Centrafrica: arriva il Papa, sicurezza alle strette

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Arriva in un Centrafrica tutt’altro che stabilizzato il Santo Padre. I francesi sono stati chiari: “il viaggio è ad alto rischio”, ha detto laconico Jean-Yves Le Drian, ministro della Difesa d’oltralpe.

Il Papa sarà nella capitale Bangui per 48 ore circa, fra domenica 29 e lunedì 30 novembre. A meno che il programma non cambi all’ultimo momento. Non si teme tanto per la sua sicurezza personale, quanto per le sfide generali. In uno scenario multietnico già iper-frammentato e una campagna elettorale in corso, nulla è da escludere. La visita cade in un momento critico, nonostante l’invito alla calma rivolto alle fazioni musulmane.

La storia insegna molto. Dice che in Centrafrica i periodi di combattimento più intensi si registrano proprio fra novembre e aprile, in concomitanza con la stagione asciutta. Durante il periodo di pioggia, le piste in laterizio sono infatti difficilmente praticabili.

Un’inagibilità che riguarda il 95% delle strade nazionali. Anche gli aeroporti sono inaffidabili. L’orografia del territorio è complessa: il Nord-Est del Paese è il regno della savana secca e spinosa, il Centro della savana tout court; a Sud è invece un continuum ininterrotto di foresta equatoriale.

Poi ci sono le metropoli come Bangui, teatro dei maggiori scontri intercomunitari. La capitale ospita le sedi del potere e 1,2 milioni di abitanti, il 40% della popolazione totale. E’ un caleidoscopio multietnico. Occorrerebbero 15mila uomini solo per controllarla. Nei prossimi giorni è previsto l’arrivo massiccio di cristiani dai paesi vicini, come il Ciad e il Camerun. Molti si muoveranno su strade secondarie e non tracciate. Altri convergeranno sulla MSR1, altamente pericolosa.

La concentrazione di forze locali e regionali nella capitale, per proteggere gli spostamenti del Pontefice, costringerà a sguarnire altre aree del paese, esponendole ad eventuali sedizioni. Tutto è complicato dalla carenza di uomini.

Le distanze fra una città e l’altra sono immense: in tutta l’Africa i teatri operativi hanno una scala molto maggiore rispetto al parametro europeo. Basti pensare alla superficie centrafricana, estesa per 620.000 kmq, oltre il doppio dell’Italia.

Ma torniamo a Bangui. A parte la Gendarmeria Vaticana, il nerbo dello scudo protettivo sarà imperniato sui caschi blu della MINUSCA .

Dei 12mila uomini che formano la Missione delle Nazioni Unite in Centrafrica, circa 3mila saranno mobilitati in città, spalleggiati da 300 peacekeepers senegalesi, fatti affluire d’urgenza.

Questi ultimi appartengono alla forza di reazione rapida dell’ONUCI, la missione dell’ONU in Costa D’avorio. Rimarranno in Centrafrica per 8 settimane, perché dopo la visita pontificia ci saranno due importanti scadenze elettorali, fra referendum costituzionale il 13 dicembre e primo turno delle presidenziali a fine mese

Sempre che tutto vada bene, visto che le elezioni sono già state annullate e rimandate da ultimo il 18 ottobre scorso. Il 29 e il 30, Bangui sarà sorvolata dai pochissimo droni della MINUSCA. Il dispositivo sarà completato da 500 gendarmi e poliziotti delle forze di sicurezza centrafricane, tutt’altro che affidabili.

La guardia presidenziale della Signora Samba-Panza, presidente ad interim del Centrafrica, sarà a disposizione del Papa. Si tratta di forze speciali ruandesi, del contingente di 850 uomini presente in Centrafrica.

I francesi che faranno? Parigi ha un’operazione in corso nel Paese, l’ennesima, ma non può permettersi di rafforzare il dispositivo della Forza Sangaris. Il formato attuale permette solo di offrire una capacità di reazione rapida ai caschi blu dell’ONU.

