Ue e Italia sono le più penalizzate dal caro-energia

 

 

L’Unione europea è l’area che ha sostenuto il maggiore costo aggiuntivo per l’importazione di combustibili fossili durante i primi sei mesi della crisi di Hormuz, con 78 miliardi di dollari, davanti a Cina con 35 miliardi e India con 22 miliardi.

È quanto emerge dall’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), che misura la differenza tra i prezzi effettivamente pagati tra marzo e agosto e quelli attesi dai mercati prima degli attacchi all’Iran. Considerando il saldo tra maggiori costi degli importatori e maggiori ricavi degli esportatori, l’Ue ha registrato un aggravio netto di 54 miliardi di dollari.

L’Asia orientale ha sostenuto un costo netto di 49 miliardi. Al contrario, il Medio Oriente ha beneficiato di un saldo positivo di 61,2 miliardi, il Nord America di 47 miliardi e la Russia di 35,9 miliardi. Il rapporto del CREA (citato dall’Agenzia GEA) sottolinea che per l’Europa il dato netto è comunque “conservativo”, perché non comprende il gas trasportato attraverso i gasdotti. I compratori europei pagano prezzi legati agli stessi hub di riferimento che hanno registrato forti aumenti durante la crisi.

Dallo studio emerge che Il diesel è stato uno dei prodotti più colpiti dalla crisi di Hormuz, con prezzi medi del 59% superiori alle aspettative prebelliche tra marzo e agosto. Secondo il CREA il differenziale è rimasto oltre il 55% in cinque dei sei mesi considerati, dopo essere sceso al 43% a giugno per poi risalire al 64% a luglio e al 65% ad agosto.

Il prezzo medio del diesel nei sei mesi è stato di 161 dollari al barile, contro i 101 dollari previsti dai mercati prima della guerra. L’impatto è particolarmente rilevante perché il diesel è utilizzato nei trasporti, nell’agricoltura e nell’industria e quindi può trasferire l’aumento dei costi energetici lungo l’intera economia. A differenza del greggio, il cui premio rispetto alle attese è sceso dal 50% di maggio al 22% di agosto, il differenziale del diesel non ha mostrato un analogo ridimensionamento.

Secondo il Crea, 134 Paesi hanno registrato un aumento del valore netto delle importazioni di diesel e gasolio durante i sei mesi della crisi.

Secondo i dati diffusi ieri da Confederazione Nazionale Artigianato e Piccola Impresa (CNA) il conto energetico che la guerra in Iran presenta all’Italia è di quasi 12 miliardi di euro in sei mesi.. Tra il primo marzo e il 31 agosto, il maggiore esborso per carburanti, energia elettrica e gas è stimato in circa 11,8 miliardi di euro rispetto ai livelli precedenti all’esplosione della crisi.

Un conto che grava sulle famiglie e sulle imprese e che per oltre la metà è riconducibile alla mobilità. La CNA stima, infatti, in circa 5,8 miliardi di euro il maggiore costo di benzina e gasolio nel semestre.

I dati di luglio confermano la forte domanda di benzina, che ha raggiunto 900mila tonnellate, il livello più elevato degli ultimi sedici anni e il 3,1% in più rispetto allo stesso mese del 2025. Il gasolio per autotrazione registra invece una flessione dell’8,4%. A luglio i prezzi medi si sono attestati a 1,908 euro al litro per la benzina e 2,027 euro per il gasolio.

La riduzione dei consumi di gasolio ha quindi attenuato il conto, ma non è riuscita a compensare l’aumento dei prezzi. La componente carburanti rappresenta da sola circa la metà del maggiore costo energetico stimato dalla CNA.

Pesante anche la bolletta elettrica. Il maggiore esborso accumulato nel semestre è stimato nell’ordine di 3,7-3,8 miliardi di euro. I dati mostrano peraltro che lo shock dei prezzi non si è accompagnato a una contrazione della domanda. A luglio il fabbisogno elettrico italiano ha raggiunto il massimo storico per il mese, 32,5 TWh, in aumento dell’8,3% rispetto a luglio 2025. E le tensioni non sono ancora rientrate. Le ultime quotazioni disponibili sul mercato elettrico continuano a mostrare valori molto elevati anche nella seconda parte di agosto.

A completare il conto è il gas consumato direttamente da famiglie e imprese, per il quale la CNA stima un maggiore costo nell’ordine di 2-2,2 miliardi di euro. Il risultato è un maggiore esborso complessivo stimato in circa 11,8 miliardi di euro tra il primo marzo e il 31 agosto. Per attenuare gli effetti dello shock sono stati inoltre mobilitati oltre 2,3 miliardi di euro di interventi pubblici, tra riduzioni delle accise, crediti d’imposta e altre misure. Per le piccole imprese l’impatto è particolarmente pesante. Hanno minori possibilità rispetto alle aziende di maggiori dimensioni di proteggersi dalle oscillazioni dei mercati energetici, una minore capacità contrattuale negli acquisti e maggiori difficoltà a trasferire gli aumenti dei costi sui prezzi finali.

Quasi 12 miliardi in appena sei mesi rappresentano una tassa energetica straordinaria sull’economia italiana. Occorre evitare che le conseguenze di una crisi geopolitica si traducano in un nuovo freno alla competitività, agli investimenti e alla crescita, proprio mentre il sistema delle piccole imprese ha bisogno di stabilità e di costi energetici sostenibili.

(con fonti CREA, GEA e CNA)

Foto CNA

 

 

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