La rivolta contro l’AI e i limiti della potenza americana

 

 

Le proteste contro i data center che si stanno moltiplicando negli Stati Uniti, di cui ha dato notizia il Wall Street Journal, potrebbero sembrare una questione locale: comunità preoccupate per l’impatto ambientale di nuove infrastrutture, amministrazioni cittadine sotto pressione, cittadini ostili all’espansione di impianti energivori.

Letta nel quadro della competizione tra Washington e Pechino, la vicenda consente invece di osservare un aspetto di più ampia portata e meno discusso della competizione tecnologica contemporanea: il rapporto tra innovazione e capacità politica.

 

La forza e il limite del modello americano

L’ecosistema che ha prodotto OpenAI, Anthropic, Google DeepMind e le altre grandi aziende del settore costituisce ancora oggi uno dei principali vantaggi competitivi degli Stati Uniti, dato dalla combinazione tra capitale finanziario, Università, ricerca avanzata e imprese tecnologiche.

Eppure, proprio il modello che ha reso possibile questa leadership genera alcuni vincoli. Lo sviluppo dell’AI richiede investimenti infrastrutturali enormi, ma la realizzazione di tali investimenti deve confrontarsi con una pluralità di attori capaci di opporsi, ritardare o modificare i progetti. Governi locali, tribunali, associazioni ambientaliste, gruppi di cittadini e organizzazioni politiche dispongono di strumenti che consentono loro di incidere sul processo decisionale.

Da questo punto di vista, emerge una differenza significativa rispetto alla Cina. Pechino può imporre dall’alto gran parte dei costi associati alla costruzione delle infrastrutture necessarie alla corsa tecnologica. Le opposizioni locali esistono, ma difficilmente possono bloccare decisioni considerate essenziali dal Partito comunista. Negli Stati Uniti, il problema si presenta in termini opposti: la legittimità politica richiede negoziazione, mediazione e consenso, processi che inevitabilmente rallentano la mobilitazione delle risorse.

La competizione tra Washington e Pechino appare dunque anche come una competizione tra due differenti capacità di “organizzare” il tempo strategico.

 

La dimensione materiale dell’intelligenza artificiale

Il dibattito pubblico tende spesso a descrivere l’AI come una tecnologia immateriale. In realtà, essa dipende da infrastrutture fisiche che consumano quantità crescenti di energia e richiedono catene di approvvigionamento estremamente complesse.

Ogni nuovo data center implica disponibilità energetica, accesso a componenti avanzate, investimenti miliardari e una rete logistica globale. Dietro l’apparente leggerezza dell’intelligenza artificiale si nasconde quindi una struttura industriale pesante.

Questo elemento introduce un ulteriore problema strategico. Molti segmenti delle filiere critiche restano collegati, direttamente o indirettamente, alla Cina. Il caso delle terre rare è particolarmente significativo. Pur non detenendo necessariamente il monopolio delle risorse, Pechino mantiene una posizione dominante nella loro lavorazione e raffinazione. Ciò significa che la corsa americana all’AI continua a dipendere, almeno in parte, da catene del valore sulle quali il rivale strategico conserva importanti leve di influenza.

 

Dalla competizione tecnologica alla sicurezza nazionale

Le implicazioni della corsa all’intelligenza artificiale vanno oltre il settore economico. I sistemi basati su AI stanno modificando il modo in cui vengono condotte operazioni militari, campagne di disinformazione, attività di intelligence e conflitti ibridi.

L’esperienza maturata negli ultimi anni mostra che la superiorità tecnologica non costituisce un vantaggio separato dalla sicurezza nazionale, ma una delle sue componenti fondamentali. La capacità di elaborare grandi quantità di dati, automatizzare processi decisionali o coordinare sistemi autonomi diventa un moltiplicatore di potenza tanto in ambito civile quanto in ambito militare.

Di conseguenza, ogni ostacolo alla costruzione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’AI tende a essere percepito dalle élite strategiche americane come un problema che supera la dimensione economica.

 

Quale evoluzione?

Se le proteste dovessero continuare ad ampliarsi, è possibile che la questione assuma una rilevanza politica crescente. Le critiche all’AI potrebbero convergere con altre forme di malcontento già presenti nella società americana: diffidenza verso le grandi aziende tecnologiche, preoccupazioni ambientali, timori occupazionali e sfiducia nei confronti delle élite economiche.

In questo scenario, Washington potrebbe essere spinta ad adottare strumenti destinati a ridurre la capacità di veto degli attori locali o a compensare economicamente le comunità interessate dai nuovi insediamenti industriali, con l’obiettivo sarebbe evitare che la frammentazione politica interna rallenti infrastrutture considerate essenziali per la competizione con la Cina e per la sicurezza nazionale.

Parallelamente, è ragionevole attendersi un rafforzamento delle politiche volte a ridurre le dipendenze esterne nelle filiere critiche, soprattutto nei settori energetici e minerari.

 

Conclusioni

Le proteste contro i data center mostrano una contraddizione che attraversa oggi la principale potenza mondiale, la quale, per mantenere il proprio vantaggio strategico, da un lato deve accelerare la costruzione delle infrastrutture che alimentano la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ma dall’altro è costretta a confrontarsi con una resistenza ai costi che essa comporta.

Il problema americano è dunque nella difficoltà di conciliare la velocità richiesta dalla competizione geopolitica con i tempi attraverso cui una democrazia negozia il consenso. In questo senso, le proteste contro l’AI raccontano molto meno del futuro della tecnologia di quanto raccontino sul futuro della potenza americana.

Foto: DepositPhotos.com

 

 

Alessandro GiorgettaVedi tutti gli articoli

Professore Universitario in diritto internazionale dell’economia e diritto dell’intelligenza artificiale. Avvocato cassazionista specializzato in diritto societario, diritto bancario, contrattualistica internazionale, crisi d'impresa, normativa antiriciclaggio. Componente di commissioni aggiudicatrici nelle procedure di affidamento di contratti pubblici. Svolge la propria attività in favore di Imprese di grandi e medie dimensioni, banche, sim, fondi d'investimento, enti pubblici, dirigenti pubblici e privati.

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