La ritorsione di Haftar: “sanzioni alle aziende italiane”

Haftar ANSA

di Beppe Boni da Il Quotidiano Nazionale

Come sempre il generale Khalifa Haftar Belqasim, leader del governo di Tobruk, gioca la partita su più tavoli mentre ringhia di nuovo contro l’Italia. Diplomazia e minacce. Mentre si trova a Mosca, dove uno dei leader del ministero degli Esteri russo sta tentando di favorire il dialogo con il premier di Tripoli, Fayez al-Sarraj, Haftar lancia un nuovo siluro contro l’Italia considerandolo un «Paese ostile».

Stavolta niente annunci di bombardamenti (improbabili da mettere in opera) contro le navi italiane, ma sanzioni economiche e chiusura della collaborazione con le aziende che battono bandiera tricolore. Sarà vero? Certo negare una autorizzazione è più facile che sganciare una bomba con un vecchio Mig.

Il ministro dell’Economia di Tobruk, Munir Asser, ha emesso ieri pomeriggio una comunicazione, la numero 37, con la quale vieta «l’apertura e l’estensione di qualsiasi filiale di aziende italiane in Libia, così come la costituzione di joint venture di imprese libiche con aziende italiane». L’intenzione di una ritorsione economica era nell’aria da giorni dopo la minaccia, mai attuata, delle bombe sulle navi della Marina militare impegnate nell’Operazione Mare Sicuro in acque libiche in base al pur controverso accordo con Tripoli.

L’occasione per lanciare la nuova offensiva anti italiana pare sia stata colta al volto in base la fatto che in questi giorni alcune nostre imprese hanno avuto la necessità di correggere il loro status in base alla legislazione libica.

Dunque stop alla collaborazione fino a nuovo ordine. Sarà vero? Nei prossimi giorni si potranno misurare gli effetti di questa nuova sparata dell’uomo forte di Tobruk che ha abituato la comunità internazionale alle sue incursioni mediatiche. Fonti libiche affermano che il consolato italiano è stato avvisato anche se non aveva ricevuto fino a metà pomeriggio note ufficiali.

L’uomo forte della Cirenaica usa spesso con l’Italia affondi e parziali retromarce, minacce e messaggi di avvicinamento, una contradditoria strategia volta a cercare una affermazione come interlocutore accanto al governo di al-Sarraj.

«Ribadisco che gli italiani e i libici sono amici – ha dichiarato giorni fa al Corriere della Sera – ma nessuno può entrare in acque territoriali libiche senza autorizzazione, sarebbe una invasione e abbiamo il diritto dovere di difenderci. Vale per l’Italia e per qualsiasi altro Paese». Ma nessun caccia libico, si è alzato in volo. Sulla sovranità in mare è stato deciso: «Non c’è alcuna intesa con noi. Io non vi ho dato alcuna luce verde. Non solo, nessuno ci ha mai detto nulla. È stato un fatto compiuto, imposto senza consultarci».

Sempre secondo quanto racconta il generale, qualche giorno dopo le minacce il numero due dei servizi italiani avrebbe avuto con lui un colloquio per cercare di appianare i contrasti. Ma l’uomo forte della Cirenaica vuole trattare col governo, non con le “barbe finte”, per cucirsi sul petto la medaglia di quel riconoscimento internazionale che gli viene negato.

Foto Ansa

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