Libia: la sfida del Fezzan

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Mentre la stampa nazionale ed internazionale tiene gli occhi puntati sul confine mediterraneo dell’Europa, le radici di una serie di problematiche geopolitiche – tra cui la crisi dei migranti – vanno ricercate più a sud, ovvero nel Fezzan, la vasta regione scarsamente popolata nel sud ovest della Libia.

La situazione nel paese resta a dir poco precaria a causa dalla mancata attuazione dell’accordo politico. Nonostante un dialogo regionale sia stato promosso da Algeria, Egitto e Tunisia, le divisioni interne al mondo arabo continuano a costituire un ostacolo. Anche in termini di sicurezza la situazione in Libia si sta deteriorando, con possibili implicazioni ancora più gravi sia per il continente africano che per quello europeo…in primis ovviamente per l’Italia.

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La dichiarazione del Cairo adottata lo scorso febbraio non ha ancora prodotto risultati, come nemmeno la dichiarazione congiunta per il cessate il fuoco adottata a luglio a Parigi dal generale Khalifa Haftar e il capo del consiglio presidenziale libico a Tripoli, Fayez al –Serraj.

Tra i motivi vi è il fatto che le decine di milizie che controllano vaste porzioni di territorio non hanno partecipato in alcun modo agli accordi, mentre le potenze regionali mantengono posizioni divergenti, fino a spingere gli analisti a parlare di guerra per procura.

Le forze in gioco vedono Chad, Egitto e UAE a supporto di Haftar da un lato, e Qatar, Sudan e Turchia sostenitori di al-Sarraj dall’altro. La Libia quindi è sempre più terreno di scontro per un braccio di ferro tutto interno al mondo arabo. Al quadro si aggiungono le potenze straniere, in particolare Russia e Francia sostenitrici di Haftar per motivi di interesse geopolitico.

 

Il Fezzan

Le alleanze si complicano ulteriormente se consideriamo l’area del Fezzan, nodo cruciale per qualsiasi tentativo di normalizzazione: il Ciad, alleato naturale della maggiore tribù, quella dei Tebu ( il “popolo delle rocce”, gruppo etnico sahariano di ceppo etiope compostio da circa 200 mila individui), combatte una guerra per procura contro il Qatar e i suoi alleati libici legati alla Fratellanza Musulmana. I Tebu abitano il sud della Libia, il Ciad del nord ed il nord est del Niger. Sono alleati di Haftar e dopo la caduta di Gheddafi hanno preso il quasi totale controllo dei confini tra Libia, Chad e Niger e tra Libia e Sudan.

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In Libia l’Arabia Saudita ha tenuto invece una posizione altalenante, al punto da creare ambiguità che sicuramente non hanno aiutato l’avvio di un processo di transizione: nel 2015 Riad aveva appoggiato i raid egiziani contro gli islamisti sostenuti aiutati dal Qatar, ma il deteriorarsi dei rapporti tra sauditi ed egiziani ha portato l’Arabia Saudita a ritirarsi in parte dallo scacchiere.

Dalla liberazione di Sirte e parte di Benghazi dallo Stato islamico, la situazione generale non è affatto migliorata. Anzi, la competizione tra i gruppi armati affiliati a Misurata e Tripoli è indicativa del deteriorarsi del clima di speranza che per brevissimi momenti aveva illuminato lo scenario.

I gruppi armati sono anche pesantemente coinvolti nella violazione dell’embargo sulle armi e il paese rimane un crocevia importante per i flussi di armi illecite verso i paesi africani confinanti e non, nonchè verso il Medio Oriente.

Solamente nel settore petrolifero, come nota l’ultimo report del panel di Esperti del Consiglio di Sicurezza dell Nazioni Unite, è stata raggiunta una certa stabilizzazione dal momento che le parti in gioco si sono astenute dal danneggiare le installazioni. Il risultato inatteso del mancato accordo tra corporazioni petrolifere è stato una maggiore produzione di petrolio nel complesso, cosa che ha fatto piacere a molti, Occidente in primis.