La struttura è semplice. Nella base di M’Poko a Bangui c’è il Posto Comando di teatro, un gruppo tattico interarma (GTIA) e un’unità d’appoggio e di sostegno, con una cellula d’intelligence e un reggimento di 7 elicotteri, fra cui due Tigre, costretti a usare il cannone da 30 mm fino a poco tempo fa. Una sessantina sono i blindati, fra cui alcuni VBCI da 30 tonnellate.

I cacciabombardieri Rafale sono in Ciad, a un’ora di volo. Il GTIA è ancora il vecchio Centurion. Lo comanda il colonnello Bouzerau, del 1° REC o Reggimento Straniero di Cavalleria, protetto da alcuni distaccamenti DPR del 1° Reggimento paracadutista fanti di marina. Dal picco massimo di 2.600 uomini l’operazione Sangaris è scesa oggi a 900 effettivi, tutti legionari del 1° REC, del 2° REI (Reggimento Straniero di Fanteria) e del 1° REG, che rimarranno in Centrafrica per poche settimane ancora.

I primi sono specializzati in ricognizioni motorizzate e azioni repentine contro avversari protetti. Formano la componente corazzata della 6a BLB (Brigata Leggera Blindata) e sono stati impiegati di recente anche in Afghanistan, Ciad e Costa d’Avorio. I secondi appartengono a un’unità giovanissima per anagrafe.

L’età media non supera i 28 anni. L’impiego in Afghanistan è stato massiccio, visto che l’unità è altamente proiettabile ma in Centrafrica la missione è sempre stata poco bellica. E il mandato non cambia, nemmeno per la visita del Papa.

Non è possibile “andare oltre”, spiega l’entourage del ministro Le Drian. I legionari si limiteranno a garantire la sicurezza dell’aeroporto di Bangui-M’Poko e le eventuali evacuazioni mediche. Nulla di più. Gli uomini sono pochissimi e la coperta è corta, visti gli impieghi negli altri teatri. Nonostante tutto, il Papa tiene particolarmente alla visita in Centrafrica.

Deve inaugurare il Giubileo, aprendo una «porta santa» nella cattedrale Notre-Dame di Bangui, pochi giorni prima dell’inizio dell’Anno santo della Misericordia. Visiterà poi la moschea centrale e uno dei campi profughi della città, scossa nelle ultime settimane da una nuova ondata di violenze intercomunitarie.

La guerra civile assesta colpi di coda imprevisti e sanguinosi. L’ultimo il 10 novembre. A Batangafo si sono scontrati armi in pugno elementi appartenenti alle milizie dell’ex-Seleka, prevalentemente musulmane, e miliziani cristiani degli anti-balaka.

Nei disordini, i ribelli hanno attaccato un posto di blocco delle Nazioni Unite, 400 chilometri circa a nord della capitale. Uno dei caschi blu della MINUSCA inizialmente dato per disperso è stato ritrovato senza vita. Altri tre corpi sono stati rinvenuti dagli abitanti del villaggio di Ligoa, non distante da Obo. Sembra che le vittime siano state rapite da uomini dell’LRA (Lord’s Resistance Army), che hanno costretto alla fuga gran parte dei cittadini.

Nulla di nuovo sotto il sole, visto l’andamento degli ultimi 45 anni, che hanno visto avvicendarsi nel Centrafrica neo-indipendente dal 1960 missioni più o meno efficaci delle Nazioni Unite, della Francia e di una miriade di attori statuali o meno. Se lasciamo da parte per un attimo le considerazioni politiche ed economiche, le sfide alla sicurezza del paese originano quasi tutte dalle divisioni etniche e religiose.

Ma c’è anche dell’altro. Il Centrafrica è per molti versi un buco nero, crocevia di innumerevoli movimenti di sedizione stranieri che s’insinuano nelle zone grigie di frontiera: milizie janjawid sudanesi, ribelli sud-sudanesi e ugandesi (LRA), guerriglieri congolesi e trafficanti ciadiani.

