Siria: il rebus dell’attacco limitato

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“Non sarà un altro Iraq o un altro Afghanistan. Qualsiasi azione sarà limitata, in termini di portata e di tempo”. Barack Obama  lo sta ripetendo all’infinito per rassicurare l’opinione pubblica interna e il Congresso che non vi sarà il coinvolgimento di truppe americane sul territorio siriano. Difficile però garantire che un attacco contro Damasco, anche se limitato, non porterà a risposte, conseguenze  o rappresaglie che allargheranno il conflitto. I pianificatori del Central Command sembra abbiano preparato  un piano d’attacco incentrato soprattutto sull’impiego di missili da crociera Tomahawk lanciati da navi e sottomarini (almeno 4 cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e 2 sottomarini d’attacco: uno classe Los Angeles e forse il Florida, l’ex SSBN classe Ohio trasformato in lanciamissili Tomahawk) ma hanno spostato nel Mar Rosso la portaerei Nimitz dotata di cacciabombardieri F-18 e messo in allarme le basi aeree in Turchia, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita per far fronte a possibili allargamenti ed estensioni del conflitto.

Un’ulteriore unità statunitense, la nave da trasporto anfibio San Antonio con a bordo centinaia di marines è posizionata nel Mediterraneo Orientale   “per precauzione”  anche se non è previsto l’impiego di marines sul territorio siriano. In realtà il ruolo della San Antonio, che imbarca una mezza dozzina di elicotteri cargo CH-46 e convertiplani MV-22 Osprey, potrebbe essere legato alla necessità di evacuare cittadini e diplomatici statunitensi dal Libano o da altri Paesi della regione in caso dei pericoli determinati dalle conseguenze dell’attacco a Damasco.  Nelle basi turche e arabe (ma forse anche a Suda Bay, sull’isola di Creta) sono schierati Awacs, aerei da guerra elettronica, tanker, cargo, cacciabombardieri F-15, F-16 e bombardieri B-1 ma possono venire mobilitati in breve tempo anche i B-52 e i B-2 che decollerebbero dagli Stati Uniti. I timori che l’opzione bellica sfugga di mano non hanno fermato il continuo aggiornamento dei bersagli reso necessario dal fatto l’effetto sorpresa è del tutto svanito e le forze siriane hanno avuto tutto il tempo di riposizionare e disperdere sul terreno comandi e reparti. Soprattutto quelli interessati all’impiego delle armi chimiche e dei missili balistici ai quali è legata la deterrenza di Damasco e la capacità di scatenare rappresaglie contro  i Paesi vicini che appoggiano i ribelli e sostengono l’intervento statunitense.

 

 

 

 

 

 

 

 

I targets
Volendo dare credito alle affermazioni della Casa Bianca secondo cui le incursioni americane non puntano a rovesciare Bashar Assad né a favorire i ribelli ma solo al “degrado delle capacità siriane di impiegare armi chimiche” (come hanno riferito fonti militari al New York Times) tra la cinquantina di obiettivi primari dovrebbero esserci i centri di ricerca per le armi di distruzione di massa di Damasco, le fabbriche chimiche di Latakia, al-Safira, Homs, Palmira, Cerin e Hama. Nel mirino anche le basi dei reparti d’artiglieria dotati di munizioni e testate chimiche situate nei sobborghi di Damasco e al-Safira. Sotto tiro anche le unità lealiste che secondo le accuse sarebbero state coinvolte nell’attacco chimico del 21 agosto e cioè la brigata di artiglieria 155 che fa parte della Quarta divisione della Guardia Repubblicana schierata a Damasco guidata da Maher Assad, fratello del presidente. Colpire i reparti e i mezzi siriani dispersi e occultati sul terreno o in bunker sotterranei amplierà il numero di obiettivi da colpire probabilmente anche con il supporto dei missili da crociera Scalp impiegati dai cacciabombardieri Rafale francesi imbarcati sulla portaerei De Gaulle ma rischierati anche negli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti occidentali a Gerusalemme anche “basi aeree e siti dell’aviazione dell’Esercito del regime” saranno tra gli obiettivi dell’attacco militare non escludendo che i raids “possano essere anche diretti contro postazioni militari in Siria controllate da Hezbollah”. Indiscrezioni indicano tra i target del blitz statunitense anche i comandi dei tre corpi d’armati dell’esercito siriano a Damasco, Aleppo e Zabadani, sedi governative, del partito Baath e delle strutture di intelligence del regime. Fonti del Pentagono citate dal New York Times valutano che saranno attaccati anche  radar, postazioni missilistiche della difesa aerea e postazioni terrestri che in numerosi settori stanno bloccando l’avanzata degli insorti e li tengono sotto scacco a Homs, Aleppo e nei dintorni di Damasco.