FILE - In this March 18, 2015 file photo, Gen. Khalifa Hifter, then Libyas top army chief, speaks during an interview with the Associated Press in al-Marj, Libya. From east and west, the forces of Libyas rival powers are each moving on the city of Sirte, vowing to free it from the hold of the Islamic State group. Hitter, backed by Egypt and the United Arab Emirates, he is considered a hero in the east. But he is widely despised in western Libya, where his opponents depict him as a would-be dictator along the lines of Gahdafi. (ANSA/AP Photo/Mohammed El-Sheikhy, File) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved. This material may not be published, broadcast, rewritten or redistribu]

Il conflitto post-rivoluzione sembra dirigersi verso una soluzione militare più che politica, come afferma Andrew McGregor, direttore di Aberfoyle International Security.

Il primo ministro del governo di Tobruk cui è legato il generale Haftar (nella foto a lato), Abdullah al-Thinni, si era espresso in tal senso solo alcuni mesi fa dichiarando che «solo uno sforzo militare puo’ unire il paese».

Anche per questo il controllo o quanto meno la stabilizzazione del Fezzan dovrebbero essere al centro di ogni iniziativa internazionale o nazionale, volta non solo al controllo dei flussi di migranti ma anche alla lotta dei traffici illeciti di ogni tipo – spesso tra loro mescolati – e agli sforzi per arginare lo Stato Islamico nel Levante e in Africa in generale.

La remota regione del Fezzan si trova all’incrocio con Algeria, Niger e Chad ed offre opportunità per molte situazioni lucrative per una pletora di attori, dai trafficanti locali ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e altri gruppi jihadisti.

Il territorio costituisce anche delle principali rotte della droga, attraversata da mercenari stranieri provenienti dall’Africa sub-sahariana, che inizialmente cercavano di raggiungere Sirte, e migranti provenienti soprattutto da Ciad, Niger e altri paesi del Sahel, ma anche dal Corno d’Africa.

 

Contesto tribale

Il contesto tribale è già da solo piuttosto complicato e vede entità e affiliazioni etniche perennemente in lotta o legate da alleanze mutevoli. Tra le principali troviamo i berberi arabi, i tuareg berberi, i Tebu e i sub-sahariani arabizzati (Ahali), discendenti degli schiavi portati in Libia. Semplificando, i Tebu godono del sostegno di Tobruk, mentre i rivali arabi e tuareg di quello di Tripoli.

Members of the Libyan National Army (LNA), also known as the forces loyal to Marshal Khalifa Haftar, fire a tank during fighting against jihadists in Benghazi's Al-Hout market area on May 20, 2017. / AFP PHOTO / Abdullah DOMA

Nell’era post Gheddafi almeno tre conflitti locali, scoppiati a più riprese, si sono sviluppati su tre assi di rivalità principali, come spiega anche un recente report di Crisis Group: il conflitto tra le tribù Awlad Suleiman e Tebu; quello Awlad Suleiman contro la tribù Qhadadhfa e infine Tebu contro Tuareg. Le ostilità hanno avuto luogo soprattutto tra il 2012 ed il 2014, con degli strascichi del conflitto Tebu – Tuareg ad Ubari fino al 2016. E tutti hanno avuto luogo nel Fezzan.

Rappresentanti di Awlad Suleiman, Tebu e Tuareg sono convenuti a Roma a marzo 2017 sotto l’egida del ministero dell’interno e della Presidenza del Consiglio. Evidentemente, le parti si aspettavano non soltanto dei buoni uffici ma un compenso economico da parte dell’Italia (o dell’Europa) che non è però arrivato. L’assemblea nazionale dei Tebu ha poi denunciato il trattato di pace come «interferenza dell’Italia ». Dopo averci riprovato a giugno, le parti sono nuovamente tornate in patria senza soluzioni.

Le trattative con queste tribù restano tuttavia fondamentali per la messa in sicurezza dei confini del sud, che si estendono per più di 2500 miglia. Come sottolinea un report precedente del panel di esperti dellle Nazioni Unite, l’autorità militare nel Fezzan è nelle mani di gruppi tribali, criminali ed estremisti.

 

Gli ultimi scontri

Il generale libico Ahmaid Al-Ataybi, comandante della Sesta brigata di fanteria attaccata a fine febbraio a Sebha, capoluogo del Fezzan, ha accusato il generale Khalifa Haftar di “aver reclutato mercenari da Ciad, Niger e Sudan” per riuscire a controllare il Sud del Paese. Al-Ataybi risponde al governo di accordo nazionale di Tripoli, guidato da Fayez al Sarraj (nella foto sotto).

