Francia e media, la censura che non ti aspetti

 

 

di Pascal Boniface*

Ripubblichiamo per gentile concessione l’articolo di Pascal Boniface pubblicato su Pluralia Opinons il 17 luglio.

 

Nella patria dei diritti quello a una corretta informazione è lentamente decaduto. Raccontare tutti gli aspetti di una crisi o di un conflitto è diventato quasi impossibile. Le vicende in Ucraina e in Medio Oriente lo dimostrano clamorosamente.

Il modo in cui i media francesi rendono conto dei conflitti in corso mostra che, in termini globali, il sentimento di appartenenza al mondo occidentale, e le solidarietà che esso implica, prevalgono sul desiderio di informare.

Quando è stata lanciata la guerra in Ucraina, era legittimo che i media si schierassero dalla parte dell’Ucraina. Ma molto rapidamente questo sentimento di solidarietà verso un Paese aggredito si è trasformato nell’istituzione di una verità ufficiale sulla guerra.

Non era più possibile, pur condannando l’aggressione russa e i crimini di guerra, affermare che gli occidentali avessero commesso degli errori nei confronti di Mosca dalla fine della guerra fredda, senza essere accusati di essere filo-putiniani. Non era più possibile mettere in evidenza le mancanze ucraine, la loro scarsa volontà di attuare gli accordi di Minsk, il grado di corruzione, senza essere accusati di essere agenti di Mosca.

I dibattiti che riunivano specialisti delle questioni militari, ex generali della NATO e giornaliste ucraine assumevano un tono emotivo poco compatibile con un’analisi fredda della situazione.

La copertura del conflitto israelo-palestinese nei media francesi rifletteva una sensibilità filoisraeliana. Le critiche nei confronti di Israele erano più vivaci sui social network. Dal 2022, l’Ucraina occupava di fatto la parte essenziale dell’attualità geopolitica, e si evitava di parlare del conflitto israelo-palestinese per non dividere i francesi su una questione molto sensibile.

Tutto è cambiato il 7 ottobre 2023, a causa della portata e dell’orrore suscitati dagli attentati di Hamas: il numero dei morti, lo shock psicologico, ma anche lo shock geopolitico e l’effetto sorpresa di questi attentati.

In seguito, quando la situazione è deteriorata per i palestinesi, quando si è cominciato a ritenere che la reazione israeliana, inizialmente legittima, stesse diventando sproporzionata, che Israele non facesse molta distinzione tra i combattenti di Hamas e la popolazione civile, malgrado gli inviti alla moderazione, compresi quelli del presidente degli Stati Uniti, pur essendo questi il principale alleato di Israele…

Allora si è parlato meno della guerra di Gaza e la guerra in Ucraina è tornata a essere l’elemento centrale dei dibattiti geopolitici.

Gaza era meno visibile nei media mainstream e continuava a essere presente sui social network. Si è cercato di delegittimare coloro che prendevano le difese dei palestinesi. Lo facevano per antisemitismo, per ostilità nei confronti dello Stato d’Israele: questo era il discorso israeliano, ripreso anche dai suoi sostenitori in Francia. “Perché parlate di Gaza e non del Sudan?” era una formula ricorrente, generalmente usata da persone che non avevano mai parlato prima del Sudan e che improvvisamente scoprivano una passione per quel conflitto. La differenza è che il Sudan non è né alleato né amico degli occidentali, contrariamente a Israele.

Il portavoce dell’esercito israeliano e l’ambasciatore israeliano in Francia venivano ospitati continuamente dai media francesi. Li si ascoltava con deferenza. Non venivano mai contraddetti e, talvolta, il portavoce israeliano ha persino potuto congratularsi con i giornalisti francesi per la loro copertura del conflitto. Un complimento forse un po’ troppo marcato.

Uno dei rari giornalisti ad aver voluto contraddire quel portavoce dell’esercito israeliano, Mohamed Kaci di TV5 Monde, ha subito un attacco molto duro. Il conduttore ha chiesto alla direzione di TV5 Monde che il giornalista fosse licenziato. Ha conservato il suo posto per un soffio solo grazie a una mobilitazione molto forte della redazione di TV5 Monde. Così, per aver fatto il proprio mestiere, per aver contraddetto il portavoce di un esercito in guerra, Mohamed Kaci ha rischiato di perdere il lavoro.

