VENTICINQUE ANNI FA L’OPERAZIONE AIRONE IN KURDISTAN

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di Franco Monticone

Ricorre quest’anno il venticinquesimo anniversario della partecipazione di un contingente italiano all’operazione “Provide Confort”. Questa operazione, su mandato dell’ONU, aveva lo scopo di fornire assistenza umanitaria alla popolazione curda che aveva subito la repressione irachena. Nasceva così l’operazione “Airone” che vedeva impegnato il contingente interforze Italfor Airone, del quale Itapar costituiva le Forze Operative.

Italpar si distingueva dalle altre componenti del contingente per due peculiarità. Innanzi tutto non dipendeva dal Comando di Italfor, dislocato a Incirlik (Turchia), in quanto assegnato “sotto controllo tattico” del Comandante della Task Force (TF) “Bravo”.

Era quindi il generale di divisione statunitense Gardner che disponeva l’impiego di Italpar per l’assolvimento del compito della TF: creare una cornice di sicurezza per la popolazione curda, al fine di favorirne il rientro nella regione dell’Iraq dove tradizionalmente abitava.

In secondo luogo Italpar era l’unica componente di Italfor che era effettivamente schierata nel Kurdistan iracheno, a Zakho, cioè nell’area operativa della TF “Bravo”.


Queste brevi note hanno lo scopo di ricordare, a venticinque anni dagli eventi, la missione svolta da Italpar e soprattutto di rinnovare al personale che ne ha fatto parte il riconoscimento per come ha operato.
Per memoria, Italpar comprendeva una componente della “Folgore” (Comando, 5° Btg. “El Alamein”, Reparto Logistico, compagnia Genio, un plotone Carabinieri del “Tuscania”, una compagnia Incursori del “Col Moschin”) e una della “Taurinense” (Reparto di Sanità Aviotrasportabile) che, integrandosi, potevano efficacemente svolgere tutte le funzioni connesse con un intervento umanitario in un’area potenzialmente ostile. A questo riguardo, il commento del generale Gardner, all’arrivo dei primi elementi del 5° paracadutisti, era stato lapidario e significativo: “Good, reaction forces”.
Italpar a Zakho, come primo lavoro, ha dovuto costruirsi la base, perché aveva il discutibile privilegio di essere l’unico contingente interamente accampato sotto tenda, soluzione abitativa poco idonea in una regione dove la temperatura diurna arriva a 45 gradi.

Oltre tutto l’area assegnata presentava notevoli problemi di sicurezza perché esposta all’osservazione e a offese di ogni tipo.

Il problema sicurezza, considerato primario rispetto al disagio ambientale, venne risolto utilizzando container vuoti e carcasse di mezzi iracheni per creare un bastione e molte decine di migliaia di sacchetti a terra per la protezione diretta delle tende.

Il perimetro della base fu delimitato con bunker collegati da grovigli di concertine che non avrebbero sfigurato sul Carso nel 1918. Comunque, in un secondo tempo, il generale Gardner autorizzerà il rischieramento di Italpar in una base più idonea per la sicurezza e più confortevole per il personale, ma anche meglio rispondente alle esigenze operative perché più vicina e meglio collegata con il settore di competenza.

Tuttavia l’esigenza di creare dal nulla la base non ha inciso sugli scopi della missione, in quanto, sin dai primi giorni, i paracadutisti erano impiegati nei campi dei profughi per montare tende ed eseguire lavori, gli alpini e il personale sanitario rendevano operativo l’ospedale, gli incursori operavano con il contingente francese sulle montagne per il recupero di profughi e i carabinieri schieravano posti di blocco lungo le rotabili e garantivano l’ordine pubblico nei campi.

Tutto questo per contribuire a creare le condizioni che, nelle intenzioni dell’Operazione “Provide Comfort”, dovevano favorire il rientro dei profughi nei loro territori. E’ stato un lavoro massacrante, che non può trasparire dall’aridità dei dati statistici elencati a posteriori, che non sarebbe stato possibile senza lo spirito di sacrificio e la tenacia di tutto il personale di Italpar.

Le doti di carattere, unite alla generosità e all’ entusiasmo che caratterizzano gli alpini e i paracadutisti, hanno consentito loro di entrare immediatamente in azione man mano che arrivavano in Teatro e di fronteggiare con disinvoltura le esigenze organizzative del contingente.