Fayez Mustafa al-Sarraj, Chairman of the Presidential Council of Libya and prime minister of the Government of National Accord of Libya, speaks during the High-level plenary meeting on addressing large movements of refugees and migrants in the Trusteeship Council Chamber during the 71st session of the United Nations in New York September 19, 2016. A summit to address the biggest refugee crisis since World War II opens at the United Nations on Monday, overshadowed by the ongoing war in Syria and faltering US-Russian efforts to halt the fighting. World leaders will adopt a political declaration at the first-ever summit on refugees and migrants that human rights groups have already dismissed as falling short of the needed international response. / AFP PHOTO / TIMOTHY A. CLARY

Gli scontri hanno causato almeno sei morti e decine di feriti, e hanno indotto oltre 4.500 persone alla fuga, secondo quanto precisato da fonti ospedaliere. I combattimenti hanno visto opporsi le tribù Tebu e Awlad Suleiman, che appoggiano rispettivamente Haftar e il governo di Tripoli. Il sindaco di Sebha ha denunciato la presenza di “truppe straniere” decise a occupare il Sud della Libia:

Il 5 marzo il premier libico Fayez Serraj ha annunciato la creazione di una forza militare per garantire la sicurezza nel Sud della Libia. “Il premier e il comandante supremo dell’esercito hanno rimarcato l’intenzione di riportare sicurezza nel Sud e di prevenire interferenze esterne – si legge nella nota diffusa dall’ufficio di Sarraj al termine dell’incontro avuto ieri con i vertici militari – ha dato ordine di creare una forza militare per garantire la sicurezza e proteggere la regione meridionale da tutti i pericoli e di sostenere la forza del governo nel Sud e di adoperarsi per rispondere a tutte le sue necessità”.

In Niger, droni americani che operano dalla base di Agadez e pattugliamenti della legione straniera francese che operano dalla base desertica di Fort Madama a sud di Toummo non sono sufficienti a garantire il controllo o il blocco dei confini libici meridionali. Un anno fa, il Ciad ha chiuso i suoi confini con la Libia per impedire ai militanti di raggiungere Sirte, ma un valico è stato riaperto.

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Non esistono attualmente restrizioni per quanto riguarda il confine con il Niger che rimane uno dei punti piu’ caldi e pericolosi di tutta l’Africa. Una gran parte dei migranti passa per la strada che porta da Foirt Madama in Niger a Toummo in Libia, da cui è possibile dirigersi verso Sebha (capitale del Fezzan). I flussi provenienti dal confine algerino sono invece di minor entità.

Ovviamente, nel Fezzan pochi hanno l’interesse a fermare i traffici, comprese le forze di sicurezza che spesso sono colluse con i trafficanti.

Nel Fezzan, come accennato, si intrecciano traffici di tutti i generi: esseri umani, migranti, petrolio, armi, droghe a altri. Lo sfruttamento delle miniere d’oro nel deserrto libico vicino al Ciad, fiorito dopo il 2013, è controllato per lo più dai Tebu.

La proliferazione delle fonti dell’economia illecita assieme al conflitto tra coalizioni militari rivali in assenza di un potere forte rimangono le sfide maggiori. Il governo di Tripoli ha un’influenza limitata sul territorio; la «terza forza» delle milizie di Misurata alleata del governo si è ritirata dalla base militare di Sebha lo scorso maggio e non sembra avervi fatto ritorno.

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L’Europa ha capito, anche se tardi, l’importanza di un intervento nel sud ovest della Libia. Dopo gli scarsi successi di EUNAVFOR MED e degli sforzi della UE per trattare con il Niger, solo nel 2017 Bruxelles ha deciso di trattare il problema dei migranti dalla prospettiva della Libia del sud.

L’Italia ha promosso il piano di stabilizzazione “A plan for peace, stability and security in the south of Libya” al fine di controllare l’immigrazione illegale, i traffici illeciti ed il terrorismo. I costi sono stimati a 90 milioni per i quali l’Italia sta cercando di ottenere finanziamenti europei. A luglio 2017 la Commissione Europea ha proposto un piano d’azione a sostegno dell’Italia e a fine novembre sono stati stanziati quasi 40 milioni come fondo d’emergenza.

