OBAMA ANNUNCIA UNA LUNGA E AMBIGUA GUERRA AL CALIFFATO

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“Li colpiremo ovunque. Li distruggeremo. Non c’è alcun paradiso sicuro per chi minaccia l’America”. A poche ore dall’anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001 Barack Obama parla in diretta tv alla nazione per spiegare la necessità di lanciare una nuova offensiva militare contro il terrorismo islamico. Quello degli jihadisti che avanzano in Iraq e Siria, e che rischia di diventare un pericolo serio anche per l’Occidente. “Piccoli gruppi di assassini possono fare gravi danni. Per questo dobbiamo rimanere vigili” ha spiegato il presidente americano in quello che in molti considerano come il discorso più delicato della sua presidenza. Obama diceva di voler chiudere un decennio di guerre ma si ritrova a combattere ancora una volta in Medio Oriente, ancora una volta in Iraq. Un “destino” che lo accomuna al suo predecessore George W. Bush eletto alla Casa Bianca con un programma che prevedeva il ritiro di gran parte delle truppe dislocate oltremare e la rinuncia a coinvolgere gli USA nelle crisi internazionali che non colpissero direttamente gli interessi nazionali.

A differenza di 13 anni fa – ha affermato Obama – l’America non sarà trascinata in una nuovo conflitto come in Iraq o in Afghanistan. “Non saranno coinvolte truppe americane sul suolo straniero”, scandisce. Ma allo stesso tempo annuncia che invierà a Baghdad altri 475 soldati, che insieme ai consiglieri militari già inviati nelle scorse settimane faranno salire la presenza armata degli Usa in Iraq a circa 1.600 unità. La loro missione, ha poi precisato il portavoce del Pentagono, Ammiraglio John Kirby, sarà quella di “consigliare e assistere le forze di sicurezza irachene per aiutarle ad andare all’attacco contro l’Isis, di condurre attività di intelligence, voli di sorveglianza e ricognizione per aumentare la capacità Usa di colpire l’Isis e coordinare le attività dei militari americani in Iraq”.

Difficile dire quale sarà il contributo dei 40 Paesi che aderiscono alla Coalizione ma è facile prevedere che sarà soprattutto simbolico. I britannici sembrano pronti a far intervenire in raid bellici i Tornado schierati a Cipro oltre alle forze speciali e agli elicotteri basati in Kurdistan e a Baghdad. Possibili anche raid francesi e australiani ma dagli altri Paesi occidentali il supporto potrebbe essere limitato ad aerei cisterna come il KC-767A messo a disposizione dall’Italia insieme a istruttori che non è ancora chiaro chi andranno ad addestrare (truppe irachene, miliziani sciti, peshmerga curdi, ribelli siriani?).

Vale la pena ricordare che mezzo secolo fa J.F. Kennedy, diede il via con le stesse modalità dell’intervento limitato  con un numero crescente di consiglieri militari, al coinvolgimento statunitense nel conflitto vietnamita. Obama ha invece preferito paragonare la strategia adottata contro lo Stato Islamico a quella già portata avanti “con successo in Yemen e Somalia” ma quelle sono campagne a bassa intensità basate su raid dei droni contro obiettivi mirati, generalmente leader dei gruppi qaedisti, non offensive aeree prolungate e sistematiche fatte di massicci bombardamenti aerei come quella contro gli uomini del Califfo in Iraq e Siria.

Raid che avranno l’obiettivo di sostenere l’azione delle truppe che combattono contro gli jihadisti sul campo: iracheni, curdi, e gruppi di ribelli siriani considerati più moderati che riceveranno aiuti militari. Proprio ieri la Casa Bianca ha autorizzato 25 milioni di dollari destinati a un’immediata assistenza militare al governo iracheno e al governo regionale curdo in Iraq.

“Ma non ci possiamo fidare del regime di Assad – chiarisce – un regime che terrorizza il suo popolo” senza spiegare come sia possibile aiutare i ribelli moderati contro i jihadisti senza dare una mano anche alle truppe di Assad. “Useremo tutta la nostra potenza aerea” nell’ambito di una campagna “prolungata e senza sosta”, ha specificato che però parla di “strategia articolata” che va oltre l’opzione militare. Insieme agli alleati si lavorerà su tutti i fronti per indebolire l’influenza del Califfato contrastando la propaganda jihadista, fornendo aiuti umanitari alle popolazioni minacciate, combattendo il flusso di combattenti jihadisti stranieri diretti in Iraq e Siria. “L’America guiderà una vasta coalizione per respingere la minaccia terrorista e distruggerla”, spiega Obama, sottolineando come “solo l’America ha la capacità e la volontà di mobilitare il mondo contro il terrorismo. E gli americani hanno la responsabilità di esercitare questa leadership”.

Il blando interventismo di Obama pare sostenuto dagli americani e dall’opposizione repubblicana. In un sondaggio commissionato dal Washington Post, il 52% degli statunitensi ritiene che Obama debba abbandonare “l’eccessiva cautela” fin qui adottata mentre il 35% giudica corretto il suo approccio e solo l’8% lo considera troppo aggressivo. Il 71% ha ritenuto giusti i raid in Iraq e il 65% ritiene che questi debbano essere estesi alla Siria, dove l’Isis ha le sue roccaforti.

