Contractors: nel golfo preferiscono i colombiani

Yemen-Reuters

Da una parte, un’ultracinquantennale e sanguinosissima guerra civile che sembrerebbe indirizzarsi sulla strada della pace, dall’altra, un cruento e multinazionale conflitto che in nove mesi ha portato ad un disastro umanitario. Colombia e Yemen legati da un migliaio di ex militari migrati nel Golfo per sfuggire alla “precarietà” nazionale. Secondo il quotidiano El Tiempo infatti, un numero variabile tra i 450 e gli 800 – mercenari o contractors – colombiani sono stati dispiegati tra le fila della coalizione a guida saudita nella guerra contro i ribelli Houthi.

La presenza di questi operatori nel Golfo sembra essere ormai un fenomeno consolidato: dopo Iraq ed Emirati Arabi, lo Yemen pare essere l’ultima frontiera.
Dopo un periodo iniziale di addestramento al combattimento in ambiente urbano e desertico, operazioni antisommossa, presidio e protezione di località, installazioni militari e convogli, la missione dei colombiani ha assunto sfumature più operative. L’avanguardia, formata da una compagnia di 92 elementi “esperti”, ha condotto operazioni d’intelligence nel teatro d’operazioni da inizio ottobre, prima dello schieramento del grosso della forza.

Il loro obiettivo principale, come quello di tutta la campagna d’altronde, è  combattere i ribelli sciiti sostenuti dall’Iran; in particolare respingendo i contrattacchi verso la città portuale di Aden – liberata a fine luglio – e avanzare verso la capitale. Nonostante le rosee previsioni dei vertici sauditi, la campagna è giunta ad una fase di stallo: nessuna conquista significativa da mesi, gli Houthi riguadagnano posizioni al sud, la via per Sana’a è ancora lunga ed ISIS ed al-Qaeda sembrano trovare sempre più spiragli per apportare il loro contributo all’instabilità.

Omicidi ed esecuzioni, attentati e rapimenti mostrano un crescente dinamismo jihadista che, secondo IHS Jane’s , è destinato ad erodere la volontà di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti di contare sulle proprie truppe di terra – sono già quasi 50 i caduti emiratini; quasi tutti in un singolo attacco! – preferendo utilizzare altri contingenti o milizie per operazioni offensive e di sicurezza. L’utilizzo di truppe straniere – in particolare pakistani e baluci – per infoltire le proprie forze armate è sempre stata una tradizione per le monarchie del Golfo.

Proprio in queste ore è giunta la notizia della morte di sei contractors colombiani e del loro comandante australiano, Philip Stitman durante un’azione nella provincia di Taiz, nello Yemen sudoccidentale. Secondo fonti yemenite vi sarebbero altre tre vittime che farebbero salire il numero totale dei contractors morti in Yemen a 14.

Il ruolo dei colombiani potrebbe quindi crescere d’importanza e di pericolosità. Questo dipenderà da come s’intenderà impiegarli: “carne da cannone” od oculatamente, come “truppe d’élite”?
Secondo TeleSur, all’ingaggio avrebbe provveduto l’Arabia Saudita mentre costi e stipendi sarebbero a carico di Abu Dhabi, così come la gestione dell’operazione; il comando sul campo invece spetterebbe ai sudamericani.

Per la maggior parte ex componenti di unità d’elite delle forze armate colombiane, si pensa che questi uomini facciano parte di un raggruppamento speciale degli Emirati Arabi. Reflex Response o R2, costituito nel 2011 da Erik Prince e posto al comando del principe di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed al-Nahyan sarebbe stato creato per rafforzare l’apparato difensivo del Paese attraverso capitale umano straniero.

Una forza con una propria aviazione – sia ad ala fissa che rotante – ed una componente navale per operazioni d’interdizione e protezione di piattaforme petrolifere. Il valore stimato del contratto con scadenza 2015 sarebbe 529 milioni di dollar. Come in ogni formazione militare, non tutta la totalità è costituita da combattenti: ci sono traduttori di arabo, di inglese, conduttori, meccanici, preparatori atletici, idraulici, elettricisti, manutentori, cuochi, personale medico e religioso.

Nonostante qualcuno li chiami mercenari, traditori, codardi ed opportunisti, ci tengono molto a prendere le distanze da tali epiteti preferendo definirsi “uomini che hanno preso una decisione in seguito alla mancanza di garanzie (finanziarie in patria)”.

