Nuove sfide per la difesa e sicurezza Svizzera

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Il 10 dicembre è stato dichiarato lo stato di allerta massimo a Ginevra: le autorità svizzere starebbero ricercando 4 sospetti terroristi, forse direttamente coinvolti nelle stragi di Parigi del 13 novembre, e in particolare un amico del super ricercato Abdelsalam Salah. Una camionetta sospetta immatricolata in Belgio sarebbe stata avvistata ma sarebbe sfuggita ai controlli. In maniera inusuale, si sono viste le guardie di sicurezza delle Nazioni Uniti stazionare all’entrata munite di HK MP5 e polizia armata in tutti i luoghi sensibili della città.

La Confederazione sarebbe stata allertata direttamente dai servizi di informazione statunitensi che avrebbero identificato una delle tre maggiori cellule jihadiste proprio a Ginevra dove per l’11 dicembre era previsto un vertice tra la Russia, gli Stati Uniti e le Nazioni Uniti sulla crisi in Siria, il quale peraltro non è stato cancellato ma “spostato in luogo segreto”.

L’allarme presta l’occasione per mettere in discussione il ruolo della Svizzera nel sistema di sicurezza euroatlantico, in virtù di molteplici fattori: Ginevra come simbolo della comunità internazionale con la sede europea delle Nazioni Unite oltre ad una ventina di organizzazioni internazionali; gli stretti legami tra il panorama jihadista francese e svizzero; i forti interessi che la Confederazione coagula da parte di tutti gli Stati europei e non, compresi Stati Uniti e Russia.

Non da ultimo il fatto che la Svizzera, nonostante la ben conosciuta neutralità politica e militare, si pone come un attore defilato ma sempre più attivo all’interno di un quadro macro- politico e strategico europeo che si fa via via più delicato.

Anche se ufficialmente si continua ad affermare che “la Svizzera non è nella top list dei potenziali bersagli principali”, la vigilanza e la cooperazione con la Francia in materia di sicurezza sono state esponenzialmente incrementate dopo il 13 novembre, mentre i servizi di intelligence starebbero scambiando informazioni “decisive”. Le autorità francesi avrebbero inviato notevoli rinforzi ancora prima che le notizie sull’allarme fossero rese ufficiali.

Già all’indomani degli attentati di Parigi, il Presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga aveva espresso la necessità di “rianalizzare la situazione” e intensificare la cooperazione a livello europeo, soprattutto nel campo dell’intelligence.

Da notare è che non solo come la cooperazione con la vicina Francia sia – per ovvie ragioni – piuttosto sviluppata, ma come lo scambio di informazioni tra i servizi di intelligence statunitensi e svizzeri sembri ben più funzionante di quello che- come si è potuto constatare- intercorre tra paesi limitrofi e fondatori dell’Europa Unita.
Da tempo la Svizzera si è avviata verso un allineamento sempre maggiore alle posizioni occidentali, a partire dalla questione in Medio Oriente, dove le misure economiche contro la Libia e la Siria sono state definite secondo le sanzioni UE piuttosto che ONU.

L’esercito svizzero partecipa dal 1953 agli sforzi di risoluzione internazionale dei conflitti nel quadro delle operazioni di mantenimento della pace anche se, secondo il centro studi FORAUS, il contributo operativo è piuttosto limitato: su 140.000 militari svizzeri, solamente 312 partecipano a tali operazioni in 18 paesi di 4 continenti diversi e nella grande maggioranza dei casi si tratta di militari di milizia.

Tale partecipazione figura come uno dei tre doveri dell’Esercito Svizzero, sebbene di fatto sia “strutturalmente sfavorita”. Ad esempio, un soldato non può includere l’impegno all’estero nel tempo di servizio obbligatorio e le dotazioni finanziarie sono carenti. Inoltre, è necessario un mandato ONU o OSCE affinché l’esercito svizzero possa prendere parte ad un’operazione all’estero, con contingenti armati o meno, ovviamente in accordo con la neutralità e la legislazione svizzera.

Un’intensificazione dell’impegno è tuttavia possibile nel quadro delle leggi attuali: anche il Consiglio federale si è pronunciato in favore in diverse occasioni; è prevedibile addirittura una modifica della legislazione militare.

Nonostante i segnali verso una maggiore convergenza non è però ancora determinabile chiaramente un vero e proprio coordinamento a livello strategico e operativo, semmai un parallelismo tra le « politiche di pace e di sicurezza » svizzere ed europee.

La « guerra al terrorismo » del 2001 aveva sfidato la neutralità Svizzera nel momento in cui fu  rivelato che i servizi di intelligence americani avevano rapito dei sospetti in tutta Europa, trasferendoli in prigioni segrete, i « black sites ».  Gli aerei avevano sorvolato il territorio svizzero e, come il governo svizzero confermò, almeno tre di essi erano atterrati all’aeroporto di Ginevra, mentre diversi altri aerei CIA provenienti dalla base di Ramstein in Germania che contenevano prigionieri avevano utilizzato lo spazio aereo svizzero.