La capacità di entrare in azione con immediatezza, caratteristica dei reparti addestrati seriamente, supportata dall’abitudine ad agire d’iniziativa, tipica delle aviotruppe, ha guadagnato a Italpar la completa fiducia del comando della TF “Bravo”.

A tal proposito, va detto che la TF aveva manifestato una certa curiosità di conoscere la reale affidabilità operativa del contingente italiano, tanto che uno dei primi giorni si era presentato un ufficiale di quel comando per controllare l’organizzazione della sicurezza della base.

Gli è stato offerto un bicchiere di vino e gli è stato detto che quando fosse stata fatta una prova di allarme sarebbe stato invitato ad assistervi.

In effetti, la fiducia accreditata ad Italpar era ampiamente meritata in quanto i reparti hanno svolto un ruolo efficace in ogni settore di attività della TF, mantenendo sempre un comportamento ineccepibile e dimostrando uno spirito partecipativo che è andato al di là di ogni aspettativa e

delle capacità operative teoriche dei reparti stessi. Per questo vale la pena di ricordare, con una sintetica carrellata, l’attività svolta in Kurdistan dal personale di Italpar nei settori operativo, sanitario e dei lavori.

Per quanto ha tratto con il settore operativo, il 5° Battaglione Paracadutisti ha predisposto due serie di strutture controcarro basate su lanciamissili Milan, presidiando quella più avanzata, unitamente a una compagnia paracadutisti USA armata di Tow assegnata sotto controllo tattico di Italpar.

Inoltre con il Posto Comando del 5° era schierato un Nucleo di Coordinamento del Fuoco USA che poteva richiedere l’intervento di aerei basati a terra o su portaerei e questo era l’elemento che conferiva al Battaglione capacità operative che ne giustificavano lo schieramento.

L’ambiente, caratterizzato da campi sconfinati privi di ostacoli, dal colore giallo dominante, dall’assenza di vegetazione e dall’esposizione al caldo torrido, rispondeva alle tradizioni della “Folgore” perché ricordava il deserto di El Alamein.

Le compagnie si alternavano nel presidio e quando erano in turno di “riposo” alla base, andavano a lavorare nei campi profughi
Con lo stile paracadutista lo facevano semplicemente perché andava fatto, senza mai esitare.

Gli Incursori dopo l’assegnazione a Italpar del settore di competenza, garantivano la sicurezza degli spazi non direttamente controllabili dai capisaldi. Il loro è stato un lavoro oscuro di appostamenti e di osservazione, finalizzato a dimostrare che tutta l’area era controllata e ad acquisire informazioni sul personale presente nel settore.

I carabinieri del “Tuscania”, infine, gestivano due Posti di blocco sulla rotabile che da Zakho porta a Baghdad per prevenire il traffico di armi e controllare la presenza di elementi pericolosi.

Un compito non privo di ampi margini di incertezza per la possibilità di reazioni, stante l’ampia diffusione di armi di ogni tipo, che veniva svolto con lo stile e la competenza tipici dell’Arma, come se operassero in una nostra città.

Il settore sanitario era gestito dal personale medico, paramedico e dalle Volontarie della Croce Rossa, con la collaborazione degli Alpini dell’Ospedale da campo. L’attività è stata frenetica sin dai primi giorni, sia quella di tipo ambulatoriale che quella chirurgica.

Va riconosciuto a merito di quel personale l’efficienza dimostrata nell’affrontare situazioni sanitarie che all’epoca in ambito nazionale erano pressoché sconosciute, quali ferite da mina, e la capacità di adattarsi ad operare in un ambiente obiettivamente difficile, giungendo a modificare la struttura della tenda della “sala” chirurgica per renderla più rispondente.

Nel contempo, Italpar organizzava, con l’approvazione del generale Gardner comandante della TF, dei Nuclei mobili con medico e ambulanza e Incursori di scorta per venire incontro alle esigenze degli insediamenti più lontani da Zakho, anche al di fuori del settore di competenza nazionale.

A tal proposito, va sottolineata la disponibilità del personale medico ad uscire dal perimetro relativamente sicuro della base per andare a svolgere soccorso anche in aree potenzialmente ostili.

L’opera umanitaria svolta dal personale sanitario è stata decisiva per il successo dell’operazione, perché ha rappresentato, per il popolo curdo, il segno tangibile della possibilità di tornare a condizioni di vita normali.

