Operazioni USA contro l’Iran: l’inquietante attualità di Millennium Challenge 2002

 

 

Al culmine di lunghe trattative con le massime autorità di Tel Aviv e Beirut, il presidente Trump ha proclamato ufficialmente l’entrata in vigore del cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e Libano, nell’ambito di un’intesa che «si spera determini progressi verso un accordo di pace parallelo tra Stati Uniti e Iran». Teheran, dal canto suo, ha annunciato la riapertura indiscriminata – ma solo per naviglio civile – dello Stretto di Hormuz fino alla scadenza della tregua con gli Stati Uniti, a condizione che le navi si coordinino con i Pasdaran e che Washington scongeli determinati beni iraniani immobilizzati.

La comprensibile ondata di ottimismo che ne è scaturita sconta la totale diffidenza del Consiglio di Sicurezza russo, il quale ha diramato un comunicato in cui si afferma che Stati Uniti e Israele potrebbero sfruttare i colloqui di pace come copertura per i preparativi di un’operazione terrestre in Iran.

L’osservazione scaturisce dal massiccio trasferimento di forze nella regione mediorientale ad opera del Pentagono. Qui, si evince dai dati forniti dal Joint Central Command, sono ormai acquartierati più di 50.000 soldati statunitensi, inclusi 2.500 marines dell’11º Corpo di Spedizione e più di 1.200 combattenti provenienti dalla 82° Divisione Aviotrasportata, dalla Delta Force e dal 75º Reggimento Ranger.

Si registra inoltre l’arrivo di un gruppo d’assalto anfibio guidato dalla Uss Boxer e di un gruppo d’attacco guidato dalla portaerei multiruolo a propulsione nucleare USS George H.W. Bush. Il Consiglio di Sicurezza russo sottolinea con particolare enfasi la presenza di circa 500 aerei dell’US Air Force, inclusi 250 velivoli da combattimento  oltre a più di 20 navi della Marina.

Ne consegue che, avverte il Consiglio di Sicurezza russo, «dovremmo aspettarci azioni attive da parte delle forze della coalizione». Gli Stati Uniti potrebbero quindi riattivare la campagna di bombardamento dell’Iran, e addirittura tentare operazioni di terra nella cruciale isola di Kharg o in alcune isole che sorgono all’imboccatura dello Stretto di Hormuz.

Ieri la US Navy ha colpito e sequestrato una nave battente bandiera iraniana per aver tentato di superare il blocco navale imposto dagli Stati Uniti, come ha annunciato Donald Trump via social. Si tratta del mercantile Touska, “lungo quasi 900 piedi e pesante quasi quanto una portaerei”, che “ha tentato di superare il nostro blocco navale, e per loro non è andata bene“, ha scritto Trump.

 “Il cacciatorpediniere lanciamissili della Marina statunitense USS Spruance ha intercettato la Touska nel Golfo di Oman, e ha dato loro un avvertimento leale di fermarsi. L’equipaggio iraniano si è rifiutato di obbedire, così la nostra nave della Marina li ha fermati di netto aprendo un foro nella sala macchine”, si legge nel post.

“In questo momento, i Marines statunitensi hanno la custodia la nave. La nave Touska è sotto sanzioni del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti a causa della sua precedente storia di attività illegali. Abbiamo la piena custodia della nave, e stiamo verificando cosa c’è a bordo!”, ha aggiunto il presidente Usa.

 

Millennium Challenge 2002

Lo Stato Maggiore statunitense si prepara a questo genere di scenario quantomeno dal 2002, anno in cui andò in scena Millennium Challenge 2002. Vale a dire la più imponente esercitazione militare mai organizzata fino ad allora dalle forze armate statunitensi, commissionata dal Congresso con la finalità, spiega il politologo Micah Zenko nel suo libro Red Team. How to succeed by thinking like the enemy, di «esplorare le sfide del combattimento a livello operativo che le forze armate congiunte degli Stati Uniti dovranno affrontare dopo il 2010».

Nonché di fornire agli ufficiali statunitensi una «conoscenza dominante del campo di battaglia necessaria a condurre operazioni rapide e decisive contro gli avversari del futuro».

