Iran: nella battaglia per l’energia non tutto è come appare

Una fonte estremamente affidabile – A2 come verrebbe classificata nel mondo dell’intelligence, ossia confermata indirettamente da altre informazioni note – con base a Dubai mi ha riferito di una prassi che sta svuotando il Golfo delle numerose navi che vi erano rimaste intrappolate a seguito dell’attacco di USA ed Israele contro l’Iran: gli intraprendenti e spregiudicati armatori greci, a corto di naviglio, utilizzano i loro “contatti” persiani per ottenere, verosimilmente non gratis, il passaggio dallo Stretto di Hormuz mercé la distrazione, ad orario prestabilito, del controllo radar iraniano.
Fonti IMO – International Maritime Organization, ossia il gestore del codice identificativo delle navi- riferivano due settimane fa di circa 3200 navi bloccate, che alla rilevazione del 22 marzo (l’ultima che ho reperito) erano scese a 1194. Un calo piuttosto significativo.
Un articolo sul sito della RSI, radiotelevisione pubblica della Svizzera Italiana, riferisce che un numero crescente di navi attraversa lo Stretto a trasponder spento, ossia in forma pseudo-anonima. Cito testualmente: “La società britannica di analisi dei dati Lloyd’s List Intelligence ha elaborato i dati e giovedì ha presentato le cifre più aggiornate. Nel mese di marzo, 142 petroliere o navi da trasporto di gas liquefatto hanno attraversato lo stretto di Hormuz, e un terzo di esse ha disattivato il segnale di tracciamento” .

Stante l’autorevolezza di Lloyd’s List, dobbiamo dedurre che una versione così fumosa del numero dei passaggi sia indice di altri scrupoli, sui quali torneremo più avanti parlando di assicurazioni. L’articolo prosegue raccontando del fenomeno di navi con AIS (il dispositivo di localizzazione) spento, citando la statunitense Windward che parla di circa 300 movimenti “oscuri” al giorno.
Anche questo dato va analizzato con cautela, posto che il transito da Hormuz in “tempo di pace” è di circa 130 navi al giorno.
Orbene, come possiamo facilmente intuire non è il fatto di spegnere il transponder ciò che può consentire il transito: i radar iraniani rilevano la traccia della nave anche se non è associata ad un codice identificativo. E logica vorrebbe che una nave non identificata diventi immediatamente un bersaglio privilegiato. Quindi, se il bersaglio non viene colpito è perché è tutt’altro che anonimo… Ne consegue che si è instaurato un meccanismo di autorizzazione al transito alternativo a quello ufficiale, sul presupposto di un mutuo beneficio di controllore e viaggiatore.
Questo margine di incertezza ha dei riflessi molto complessi. Il trading internazionale legale dei prodotti petroliferi e del commercio marittimo, infatti, si basa fortemente sulla certificazione dei carichi e sulla tracciatura costante del naviglio, per ovvie ragioni sia assicurative che di pagamento, oltre che per il controllo del rispetto delle numerose sanzioni internazionali che regolano il mercato.
Chi compra vuole sapere cosa acquista e seguirlo dall’origine al destino, con procedure rigide ed articolate che includono la completa tracciabilità dei trasporti. I contratti di compravendita si basano interamente sulla procedura concordata tra le parti e certificata da enti terzi su database condivisi, dalla raffineria al tank. Esiste, quindi, una ragionevole probabilità che nella confusione causata dal conflitto siano molti i soggetti che approfittano della situazione per commerciare in barba a regole e sanzioni, con margini astronomici a fronte di rischi altrettanto grandi.