 

 

 

 

 

 

 

Non è un caso che i ribelli plaudano all’attacco statunitense (con l’eccezione dei qaedisti che temono di finire tra i targets) e hanno annunciato  di essere pronti a sferrare un’offensiva in concomitanza con il blitz. Sommando tutte le voci e le indiscrezioni l’attacco messo a punto non sembra poi tanto limitato. Il Los Angeles Times, citando fonti del Pentagono, riferiva l’8 settembre che è in preparazione un intenso attacco contro di tre giorni spiegando che il nuovo piano riflette la crescente convinzione che servirà una maggiore potenza di fuoco per infliggere danni anche minimi alle forze siriane considerato che hanno avuto tutto il tempo di disperdersi.Potrebbe quindi rivelarsi infondata l’ipotesi di un’azione militare simili ai raids missilistici ordinati da Bill Clinton nel 1998 su Afghanistan e Sudan come rappresaglia per gli attentati di al-Qaeda contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania. Anche se una “sceneggiata” di questo tipo avrebbe il duplice vantaggio di permettere a Obama di salvare la faccia e indurre Damasco e Teheran a non scatenare rappresaglie. In fondo negli ultimi mesi Assad ha incassato senza rispondere almeno quattro attacchi israeliani diretti a colpire convogli di razzi a lunga gittata diretti alla milizia scita libanese Hezbollah e i depositi dei missili da crociera antinave Yakhont che i russi hanno consegnato alla Marina di Damasco proprio per aiutarla a contrastare attacchi dal mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Più che al conflitto del 1999 in Kosovo e ai raids simbolici di Clinton contro Sudan e Afghanistan, la guerra siriana potrebbe però assomigliare a quella libica di due anni or sono. Gheddafi e il suo regime erano isolati ma alla Nato ci vollero sette mesi per avere ragione delle raffazzonate truppe del raìs anche a causa dell’assenza di truppe occidentali sul campo di battaglia e del rapido ritiro delle forze da combattimento statunitensi che hanno lasciato sugli europei il peso delle operazioni. Le forze di Damasco sono armate e addestrate molto meglio di quelle libiche, hanno maturato un’ampia esperienza di combattimento e dispongono di missili balistici efficienti, armi chimiche concepite proprio come deterrente strategico e un buon sistema di difesa aerea oltre a poter contare sull’aiuto costante russo e iraniano. Un eventuale attacco statunitense che poi lasciasse il campo agli alleati regionali (turchi e arabi) in ossequio alla dottrina obamiana del “leading fron behind” amplierebbe di molto la durata del conflitto con probabili ripercussioni in Libano, Iraq e in altri Stati vicini, non tutti entusiasti dell’attacco imminente. La Giordania, che già ospita un numero di profughi siriani che sta alterando gli equilibri sociali, ha annunciato che non farà da “rampa di lancio” per un intervento militare in Siria anche se nel Paese sono presenti un migliaio di soldati statunitensi (che insieme alla CIA addestrano i ribelli dell’Esercito Siriano Libero) con forze speciali, cacciabombardieri F-16 e batterie antimissile Patriot. Un ampliamento anche temporale del conflitto potrebbe venire determinato dall’applicazione del concetto di “proteggere i civili dal regime” già adottato contro la Libia di Gheddafi e che il premier britannico ha cercato di far approvare all’Onu nei giorni scorsi riguardo alla Siria.