Si trattava di teorie non ancora collaudate ma contestuali a quella “rivoluzione negli affari militari” di cui il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e documenti cruciali come il Rebuilding America’s defenses del Project for a New American Century reclamavano urgentemente l’attuazione. Millennium Challenge 2002 le avrebbe messe alla prova nel corso di tre settimane estive del 2002.

Il Comandante del Joint Force Command, generale William Kernan, riassunse le aspettative generali riposte nell’esercitazione nei seguenti termini: «Millennium Challenge 2002 è la chiave per la rivoluzione negli affari militari».  Sviluppata nell’arco di due anni con un esborso complessivo di 250 milioni di dollari, Millennium Challenge 2002 ha coinvolto 13.500 militari provenienti da 17 siti di simulazione e nove siti di addestramento con forze reali.

L’esercitazione era ambientata nel 2007 e prevedeva uno scenario anti-access/anti-denial caratterizzato dalla contrapposizione tra una squadra blu, rappresentativa degli Stati Uniti, e una squadra rossa facente capo a un non meglio specificato “Stato canaglia” dotato di sbocco sul Golfo Persico che praticamente tutti hanno identificato nell’Iran.

La squadra blu, guidata dal generale dello US Army Burwell B. Bell e composta da 350 ufficiali, aveva il compito di mettere in sicurezza delle rotte marittime, distruggere gli impianti di produzione di armi di distruzione di massa nella disponibilità del nemico e scompaginare definitivamente i suoi progetti di egemonia regionale.

Il comando della squadra rossa, molto più debole sotto il profilo militare e tecnologico, era stato invece affidato a Paul Van Riper, generale sessantaquattrenne a riposo del Corpo dei Marines con alle spalle 41 anni di servizio.

 

Paul Van Riper al comando dello “Stato canaglia”

Formatosi presso la Scuola di Guerra Anfibia dei Marines, il Collegio di Comando e Stato Maggiore della Marina, l’Accademia di Guerra dell’Esercito e le Scuole di Paracadutismo e Ranger, Van Riper (nella foto sotto) aveva combattuto in Vietnam guadagnandosi il Purple Heart (decorazione assegnata ai feriti in combattimento) per poi scalare i ranghi delle forze armate fino a ottenere tre stelle e partecipare con quel grado alla Guerra del Golfo.

Coadiuvato da 90 ufficiali, Van Riper era stato incaricato di fronteggiare con le magre risorse a disposizione la soverchiante potenza militare statunitense, dotata di tecnologie che sarebbero state implementate nell’arco del quinquennio successivo, garantire la sopravvivenza del regime al potere e ridurre la presenza nemica nella regione.

Il generale era stato selezionato non soltanto per il suo curriculum, ma anche per la sua straordinaria capacità di analisi dei conflitti basata sul presupposto che la tecnologia non può sostituire l’intuizione umana.

Nel 2001, Van Riper aveva partecipato all’esercitazione Unified Vision 2001, in cui comandava le forze armate di una anonima potenza regionale priva di sbocco sul mare. Durante uno scontro cruciale contestuale a Unified Vision 2001, Van Riper era stato informato dal personale di controllo chiamato a sovrintendere all’esercitazione che la squadra avversaria, rappresentante degli Stati Uniti, aveva distrutto tutti i 21 missili balistici stivati in profondità in dotazione alla sua fazione, sebbene il comandante della fazione statunitense non fosse riuscito a localizzarli.

Si presumeva semplicemente che gli Stati Uniti avrebbero acquisito le necessarie capacità radar e sensoriali per confermare il successo di attacchi simili contro bunker a grande profondità nell’arco di pochi anni.

Quando, al termine dell’esercitazione, il Joint Force Command presentò un rapporto al Congresso in cui si affermava che Unified Vision 2001 aveva certificato la validità delle concezioni teoriche che si intendeva testare, Van Riper protestò e minacciò di ritirare la propria partecipazione a Millennium Challenge 2002.

Onorò gli impegni presi soltanto nel momento in cui gli fu assicurato che, «l’anno successivo si sarebbe trattato di un’esercitazione libera e onesta». Alla vigilia di Millennium Challenge 2002, il Joint Force Command dichiarò che: «abbiamo una forza avversaria molto, molto determinata, sia nella realtà che nella simulazione […]. Questa è un’esercitazione libera. La forza avversaria ha la possibilità di vincere».

