Reportage – In Ucraina una guerra "fatta in casa"

majdanovic

A guardarlo da fuori il Donbass sembrerebbe l’inferno. Visto da Donetsk fa meno paura. Si cammina sulle uova, questo è certo. La città è in mano ai separatisti che si sono limitati a occupare quattro edifici: due sedi dell’SBU (una di quartiere e l’altra provinciale), la sede della Regione e quella della televisione. Questi sono i punti che assicurano il controllo della città a nord a sud e a ovest, perché a est non serve. La sapienza di questa strategia non è attribuibile ai paramilitari ucraini filorussi che si lasciano frequentemente andare alle razzie. Molti supermercati e centri commerciali hanno chiuso per questa ragione, come pure tutti concessionari d’auto che hanno opportunamente messo al sicuro i veicoli da esposizione.
Invece i veri strateghi della “separazione” sono mercenari osseti, russi, ma soprattutto ceceni, che hanno il controllo dei punti chiave e che spesso devono riportare all’ordine i filorussi ucraini. Eravamo presenti il 2 giugno, quando il battaglione Vostok ha dato una ripulita al palazzo occupato dai separatisti, portando chissà dove, su blindati senza targa, i paramilitari che fino ad allora avevano presidiato la sede della Regione.

Secondo padre Vasily della cattedrale greco-cattolica di Donetsk sta avvenendo un cambio di potere nelle forze separatiste, perché decine di ceceni continuano ad arrivare nella sede dell’SBU occupata, a cinquanta metri dalla chiesa. E di ceceni se ne seppelliscono anche, nel cimitero musulmano dietro la cattedrale: padre Vasily il 4 giugno aveva contato 26 bare.

I combattimenti si svolgono lontano dal centro abitato, lungo il perimetro della città. Le forze governative circondano i filorussi, ma non li attaccano al cuore per evitare di coinvolgere i civili. Questo è valido per tutta la regione interessata dagli scontri, ad eccezione delle città di Slavyansk, martoriata, e Luhansk, su cui il 16 giugno è stata sferrata un’offensiva da diverse direzioni. Ma il problema rimane anche qui perchè le forze separatiste sono concentrate nelle zone residenziali.

L’operazione antiterrorismo (ATO), lanciata il 13 aprile dal governo di Kiev per garantire la sua unità territoriale, procede timidamente e a singhiozzo. Il 16 giugno, il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Difesa dell’Ucraina, Andrij Parubiy, ha finalmente annunciato la formazione di unità di cecchini nell’ambito del servizio nazionale di frontiera (DPSU), per rendere effettivo il controllo dei confini con la Russia che era stato già approvato da tempo.

Le offensive delle Forze Armate ucraine e della Guardia Nazionale sono sporadiche e coordinate male. I soldati lamentano ordini poco precisi o addirittura l’assenza totale di ordini. Ce lo conferma un Capitano di Crimea che si è rifiutato di entrare a far parte dell’esercito russo e che ora è ospitato in un centro profughi a Kozubinski, vicino Kiev. Lo confermano quelli che tornano a casa, ma soprattutto molti dei feriti che incontriamo nell’ospedale militare della capitale: “Sapevamo tutti che stavamo sbagliando, ma erano gli ordini.”, ci dicono alcuni. Mentre altri affermano: “Non avevamo idea di cosa dovessimo fare.”.

A mancare non sono solo gli ordini però, perchè l’esercito ucraino viene mandato a combattere privo dell’equipaggiamento adeguato: hanno le armi ma non i giubbotti antiproiettile né gli elmetti. E i ragazzi che controllano le zone di frontiera non hanno alcun supporto logistico: sono costretti a passare settimane in aree boschive senza nemmeno un cambio, per non parlare del sacco a pelo o della tenda. A volte scarseggia anche il cibo, ragion per cui molti soldati (ma anche comandanti dei battaglioni) hanno cominciato a chiedere aiuto alle famiglie e agli amici.

La società civile ucraina si è organizzata per rispondere a questa emergenza: sono nate moltissime associazioni che si occupano di raccogliere, comprare e portare materiale di supporto al fronte. Armiya Sos è una delle più grandi e collabora direttamente con il Ministero della Difesa ucraino, le cui procedure sono troppo rigide e lunghe per fronteggiare l’emergenza. Kostyantyn Ostrovskyy, il fondatore, ha creato una pagina Facebook su cui pubblica la lista di quello che serve al fronte e su cui contemporaneamente raccoglie le offerte di aiuto da parte della popolazione. Il referente dell’associazione al fronte è Yuri Kasyanov, membro del primo battaglione della Guardia Nazionale, che raccoglie le richieste dei comandanti e poi si occupa in prima persona di consegnare il materiale raccolto.