Nei vari dibattiti, i responsabili politici che criticavano Israele venivano bersagliati di domande, messi sotto accusa. Al contrario, coloro che venivano a difendere il punto di vista israeliano, dicendo: “Sì, è la guerra, è normale che ci siano dei morti“, non venivano mai contraddetti dai diversi conduttori dei media principali.

Nei dibattiti vi era un insieme eterogeneo di esperti riconosciuti del Medio Oriente e di specialisti di geopolitica, messi sullo stesso piano di attivisti filo israeliani o di persone provenienti dalla società civile, che parlavano delle loro emozioni e che non avevano alcun approccio geopolitico, ma volevano esprimere la loro solidarietà alla causa israeliana. Gli specialisti del Medio Oriente giudicati troppo critici nei confronti di Israele sono stati esclusi dalle trasmissioni o marginalizzati.

Il caso emblematico è quello di Rony Brauman, specialista di questioni umanitarie e del Medio Oriente, nato a Gerusalemme, bandito da numerose trasmissioni perché le sue posizioni mettevano in discussione la narrazione israeliana.

Ci sono specialisti che si attengono ai fatti, e altri che si definiscono specialisti del Medio Oriente ma riprendono, anche a costo di mentire, il discorso israeliano, sostenendo che Israele non violi il diritto internazionale, che non vi sia alcun blocco… e li si mette sullo stesso piano.

Un presunto specialista che distorce i fatti e uno che rispetta i fatti non dovrebbero essere posti sullo stesso piano. Eppure, in diverse trasmissioni, persone colte con le mani nel sacco a mentire, mentre dicevano che fosse necessario ridurre il numero delle vittime in Palestina, che non si dovesse parlare di un blocco, che non si potesse parlare di crisi alimentare, hanno continuato a essere invitate regolarmente, in qualità di specialisti, persino dopo che le loro menzogne erano state smascherate.

Quando si sono verificati i bombardamenti iraniani contro Israele, è   stato abbondantemente mostrato il terrore degli abitanti di Tel Aviv. Ma non è mai stato mostrato il terrore degli abitanti di Gaza. Si dice: “Non ci sono immagini da Gaza“.

Certo, Israele ha vietato la presenza di giornalisti, senza che ciò abbia suscitato una vera reazione da parte dei principali media. Del resto, le immagini esistono. Semplicemente, non si è voluto mostrarle.

Le ragioni? Per alcuni vi è una componente di comunitarismo; per altri, una componente di occidentalismo. Israele fa parte del mondo occidentale e, pertanto, per alcuni era pienamente acquisita la narrazione secondo cui Israele costituisce l’avamposto della lotta contro il terrorismo o contro l’islamismo, in particolare, peraltro, nell’estrema destra e nella destra.

E poi, per molti, vi era anche una componente di ignoranza e di conformismo: il ragionamento era anche questo: “Bisogna che riprenda il discorso dominante se non voglio essere escluso dalle trasmissioni“. E la sorte riservata a coloro che non adottavano quel discorso dominante e venivano esclusi dalle trasmissioni li confermava nella scelta del conformismo.

Vi era poi il caso particolare di France Culture, emittente centrale della vita intellettuale in Francia. Il conduttore della trasmissione del mattino, Guillaume Erner, ha una visione parziale, fortemente schierata a favore di Israele. Invita assai di rado persone critiche nei confronti di Israele e, quando lo ha fatto, ha adottato un tono duro, quasi da “commissariato di polizia”.

Non vi si ritrovava il rispetto dell’equità e dell’informazione che si ha il diritto di attendersi dal servizio pubblico. E le scelte personali del conduttore non dovrebbero prevalere sull’esame dei fatti.

