Guerra in Ucraina e industria della Difesa: i rischi per l’Europa

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La guerra in Ucraina sembra rappresentare un buon affare per l’industria della Difesa statunitense ma non altrettanto si può dire per quella europea. Certo Washington ha un ruolo politico, finanziario e militare (quantitativo e qualitativo) dominante nel supporto allo sforzo bellico ucraino contro la Russia e del resto gli Stati Uniti, oltre a fornire maggiori quantità di armi, mezzi e munizioni rispetto ai partner europei, consegnano in buona parte armamenti il cui impatto, ampiamente pubblicizzato attraverso la propaganda bellica di Kiev, sembra determinare ottimi ritorni sul piano commerciale. Come è sempre accaduto in tutti i conflitti.

Si gonfiano gli ordini per munizioni circuitanti, UAS, missili anticarro Javelin, sistemi missilistici per la difesa aerea NASAMS  e lanciarazzi campali M142 HIMARS non solo verso clienti esteri ma anche per rimpinguare gli arsenali delle forze statunitensi da cui vengono prelevate le forniture destinate all’Ucraina.

Il Pentagono ha annunciato il 27 agosto l’intenzione di aumentare la produzione di sistemi missilistici HIMARS e del loro munizionamento ad alta precisione. “Abbiamo ricevuto quasi 400 milioni di dollari per ricostituire le scorte HIMARS E GMLRS del Pentagono” – ha affermato il responsabile Usa per gli acquisti William LaPlante.  “Inoltre, prevediamo di stanziare circa 200 milioni di dollari per espandere e accelerare la produzione e prevediamo di concludere i contratti questo autunno e all’inizio del prossimo anno”.

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In campo aeronautico l’USAF punta ad addestrare decine di piloti ucraini all’impiego di velivoli da combattimento, dagli aerei da attacco A-10 Warthog a F-16 ed F-15.

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il 14 luglio lo stanziamento di 100 milioni di dollari per addestrare i piloti ucraini a pilotare aerei da combattimento “made in USA” che evidentemente vengono già indicati come i modelli su cui costituire la futura ossatura dell’Aeronautica Ucraina che finora è stata imbastita su velivoli da combattimento di tipo russo/sovietico Sukhoi Su-27, Mig 29 e Sukhoi Su-25 da attacco al suolo.

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L’addestramento dovrebbe prendere il via dopo l’estate ma è già evidente che il provvedimento del Congresso assicura che i velivoli statunitensi saranno i protagonisti della conversione dell’aeronautica di Kiev dai velivoli russo/sovietici a quelli occidentali e del resto centinaia di ulteriori F-16, F-15 e A-10 entreranno a far parte del surplus dell’USAF con il progressivo ingresso in servizio degli F-35.

Fondi per l’addestramento ulteriormente gonfiati dopo il maxi stanziamento autorizzato da Washington il 24 agosto da 2,98 miliardi di dollari che copre numerose attività formative non meglio specificate nella nota del Pentagono.

Nel settore aeronautico quindi non sembrano esservi spazi per i velivoli europei Typhoon e Rafale, neppure di seconda mano anche se qualche voce circa la possibilità che l’Ucraina riceva alcuni JAS 39 Gripen svedesi di seconda mano era circolata negli ambienti militari del Nord Europa nelle scorse settimane.

Gli Stati Uniti sembrano inoltre aver stravinto anche la corsa a rimpiazzare con proprio surplus militare mezzi e i velivoli di tipo russo/sovietico che gli alleati NATO dell’Est Europa forniscono all’Ucraina.

 

I limiti dell’Europa

Una vittoria facilitata dal fatto che negli USA moltissimo materiale bellico non più in uso ai reparti o in surplus viene immagazzinato ed è quindi rapidamente disponibile mentre in Europa le riserve sono limitate, i mezzi radiati dal servizio vengono spesso distrutti o tenuti in depositi dove le condizioni di conservazione sono precarie, specie quando si tratta di armi pesanti, mezzi e velivoli.

Del resto, come ha evidenziato negli Stati Uniti un articolo di Politico, ripreso in Italia da Insideover, negli ultimi mesi il flusso di aiuti militari europei all’Ucraina è andato scemando. Nessun aiuto militare è arrivato nel mese di luglio all’Ucraina da parte dei Paesi europei – riporta Politico – sottolineando che il mese scorso i sei Paesi più grandi d’Europa non hanno offerto all’Ucraina nuovi impegni militari bilaterali per la prima volta dall’inizio delle operazioni militari russe il 24 febbraio scorso.