Il Fezzan rimane però un obiettivo a lungo termine per i jihadisti che potrebbero trovare l’occasione per sfruttare la tradizionale resistenza locale all’imposizione del controllo del governo.

 

Lo Stato Islamico nel Fezzan

D’altra parte, il pericolo delle infiltrazioni dello Stato Islamico (IS) in Fezzan è concreto e reale. L’IS aveva annunciato la costituzione della wilaya del Fezzan come part del suo califfato ancora nel 2014. Dopo l’espulsione da Sirte i combattenti esplorano vie alternative a sud della costa e continuano a costituire una “minaccia elusiva”. Un gran numero proviene dal Sudan, ma anche da Mali, Chad, Algeria e in misura minore Egitto e Tunisia, mentre i libici sarebbero una minoranza.

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Alcuni dei combattenti in fuga da Sirte si sarebbero diretti nel Fezzan in particolare nella città di al- Uwaynat vicino al confine algerino, che sta emergendo come roccaforte dello Stato Islamico in Libia.

Gli investigatori sostengono che l’IS avrebbe ricostituito un esercito del deserto di almeno tre brigate sotto il comando dell’islamista al-Mahdi Salem Dangou.

Il report del panel di esperti del Consiglio di Sicurezza ONU afferma che la presenza dello Stato Islamico emerge da piccole incursioni che si verificano nelle vicinanze di Sirte, come a Jizh, Ghuraybat, Wadi Zamzam, Suq al-Khamis.

La presenza di cellule IS è stata in realtà documentata anche lungo l’area petrolifera nelle regioni di Bani Walid e Nawfaliyah. Vi sono anche sospetti sui legami IS e al-Qaeda, affatto ovvie invece in altri Stati.

 

Prospettive jihadiste

Se l’entità della presenza IS nel Fezzan e in Libia in generale è difficile da valutare, esiste in ogni caso un interesse del Gruppo jihadista a penetrare nel sud ovest della Libia per riconnettersi all’organizzazione sorella nigeriana Boko Haram e guadagnare terreno rispetto ad AQMI sfruttando anche le rivalità locali e tribali del meridione libico.

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Il controllo del Fezzan aprirebbe soprattutto ai jihadisti la strada verso l’Africa sub-sahariana ma costituirebbe anche una roccaforte nei confronti di un attacco di forze internazionali, data la posizione strategica: via principale verso l’Africa nera e punto di snodo verso il Medio Oriente ma anche verso l’Europa.

Nel Fezzan l’IS recupera fondi per la propria espansione tassando il flusso di immigrati. Nonostante cioò il rapporto esclude che lo Stato Islamico gestisca direttamente il traffico di migranti. Uno sudio del Global Initiative Against Transnational Organized Crime ha inoltre mostrato come allo Stato Islamico manchi il controllo delle coste, in parte a causa delle divisioni interne a Sabratah.

Una ricerca condotta da Rebecca Murray escluderebbe che le tribù Tebu e Tuareg, più legate ai loro leader tradiziionali, siano tentate dall’idelogia dello Stato Islamico. Tuttavia, come è successo nel Mali del nord, gli estremisti potrebbero utilizzare la gioventù emarginata per penetrare anche queste comunità.

Un’ultima questione è quella dei mercenari stranieri, provenienti soprattutto da Ciad e Sudan, quasi sempre coinvolti in atti criminali di varia natura. Gruppi del Ciad sarebbero stati assoldati avrebbero partecipato in operazioni anti-IS, ma ovviamente la loro stessa presenza massiccia in Libia costituisce un’ulteriore minaccia per la sicurezza.

Foto: AFP, AP, Reuters e Stato Islamico

 

Classe 1983, Master in Relazioni Internazionali e Dottorato di Ricerca in Transborder Policies IUIES, ha maturato una rilevante esperienza presso varie organizzazioni occupandosi di protezione internazionale delle minoranze, politica estera della UE e sicurezza internazionale. Assistente alla cattedra di Storia delle Relazioni Internazionali e Politica Internazionale presso l'Università di Trieste, ricercatrice post-dottorato presso il Centro di Studi Europei presso l'Università Svizzera di Friburgo, e junior member presso la Divisione Politica Europea di Vicinato al Servizio Europeo per l'Azione Esterna. Lavora attualmente presso Small Arms Survey a Ginevra come Ricercatrice Associata.

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