Guillaume Erner ha voluto mettere in causa un conduttore di Radio Nova, molto critico verso Israele. Ha manipolato una sua dichiarazione per far credere che fosse contrario alla libertà di espressione, mentre questi affermava di non essere dalla parte di Charlie Ebdo, ma di essere favorevole al fatto che Charlie Ebdo potesse esprimersi: distingueva cioè tra il diritto di Charlie Ebdo a esistere e a esprimersi liberamente e l’adesione alle posizioni espresse da Charlie. Si trattava dunque di un montaggio, ossia, di fatto, di una fake news.

In seguito, quando ha ricevuto lo storico Patrick Boucheron per commemorare l’ingresso di Marc Bloch nel Pantheon, ha voluto fare un parallelo tra l’antisemitismo degli anni Quaranta e il clima che, a suo dire, sarebbe oggi alimentato dalla France Insoumise e da quanti criticano Israele.

Naturalmente Patrick Boucheron non ha voluto seguirlo su questo terreno, affermando che il paragone fosse davvero del tutto sproporzionato. Erner ha poi ricevuto Marine Le Pen in persona, trattandola con grande compiacenza e dicendole che aveva rotto con l’antisemitismo di suo padre e partecipando così direttamente alla campagna di normalizzazione del Rassemblement national.

Per Guillaume Erner, gli antisemiti sarebbero la France Insoumise; e la sua scelta pende piuttosto per il RN che per LFI. Vuole ripulire il RN dall’accusa di antisemitismo perché il RN sostiene Israele e Netanyahu.

Il gran finale: ha diffuso dichiarazioni di Jean-Luc Mélenchon trovate sui social network, provenienti però da un account fortemente impegnato a favore di Israele, e per di più tagliate. Jean-Luc Mélenchon parlava dei “dirigenti dell’élite internazionale che governa il mondo” e Guillaume Erner ha fatto finta di credere che stesse parlando degli ebrei, mentre non era affatto così.

Ha dunque deformato e tagliato le parole di Jean-Luc Mélenchon per attribuirgli affermazioni antisemite che non aveva mai pronunciato. Si è trattato quindi della fabbricazione di una fake news nel servizio pubblico, in una fascia oraria di grande ascolto, su France Culture.

Molte persone hanno attaccato Guillaume Erner in modo antisemita, insultandolo in modo antisemita. Altre lo hanno difeso sostenendo: “Lo attaccano perché è ebreo“. In realtà, molti attacchi nei suoi confronti non riguardavano affatto ciò che egli è, bensì ciò che fa. Il fatto che diffonda fake news su France Culture è particolarmente preoccupante, e il fatto che sia ebreo non lo esonera dal rispetto della deontologia né dal dovere di non fabbricare fake news. Ancora una volta, bisogna giudicarlo per ciò che fa, non per ciò che è. Sono gli antisemiti e gli ultra comunitaristi a giudicarlo per ciò che è.

Sibyle Veil, la direttrice di Radio France, ha deciso e annunciato che non ci sarà alcuna sanzione nei suoi confronti. È la stessa Sibyle Veil che aveva licenziato Guillaume Meurice per aver fatto una battuta su Benjamin Netanyahu, definendolo “un nazista senza prepuzio“, affermando che in quel momento egli avesse urtato la sensibilità del pubblico. Si vede chiaramente il doppio standard che non può che alimentare il complottismo e l’antisemitismo.

Il fatto che, sulle frequenze di France Culture, menzogna e verità si mettano sullo stesso piano, e che si resti indifferenti dinnanzi alla menzogna, è particolarmente allarmante. Ciò lascia presagire giorni complicati con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali.

 

* Pascal Boniface

Geopolitologo francese, fondatore e direttore dell’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche (IRIS), ha fatto parte del Consiglio consultivo dell’Onu per il disarmo, del Comitato di Sostegno dell’Accademia diplomatica Africana, dell’Alto Consiglio della Cooperazione internazionale.

E’ stato consigliere del ministro della Difesa Jean-Pierre Chevènement. Autore di oltre 70 opere su relazioni internazionali e geopolitica. Tra i titoli più recenti “Guerre en Ukraine, l’onde de choc géopolitique” (2023). Anima il canale YouTube “Comprendre le monde“.

 

 

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: