Burro o cannoni? Il falso dilemma della spesa pubblica europea

Nel 1936, Hermann Göring sintetizzò con brutale schiettezza la logica del nazismo in materia di bilancio pubblico: “I cannoni ci faranno potenti; il burro ci farà soltanto grassi.” La frase è diventata la metafora duratura del dilemma tra sicurezza militare e benessere sociale. Decenni dopo, Sandro Pertini — presidente della Repubblica dal 1978 al 1985, partigiano e socialista, tra le voci più autorevoli della democrazia italiana del Novecento — rappresentò l’opposto di quella visione: un’Europa fondata sulla pace, sulla riconciliazione, sull’investimento nell’essere umano piuttosto che nell’arsenale.

Oggi, nel 2026, il dilemma è tornato al centro dell’agenda politica europea con un’urgenza che molti avevano smesso di immaginare possibile. La guerra in Ucraina, il progressivo disimpegno americano dalla difesa collettiva (che chiamo per comodità narrativa “Post-Atlantismo”) e la pressione della NATO per aumentare i budget militari hanno rimesso in discussione decenni di “dividendo della pace” — quella riduzione progressiva delle spese militari che aveva consentito, dal 1991 in poi, di riorientare risorse verso il welfare, l’istruzione e le infrastrutture.
La domanda che ora rimbalza nei parlamenti e nei media è: per comprare più carri armati, bisogna davvero chiudere gli ospedali? La risposta breve è no. Quella lunga è molto più complessa e interessante.
Il contesto: un’Europa che si riarma
I numeri dell’attuale riarmo europeo sono significativi. Nel 2025, per la prima volta nella storia dell’Alleanza Atlantica, quasi tutti i Paesi membri della NATO hanno raggiunto o superato la soglia del 2% del PIL destinata alla difesa — traguardo che nel 2014 solo tre Paesi rispettavano. La spesa complessiva per la difesa dell’UE ha toccato i 381 miliardi di euro nel 2025, con un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente.

Ma la pressione non si ferma al 2%. Al vertice NATO dell’Aia del 2025, gli Alleati si sono impegnati a raggiungere il 5% del PIL entro il 2035, di cui almeno il 3,5% destinato alla voce strettamente militare. La Germania ha già tracciato la rotta: dopo aver abolito il vincolo costituzionale del freno al debito, Berlino ha portato il proprio bilancio difesa a 95 miliardi di euro nel 2025 — il doppio del livello 2021 — con una proiezione a 162 miliardi entro il 2029, pari al 3,2% del PIL.
L’Italia si muove con meno slancio. La spesa militare italiana si attestava storicamente intorno all’1,5-1,6% del PIL, collocandosi nella fascia bassa della NATO. Nel 2025 ha raggiunto la soglia del 2% anche attraverso la riclassificazione di alcune voci di spesa per la sicurezza. In valore assoluto, il bilancio difesa ha toccato i 32 miliardi di euro, di cui 13 destinati all’acquisto di sistemi d’arma — una cifra più che raddoppiata rispetto al 2013.
In questo contesto, la Commissione europea ha lanciato nel marzo 2025 il piano ReArm Europe / Readiness 2030, che prevede la creazione di un margine di manovra fiscale aggiuntivo fino a 800 miliardi di euro nei quattro anni successivi. È il segnale più chiaro che l’era post-atlantica ha inaugurato una nuova fase nella politica di bilancio europea: la difesa torna ad essere una variabile endogena, non residuale.
Quanto vale un euro speso per le armi?
Il dibattito politico tende a semplificare: da un lato chi invoca il riarmo come necessità strategica e fonte di occupazione industriale, dall’altro chi denuncia il taglio alle spese sociali come conseguenza inevitabile. Entrambe le posizioni catturano una parte della verità, ma entrambe omettono la complessità che l’analisi economica mette in luce.