Tutti cercano un modus vivendi con le debolissime autorità centrali, stringono patti di convenienza con i ribelli autoctoni, con le milizie etniche e la galassia di contrabbandieri, malfattori e banditi, attivi soprattutto nel nord-est e nel sud-ovest.

La regione della triplice frontiera fra Ciad, RCA e Sudan è l’hub dei ribelli. Vi sono partite tutte le offensive principali verso sud, nel 2006, 2007, 2010, 2012 e 2013, con un impiego massiccio di bambini soldato. Sebbene se ne parli pochissimo, l’argomento ha una rilevanza enorme per le operazioni in corso.

Un militare delle forze internazionali impegnate nel Paese non si comporterà allo stesso modo nel fronteggiare miliziani agguerriti o bambini-soldato, alcuni dei quali hanno meno di 8 anni. Eppure secondo l’Organizzazione non Governativa britannica Save The Children, vi sarebbero in Centrafrica fra i 6.000 e i 10.000 bambini soldato.

Una cifra praticamente quadruplicata fra il dicembre 2012 e il 2014. Nel novembre 2013, le Nazioni Unite avevano stimato a 6.000 circa il numero dei bimbi-soldato, contro i 3.500 dell’anno precedente. Diversi motivi spiegano il dramma. Gli ex-ribelli della Séléka, ormai divisi in 3 fazioni, sono sempre attivi, come le milizie anti-balaka, in buona parte manipolate dal clan di François Bozizé, l’ex-presidente della RCA.

I vari gruppi di miliziani rapiscono bambini e bambine, costringendoli a combattere nelle loro fila. Altri si arruolano spontaneamente, in cambio di pochi soldi e di una protezione, oppure solo per mangiare. Atri ancora per spirito di vendetta, dopo aver perso i propri cari negli scontri interconfessionali, che hanno fatto circa 5.000 morti nel solo 2014.

La smobilitazione dei miliziani permetterebbe di avviare progetti di recupero dei guerrieri minorenni ma i tempi sono prematuri. Un ultimo dato, ma non per importanza : le FACA (Forze Armate Centrafricane) sono (e sono state) sistematicamente sconfitte dai movimenti ribelli. É un’altra costante, registrata almeno dall’epoca del rovesciamento dell’imperatore Bokassa (1979).

Possiamo trarre alcune lezioni dalla storia contemporanea del Paese: le operazioni militari in Centrafrica si sono svolte in un contesto segnato da fasi di scontri brevi, intensi e difficilmente prevedibili. Lo scenario è sempre complicato dall’assenza di avversari esplicitamente designati, dalla presenza di autorità politiche nepotistiche e delegittimate e da forze di difesa e di sicurezza locali operativamente scarse. Il tutto condito dalla situazione di povertà estrema della popolazione. Quasi superfluo valutare che il futuro è tutt’altro che sereno e le stime prevedono che la MINUSCA resti nel Paese per almeno 20 anni.

Foto: EMA , Minusca e AFP

Francesco PalmasVedi tutti gli articoli

Nato a Cagliari, dove ha seguito gli studi classici e universitari, si è trasferito a Roma per frequentare come civile il 6° Corso Superiore di Stato Maggiore Interforze. Analista militare indipendente, scrive attualmente per Panorama Difesa, Informazioni della Difesa e il quotidiano Avvenire. Ha collaborato con Rivista Militare, Rivista Marittima, Rivista Aeronautica, Rivista della Guardia di Finanza, Storia Militare, Storia&Battaglie, Tecnologia&Difesa, Raid, Affari Esteri e Rivista di Studi Politici Internazionali. Ha pubblicato un saggio sugli avvenimenti della politica estera francese fra il settembre del 1944 e il maggio del 1945 e curato un volume sul Poligono di Nettuno, edito dal Segretariato della Difesa.

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