I dati, che riguardano Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Italia e Polonia, sono stati elaborato dal think-tank tedesco Kiel Institute for the World Economy il cui rapporto fotografa come gli aiuti militari europei abbiano cominciato a calare fin da aprile.

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In agosto in realtà Londra e Berlino hanno fornito o autorizzato la consegna di nuovi materiali ma il contesto generale vede massicci stanziamenti americani per equipaggiare gli ucraini che foraggiano l’industria a stelle e strisce della Difesa.

Gli esponenti del governo di Kiev sono ormai abituati a “ordinare” aiuti e a bacchettare i governi europei che non forniscono armi (solo Austria e Ungheria) o che non ne forniscono abbastanza, come Germania e Spagna, ovviamente secondo i pretenziosi leader ucraini.

Dopo gli insulti di fonte ucraina rimediati nei mesi scorsi dai vertici istituzionali tedeschi, il 25 agosto l’ambasciatore di Kiev in Spagna, Serhii Pohoreltsev, ha ribadito le critiche a Madrid già espresse dal ministero della Difesa ucraino perché le armi fornite sono insufficienti, non arrivano con la celerità richiesta e da maggio on vi sono state consegne.

L’Europa del resto ha ormai esaurito il limitato surplus delle sue forze armate che poteva cedere a Kiev senza disarmare i propri reparti e azzerare le proprie riserve. A parte gli alleati NATO dell’Est Europa che cedendo a Kiev i vecchi mezzi ex sovietici vedono rinnovate le proprie flotte con mezzi soprattutto statunitensi.

 

Il riarmo dei partner NATO dell’Est

La Repubblica Ceca riceverà gratuitamente 8 elicotteri surplus del Corpo dei Marines: 6 AH-1Z Viper e 2 UH-1Y Venom che si aggiungeranno ai 12 velivoli questi due tipi (4 AH-1Z da attacco e 8 multiruolo UH-1Y) ordinati nel 2019 da Praga con pezzi di ricambio, supporto logistico e armi (cannoni da 20 mm M197 e 14 missili AGM 114 Hellfire) per un valore di 205 milioni di dollari.

Per le nuove forniture la Repubblica Ceca dovrà pagare i costi di trasferimento e di aggiornamento degli elicotteri, peraltro datati che affiancano elicotteri di origine russa quali 19 Mil Mi8/17 e probabilmente ancora una mezza dozzina dei 17 Mi-24 in servizio in parte ceduti all’Ucraina

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Una cessione che Washington compensa con il trasferimento a titolo (quasi) gratuito degli 8 Cobra e Huey. Il ministro della Difesa ceco, Jana Cernochova, ha dichiarato che la fornitura rappresenta “il riconoscimento dell’aiuto offerto” all’Ucraina. Non solo abbiamo ottenuto il rispetto dei nostri alleati grazie ai nostri sforzi nell’aiutare l’Ucraina, ma abbiamo anche ricevuto il loro sostegno nella modernizzazione del nostro esercito”.

Con quest’ultima fornitura l’Aeronautica Ceca avrà in linea entro l’anno prossimo 10 elicotteri d’attacco Viper AH-1Z e 10 elicotteri multiruolo UH-1Y Venom.

Del mercato del rimpiazzo degli elicotteri di tipo russo/sovietico che i partner NATO dell’Est Europa hanno trasferito o potrebbero trasferire all’Ucraina per fronteggiare il conflitto con la Russia si sono occupate diverse testate specializzate incluso un articolo di War Zone e Infodefensa.

Le stime riferiscono di circa 240/260 esemplari di elicotteri russo/sovietici in servizio nei paesi Balcanici e della Mitteleuropa e gli Stati Uniti sembrano in “pole position” per mettere le mani anche su gran parte della sostituzione di queste congrue flotte di elicotteri russi la cui manutenzione è resa sempre più difficile dalle sanzioni a Mosca, dalle contromisure russe e quindi anche delle autorizzazioni provenienti da Russian Helicopters con le difficoltà conseguenti a reperire pezzi di ricambio.