Per quanto riguarda i lavori, è stata protagonista la Compagnia genio. La sua attività si svolgeva prevalentemente nei campi profughi per interventi organizzativi che richiedevano personale qualificato e attrezzature speciali e bisogna riconoscere che il suo arrivo, tra l’altro fra i primi elementi di Italpar, aveva rappresentato un notevole incremento della capacità organizzativa della TF per l’accoglienza dei profughi.

Ma i genieri della “Folgore” erano disponibili anche per le esigenze lavorative al di fuori dei campi e, ovviamente, per l’organizzazione della base di Italpar.

Queste attività non hanno conosciuto sosta e va riconosciuto che sono state svolte in una situazione difficile per condizioni ambientali, resa più difficile dall’indisponibilità di dotazioni specifiche, e in situazioni spesso critiche per le tensioni interne all’etnia curda e fra questa e elementi iracheni o filo iracheni che saltuariamente venivano scoperti nell’area.

Sovente si verificavano scontri a fuoco, specie durante la notte, che pur non coinvolgendo direttamente Italpar costituivano fattore di rischio, soprattutto per i reparti impiegati al di fuori della base.

La presenza di estesi campi minati e di mine disseminate ovunque, specie lungo le strade, e di munizioni di ogni tipo abbandonate sulle posizioni già occupate dalle forze irachene contribuivano a rendere sensibile lo scenario. Inoltre, nel teatro non esisteva una autorità governativa formalmente costituita.

L’autorità civile, per quanto non ufficiale, era rappresentata dai peshmerga, cioè coloro che avevano combattuto contro le forze irachene e che ora costituivano una specie di milizia, che però non doveva apparire come forza armata.

In una situazione del genere la disponibilità di informazioni concrete e aggiornate era essenziale per la sicurezza del contingente, in special modo per coloro che operavano al di fuori della base, quali i presidi dei caposaldi, gli Incursori di pattuglia, i crabinieri dei Posti di blocco, i Nuclei sanitari mobili e il personale che usciva dalla base per esigenze funzionali.

Non disponendo di assetti dedicati all’intelligence, Italpar ha risolto il problema con una iniziativa indubbiamente spregiudicata e che ha avuto successo proprio perché tale. Una coppia di Incursori, che di “informatori” non avevano la qualifica ma ne possedevano la vocazione, è riuscita a entrare in contatto con il capo dei peshmerga dell’area.

Il generale Gardner, appena informato della cosa e consapevole della sua importanza, ha immediatamente concordato sull’opportunità di procedere.

Il conseguente incontro ha avuto luogo, per scelta del Comandante di Italpar, presso il posto comando di quel capo in segno di rispetto per la lotta che il popolo curdo aveva sostenuto e per dimostrare che il contingente italiano, pur svolgendo un’opera umanitaria, non aveva timori di sorta.

Questo atteggiamento, unito alla palese opera del contingente, ha favorito lo sviluppo di una reale collaborazione nel settore operativo e della sicurezza.

In riconoscimento di quanto Italpar aveva fatto e a dimostrazione di stima, allorché il contingente si accingeva a lasciare il Kurdistan al termine della missione, Il capo ha schierato l’intera banda di peshmerga nei pressi del confine per una sorta di saluto con l’onore delle armi a Italpar.

Questa è sostanzialmente la cronaca dell’attività di Italpar nel Kurdistan iracheno, ma sarebbe un resoconto arido se non venissero citati taluni episodi che, specie per coloro che hanno condiviso la quotidianità della vita di Italpar, vivificano questi ricordi e danno loro la dimensione umana.

Un episodio che val la pena di citare è avvenuto ancor prima che la “Folgore” ricevesse l’ordine di partire. Un maresciallo maggiore aiutante del “ruolo mansioni di ufficio”, appena avuto sentore che forse la “Folgore” avrebbe partecipato all’Operazione Provide Confort, ha portato nel suo ufficio uno zaino affardellato di tutto punto come messaggio che non intendeva essere lasciato a Livorno, a prescindere dalle limitazioni imposte dalla normativa.

E, come di consueto, è stato poi uno dei pilastri del Comando di Italpar a Zakho.

E poi il paracadutista che, cotto dal sole in un caposaldo, a un giornalista che con aria scettica gli chiedeva se lui e i suoi colleghi si sentivano in grado di assolvere la missione in corso, rispondeva asciutto che se i loro comandanti li avevano portati lì vuol dire che erano in grado.

Ad animare la vita di ogni giorno ha provveduto un tenente dei Marines che una mattina ha pensato di fare una esercitazione a fuoco nel settore di Italpar, senza avvisare nessuno, nemmeno il suo comando.