Lo strumento chiave per valutare l’impatto della spesa pubblica sulla crescita è il moltiplicatore fiscale: il rapporto tra la variazione del PIL e la variazione della spesa pubblica che la genera. Un moltiplicatore maggiore di 1 significa che ogni euro di spesa pubblica genera più di un euro di crescita economica grazie all’effetto a catena sugli altri settori. Un moltiplicatore inferiore a 1 segnala invece una spesa parzialmente «dispersa» rispetto al circuito produttivo interno.
Un lavoro di ricerca pubblicato nel 2025 da BBVA Research — Buy Guns or Buy Roses?: EU Defence Spending Fiscal Multipliers — offre una delle stime più aggiornate e metodologicamente solide disponibili sul tema europeo. Lo studio, basato su dati di spesa accrual per i 27 Paesi dell’UE, stima che un incremento della spesa per la difesa pari all’1% del PIL aumenti il PIL dei Paesi UE dell’1,4% nel primo anno, con un picco dell’1,6% nel secondo anno, per poi convergere verso zero nel medio termine.
Il risultato, sorprendente per molti, è che nel breve periodo i moltiplicatori della spesa militare sono comparabili — e in alcuni casi superiori — a quelli della spesa non militare. Tuttavia, il dato aggregato nasconde una differenza cruciale: conta enormemente cosa si compra. Gli investimenti in capitali fisici — procurement di sistemi d’arma avanzati, infrastrutture, tecnologie duali — mostrano moltiplicatori significativamente più elevati rispetto alla spesa corrente per il personale militare, che non supera 0,8.
Welfare, istruzione, sanità: un confronto di lungo periodo
La letteratura economica sugli investimenti sociali è più consolidata e orientata al lungo termine. Secondo le elaborazioni su dati UE, il moltiplicatore fiscale della spesa sanitaria si attesta in media intorno a 4,32 e quello dell’istruzione raggiunge 8,24 in un orizzonte di lungo periodo. Valori che si spiegano con la natura strutturale di questi investimenti: la sanità e l’istruzione aumentano la produttività della forza lavoro, riducono i costi sociali nel lungo periodo e generano un tessuto economico più resiliente.

I valori 4,32 e 8,24 provengono da elaborazioni citate nel rapporto Greenpeace 2023; rappresentano stime di lungo periodo con metodologie che possono differire da quelle di altri modelli. Richiedono verifica e decisione editoriale prima della pubblicazione definitiva.
Il rapporto L’Europa delle armi commissionato da Greenpeace Italia, Germania e Spagna ha quantificato il confronto in termini di impatto industriale diretto: 1 miliardo di euro investito nell’acquisto di armamenti genera un aumento della produzione interna di circa 741 milioni — un moltiplicatore inferiore a 1. Lo stesso miliardo investito in istruzione o welfare avrebbe un effetto quasi doppio.
Sul fronte occupazionale il divario è ancora più netto: 3.000 nuovi posti di lavoro generati dalla spesa per le armi diventerebbero quasi 14.000 nell’istruzione, oltre 12.000 nella sanità, e circa 10.000 nella protezione ambientale.
È doveroso sottolineare che queste stime provengono da un’organizzazione con una posizione esplicitamente critica verso la spesa militare, e che i modelli utilizzati tendono a privilegiare l’orizzonte di lungo periodo. Il quadro complessivo, comunque, converge verso una conclusione condivisa dalla letteratura accademica indipendente: la spesa sociale tende a generare effetti economici più duraturi e trasversali nel medio-lungo periodo, mentre la spesa militare può avere un impatto di domanda più immediato ma meno persistente.
Le esternalità positive che i modelli non catturano
Un’analisi onesta non può ignorare le esternalità positive della spesa militare che non trovano espressione immediata nei moltiplicatori fiscali tradizionali.
Sul fronte della sicurezza, la deterrenza produce un bene pubblico il cui valore economico — la riduzione del rischio di conflitto e la stabilizzazione degli scambi commerciali — è difficile da monetizzare ma reale. I Paesi che hanno scelto di ridurre al minimo la spesa militare negli ultimi trent’anni hanno beneficiato del “dividendo della pace”, ma a condizione che altri portassero il peso della sicurezza collettiva: un modello che le attuali tensioni geopolitiche stanno mettendo strutturalmente in discussione.