Peraltro, un recente lo studio del Center for Security Studies di Zurigo rileva come la maggioranza dell’elettorato svizzero auspichi un impegno umanitario a livello internazionale sensibilmente più attivo; in particolare addirittura il 78% auspica che la Svizzera funga maggiormente da intermediario nei conflitti.

Una possibile spiegazione di questo risultato e anche dei crescenti parallelismi con il sistema euro-atlantico potrebbe essere la presidenza svizzera dell’OSCE del 2014, legata ad una percezione di un ruolo più attivo della Svizzera negli affari internazionali in generale, anche alla luce della candidatura annunciata ad un seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza ONU nel 2023/2024.

La presidenza svizzera ha contribuito, con il suo expertise diplomatico nel campo della mediazione,  a rivitalizzare almeno in parte il ruolo dell’OSCE vis-à-vis alla NATO, apportando soluzioni per la prevenzione e risoluzione dei conflitti anche attraverso il consolidamento dei « sistemi di capacità di allerta precoce ». Inoltre, si è impegnata affinché degli importanti accordi OSCE – il trattato sulle forze armate convenzionali e i colloqui per l’ammodernamento del regime di controllo degli armamenti convenzionali in Europa condotti a Vienna dal 2009 fossero attualizzati rispetto alle nuove esigenze attraverso «scambi di opinioni sul controllo degli armamenti convenzionali », anche grazie a strumenti informali.

Anche se questi dossier sono stati bloccati dalla crisi ucraina, un avanzamento è stato registrato in alcune questioni, e in particolare nel rafforzamento della governance della sicurezza, tema che mai era stato definito in fora multilaterali al di fuori dell’ONU.

E’ verosimile pensare che il consenso a favore di un maggiore impegno in una politica di sicurezza e difesa comune euro-atlantica o almeno europea sia addirittura aumentato a seguito degli attentati di Parigi del 13 novembre, all’operazione di polizia condotta nella periferia di Ginevra che – come riportato da Le Temps – avrebbe fatto ritrovare dei documenti sospetti collegati al Daesh, e all’allarme rosso ormai scattato nella città elvetica, dopo ben tre allarmi bomba in tre diverse città nel giro di pochi giorni, uno dei quali si è rivelato reale.

Per quanto riguarda la cooperazione atlantica, la Svizzera è associata alla NATO nella Partnership for Peace, come altri 21 paesi. Tra le ragioni della partecipazione vi sono le esigenze di modernizzazione dell’esercito svizzero e della sua capacità di intervento, nonché l’allineamento agli standard e agli schemi  tattici del colosso atlantico, oltre ovviamente ai rischi già presi in considerazione dal concetto strategico NATO 2010 come cyber attacchi, terrorismo  e minacce balistiche.

Dalla fine del 2014, la SWISSCOY impiega al massimo 235 uomini, ma essa resta una forza significativa all’interno della KFOR – ridotta ormai a meno di 6000 uomini provenienti da 30 paesi – anche grazie alle conoscenze tecniche dei soldati svizzeri che contribuiscono con prodotti di nicchia ricercati all’adempimento del compito della missione.

Inoltre, la Svizzera è all’avanguardia nell’apporto diplomatico militare europeo ed internazionale attraverso la presenza di centri altamente specializzati di Ginevra dedicati alle questioni della sicurezza: il Geneva Centre for Security Policy, il Centre for the Democratic Control of Armed Forces, che dispone di un ufficio a Bruxelles e riceve regolarmente quadri provenienti  sia dai paesi membri della NATO che dai suoi partner, ed il Geneva Center for Training and Analysis of Terrorism.
Da un punto di vista politico, la presenza forte al summit NATO del 2012 del capo del Dipartimento Affari Esteri di Chicago del maggio 2012 ha favorito ulteriori iniziative interne come quella sull’inquadramento delle società militari private.
La cooperazione nei programmi che riguardano gli armamenti è il tema più strategico per la Svizzera, che peraltro ha anche concluso un accordo con l’agenzia europea di difesa.

Nonostante la crisi dell’industria nazionale della difesa, il ministro della difesa aveva proposto nel 2014 la creazione di un fondo per l’acquisto di 22 caccia svedesi Gripen, questione che peraltro era stata oggetto di aspro dibattito sulla compatibilità politica e giuridica con la neutralità svizzera.

Anche se la proposta è stata rifiutata con il 53,4% dei voti (maggioranza peraltro risicata), essa è emblematica della crescente ambizione di intensificare le capacità militari vere e proprie. Nemmeno deve trarre in inganno il fatto che alcuni giorni fa sia stato deciso in Parlamento che l’esercito del futuro sarà più piccolo: si prevede infatti che esso sarà meglio equipaggiato e in grado di essere mobilitato in tempi rapidi.
In seguito alla vicenda di un dirottamento di un aereo di linea etiope su Ginevra del 2013, è inoltre emerso chiaramente – in determinate circostanze ed a determinate ore della giornata – che le forze aeree elvetiche delegano i loro compiti ai paesi vicini, Francia, Italia e Germania.