A livello teorico, come già riportato in un precedente articolo, è  semplice stabilire che contractors e mercenari siano due realtà differenti, tuttavia, in mancanza di notizie e dati precisi risulta  difficile non considerarli sinonimi. Osservazione pungente quella di El Mundo che fa notare come The New York Times si riferisca a colombiani e sudamericani col termine “mercenari”, utilizzando invece un più edulcorato “contractors militari” quando trattasi di cittadini americani!
Per quanto riguarda il reclutamento, la procedura è quasi sempre la stessa ed inizia con annunci sul web di società di sicurezza private indirizzati a soldati, sottufficiali ed ufficiali delle forze armate tra i 25 e 45 anni, disposti ad operare all’estero.

Una volta ottenuti dei contatti si procede con indagini minuziose sugli ultimi dieci anni di vita dei candidati per individuare precedenti penali, disciplinari o qualunque aspetto meritorio di attenzione.

Il “colloquio” vero e proprio prevede la richiesta di una serie di documenti e certificazioni, test psicologici e fisici come prove di forza e resistenza. Si procede poi con il maneggio di armi corte, lunghe e di precisione, test di tiro ed una prova di lingua inglese: la più temuta!

Passata la prima selezione, gli aspiranti contractors vengono obbligati a stipulare un’assicurazione sulla vita a proprio carico ed inviati in strutture più adeguate – nel caso della Blackwater/Xe/Academi, il campo di Moyock, North Carolina – dove ricevono una formazione più mirata alla protezione: la principale attività che andranno a svolgere e alla quale le forze armate difficilmente preparano

“Laureatosi” definitivamente contractors, i colombiani vengono inviati presso la base di Zayed, ad Abu Dhabi. Per quanto riguarda i documenti, essi entrano nel Paese con un visto di lavoro praticamente identico a quello di molti operai comuni, immigrati; nel giro di un mese ricevono la carta d’identità che permette loro di uscire dalla base, solo nel fine settimana; fanno eccezione gli ufficiali che possono pernottare esternamente.

Nel campo, i contractors alloggiano in stanze da due o tre persone e dispongono di numerose strutture di svago, sportive ed un ristorante con cucina colombiana. Durante la libera uscita raggiungono la città ed i suoi intrattenimenti con appositi bus-navetta.

Non è concesso loro rilasciare interviste o “pubblicizzare” la loro posizione, pena annullamento del contratto, paga e rimpatrio. L’equipaggiamento standard è costituito da una carabina M-4 di ultima generazione, una pistola da 9 mm, Glock solitamente, giubbetto tattico ed altra buffetteria.

La maggior attrattiva di questo ingaggio è indubbiamente l’elevato compenso che, oltre ad uno stipendio fino a dieci volte superiore a quello percepito in Colombia, prevede un’indennità aggiuntiva di $ 1.000 a settimana. Un soldato professionista a Dubai arriva a guadagnare quanto un Colonnello in Colombia. Un soldato semplice, infatti, percepisce mediamente  690 dollari al mese, nel Golfo arriva a guadagnarne 4.700; un capitano da 2.500 passa a 9.000; un pilota dell’Esercito col grado di maggiore da 2.400 a 22.000.

Vi si aggiungono poi condizioni lavorative – o combattive – confortevoli: promozioni più frequenti, appoggio aereo senza restrizioni, armi ed equipaggiamenti di ultima generazione, orari fissi su di una base di tre turnazioni giornaliere per un massimo di tre mesi di teatro operativo.

Hanno a disposizione piscine, palestre e strutture sportive, eventi sportivi, culturali e la possibilità di imparare la lingua locale o l’Inglese. Inoltre, tutti sono residenti con gli stessi benefici e diritti dei cittadini locali.

A fine missione, qualora dovessero tornare nel Paese, avrebbero automaticamente la cittadinanza, estendibile anche al proprio nucleo famigliare, nonché una pensione. In caso di decesso, alla famiglia del caduto viene garantito un futuro dignitoso, cittadinanza ed istruzione garantita fino a livello universitario.

L’unico aspetto negativo è quello di lasciare la famiglia a ben 13.000 km di distanza; da contratto però vengono garantiti 45 giorni di vacanza all’anno da poter impiegare per ricongiungersi con i propri cari. In caso di “rafferma” a fine contratto, viene elargito un bonus di 10.000.000 di pesos. Dati e cifre si riferiscono ad un contesto pacifico; l’impiego in prima linea prevedrà sicuramente indennità e remunerazioni superiori.

Operare nel Golfo è ormai un’abitudine per i colombiani.  Nel 2006 un centinaio di essi operava in Iraq con la Blackwater
mentre una quarantina venne inviata in Afghanistan poco dopo. Nel settembre 2010 fu la volta degli Emirati Arabi, attraverso due società colombiane che si occupavano di reclutamento: la Thor Colombia  e Futuro Global  (significativa l’immagine sfondo dell’homepage della società colombiana: Dubai!).

Tuttavia, dopo 5 mesi le autorità emiratine annullarono il contratto per mancanza di disciplina e competenza: alcuni di essi non sapevano nemmeno sparare!

A febbraio 2011, si ritentò incaricando la società ID Systems Ltda d’ingaggiare ex militari con stati di servizio impeccabili e provenienti dalle migliori unità: AGLAN (Agrupación de Lanceros), CCOES (Comando Conjunto de Operaciones Especiales), BACNA (Batallón contra el Narcotráfico), CTI (Cuerpo Técnico de Investigación) e DAS (Departamento Administrativo de Seguridad). La società colombiana si occupò anche di ottenere dal Ministero della Difesa i permessi per addestrare il personale presso l’Accademia di Cavalleria di Bogotá.

Le Compagnie militari e di sicurezza private in Colombia sono molto attive, siano esse locali o straniere. Il settore risale a fine anni 80, quando tali realtà trovarono nel Paese sudamericano un mercato e sbocco naturale: narcotraffico, paramilitarismo, “sequestrismo” e la valanga di finanziamenti americani indirizzati al loro contrasto.

A partire dagli anni 90, un’ottantina di PMSC operavano in Colombia a protezione dell’Ambasciata degli Stati Uniti, di personalità politiche, esponenti dei ceti più abbienti, industriali, managers di multinazionali oppure conducendo operazioni di eradicazione e perfino attività paramilitari. Tra le principali  Dyncorp International, Lockheed-Martin, Telford Aviation, ARINC, Mantech International, ITT, CACI Inc., Chenega Federal Systems ecc.

La Costituzione colombiana del 1991 ha rimarcato che il monopolio dell’uso legittimo della forza è di esclusiva competenza dello Stato, attraverso Forze Armate e di Pubblica Sicurezza. Esse sono le garanti della sovranità nazionale e, pertanto, le uniche detentrici autorizzate di armamento ed equipaggiamento militare. Entità private fornitrici di servizi di sicurezza e vigilanza sono autorizzate, a patto che non possiedano alcuna caratteristica militare: trattasi quindi di PSC.

La normativa di riferimento è il Decreto Legge 365 del 1994 “Statuto di Sicurezza e Vigilanza Privata” che regola attività e servizi delle PSC. Tra i doveri cogenti il totale ed assoluto rispetto dei diritti umani e la prestazione di servizi non contrari alla legge. L’armamento concesso è limitato alle sole armi da fuoco di tipo civile, il cui utilizzo è fortemente ristretto: ciò relega la loro sfera d’attività al solo campo della sicurezza.

Affinché il settore agisca e si sviluppi secondo quanto stabilito dalle legge, è stata creata la Superintendencia de Vigilancia y Seguridad Privada , un organismo tecnico con autonomia amministrativa e finanziaria, ascritto al Ministero della Difesa. Esso si occupa di controllare, ispezionare e vigilare l’industria ed i servizi di vigilanza e sicurezza privata, contribuendo a garantire la fiducia pubblica, la sicurezza cittadina, l’armonia sociale e la convivenza.

Il tutto sviluppando meccanismi che promuovano qualità, trasparenza, responsabilità, rispetto ed impegno. Nonostante ciò, le PMSC straniere che operano sul suolo colombiano non sono assoggettate a questo quadro normativo: se non della completa totalità, per un buon 80-90% stiamo parlando di società e compagnie statunitensi. Grazie alle speciali relazioni bilaterali tra i due Paesi risalenti al 1962, il personale e PMSC che operano per conto del Governo degli Stati Uniti non sono sottoposte alla giurisdizione colombiana. Non c’è da stupirsi quindi se alcune società/operatori si sono abbandonati a violenze, abusi, traffici illeciti e frodi. La costante presenza di compagnie militari e di sicurezza private straniere ha contribuito alla formazione di un settore autoctono per cui operano migliaia di cittadini.

Pur rappresentando un’opportunità di lavoro per tanti operatori onesti, in esso sono confluiti anche paramilitari smobilitati, narcotrafficanti e persone che hanno avuto problemi con la giustizia. Secondo un report di Amnesty International del 2005, a Medellín i paramilitari continuavano ad operare come una struttura criminale, uccidendo e commettendo reati con la differenza che lo facevano al servizio di una società privata.