 

L’esercitazione entra nel vivo

Questo non significava che Millennium Challenge 2002 non prevedesse vincoli specifici. Come spiega Zenko: «è prassi comune che le simulazioni militari testino concetti che influenzeranno le future decisioni in materia di personale, addestramento e approvvigionamento. Ad esempio, era previsto un intervallo di sole 36 ore per la componente di irruzione forzata con fuoco reale.

Le forze partecipanti, tra cui quelle dell’82° Divisione Aviotrasportata e del 1° Reggimento Marines, erano state richiamate dai loro normali programmi di addestramento e sarebbero state impiegate solo in concomitanza con le manovre simulate al computer durante tale intervallo di tempo».

Inoltre, «a entrambe le parti era consentito riposizionare le proprie forze durante la notte, periodo in cui nessuna delle due poteva scatenare un attacco. Ma soprattutto, mentre le forze della quadra rossa avrebbero dovuto utilizzare solo un insieme limitato di capacità militari che si prevedeva avrebbero avuto a disposizione nel 2007, alla squadra blu fu consentito di avere rapporti di comando e controllo, reti di comunicazione e capacità militari che il Pentagono non prevedeva di schierare prima del 2007, incluso il laser aviotrasportato».

Uno dei punti vincolati dell’esercitazione era quello di testare un’operazione di terra limitata ad opera della squadra blu. Per renderla attuabile, il generale Bell sottopose alla squadra rossa un ultimatum articolato in otto punti che richiedeva la resa totale della controparte.

Perfettamente consapevole della centralità attribuita dall’amministrazione Bush alla dottrina dell’attacco preventivo, Van Riper giunse alla conclusione che la controparte sarebbe passata all’offensiva di lì a brevissimo. Decise pertanto di rompere gli indugi per primo.

Una volta che le forze statunitensi furono a tiro, le forze di Van Riper scatenarono una raffica di missili da lanciatori terrestri, navi commerciali e aerei che volavano a bassa quota e senza comunicazioni radio per ridurre la loro traccia radar ed evitare intercettazioni nemiche.

La trasmissione degli ordini fu espletata attraverso corrieri in motocicletta, messaggi nascosti nelle preghiere recitate dal muezzin dalla cima dei minareti e addirittura sistemi di illuminazione intermittente opportunamente codificati: tutte vecchie tattiche sperimentate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Parallelamente, sciami di motoscafi carichi di esplosivo e missili da crociera cinesi Silkworm lanciati da alcune delle piccole imbarcazioni della squadra rossa affondavano una portaerei e due portaelicotteri da assalto anfibio.

Le tattiche sfoderate dalla squadra rossa ricordavano il modus operandi sfoggiato nell’ottobre di due anni prima dai miliziani di al-Qaeda nell’attacco allo USS  Cole, un cacciatorpediniere lanciamissili colpito da una piccola imbarcazione carica di esplosivo mentre si apprestava a fare rifornimento nel porto di Aden, in Yemen.

L’esplosione aprì una voragine di circa 12 metri di diametro in prossimità della linea di galleggiamento della Uss Cole, uccidendo 17 marinai statunitensi e ferendone altri 40.

A dispetto del macroscopico precedente verificatosi soltanto due anni prima (ma in condizioni  in cui l’equipaggio del cacciatorpediniere non era in zona di guerra né in stato di prontezza al combattimento e venne colpito da un attentato , non da un attacco militare), la squadra blu non era attrezzata a difendersi adeguatamente da attacchi condotti da un numero elevatissimo di vettori aerei , missilistici e navali (sciami di barchini) in grado di saturare le difese delle navi.

Nell’arco di pochi minuti, le azioni “non ortodosse” condotte dalla squadra rossa agli ordini del generale Van Riper provocarono l’affondamento di 19 navi da guerra e la morte di circa 20.000 marines. Il peggior disastro navale dai tempi di Pearl Harbor.

L’impatto della capacità nemiche di rendere militarmente inutilizzabile un gruppo d’attacco di portaerei, fulcro della US Navy, lasciò sbalorditi la maggior parte dei partecipanti all’esercitazione Millennium Challenge 2002.

Van Riper affermò che nella sala comandi era calato «un silenzio inquietante. Come se nessuno sapesse davvero cosa fare». Il generale Bell riconobbe che le forze nemiche avevano «affondato la mia dannata flotta» e imposto «un tasso di logoramento estremamente elevato. Si è trattato di un disastro, da cui tutti abbiamo imparato una grande lezione».