Di fatto, però, è chiaro che di petrolio proveniente dal Golfo ne stia comunque circolando parecchio, al netto del traffico “ufficiale” costituito dai transiti autorizzati dall’Iran a favore di Paesi “amici”, India in primis. Anche la Spagna sembra rientrare in questo gioco, dato che lo stesso Primo Ministro Sanchez sta sbandierando – con il plauso della sinistra internazionale – il trattamento di favore che starebbe ricevendo dalla Repubblica Islamica.
A fronte di questa dinamica sul campo (o meglio in acqua), leggiamo invece analisi e dichiarazioni pubbliche di tutt’altro tenore.
A Huston si è tenuta la CERAWeek, che si è conclusa ieri. Si tratta di un simposio del massimo livello, patrocinato da S&P, che riunisce nella capitale petrolifera USA il gotha del mondo energetico: oltre 1600 aziende e quasi un centinaio di ministri.
Il messaggio più pressante che ne è uscito è che il focus del mondo non deve tanto concentrarsi sul prezzo del barile quanto sulla possibilità stessa di volumi di fornitura adeguati alle esigenze. Questo tema cruciale sta già investendo l’Asia e potrebbe arrivare presto in Europa.
L’effetto combinato del conflitto tra Russia ed Ucraina e di quello iraniano ha condotto ad una situazione nella quale l’offerta energetica (leggasi Oil & Gas, la questione dell’energia rinnovabile è un tema solo per l’Unione Europea e la California) non è commisurata alle esigenze del mondo. Chris Wright, Segretario Usa all’Energia, ha affermato che “La nostra missione quotidiana è chiara: aumentare la produzione di energia, rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti e quella del mondo”, ed ha aggiunto: “I prezzi non sono ancora saliti abbastanza da provocare una caduta significativa della domanda”.

Il CEO di Shell ha rimarcato che l’attenzione al prezzo è in secondo piano rispetto al problema della garanzia dei flussi fisici, ricordando che già oggi ci sono problemi con il carburante avio e che iniziano ad essercene per il gasolio.
Mentre il mondo e i media si concentrano sul prezzo, gli operatori sono preoccupati di ben altro. Almeno secondo le dichiarazioni ufficiali, non c’è di che stare tranquilli.
La situazione, in effetti, è tesa in molti angoli del mondo. Alcuni Paesi del Sudest Pacifico hanno già adottato misure che ricordano la “austerity” della crisi petrolifera del 1973, immortalata da una canzone di Adriano Celentano di tre anni dopo, Svalutation.
Fonti semi-ufficiali cilene, collegate agli USA, minacciano esplicitamente l’Argentina nel caso di taglio delle forniture (pari a oltre il 40% del totale), come nel caso di una intervista del Colonnello José Miguel Pizarro alla trasmissione on line Tablero Mundial. Il Cile è praticamente l’unico Paese Ispanoamericano a non possedere risorse di idrocarburi, ma in compenso ha un apparato militare assai superiore al vicino.
Ma le posizioni ufficiali in merito alla crisi di disponibilità energetica risentono di alcuni limiti logici, la cui analisi indica un quadro forse poco convenzionale ma alquanto plausibile.
Il primo è l’assunzione che la crisi nel Golfo sia destinata a durare a lungo, il che è improbabile. Circa 40 milioni di posti di lavoro ed il 30% del PIL USA sono legati a rapporti industriali e commerciali con Paesi che dipendono fortemente dall’approvvigionamento energetico proveniente dai Paesi del Golfo.

