Iran: come i giornali fabbricano la guerra

di Roberto Vivaldelli – Giornalista InsideOver
È partita l’operazione mediatica e psicologica di massa per convincere l’opinione pubblica europea e le sue classi dirigenti a sostenere Usa e Israele nella guerra senza fine contro la Repubblica Islamica. Non caschiamo nell’inganno della macchina bellicista.
Come ha spiegato il professor John J. Mearsheimer nel suo saggio Verità e bugie nella politica internazionale (Luiss), «l’allarmismo ha giocato un ruolo fondamentale nella politica estera statunitense degli ultimi settanta anni».
Lo studioso osserva inoltre che almeno tre amministrazioni – quella di Franklin Roosevelt, quella di Johnson e quella di George W. Bush – «hanno adoperato questa strategia nella speranza di trascinare in guerra il popolo riluttante».

Questa strategia, tuttavia, può essere indirizzata non solo all’opinione pubblica domestica, ma anche a quella dei Paesi alleati e dei partner regionali.
È un meccanismo antico, raccontato anche da Orson Welles in Quarto potere: chi controlla il racconto può contribuire a costruire la realtà politica.
Allarmismo, dicevamo. Ciò che sta accadendo in queste ore con l’Iran è un caso da manuale di manipolazione mediatica e di minaccia gonfiata ad arte, nella speranza di convincere non solo le opinioni pubbliche europee, ma anche le rispettive classi dirigenti e le élite, a sostenere Washington in un conflitto – iniziato lo scorso 28 febbraio – dal quale l’amministrazione Trump, trascinata da Israele, non sembra in grado di uscire.
La situazione è senza dubbio drammatica. Facciamo il punto della situazione: i negoziati per la riapertura dello Stretto si sono interrotti.
La scorsa settimana la Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, ha promosso esponenti della linea dura ai vertici della sicurezza e delle forze armate.
Il 18 agosto Trump ha dichiarato che con Teheran «non ci sono colloqui o conversazioni in corso, né programmati».
E Hormuz? secondo i dati di Kpler e altri tracker, i transiti di navi commerciali (soprattutto petroliere e cargo) sono ridotti a una manciata al giorno, contro una media pre-crisi di circa 100-140 navi/giorno. Di fatto è quasi del tutto bloccato.
rMa torniamo all’allarmismo. Il 19 agosto, il Financial Times, l’autorevole quotidiano di riferimento della finanza anglo-sassone e dunque dell’élite economica e finanziaria, ha pubblicato un articolo a firma di Najmeh Bozorgmehr, la corrispondente da Teheran della testata e di Andrew England, Middle East Editor del FT, nel quale, citando delle «fonti vicine al regime», l’Iran starebbe «valutando la possibilità di attaccare obiettivi militari statunitensi in Europa qualora Donald Trump intensificasse la guerra».
In particolare, il Financial Times riporta che «due fonti interne al regime» avrebbero riferito alla stessa che le forze iraniane «hanno valutato la possibilità di colpire obiettivi statunitensi in Paesi dell’Europa sudorientale» come la Bulgaria, che il mese scorso «ha approvato l’utilizzo della sua base aerea di Bezmer per il rifornimento in volo di aerei statunitensi».
«Una delle fonti interne» ha aggiunto che Cipro, dove una base aerea britannica è stata colpita da un drone a marzo, «è anch’essa tra i potenziali obiettivi di rappresaglia in caso di una nuova offensiva statunitense».
Chiaramente nulla è impossibile, tantomeno in un’ipotetica e tragica escalation dagli esiti imprevedibili. Tuttavia, come ha notato anche il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, intervenuto su La7, un conto è colpire le basi statunitensi nel Golfo, come fatto sin qui, e un altro è attaccare le basi americane in Europa. Pertanto, come ha spiegato lo stesso Caracciolo, tali minacce non sono da prendere troppo sul serio, almeno per ora.
Ciò che colpisce in questa vicenda, però, è come i media abbiano ripreso la notizia: senza alcun tipo di cautela – e di filtro – in un’operazione allarmistica che sembra volta a convincere l’Ue a intervenire contro Teheran. Ciò che gli Stati Uniti e Israele vogliono sin dall’inizio. Trump ha più volte lamentato, a suo dire, lo scarso supporto degli alleati europei in un conflitto che ha provocato una crisi economica, energetica e alimentare globale.
Il giornalista e storico reporter di guerra Alberto Negri ha colto nel segno: «Scoop alla ricerca d’autore», ha scritto sui suoi canali social. «Le minacce iraniane di colpire basi Usa in Europa sono riportate in prima pagina dai maggiori quotidiani italiani senza mai citare la fonte, se non all’interno: ovvero il Financial Times. Nessuno dei principali giornali americani ha pubblicato in prima pagina questo scoop del quotidiano britannico».

Come nota Negri, le prime pagine dei più importanti quotidiani italiani rilanciano con enfasi le «minacce iraniane» contro l’Europa (dunque anche contro l’Italia), quando in realtà l’articolo del FT parla esplicitamente di Bulgaria e Cipro.
Peraltro, trattandosi di non meglio identificate «fonti anonime» e non di una dichiarazione ufficiale della Repubblica Islamica, un minimo di cautela sarebbe stata d’obbligo: almeno ufficialmente, Teheran non ha minacciato nessuno e andrebbe perlomeno ricordato.
Che poi, come già ribadito, una pericolosa escalation possa condurre anche a un ipotetico attacco alle basi americane in Europa non è impossibile, ma resta sullo sfondo un’ipotesi remota. Per scongiurarla, però, servirebbe mettere in campo la diplomazia, senza cadere nella trappola di Usa e Israele, che punterebbero a coinvolgere il Vecchio Continente in una guerra disastrosa da cui l’Italia dovrebbe invece restare fuori.
A proposito di media e potere, racconto nel vocale su WhatsApp la storia dell’Hanover Institute: un finto think tank pagato 900mila dollari da Israele per condizionare le risposte di ChatGPT e compagni.
Il ruolo dei giornali, in vicende come questa, merita una riflessione. Perché con la guerra non si scherza. Quando i media preparano l’opinione pubblica alla guerra, stanno ancora raccontando i fatti o stanno contribuendo a crearli?
Roberto Vivaldelli è esperto di comunicazione e relazioni internazionali, è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali.
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