Senonché, a disastro appena avvenuto, il generale Kernan del Joint Force Command ricevette una telefonata urgente dal generale Gary Luck, incaricato di supervisionare all’esercitazione e garantirne la correttezza.

Luck spiegò a Kernan che «Van Riper ha appena affondato tutte le navi» pregiudicando l’esecuzione della seconda parte dell’esercitazione, che prevedeva l’irruzione forzata con fuoco reale da parte della squadra blu. Le truppe incaricate di eseguirla erano in attesa di ordini a Fort Bragg e presso il Fort Irwin National Training Center. Kernan ricordò che «non avevo molta scelta. Dovevo eseguire l’irruzione forzata». Ordinò quindi a Luck di riportare in linea di galleggiamento le navi virtuali (e virtualmente affondate), ponendo artificiosamente la squadra blu nelle condizioni di respingere i successivi assalti della squadra rossa.

Le forze agli ordini di Van Riper si prepararono quindi a resistere a un assalto anfibio, nella consapevolezza che l’imminente azione nemica avrebbe contemplato l’impiego del V-22 Osprey, velivolo multiruolo a rotori basculanti ancora in fase di sviluppo ma destinato ad entrare in servizio nell’arco del quinquennio successivo. Le due eliche da 11,5 metri di cui era dotato conferivano al V-22 una traccia radar macroscopica e facilmente identificabile anche tramite apparecchiature radar rudimentali.

Nel momento in cui la squadra rossa si apprestava a lanciare missili terra-aria contro i V-22 dello schieramento aggressore, Van Riper fu informato dall’organo di supervisione dell’esercitazione che era vietato aprire il fuoco contro i V-22 o i C-130 da trasporto truppe della squadra blu.

Il generale Luck ordinò inoltre a Van Riper di posizionare i sistemi di difesa aerea in dotazione alla propria squadra allo scoperto, in modo che le forze blu potessero individuarli e distruggerli rapidamente. Nemmeno alle batterie scampate ai raid della squadra blu fu permesso di prendere di mira i velivoli nemici intenti a condurre campagne di bombardamento. Allo stesso modo, la richiesta di Van Riper di utilizzare armi chimiche in possesso alla squadra rossa ricevette esito negativo.

Secondo la ricostruzione di Zenko, di fronte ai pesanti rilievi sollevati da Van Riper rispetto all’atteggiamento tutt’altro che super partes tenuto dai supervisori coordinati da Luck, il generale Kernan spiegò che un ipotetico “Stato canaglia” del Golfo Persico non sarebbe mai ricorso alle tattiche adottate dalla squadra rossa.

Incredulo e amareggiato, Von Riper rassegnò le dimissioni da comandante della squadra rossa dopo sei giorni di esercitazione, limitandosi ad adempiere alle funzioni di consigliere per i restanti 17 giorni.

Durante questo periodo, la squadra blu raggiunse la maggior parte degli obiettivi che le erano stati assegnati, distruggendo le forze aeree e navali nemiche, mettendo in sicurezza le rotte marittime e catturando o neutralizzando le armi di distruzione di massa in possesso della squadra rossa.

Le forze agli ordini del generale Bell non si spinsero fino al cambio di regime, limitandosi a preservare la sopravvivenza della struttura di governo del regime rosso perché giudicata troppo indebolita per continuare a coltivare ambizioni egemoniche sostenibili.

 

Un gioco truccato

Ancor prima della conclusione di Millennium Challenge 2002, Van Riper inviò una e-mail a diversi colleghi in cui si esprimevano forti preoccupazioni in merito all’esercitazione. A suo avviso, la gestione della squadra blu rifletteva una forma mentis eccessivamente dipendente dalla tecnologia, comprensiva di matrici di intelligence avanzate e modalità di valutazione operativa in grado di identificare le vulnerabilità dello schieramento nemico e le sue mosse più probabili attingendo a una vasta gamma di scenari predefiniti.

Per Von Riper, la squadra blu era caduta vittima di un processo decisionale lento e farraginoso, a differenza di quello che aveva concepito per il suo gruppo, basato sul decentramento di compiti funzioni con l’obiettivo di porre quanti più sottoposti possibili nelle condizioni di effettuare scelte appropriate grazie a una rapida capacità di elaborazione cognitiva e a comunicazioni analogiche ma affidabili.