Le difese di Damasco
Le forze siriane ha poche carte da giocare per opporsi agli attacchi che molti considerano imminenti. Per questo i reparti continuano a riposizionarsi lasciando comandi, basi e caserme per disperdersi sul territorio in modo da offrire meno bersagli ai missili anglo-americani. Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, organismo vicino ai ribelli, “decine di sedi del comando militare e dei comandi di brigata sono state evacuate per ridispiegarsi altrove. Questi cambi di posizione hanno luogo a Damasco, a Homs e Hama, sulla costa mediterranea, a Sueida e a Deraa al sud”. Damasco può cercare di contrastare i raids schierando le batterie di missili antiaerei. Un arsenale tra i più imponenti del Medio Oriente  che sulla carta dispone di centinaia di missili di origine russa. Le armi più vecchie, come i missili  SA 2/3, SA 5, SA-6 e SA-8 sono state a più riprese ammodernate con il supporto industriale di Mosca mentre negli ultimi anni si sono aggiunte batterie più moderne di missili Buk (SA-11), SA-19 ed SA-22 anch’esse gestite con l’aiuto di tecnici russi. Difficile sapere quante di queste armi siano state distrutte o catturate dagli insorti mentre l’arma più efficace per tentare di abbattere i missili anglo-americani è il sistema di difesa aerea S-.300 che i siriani hanno già acquistato ma che i russi, a quanto sembra, non hanno ancora consegnato. Incognite riguardano anche ilo numero di velivoli da combattimento ancora operativi nelle basi sotto il controllo governativo. Secondo alcune stime non più di 150 Mig 29, bombardieri  Sukhoi 24 e decrepiti Mig -23 e Mig 21 che ben poco potrebbero fare in uno scontro aereo con i jet occidentali. Neppure la Marina  siriana, composta da 2 vecchie corvette e una trentina di motovedette lanciamissili, è in grado di opporsi alle flotte anglo-americane ma ha il suo punto di forza nei missili antinave cinesi C-802  e nei più moderni Yakhont 2 giunti recentemente da Mosca (e già oggetto di un raid aereo israeliano) che hanno un raggio d’azione di 300 chilometri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il vero asso nella manica di Assad è costituito dalla capacità di effettuare una violenta rappresaglia contro Israele, Turchia e i Paesi arabi che rientrano nel raggio d’azione dei suoi missili balistici dotati di un raggio d’azione compreso tra i 150 e i 750 chilometri. Si tratta di decine di lanciatori per missili Scud prodotti in Siria anche nella versione nordcoreana D, Iskander russi oltre a  Zelzal, Fateh e Shahab iraniani. Sono queste le armi di cui doversi preoccupare non solo perché sono in grado di allargare il conflitto oltre i confini siriani ma perché molti di questi missili possono imbarcare testate chimiche. Un robusto arsenale chimico e balistico messo a punto come arma strategica per bilanciare l’arsenale nucleare israeliano. Mosca in ogni caso non resta a guardare e sembra ormai rassegnata a un attacco al suo alleato nel quale sembra voler giocare le sue carte fino in fondo. Putin ha confermato nuovi e non meglio precisati aiuti militari alla Siria in caso di attacco. Probabile la fornitura di sistemi antimissile S-300, finora non consegnati ma che potrebbero trovarsi già nella base navale russa di Tartus o in viaggio verso la Siria nel “carico speciale” che la nave da assalto anfibio Nikolai Filchenkov, lasciata Sebastopoli, imbarcherà nel porto di Novorossiisk prima di raggiungere Tartus. A dar man forte sul mare ai siriani sono presenti una mezza dozzina di navi russe incluso il cacciatorpediniere antisommergibili Ammiraglio Pantaleyev e l’incrociatore lanciamissili Moskva. Un rafforzamento che ha compiti di deterrenza, spionaggio e disturbo elettronico degli attacchi statunitensi.  La presenza di navi da sbarco lascia però intuire che Mosca si tiene pronta anche a evacuare la base di Tartus in caso di tracollo improvviso del regime

Cyber attacks?
Più dei missili sembra destare qualche preoccupazione il rischio di possibili cyber-rappresaglie che i siriani e i  loro alleati potrebbero lanciare in risposta ai bombardamenti statunitensi. Timori giustificati dpo  i cyber-blitz dei giorni scorsi contro i siti di New York Times e Huffington Post rivendicati dal Syrian Electronic Army (Sea), protagonista nei mesi scorsi di altri attacchi a media ritenuti ostili a Bashar al-Assad come la BBC e l’agenzia di stampa Associated Press dalla quale venne diffuso un falso tweet che riferiva di due esplosioni alla Casa Bianca che creò non pochi danni a Wall Street. Durante i recenti disordini in Turchia la stessa organizzazione siriana  è riuscita a violare le caselle e-mail del presidente turco Recep Tayyp Erdogan e di molti esponenti del governo di Ankara. Le capacità siriane di condurre cyber attacchi sono state sviluppate negli ultimi tre anni grazie al supporto fornito dall’Iran il cui aiuto a Damasco in caso di attacco statunitense potrebbe riguardare anche il fronte informatico. Teheran ha sviluppato ampie capacità negli attacchi cyber e agli hacker iraniani sono attribuiti recenti incursioni che hanno bloccato l’operatività di una dozzina di grandi banche statunitensi. Per l’Iran si tratterebbe non solo di aiutare l’alleato siriano ma anche di una sorta di vendetta per il virus Stuxnet, realizzato dalla National security Agency statunitense in collaborazione con i reparti di cyber-war israeliani (come ha rivelato il mese scorso Edward Snowden), che nel 2010  colpì la rete che gestiva il programma nucleare iraniano. Mercoledì scorso, con una e-mail alla Reuters, la Sea ha fatto sapere che in caso di attacco alla Siria “i nostri obiettivi saranno diversi” da quelli colpito fino a oggi e “tutto sarebbe possibile”.

Una mano all’asse cyber Teheran-Damasco potrebbe giungere da Mosca se è vero che “i server utilizzati dal Sea sono basati in Russia” come  ha detto Paul Ferguson della società di sicurezza Internet IID. A conferma che la minaccia è considerata credibile il generale Michael Hayden, ex direttore della Nsa e della Cia, ha detto alla Reuters che il Syrian Electronic Army  potrebbe avere maggiore capacità di quanto non sia apparso finora riferendosi a potenziali attacchi contro reti informatiche che gestiscono infrastrutture critiche civili e militari.

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