questo significa devastare economicamente l’Europa).

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Se gli studi sul nuovo caccia FCAS proseguono, quelli sul carro armato MGCS sembrano arenati sulle divergenze concettuali e gli equipaggiamenti per non parlare della rinuncia tedesca a sviluppare coi francesi il nuovo elicottero da attacco evoluzione del Tiger a cui Berlino ha preferito l’Apache statunitense così come ha preferito prodotti americani acquisendo gli elicotteri Chinook CH-47F e, sempre da Boeing, i pattugliatori marittimi P-8 Poseidon oltre agli F-35 di Lockheed Martin.

Alla faccia dei proclami sulla difesa europea, Berlino sembra quindi guardare più a Washington e Gerusalemme che a Parigi o Roma per sviluppare un asse strategico e industriale come conferma anche l’accordo tra la società elettronica tedesca Hensoldt (di cui è azionista anche Leonardo) e l’israeliana Rafael che parteciperanno insieme alla gara per la fornitura di un nuovo “escort jammer” destinato alla nuova versione ECR da guerra elettronica e soppressione difese aeree nemiche del velivolo da combattimento Eurofighter Typhoon che entrerà in servizio nel 2028.

Aspetti critici per il futuro della Difesa europea e per l’industria del settore che per competere sui mercati internazionali ha la necessità di consolidarsi imponendosi sul mercato domestico con ampie commesse necessarie anche a finanziare la Ricerca e Sviluppo.

Un mercato europeo in cui anche l’industria della Difesa subisce la crisi dell’energia in modo drammatico non solo per il rischio concreto di non averne a sufficienza ma anche perché paga oggi costi dieci o più volte maggiori dei concorrenti internazionali.

Dopo l’approccio “esclusivo” che Parigi e Berlino hanno avuto sui nuovi programmi per velivoli da combattimento e carri armati, teso a tenere almeno inizialmente fuori gli altri paesi europei concepiti forse più come “clienti” che come partner, ora si deve prendere atto che l’intesa militare franco-tedesca è giunta al capolinea trascinando probabilmente con sé velleità e ambizioni continentali.

 

 

@GianandreaGaian

Foto: Governo Federale Tedesco, Eliseo e Ministero delle Forze Armate francesi

 

 

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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