Yuri ogni giorno sfida i posti di blocco dei nemici per portare i pacchi a destinazione e parte dalla base di Izyum, buon punto di smistamento perchè si trova proprio al centro della zona in cui si svolgono i combattimenti, tra Kharkiv, Donetsk, Luhansk e Slavyansk.

Anche per quello che riguarda la cura dei feriti sono le associazioni civili più che lo Stato a giocare un ruolo di primo piano. Volonterska Sotnya (Centuria delle Volontarie) è l’associazione che ha preso sotto la sua supervisione 20 ospedali in 7 diverse città del Paese, pretendendo per i feriti cure adeguate, mandando in cliniche estere gli 80 più gravi, organizzando per loro l’assistenza legale e psicologica, reperendo e fornendo loro i medicinali. Più di 1000 feriti hanno ricevuto le cure di questa organizzazione che ha fornito assistenza anche al fronte, dove ha inviato 300kg di medicine, 400 kit di pronto soccorso e 1500 giubbotti antiproiettile. “Perchè se non ce ne occupassimo noi, molti dei ragazzi morirebbero.”, dice la fondatrice Natalia Sokolova. E lo Stato ucraino non si preoccupa nemmeno dell’esercito di riserva: la Difesa ha un piccolo numero di riservisti, ma non ha i soldi per tenerli addestrati né per addestrarne di nuovi.

Così la società civile ucraina si sta militarizzando perchè ritiene di avere un esercito troppo debole e teme, in caso di invasione di altre aree del Paese, di dover imbracciare autonomamente le armi. Sono molti i neonati corsi che promettono di addestrare alla disciplina militare in breve tempo: alcuni sono a pagamento, altri no. Noi abbiamo trascorso due giorni presso l’Ukrainian Reserve Army, un’associazione civile con sede nell’interland di Kiev. Qui gente comune, come impiegati, studenti e imprenditori, viene a imparare in un weekend i fondamenti dell’arte militare, pagando il solo prezzo dei proiettili (200 grivnie, poco più di 16 euro). “Il nostro scopo”- spiega Yura Gulei, uno dei tre fondatori- non è quello di creare una paramilizia da mobilitare nel caso in cui l’invasione si estenda.

Noi vogliamo che le comunità siano in grado di reagire autonomamente in caso di un attacco. Il Ministero della Difesa ci autorizza, ma purtroppo questo non vuol dire che riconosca l’importanza di avere un esercito di riserva ben addestrato. Noi abbiamo chiesto aiuto per definire un programma del training, ma nessuno ha voluto darci indicazioni e quindi dobbiamo fare di testa nostra, ispirandoci a cosa insegnano in Svizzera, in America o in Israele. Facciamo quello che possiamo, ma ci sentiamo davvero abbandonati dallo Stato.”.

Dunque la sfiducia nei confronti del Governo e del Parlamento è un sentimento fortemente diffuso in Ucraina, tanto da trasformarsi in diffidenza o addirittura in sospetto. Sono in molti a pensare che al Governo stesso possa giovare una prolungata instabilità nell’est del Paese. Sì perchè, dopo la rivoluzione di Maidan, tutte le energie della società erano concentrate nel rinnovamento del sistema istituzionale: per esempio erano stati creati dei comitati civili che attendevano riconoscimento politico attraverso l’approvazione di una legge, depositata a marzo e mai discussa, per la lustrazia (modifica graduale delle inefficienze del sistema politico che consentono il proliferare della corruzione ed espulsione dagli organi statali di quanti sono stati coinvolti nel processo criminale che ha consentito di sparare sulla folla).

Invece di fatto non è cambiato nulla, perché sia lo Stato che la società sono impegnati a fronteggiare le contingenze delle battaglie e a contare i morti (135, al 18 di giugno). Vista così la guerra ucraina, “fatta in casa” in tutti i sensi, assumerebbe il ruolo di diversivo per una società civile che ha il sospetto che qualcuno stia tentando di distrarla dal cambiamento, ma che non ci vuole credere, o forse -più semplicemente- non ha il tempo di crederci.

Foto dell’autrice e NSPM

Valentina CominettiVedi tutti gli articoli

Nata a Roma nel 1989, si laurea con Lode in Scienze Politiche e della Comunicazione alla Luiss Guido Carli. Frequenta diversi master di giornalismo collaborando nel frattempo con inserti, periodici e con Radio Vaticana. Si interessa di esteri e geopolitica, ma anche di cronaca e tematiche sociali. Ha una passione per l'informazione in senso lato che la porta a sperimentare tutti gli strumenti possibili per raggiungere il pubblico, dallo scritto alla fotografia al video, con particolare attenzione ai social media.

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