La Corea del Sud valuta il dispiegamento di forze militari a Hormuz

Seul starebbe valutando, con estrema cautela, un possibile dispiegamento militare, a fronte delle pressioni statunitensi, e per questo ha inviato ad Abu Dhabi una delegazione governativa composta da funzionari del Ministero della Difesa e del Ministero e del Esteri, incaricata di valutare la situazione della sicurezza dello Stretto di Hormuz.
Il gruppo ha effettuato una valutazione in loco della situazione generale, sia sotto il profilo della sicurezza che quello operativo esaminando basi militari e porti chiave, nonché le condizioni logistiche e altri aspetti rilevanti.
La missione è stata condotta in modo riservato, mentre Seul riflette attentamente sul ruolo che potrebbe svolgere per garantire un passaggio libero e sicuro lungo questa rotta marittima cruciale, nel contesto del conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran.

L’invio della delegazione è stato ampiamente interpretato come un segnale dell’orientamento di Seul verso un possibile dispiegamento militare per unirsi alle operazioni a guida statunitense nella regione, provocando un’immediata reazione negativa da parte di Teheran. Anche il Ministero della Difesa, tuttavia, ha sottolineato che l’invio della delegazione non significa che il dispiegamento avrà seguito, affermando che il suo scopo era esclusivamente quello di valutare l’ambiente e le condizioni di sicurezza nell’area dello stretto.
La questione del potenziale dispiegamento rappresenta una sfida diplomatica per Seul, dato che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump sta sollecitando il suo alleato a impegnare forze e risorse militari a sostegno delle operazioni USA nell’area.

Nel potenziale elenco di risorse militari da schierare, potrebbero figurare un aereo da pattugliamento marittimo P-8A, una nave di supporto logistico e squadre per lo smaltimento di ordigni esplosivi. Per quanto riguarda la nave di supporto logistico, inizialmente considerata una delle opzioni principali, secondo quanto riportato, sarebbe ora scivolata in fondo alla lista, poiché richiederebbe un equipaggio di oltre 100 persone per essere operativa, oltre a trattarsi di un mezzo ormai datato.
La missione mette in luce il dilemma che Seoul deve affrontare: sostenere un importante alleato in materia di sicurezza ed evitare di essere trascinata in un conflitto che non ha provocato. Alcuni osservatori sostengono che qualsiasi dispiegamento dovrebbe essere posticipato, limitato e attuato nell’ambito di una coalizione più ampia, anziché sotto comando statunitense.

Tuttavia, qualsiasi decisione ufficiale richiederebbe le deliberazioni del Consiglio per la Sicurezza Nazionale (NSC) e del governo, l’approvazione del presidente e l’autorizzazione del parlamento: un iter che, secondo gli osservatori, potrebbe richiedere fino a un anno.
Il governo sudcoreano, nel tentativo di soddisfare almeno in parte le richieste del presidente Trump, starebbe valutando una situazione di per sé già molto complessa, tenendo conto di numerosi fattori, al fine di non compromettere gli interessi nazionali fondamentali e di rispettare i vincoli legali della Corea del Sud.
Seul sembra adottare un approccio più prudente anche se Washington sta aumentando la pressione con le proprie richieste di dispiegamento militare in un contesto caratterizzato da un crescente sentimento negativo anche all’interno del governo e del partito al potere.
Come riportato da Analisi Difesa, a metà del mese scorso Trump aveva dichiarato con particolare veemenza: “Non possiamo andare in giro a proteggere tutti quei Paesi, soprattutto quelli che non vogliono aiutarci. Spendiamo miliardi di dollari all’anno per aiutarli e, quando ci servono non ci sono”, riferendosi al mancato intervento di Seul al fianco di Washington nella guerra contro l’Iran.

Da parte iraniana, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha fatto sapere, il 7 settembre scorso, che «La presenza militare o la partecipazione operativa di altre nazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz verrebbero inevitabilmente considerate come un sostegno diretto alla parte che compie atti di aggressione e porterebbero a gravi conseguenze».
Secondo Cho Yong-kun, docente di Scienze militari presso la Facoltà di Servizi Pubblici dell’Università di Kyungnam, una soluzione migliore per Seul potrebbe essere quella di unirsi alla coalizione multilaterale proposta da Regno Unito e Francia una volta raggiunto un cessate il fuoco.
In passato, la Corea del Sud ha partecipato con circa 320.000 soldati alla guerra del Vietnam, costituendo la seconda forza militare straniera più numerosa dopo quella statunitense. Da allora, le missioni all’estero di Seul si sono concentrate principalmente su operazioni umanitarie e di mantenimento della pace; tra queste figurano l’invio di 600 tra medici militari e genieri nel sud dell’Iraq nel 2003 e della Divisione Zaytun, composta da circa 3.600 effettivi, nel nord dell’Iraq nel 2004, per attività di ricostruzione non bellica e assistenza sanitaria.

Si prevede che la Corea e gli Stati Uniti terranno il loro principale dialogo sulla difesa a Busan la prossima settimana, secondo fonti vicine alla questione. Sebbene il contributo relativo a Hormuz non sia nell’agenda ufficiale del Korea-U.S. Integrated Defense Dialogue, Washington potrebbe sollevare la questione durante l’incontro.
Seul sta portando avanti negoziati con Washington su importanti questioni di sicurezza, tra cui le capacità di arricchimento dell’uranio, la fornitura di combustibile nucleare per i suoi sottomarini a propulsione nucleare, attualmente, in fase di progettazione e il trasferimento del controllo operativo in tempo di guerra.
Foto Marina Sud Coreana
Elvio RotondoVedi tutti gli articoli
Nato a Cassino nel 1961, militare in congedo, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali. Si occupa di Country Analysis. Autore del Blog 38esimoparallelo.com, collabora con il Think Tank internazionale “Il Nodo di Gordio”. Alcuni suoi articoli sono stati pubblicati su “Il Giornale.it", “Affari Internazionali”, “Geopolitical Review”, “L’Opinione”, “Geopolitica.info”.