Secondo un report di Defence 24 il mercato degli elicotteri da sostituire con prodotti occidentali comprende:

  • Bosnia Erzegovina – 12 Mi-8 e 1 Mi-17;
  • Bulgaria – 6 Mi-24 e 5 Mi-17
  • Croazia – 14 Mi-8 e 10 Mi-171Sh;
  • Cipro – 11 Mi-35P da attacco
  • Repubblica Ceca – 16 Mi-171S, 10 Mi-35P, 7 Mi-24, 5 Mi-17S e 4 Mi-8s;
  • Ungheria – 8 Mi-24, 5 Mi-17 una dozzina di Mi-8s in Riserva;
  • Lettonia – 3 Mi-8;
  • Macedonia del Nord – 6 Mi-8, 2 Mi-17, 10 Mi-24 (di cui 8 in Riserva):
  • Polonia – 22 Mi-24, 22 Mi-8, 17 Mi-17 e 8 Mi-14;
  • Serbia – 8 Mi-8, 6 Mi-17, 4 Mi-35M, 2 Mi-24;
  • Slovacchia – 9 Mi-17 (altri 4 ceduti all’Ucraina) e 15 Mi-24 (in Riserva).

Un mercato in cui sembrano potersi imporre macchine made in USA, nuove o di seconda mano, forti dei successi già ottenuti in Slovacchia (9 macchine), Lituania (4 UH-60M a rimpiazzo di 2 Mi-17) e Polonia (8 S-70 per le forze speciali) ma, come abbiamo visto, anche in Repubblica Ceca con Cobra e Huey dei Marines.

Nelle stesse nazioni europee sono o saranno presto da sostituire anche un centinaio di aerei da combattimento e oltre un migliaio di mezzi corazzati e blindati di origine russo/sovietica.

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La sostituzione di questi mezzi presso le forze armate di Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Repubbliche Baltiche e in prospettiva Bulgaria e Romania (l’Ungheria finora non ha acquistato equipaggiamenti statunitensi – se si escludono poche armi leggere e veicoli antimina MRAP – e non consegna armamenti all’Ucraina) vede gli Stati Uniti avvantaggiati nel fornire proprio surplus militare in modo da acquisire mercati e clienti di grande interesse per l’industria della Difesa europea.

La Germania ha offerto con qualche successo ai partner NATO dell’Est veicoli da combattimento per la fanteria Marder e carri armati Leopard 2 (come i 15 A4 ceduti alla Slovacchia per compensare i 30 cingolati BMP 1 che Bratislava ha trasferito a Kiev) ma i numeri limitati di mezzi disponibili e i tempi necessari a rimettere in condizioni operativi questi vecchi mezzi corazzati non sembrano favorire il consolidamento di questa tendenza.

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Del resto, se si escludono i mezzi di origine russa, buona parte degli equipaggiamenti di seconda mano ceduti dagli europei a Kiev sono di origine statunitense (cingolati M-113, M-109 e MLRS M270, missili TOW, Stinger, Harpoon, mitragliatrici M2 ….) e quindi non idonei ad aprire la strada a future commesse militari in Ucraina  di prodotti “made in Europe”.

Parziale eccezione costituiscono i missili antiaerei britannici Starstreak consegnati in primavera o i tedeschi IRIS-T le cui consegne dovrebbero iniziare a breve e le forniture navali britanniche (unmanned subacquei per lo sminamento e in prospettiva un paio di cacciamine ex Royal Navy).

Certo si tratta di forniture che in nessun caso Kiev può pagare ma è evidente che la pioggia di armi e mezzi che gli USA forniscono a ucraini e alleati NATO dell’Est Europa ha anche l’obiettivo commerciale di acquisire quei mercati strappandoli alla concorrenza europea.

 

L’emblematico riarmo polacco

Il caso polacco è in tal senso emblematico. Tra gli stati membri che più ha beneficiato delle sovvenzioni economiche comunitarie, la Polonia ha varato un piano di riarmo che prevede di elevare le spese militari al 3 per cento del PIL con commesse quasi tutte statunitensi se consideriamo i 32 velivoli da combattimento F-35A, i 20 lanciarazzi campali HIMARS (ma ne sono previsti 500 mentre altri li ha ordinati l’Estonia) e i 366 carri armati Abrams.