Emblematico anche il caso di Vertical de Aviación (Helitaxi fino al 2002), che con i propri elicotteri riforniva le truppe americane in Afghanistan ed in Colombia: L’Ambasciata americana l’ha indicata come una società collegata ai cartelli della droga e uno dei proprietari, Byron Lopez Salazar come il più grande riciclatore di denaro sporco della Colombia.

Sebbene un comunicato ufficiale dell’Esercito colombiano reciti che “Non è una politica istituzionale sponsorizzare società, agevolare installazioni o partecipare all’addestramento di contractors che forniscono servizi di sicurezza all’estero”, la milionaria esportazione di professionisti della sicurezza gode di un notevole appoggio, anche solo per il fatto che la Colombia non ha mai sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite contro il reclutamento, l’impiego ed il finanziamento ed addestramento dei mercenari e quindi non costituisce un reato.

Nel sito della Futuro Global, infatti, sono riportati loghi e collegamenti ai siti ufficiali del Ministero del Lavoro, della Polizia Nazionale ecc. affinché gli interessati presentino la propria candidatura rispettando le relative norme e procedure: massima trasparenza, quindi! Nonostante l’avallo istituzionale però, come già accaduto ai governi occidentali – americano in primis – il proliferare delle compagnie militari e di sicurezza private, ha portato ad “esodi” di personale in uniforme verso il settore privato.

Il viceministro della difesa, Jorge Bedoya ha dichiarato a The Financial Time “Questi sono soldati con molta esperienza ed addestrarli ha comportato un grande sforzo”, perciò si sta ricorrendo a piani di contingenza per contrastare il fenomeno.

I professionisti colombiani sono molto ricercati per la loro formidabile esperienza di controguerriglia, antisequestro e contrasto al narcotraffico maturata in cinquant’anni di guerra a FARC, ELN, AUC e Cartelli della Droga, in condizioni geografiche complesse, ad alto rischio ed una capacità di resistenza nella foresta, per settimane, senza ricevere rifornimenti. In particolar modo risultano essere molto richiesti i piloti di elicotteri Black Hawk per operazioni speciali, molto più economici (50% o più) degli “yankees”.

Nonostante i lucrosi incassi alle dipendenze delle Monarchie del Golfo, infatti il caso colombiano si inserisce in un contesto regionale e mondiale del business della guerra dove si tende a giocare continuamente al ribasso e scegliere l’opzione più economica e conveniente, anche a scapito della qualità. Per citare un caso: dai 4.000 dollari mensili promessi ad alcuni operatori inviati in Iraq, si è scesi prima a  2.700 e alla fine, la somma corrisposta è stata di appena 1.000.

Una condizione, insomma, che il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sull’impiego dei mercenari ha equiparato alla tratta di esseri umani. Resta comunque il fatto che, nel mercato globale delle PMSC, i professionisti sudamericani sono ambiti e ricercati. Oltre ai colombiani, in Yemen ci sarebbero anche panamensi, salvadoregni e cileni 

Anche in Iraq, nel 2007, operavano già fino a 1200 cileni, 1000 peruviani e 700 tra salvadoregni, nicaraguensi e guatemaltechi.

Questo non solo per l’ottimo rapporto prezzo/qualità, ma anche per questioni di uniformità addestrative e procedurali che li rendono adatti ad operare a fianco degli americani. Non dimentichiamoci che a Fort Amador, Panama ha avuto sede la tristemente nota “Escuela de Las Americas”, il cui scopo principale era la cooperazione tra Paesi latinoamericani  e Stati Uniti per contrastare la diffusione di movimenti marxisti e pro Unione Sovietica nel bel mezzo della Guerra Fredda.

Dal 1946 al 1984 vi si addestrarono più di 60.000 militari e poliziotti di una ventina di Paesi dell’America latina fino a quando la struttura venne trasferita a Fort Benning, in Georgia. Moltissimi “diplomati” si sono macchiati di crimini contro l’umanità quali tortura, omicidi, sparizioni forzate ecc. Tra i più famosi: Manuel Noriega, Leopoldo Fortunato Galtieri, Manuel Contreras e Luis Posada Carriles. Ogni Paese ha poi sviluppato la propria “core competence”: non a caso i colombiani sono i migliori in operazioni antidroga e i cileni come inquisitori per condurre interrogatori.

Foto: Forze Arabe in Yemen (Reuters AFP, AP, UAE News, IRNA)

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI. Si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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