Soprattutto, il generale del Corpo dei Marines in pensione temeva che quanto accaduto nel contesto di Millennium Challenge 2002 sarebbe trapelato ai media, alla luce de risentimento nutrito nei confronti dell’organo di supervisione da molti degli ufficiali che avevano condiviso con lui la gestione della squadra rossa.

I timori di Van Riper si rivelarono fondati. La sua e-mail trapelò per vie traverse alla redazione dell’«Army Times», che ricostruì dettagliatamente l’intera vicenda in un’inchiesta intitolata Esercitazioni militari truccate? Il generale afferma che Millennium Challenge 02 era “prestabilito”.

La reazione alla fuga di notizie fu immediata. Indispettititi nei confronti della denuncia di Van Riper, i vertici del Joint Force Command e del Pentagono affermarono che tutti gli 11 principi operativi che si intendeva sottoporre a test, e che costituivano la base su cui Rumsfeld intendeva edificare il suo progetto di trasformazione tecnologica delle forze armate statunitensi, erano stati convalidati da Millennium Challenge 2002, minimizzando la portata dei successi conseguiti dalla squadra rossa.

Il generale Kernan sostenne che l’esercitazione non riguardava la vittoria o la sconfitta, nonostante le dichiarazioni contrarie rilasciate settimane prima. Il viceammiraglio Martin Mayer, vice di Kernan, annunciò l’intenzione di «smentire chiunque avanzi il minimo sospetto che i risultati dell’esercitazione siano stati manipolati».

Il vicepresidente del Joint Chiefs of Staff, generale Peter Pace, dichiarò categoricamente: «credo fermamente che non ci siano stati trucchi».  Contrariamente alle rassicurazioni, lo stesso Joint Force Command redasse successivamente un rapporto composto da ben 752 pagine rimasto classificato per oltre 10 anni in cui si descrive con dovizia di dettagli come le forze agli ordini di Van Riper avessero colto di sorpresa la squadra blu, in gran parte perché quest’ultima si era attenuta scrupolosamente alle collaudate tattiche militari statunitensi.

Allo stesso tempo, il documento riconosce le notevoli limitazioni e artificiosità intrinseche che hanno caratterizzato Millennium Challenge 2002, orientandone il verdetto a favore della squadra blu.

Al punto che, si legge in conclusione del rapporto, «con il progredire dell’esercitazione, il margine di manovra della squadra rossa è stato gradualmente limitato al punto che l’esito finale è stato predeterminato. Questa predeterminazione ha garantito la vittoria operativa della squadra blu».

Dal canto suo, Van Riper vergò di suo pugno una critica di 21 pagine – puntualmente classificata e desecretata di recente – in merito a Millennium Challenge 2002, dichiarando al quotidiano britannico The Guardian che «non si è imparato nulla da quanto accaduto. Una cultura che non è disposta a pensare a fondo e a mettersi alla prova non è di buon auspicio per il futuro».

Un auspicio forse non del tutto vano. Ieri il Wall Street Journal ha scritto che Donald Trump non ha appoggiato l’idea di conquistare l’isola iraniana di Kharg, temendo un numero significativo di vittime tra i soldati americani. Il Presidente si oppose all’invio di soldati nonostante gli fosse stato assicurato che la missione avrebbe avuto successo e che la conquista dell’isola avrebbe garantito agli Stati Uniti l’accesso allo stretto.

Ma temeva perdite americane inaccettabilmente elevate. “Sarebbero facili bersagli”, avrebbe detto Trump, secondo le fonti citate dal WSJ. Le stesse fonti affermano che Trump avrebbe urlato contro i suoi collaboratori per diverse ore dopo aver appreso che un aereo statunitense era stato abbattuto in Iran e che due piloti risultavano dispersi. Ha preteso che venisse subito organizzata una missione di recupero perché, sempre secondo le stesse fonti, ossessionato dalle immagini della crisi degli ostaggi americani in mano agli iraniani del 1979.

Foto: NBC News, National Security Archive, Enziklopadie des Islam, Boeing, Tasnim, US Marine Corps e US Navy

 

 

Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli

Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).

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