Sul fronte tecnologico, la storia offre esempi rilevanti: GPS, Internet, radar e molti materiali avanzati sono prodotti collaterali della ricerca militare. La letteratura economica documenta un effetto positivo della spesa in R&S militare sulla produttività privata nel lungo periodo. Tuttavia, questo vale principalmente per la componente di ricerca e sviluppo, non per l’acquisto di sistemi d’arma convenzionali.
La spesa in welfare genera a sua volta esternalità difficili da quantificare ma strutturalmente rilevanti: una popolazione in salute lavora di più e meglio; un sistema di istruzione efficiente innalza la produttività totale dei fattori; reti di protezione sociale adeguate riducono la conflittualità interna e sostengono i consumi nei periodi di contrazione economica.
Valutazioni
“Nel breve periodo i moltiplicatori associati alla spesa per la difesa sono significativamente più elevati rispetto a quelli della spesa non militare; la composizione della spesa e le condizioni macroeconomiche prevalenti sono fattori determinanti nell’influenzare questi effetti.”
David Sarasa Flores, Agustín García-Serrador e Camilo Ulloa, BBVA Research, Buy Guns or Buy Roses?: EU Defence Spending Fiscal Multipliers, luglio 2025.
“Investire in armi è un cattivo affare per la pace e l’economia. L’Italia cresce puntando su ambiente, istruzione e sanità.”
Greenpeace Italia, rapporto L’Europa delle armi, 2023.
“Nel medio-lungo periodo, una maggiore spesa militare può mettere sotto pressione i conti pubblici e richiedere scelte difficili. In molti casi il riarmo viene finanziato tramite debito, rendendo necessarie politiche di consolidamento fiscale negli anni successivi.”
Czech National Bank, Economic impacts of defence spending in Europe: between growth and fiscal burden, 2025.
Una questione mal posta
La contrapposizione cannoni-burro, per quanto evocativa, è intellettualmente fuorviante. Le economie avanzate non operano in un regime di scarsità assoluta tale da imporre scelte binarie tra ospedali e carri armati: operano in contesti di vincolo di bilancio che ammettono aggiustamenti graduali, finanziamento in deficit, ridistribuzione delle priorità nel tempo.

Nessun governo europeo sta davvero scegliendo tra un ospedale e un carro armato; sta scegliendo quante risorse aggiuntive allocare a ciascuna funzione, e su quale orizzonte temporale.
Ciò che l’economia insegna è che la spesa militare non è necessariamente il nemico del welfare, né il welfare è il nemico della sicurezza. Le questioni rilevanti sono ben più precise: qual è la composizione ottimale della spesa difesa tra ricerca, personale e procurement? Quanto della nuova spesa militare può avere ricadute dual-use sull’economia civile? Come si distribuisce il costo del riarmo nel tempo — e su chi?
Le risposte a queste domande determinano se un aumento della spesa difesa erode la capacità di investimento sociale oppure si integra con essa in un progetto coerente di sviluppo. Il dibattito pubblico, dominato da slogan e semplificazioni, ha bisogno di questa complessità.
Pertini e Göring rappresentano due visioni del mondo inconciliabili — ma per decidere come allocare il bilancio pubblico nel 2026, né l’ideologia della pace né quella della potenza militare bastano da sole. Servono dati, modelli e, soprattutto, l’onestà intellettuale di riconoscere che le esternalità positive di entrambe le categorie di spesa dipendono, più di ogni altra cosa, da come si spende — non solo da quanto.
Foto: EDA, Dassault, Airbus, Ministero Difesa Britannico e Esercito Italiano
Luca GabellaVedi tutti gli articoli
Consulente specializzato nell'analisi e nell'esecuzione di operazioni internazionali a favore delle aziende europee. Laureato in Scienze Politiche Internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e con un Master of Science (MSc.) in Middle East Politics presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra. Con quasi venti anni di esperienza di lavoro negli Stati Uniti, Svizzera, Regno Unito, Iraq ed Emirati Arabi Uniti, ha uno spiccato interesse per le dinamiche politiche, economiche e di sicurezza nell'area del Mediterraneo allargato. Sito internet: https://www.mandati-internazionali.eu/.