Nella strategia annunciata da Obama, che in realtà è poco più di una dichiarazione d’intenti, non mancano però i punti deboli a cominciare dall’appoggio al nuovo governo iracheno. Ieri il Segretario di Stato John Kerry si è recato a sorpresa a Baghdad per incontrare il nuovo governo di larghe intese iracheno guidato dal premier Haider al-Abadi la cui composizione ha “ impressionato” lo stesso Obama. In realtà è un governo debole, privo persino dei ministri di Interni e Difesa e soprattutto un esecutivo scita, con qualche curdo e presenze solo simboliche e sporadiche di sunniti in ruoli non di rilievo. Washington aveva imposto la rinuncia di Nouri al- Maliki (che aveva vinto le elezioni) a guidare l’esecutivo ma oggi l’Iraq non ha certo un governo in grado di rappresentare anche gli interessi dei sunniti.

Un altro punto debole è rappresentato dall’ambiguità nei confronti del regime siriano destinata potenzialmente a creare confusione circa gli schieramenti e le alleanze e rischi per le forze aeree impiegate sui cieli siriani. Difficile comprendere come le forze di Bashar Assad possano essere alleati e partner nei bombardamenti contro le forze del Califfato e allo stesso tempo avversari di cui Obama armerà anche in futuro con l’aiuto saudita le opposizioni.

Ieri Obama ha telefonato al re saudita Abdallah “per parlare della preoccupazione comune per la minaccia” posta dall’Isis e i due leader sono “d’accordo sulla necessità di rafforzare l’addestramento e la fornitura di equipaggiamento all’opposizione moderata siriana” ha riferito la Casa Bianca, aggiungendo che Obama ha “dato il benvenuto al sostegno saudita a questo programma” e ha concordato con il re che “una più forte opposizione siriana è essenziale per far fronte agli estremisti dello Stato Islamico e al regime di Assad”.

L’America sembra continuare a “giocare sporco” in Siria e la precisazione sui ribelli moderati è quasi ridicola se si considera che soldi e armi forniti finora dalla CIA e dai sauditi alle opposizioni siriane sono finiti per lo più nelle mani dell’ISIS e dei qaedisti del Fronte al-Nusra. Inoltre come è possibile cooperare con Damasco contro il “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi e al tempo stesso armare e addestrare i nemici di Assad che sono anche (ma solo per ragioni di opportunità o per autodifesa) nemici dei jihadisti?
Impossibile poi non notare che la gran parte dei combattenti addestrati in questi anni nei campi in Siria e Turchia da istruttori occidentali (qualcuno sostiene anche italiani) sia stato segnalato e selezionato dai servizi segreti di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, i peggiori avversari del regime di Damasco.

Continuare su questa strada significa mettere Bashar Assad di nuovo all’angolo nel momento in cui le sue forze armate costituiscono l’unico ampio strumento affidabile e disponibile contro le milizie del Califfato. Mosca, che con Teheran è unico grande sponsor di Damasco, ne è consapevole e non ha infatti esitato a definire i raid aerei americani sul territorio siriano una “violazione della sovranità”. Nelle ultime due settimane Assad ha infatti accettato, dietro garanzie fornite dai russi,  il sorvolo di droni e aerei da ricognizione statunitensi coordinato con il comando della sua difesa aerea ma non i bombardamenti dei jet a stelle e strisce.

Il rischio strategico è quindi che la politica di Obama, ancora una volta ambigua e poco trasparente, favorisca gli sciti in Iraq e, per bilanciamento, intenda sostenere le opposizioni sunnite diverse dallo Stato Islamico in Siria. Benché la dittatura del linguaggio “politically correct” impedisca di dirlo apertamente, la Casa Bianca ha capito benissimo che quella in atto è anche una guerra di religione e sembra volerla combattere in modo limitato ed equilibrato per colpire i jihadisti senza avvantaggiare troppo gli sciti che governano Iran, Ira e Siria e senza compromettere i rapporti con le monarchie sunnite del Golfo che sono stati i veri “padrini” dell’ISIS. Non a caso solo un mese or sono il governo di Baghdad reiterava le accuse a Riad e Doha di aiutare con armi e denaro i terroristi di al-Baghdadi.

Il risultato dell’iniziativa di Obama sarà probabilmente una guerra lunga (a Washington si valutano almeno tre anni) quando un deciso intervento terrestre abbinato allo sforzo aereo potrebbe annientare il Califfato in poche settimane. Una “long war” potrebbe determinare invece la destabilizzazione di altri Paesi della regione quali Libano e Giordania mentre l’assenza di truppe occidentali sul terreno faciliterà vendette e regolamenti conti, come le decapitazioni di rappresaglia già effettuate dalle milizie scite irachene, che inaspriranno il conflitto tra sciti e sunniti.

In prospettiva il blando e bilanciato intervento di Washington non sembra avere le caratteristiche necessarie a imporre una rapida vittoria sullo Stato Islamico né a stabilizzare la regione. E poi, come sottolinea anche Foreign Policy, perché Obama vuole distruggere con una campagna militare lo Stato Islamico in Siria e Iraq ma non i talebani afghani (ai quali sta al contrario spianando il terreno col ritiro delle truppe della NATO da Kabul), gli Shabab somali, Ansar al-Sharia in Cirenaica e Boko Haram in Nigeria?

Foto: Casa Bianca, New York Times, Stato Islamico, Reuters

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