Le conseguenze sono facilmente intuibili: il comandante di un caposaldo comunica che truppe non identificate avanzano sparando verso la sua posizione; tutti i capisaldi sono posti in allarme; il caposaldo interessato riceve l’ordine di prepararsi ad aprire il fuoco e di seguire le procedure pianificate; una pattuglia del “Col Moschin”, appostata da quelle parti, consente di chiarire la situazione; cessato allarme.

Il tenente è stato fatto sparire come nebbia al sole, ma gli va riconosciuto il merito di aver dimostrato che il sistema operativo di Italpar, cioè i ragazzi dei caposaldi e gli Incursori, sapeva rispondere correttamente in caso di emergenza.

I genieri della Folgore, nel loro incessante girovagare per lavori nelle località più disparate ben al di fuori del settore di Italpar, hanno scovato su una strada secondaria una autocolonna irachena interamente incendiata durante il conflitto e hanno scoperto che i mezzi erano carichi di concertine che, non avendo subito danni, potevano essere utilizzate.

La concertina, manco a farlo apposta, era necessaria in quantità difficilmente comprensibili da chi non era sul posto, per cui la scoperta è stato un colpo di fortuna vero e proprio.

Dopo una accurata verifica per controllare che non vi fossero trappole esplosive, è iniziata una frenetica attività per recuperare la concertina per rafforzare il perimetro della base e le carcasse degli autocarri per erigere una barriera a protezione di un’area funzionale.

A proposito dei ragazzi, quando la missione volgeva ormai al termine, gli addetti a incarichi funzionali (cuochi, meccanici, scritturali, ecc.) hanno chiesto di essere impiegati, almeno una volta, in una operazione di pattuglia.

E’ indubbiamente nel DNA del paracadutista dover avere qualcosa da raccontare qualunque cosa faccia e dovunque vada. Il costante desiderio di partecipare per essere protagonista di ciò che viene fatto deriva, forse, dal lancio che è un atto volontario e, nel momento di varcare la porta dell’aereo, rende tutti uguali e crea la coesione delle unità paracadutisti.

Forse quei ragazzi, per il tipo di incarichi ricoperti, non avevano l’addestramento adeguato, ma avevano lo spirito partecipativo che è l’anima dei paracadutisti, per cui la richiesta non poteva non essere accolta. E fu così che il Comando di Italpr ha decretato un K Day e sul far dell’alba un pattuglione, dotato di armi e munizioni su loro specifica richiesta, e con una scorta, ufficialmente con funzioni di attivatori, ha lasciato la base.

Quando sono rientrati la sera, stanchi morti per aver camminato tutto il giorno subendo allarmi di ogni tipo dagli attivatori, ma con il morale al settimo cielo, i cuochi hanno preteso di cucinare per festeggiare il successo dell’operazione.

L’attività dell’ospedale passava dall’assistenza ai parti agli interventi su ferite da scoppio di mine, il tutto sotto le tradizionali tende di tela non climatizzate. L’ambiente e gli strumenti venivano adattati con l’esperienza e in relazione a esigenze estemporanee.

Una notte il chirurgo che operava un bambino colpito dall’esplosione di una mina è arrivato a modificare un trapano elettrico, lo strumento domestico per capirci, per poter intervenire sul viso. Quando un medico curdo, che in quel periodo svolgeva un ruolo di rilievo nell’organizzazione dei peshmerga, ha visitato l’ospedale si è commosso nel constatare da professionista come lavorava il personale italiano a favore dei suoi connazionali.

Il comportamento di Italpar ha ricevuto l’apprezzamento senza riserve, del generale statunitense John Shalikashvili (nella foto a lato), comandante dell’Operazione “Provide Comfort”, e del generale Gardner, Comandante della Task Force “Bravo”, che essendo sul posto ne ha seguito l’attività quotidianamente.

Inoltre ha avuto il riconoscimento spontaneo e completo della popolazione curda attraverso i peshmerga.

E’ quindi giusto che a venticinque anni di distanza l’opera di chi ha fatto parte di Italpar e ha partecipato all’Operazione Provide Comfort in terra irachena sia ricordata, non per desiderio di protagonismo ma perché non sia dimenticata la generosità e lo spirito di servizio con i quali quegli uomini e quelle donne hanno svolto la missione. Considero un privilegio averne condiviso la vita di ogni giorno quale soldato e quale loro comandante.

Foto: Faidan Abbas, Congedati Folgore, Esercito Italiano, AP e US DoD

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