Ciò significa che un protrarsi del conflitto sarebbe un autogol, oltretutto in periodo pre-elettorale di “mid term”. Inoltre, come sottolineato dal Direttore Gaiani e da molti analisti, Usa ed Israele iniziano ad essere a corto di munizionamento e di sistemi d’arma, oltre che logorati da una sottovalutata capacità di reazione da parte Iraniana.
Capacità non solo tecnico-militare ma anche strategico-politica, data la saggezza di dosaggio di attacchi e minacce ad obiettivi significativi dei Paesi vicini, che comunque hanno influenza sulla politica estera e di difesa statunitense e su quella economico-finanziaria israeliana.
Il secondo limite logico è dovuto alla mancata inclusione nei calcoli di un attore primario: la Russia. Sin dall’avvio della produzione di shale oil, ossia da quando gli Usa sono tornati ad essere il primo produttore al mondo, non è più l’OPEC a dominare il mercato ma sono i Big Three: USA, Arabia Saudita e Russia.
Non solo determinano il prezzo, ma regolano le quantità anche sulla base delle necessità politiche, secondo un meccanismo informale ma ormai rodato. Già abbiamo avuto modo di notare la prima mossa di Trump, che ha esentato l’India dal regime sanzionatorio relativo agli idrocarburi russi. Ebbene, solo il massiccio rientro della Russia sul mercato può risolvere l’impasse, e questo lo sanno sia Washington che Mosca.
Allargando lo sguardo, noteremo che le reazioni della Russia (e perfino della Cina) all’attacco all’Iran sono state puramente formali e di circostanza. Le dichiarazioni di Mosca sono state affidate al Primo Ministro e non pronunciate da Putin, e Donald Trump non è stato mai nominato direttamente, il che in “cremlinese” significa “va bene così, mettiamoci d’accordo”.
La rubrica “Dispacci dalla Russia” dell’ISPI aveva già notato l’insolita postura russa, in una intervista di Eleonora Tafuro Ambrosetti a Derek Averre, attribuendola al fatto che Mosca ne avrebbe tratto vantaggi in termini di prezzo ed appetibilità sul mercato petrolifero.
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Nelle sue isteriche ed utopistiche dichiarazioni, invece, l’UE aveva immediatamente gridato al pericolo di avvantaggiare la Russia nella partita ucraina, attraverso un innalzamento del prezzo del petrolio del quale la Russia avrebbe beneficiato.
Osservando la situazione con maggior profondità e nelle sue complesse dinamiche, aggiornando quanto rilevato qualche tempo fa alla luce degli eventi recenti, non è azzardato pensare che uno dei tanti scopi dell’operazione militare contro l’Iran fosse proprio quello di sdoganare il petrolio russo.
È arcinota la contrarietà dell’Amministrazione Trump rispetto alla prosecuzione del conflitto in Ucraina. Se gli sforzi di pace hanno subito un deciso calo di attenzione è anche perché gli USA hanno imposto un loro interesse all’UE: se proprio volete andare avanti, comprate da noi le armi e poi le date a Zelensky.
Ma la cosa non può continuare a condizionare il mondo intero ancora a lungo, specialmente quando è risultato evidente che le munizioni è bene conservarsele nelle polveriere e non sprecarle in una guerra persa.
D’altro canto, ci sono già abbastanza danni perché la ricostruzione possa fare la fortuna delle imprese statunitensi, con un boccone anche al servile cagnolino europeo: non c’è ragione di andare avanti così. Dopo aver svenato un altro po’ noi europei, è anche ora di finirla.

Se il mondo (non la UE, ormai colonia energetica USA ad alto valore) fosse costretto a tornare ad usare gas e petrolio russi per ragioni quantitative, è evidente che i Volenterosi dovrebbero farsi una ragione dell’insostenibilità del conflitto ucraino, mentre gli USA avrebbero l’alibi del pianeta intero da salvare per eliminare le sanzioni con un gesto di magnanimità altruistica.
Ovviamente, la gratitudine russa includerebbe la disponibilità ad allentare il legame con la Cina, cosa per nulla sgradita a Mosca. L’abbraccio con il gigante asiatico, infatti, somiglia più a quello di un boa che a quello di un amico, e Putin lo sa bene.
Magari, la cooperazione tra Russia e Cina nell’Artico potrebbe rallentare, il che è certamente un interesse strategico USA per colmare il grande ritardo in termini di navi rompighiaccio e strutture logistiche per la navigazione nell’estremo Nord, correlata alla famosa questione groenlandese. Così come potrebbe giovarne un nuovo equilibrio in Africa, dove le mosse russe hanno consentito di arruolare mezza Africa Occidentale.
Sarebbe bene che non diventasse troppo ostile, per permettere un recupero dell’area subsahariana persa dai francesi per eccesso di ingordigia. Un atteggiamento comprensivo di Mosca, inoltre, permetterebbe agli USA di concentrarsi più serenamente anche sulla partita nello scacchiere Pacifico.
E la Cina? Ha appreso la lezione, e lo ha dimostrato già al terzo giorno dall’attacco all’Iran cancellando il prestito obbligazionario in Renmimbi alla Abu Dhabi Oil. Ha saputo rimanere al suo posto ed ha chiaramente capito di essere un gigante dai piedi di argilla. Scesa a più miti consigli nell’agone planetario, può continuare a fare il suo gioco da una posizione che, per lunghi anni ancora, non minaccia direttamente il dominio a stelle e strisce.
Anche le pretese su Taiwan devono fare i conti con la dipendenza energetica, e Pechino lo ha compreso sicuramente, dopo la “doppietta Venezuela/Iran”.