Le capacità in termini di mediazione sono essenziali per il trattamento non solo dei « protracted conflicts » ma anche la tessitura di alleanze informali nella nuova guerra al terrore.  E se l’ipotesi di interventi diretti è da escludere, il passaggio da una fase di “minaccia vaga” a quello di “minaccia precisa”, unito alla consapevolezza che – secondo uno studio recente – sarebbero almeno 69 i foreign fighters partiti dalla Svizzera, potrebbe rimettere in discussione la politica di sicurezza svizzera.

In un’intervista rilasciata a Le Temps, il consigliere nazionale Fathi Derder ha sottolineato la necessità di forgiare una nuova politica di sicurezza, attraverso un esercito  « utile e intelligente » e un maggior collegamento tra innovazione e esercito, secondo il modello di Stati Uniti ed Israele. Già nel 2014 gli esperti di sicurezza evocavano tra le minacce più probabili la guerra asimmetrica ed il terrorismo.

La Svizzera si è dimostrata anche incredibilmente attiva nell’esportazione di materiali da guerra, la quale non viene considerata incompatibile con gli obblighi di neutralità: materiale da guerra svizzero sarebbe stato utilizzato in maniera cospicua dai ribelli libici durante il conflitto del 2011.

Il Dipartimento federale della difesa ha inoltre reso noto la scorsa settimana che l’aeronautica militare svizzera garantirà dal 2020 il servizio di polizia aerea 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno, con due velivoli di combattimento armati. Se la lotta coordinata al fenomeno dei viaggi intrapresi con finalità jihadiste è in linea con gli sforzi profusi dagli stati partner europei e dalle Nazioni Unite, grazie ad una Task Force appositamente costituita, un contributo fondamentale potrebbe provenire dai servizi di intelligence svizzeri.

Già a fine agosto era stato previsto (presagio o informazioni riservate?) che l’arsenale a disposizione dei servizi segreti svizzeri sarebbe stato notevolmente ampliato. Oltre alle intercettazioni telefoniche, gli agenti elvetici potranno infiltrare i sistemi informatici anche all’estero in maniera molto più pervasiva.

Sul piano diplomatico un elemento di cruciale importanza potrebbe venire dalle buone relazioni con la Serbia – soprattutto grazie al partenariato stretto in seno all’OSCE – che potrebbero essere sfruttate per un avvicinamento ancora maggiore alla Russia, la quale si pone ogni giorno di più come attore chiave dei giochi europei e degli equilibri mondiali di fronte alle dinamiche entropiche all’interno del “fronte” occidentale stesso.


Già nelle fasi più aspre della crisi ucraina la Svizzera aveva mantenuto aperti i canali del dialogo con Mosca, assumendo una posizione « credibile e indipendente anche in materia di politica sanzionatoria », tanto che le prese di posizione del responsabile del Dipartimento federale degli affari esteri sul referendum in Crimea hanno fatto parlare di funambolismo diplomatico.

Oltre alla simpatia di cui beneficia la Svizzera presso il regime del presidente Putin, i rapporti tra Russia e Svizzera si sarebbero sempre più intensificati in seguito alla ratifica di un Memorandum of Understanding nel 2007, in cui la promozione della sicurezza figura come uno dei pilastri fondanti, e al lancio ufficiale delle celebrazioni per i 200 anni delle relazioni diplomatiche Berna- Mosca, con incontri ministeriali, nel 2014, in piena crisi ucraina.

Dopo aver saputo conciliare l’eccellenza delle relazioni diplomatiche tra Russia e Svizzera con la presidenza elvetica OSCE, nel nuovo rapporto sulla politica di sicurezza il Consiglio federale indica il deterioramento dei rapporti fra Occidente e Russia ed il terrorismo islamista le più grandi minacce per la sicurezza in Svizzera, specie nel caso in cui “più avvenimenti legati a questi ambiti accadano contemporaneamente”.

Visti i presupposti, la Svizzera, con la sua libertà di azione, può ben fungere da intermediario in un « contesto internazionale in crisi e caratterizzato da una crescente polarizzazione », mettendo a frutto la sua buona reputazione internazionale d’intermediario competente e ponendosi come “scudo stellare” tra il sistema euro atlantico ed i suoi partner.

Foto: Esercito Svizzero, AFP, Getty Images, Reuters, Aargauer Zeitung

Classe 1983, Master in Relazioni Internazionali e Dottorato di Ricerca in Transborder Policies IUIES, ha maturato una rilevante esperienza presso vari istituti europei occupandosi di protezione internazionale delle minoranze, di politica estera UE, conflitti e tecniche negoziali internazionali. E' stata ricercatrice presso il Centro di Studi Europei in Svizzera e assistente nella cattedra di Storia delle Relazioni Internazionali e Politica Internazionale presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università degli Studi di Trieste. Lavora attualmente al Servizio Europeo per l'Azione Esterna a Bruxelles dove si occupa di sicurezza in Medio Oriente e nell'est Europa.

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