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Grandi affari anche per l’industria sudcoreana che fornirà in tempi contenuti e con ampie ricadute tecnologiche per l’industria polacca (che si occuperò di gran parte della produzione) mille carri armati K2 Black Panther e 672 obici semoventi K9 Thunder oltre a 48 aerei da attacco FA-50 prodotti dalla sudcoreana KAI in cooperazione con la statunitense Lockheed Martin.

Velivoli che rimpiazzeranno i vecchi Sukhoi Su-22 di epoca sovietica per la cui sostituzione sembrava avvantaggiata Leonardo con il velivolo M-346 FA già adottato in 16 esemplari dall’Aeronautica Polacca in versione da addestramento (Leonardo ha però visto confermato l’ordine per 32 elicotteri AW149 realizzati dalla controllata polacca PZL-Swidnik.

In campo aeronautico gli statunitensi stanno imponendosi nella sostituzione di Mig e Sukhoi anche in altri stati dell’Est Europa membri di UE e NATO: la Slovacchia ha ordinato 14 F-16V Block 70/72 per rimpiazzare i Mig 29.

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Il 27 agosto la Polonia e la Repubblica Ceca hanno firmato un accordo con la Slovacchia per il pattugliamento dello spazio aereo di quest’ultima da settembre fino all’arrivo degli F-16V nel 2024. Il ministro della Difesa di Bratislava, Jaroslav Nad, ha dichiarato che il suo Paese è disponibile a mettere gli 11 MiG-29 in radiazione a disposizione di Kiev anche se un accordo non è ancora stato raggiunto. la consegna dei 14 F-16V in consegna nel 2024.

La Romania ha acquisito 46 F-16 usati da Portogallo e Norvegia (i 32 norvegesi verranno ammodernati negli USA da Lockheed Martin) per sostituire i decrepiti Mig 21 LanceR, La Repubblica Ceca ha aperto i negoziati per sostituire gli JAS 39 Gripen con gli F-35A e la Bulgaria ha ordinato  8 nuovi F-16V Block 70 per rimpiazzare una dozzina di Mig 29 e Sukhoi Su-25, anch’essi forse destinati all’Ucraina.

Una tendenza già impostasi alla vigilia del conflitto in Ucraina con la decisione di Germania, Finlandia, Grecia e Svizzera di acquisire gli F-35A.

 

Conclusioni

Il crescente successo nei mercati europei dei prodotti statunitensi della Difesa rappresenta un grave rischio per l’apparato industriale europeo sia perché si tratta di nazioni aderenti alla Ue sia perché è sul consolidamento di un solido e diffuso procurement continentale che si giocherà futuro e sopravvivenza l’industria della Difesa del Vecchio Continente.

Specie se la pessima congiuntura economica che si sta configurando, in assenza di una rapida conclusione negoziata della guerra in Ucraina in cui l’Europa continua a giocare il ruolo di comparsa, determinerà conseguenze energetiche e quindi industriali e finanziarie che rischiano di compromettere i pur entusiastici e condivisi programmi di innalzamento della quota di PIL da destinare alla Difesa al 2 per cento.

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Superfluo aggiungere che la paralisi produttiva determinata dal caro-energia colpirà anche il comparto Difesa mentre le ripercussioni occupazionali e sociali del disastro energetico ed economico che si preannuncia nei prossimi mesi abbasserà sensibilmente il PIL di molte nazioni europee e imporrà agli opachi e inconcludenti governi europei massicci investimenti nel settore sociale e assistenziale. Investimenti necessari anche a scongiurare o almeno a contenere, i possibili disordini popolari su vasta scala che non si possono escludere e non è difficile prevedere.

Si prefigurano quindi condizioni che, in momenti storici molto meno drammatici di quelle attuali, hanno già in più occasioni nel recente passato determinato tagli ai bilanci della Difesa. Prima ancora di vedere l’esito del conflitto sui campi di battaglia tra Russia e Ucraina, appare ben chiaro che il primo sconfitto è già oggi l’Europa, che questa guerra non l’ha nemmeno combattuta ma solo persa.

@GianandreaGaian

Foto: Ministero Difesa Ucraino, US DoD, Bundeswehr, Ministero Difesa Repubblica Ceca e US Army

 

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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