C’è un ultimo attore la cui curiosa postura è degna di menzione, la Gran Bretagna. Sin da subito si è chiaramente dimostrata contraria all’attacco all’Iran, cosa che aveva meravigliato qualche osservatore. In Europa tutto ciò si è interpretato come parte della dissonanza politica Trump-Starmer, ma la visione europea delle cose del mondo si contraddistingue da tempo per la sua miopia autoreferenziale.
Un peso significativo lo ha avuto sicuramente la questione relativa alla navigazione nel Golfo e dintorni, essendo i Lloyd’s gli assicuratori quasi esclusivisti del mondo “maritime”. E le conseguenze in ambito assicurativo dell’attacco sono enormi ed evidenti. Per coloro che non siano pratici del mondo della navigazione, stanti gli investimenti ed i capitali e considerate le turbolenze del mondo e i rischi del mare, nulla si muove senza una copertura assicurativa di ingente valore. I premi si calcolano su un rischio noto e prevedibile, per alto che possa essere.
In seguito all’attacco i Lloyd’s, mitica assicurazione londinese che data al XVII secolo, ha preso una decisone senza precedenti nella storia, dopo aver peraltro fatto la magra figura di essere stata colpita a sorpresa. Non era successo nemmeno nelle guerre mondiali che il colosso britannico revocasse le coperture del rischio guerra, peraltro in vigenza di contratto e in navigazione.
Come spiega Bepi Pezzulli in un eccellente articolo su Briefing for Britain autoaffondati. La revoca delle coperture ha reso impossibili il commercio e le attività finanziarie nell’area del Golfo, in misura assai maggiore dei droni iraniani. Si può correre il rischio di essere affondati, pagando un premio altissimo, ma non si può correre lo stesso rischio senza una polizza.
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Il problema è stato risolto dall’Amministrazione USA con un meccanismo pubblico/privato sul modello dell’INA nel Ventennio fascista: l’assicurazione interviene come soggetto privato ma il rischio è riassicurato da un fondo statale, la US International Development Finance Corporation, con una dotazione di 20 miliardi di dollari.
Questa manovra ha riacceso il motore del commercio mondiale, sottraendo al mercato londinese un ruolo che comportava un vantaggio competitivo strategico di enorme valore, quello di abilitatore del commercio internazionale. Gli USA, come backstop, non si sostituiscono alle attività “spicciole” delle assicurazioni londinesi, ma ora sono loro che detengono il potere strategico sull’intero mercato.
Già solo i risultati ottenuti con Cina, Gran Bretagna e Russia, nella prospettiva strategica, valgono il prezzo dell’intero conflitto. L’Iran, alla fine, è solo un mezzo.
Foto: Anadolu, IRNA, Fars e Wiki
Manuel Di CasoliVedi tutti gli articoli
Ha frequentato la Scuola Militare "Nunziatella" di Napoli, l'Accademia Militare di Modena e la Scuola Ufficiali Carabinieri ed è laureato in Giurisprudenza ed in Scienze della Sicurezza. Fino al 2000 è stato Ufficiale dei Carabinieri, svolgendo il proprio servizio in Sicilia, Calabria e nella Capitale. E' Professore a contratto in alcune Università italiane ed ha conseguito un Master presso l'Università di Buenos Aires. Attualmente è Global Strategies Advisor nel settore energetico e lavora tra America Latina ed Europa per società di investimento e produzione nel settore energetico. Ha ricoperto diversi incarichi come Direttore Operations, Sicurezza e Affari Legali per grandi aziende sia italiane che multinazionali ed in Expo Milano 2015.







