L’ISIS minaccia Pechino, Cina e Russia a difendono Assad all’Onu

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Per la prima volta lo Stato Islamico minaccia atti di terrorismo in Cina. In un video diffuso due giorni fa alcuni militanti uiguri del Califfato promettono di ritornare nel loro Paese – lo Xinjiang, la regione occidentale della Cina – e “far scorrere sangue a fiumi”.

Da molti anni la Cina accusa di terrorismo e di separatismo gruppi uiguri responsabili di attentati e ha spesso denunciato possibili rapporti con le frange jihadiste, grazie alle facili vie di comunicazione fra Xinjiang e Afghanistan e Pakistan.

Le possibili minacce terroriste della Cina hanno giustificato la pesante politica militare che Pechino persegue da decenni nella regione, dove gli uiguri sono di fatto discriminati nell’economia e nella politica.

Nel video – analizzato dall’organizzazione Site – un militante uiguro minaccia la Cina poco prima di uccidere un uomo accusato di essere una spia. “O voi cinesi – dice – che non comprendete ciò che la gente dice! Noi siamo i soldati del Califfato, e verremo per chiarificare a voi [le cose] con la lingua delle nostre armi, versando sangue a fiumi e vendicando gli oppressi”.

Secondo gli esperti, questa è la prima minaccia diretta contro la Cina da parte dello Stato Islamico ed è la prima volta che militanti di lingua uigura proclamano alleanza con il Califfato anche se la presenza di questi uomini tra le fila dell’Isis era nota da tempo.

Il video è stato diffuso nello stesso giorno in cui il governo cinese ha organizzato un raduno di massa di 10mila poliziotti a Urumqi, la capitale dello Xinjiang, in una dimostrazione di forza contro ogni “separatismo” e “terrorismo” . Da mesi è stato rafforzato il controllo su moschee, mercati, scuole, università ed è stato lanciato un programma di spionaggio in ogni quartiere.

Fra i 10 milioni di uiguri presenti nello Xinjiang vi sono frange che combattono per l’indipendenza ma la maggioranza cerca solo maggiore riconoscimento e autonomia. Col motivo di “combattere il terrorismo islamico” Pechino sta procedendo a colonizzare la regione facilitando migrazioni di cinesi di etnia Han e accrescendo la presenza di militari mentre le leggi d’emergenza opprimono la popolazione e la sua religiosità.

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Gli imam uiguri devono presentare al governo ogni venerdì il testo dei loro sermoni, è proibita l’educazione religiosa dei giovani fino ai 18 anni, scuole islamiche e moschee sono distrutte (a favore dello “sviluppo economico”) e nelle scuole ed università gli insegnanti obbligano i giovani a rompere il digiuno del Ramadan. Molti esperti hanno spesso messo in guardia la Cina dal voler risolvere i problemi solo col controllo e la repressione: tutto questo rischia di spingere i giovani alla militanza armata.

Nel video vi sono immagini di ragazzi che imbracciano le armi, e ritraggono poliziotti cinesi in tenuta anti-sommossa mentre controllano moschee e mercati, mentre arrestano uiguri. Un’immagine mostra la bandiera cinese in fiamme.

Cina e Russia hanno posto il 28 febbraio il veto al Consiglio di sicurezza Onu su una risoluzione sostenuta dal blocco occidentale che intendeva imporre ulteriori sanzioni al regime siriano per il presunto uso di armi chimiche da parte delle forze governative. Per la settimana volta Mosca ha bloccato un provvedimento – l’ultimo di questi a dicembre dello scorso anno, nell’ultima fase della battaglia di Aleppo – del Consiglio di sicurezza, a vantaggio della leadership di Damasco di cui è il più stretto alleato insieme all’Iran. Sono invece sei dal 2011, data di inizio del conflitto, i veti posti da Pechino.

La risoluzione era stata avanzata da Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. Nove i voti favorevoli in sede di Consiglio (incluso quello dell’Italia), tre i contrari – Cina, Russia, Bolivia – e tre i Paesi astenuti (Kazakistan, Etiopia ed Egitto).

Per essere adottata una risoluzione necessita di nove voti positivi, senza che siano posti dei veti al provvedimento. Nelle giornate precedenti il presidente russo Vladimir Putin aveva sottolineato che nuove sanzioni alla Siria nel contesto attuale sono “totalmente fuori luogo”, mentre i colloqui di pace Onu a Ginevra non sembrano sortire esiti postivi.

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“Per quanto tempo ancora  la Russia fara’ da babysitter al regime siriano? Vi sono persone rimasta asfissiate fino a morire. Una cosa barbara”, aveva detto l’ambasciatore USA all’Onu, Nikki Haley, esprimendo una posizione ben accolta da Londra e Parigi, prime a partorire la bozza. “Siamo compiaciuti della posizione americana”, aveva spiegato qualche ora prima del voto l’ambasciatore francese, Francois Delattre, mentre il britannico Matthew Rycroft sottolineava l’importanza di un “segnale forte e chiaro” da inviare al regime di Bashar Assad.

Se approvata, la risoluzione avrebbe posto 11 cittadini siriani, la maggior parte dei quali alti ufficiali delle forze  governative, e 10 enti di Stato all’interno di una lista nera, per presunti legami con gli attacchi chimici avvenuti in Siria nel 2014 e nel 2015. Previsto anche il bando alla vendita di elicotteri e di agenti chimici al governo di Damasco o alle forze armate siriane.

L’inchiesta resa notao nell’ottobre scorso da una commissione congiunta Onu-Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), si riferisce a fatti accaduti in tre villaggi siriani: Qmenas, Talmenes e Sarmin. Su questi, gli elicotteri di Damasco lanciarono barili-bomba al cloro. Se approvate, le sanzioni avrebbero colpiti 11ufficiali che i ebbero responsabilità nell’ordinare e portare a termine quegli attacchi, tra i quali il capo dell’aeronautica militare siriana, generale Jamil Hassan, e il capo delle operazioni aeree, generale Saji Jamil Darwish. La bozza, inoltre, prendeva di mira le infrastrutture e i mezzi utilizzati per portare a termine gli attacchi, evitando, ad esempio, la vendita di elicotteri alla Siria.

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Damasco avrebbe usato gas tossico anche ad Aleppo, per piegare la resistenza dei miliziani asserragliati nel settore orientale, per oltre quattro anni controllati dai ribelli.

Mosca ha messo in discussione l’attendibilità del rapporto: “le prove portate sono insufficienti”, aveva ribadito il vice ambasciatore Vladimir Safrnkov mentre Damasco ha sempre negato l’uso di armi chimiche nel conflitto  divampato nel marzo 2011 e che ha provocato finora 310mila vittime e milioni di sfollati. L’accusa di aver usato armi chimiche ha riguardato peraltro anche i ribelli antigovernativi e le milizie jihadiste dello Stato islamico.

Intanto a Ginevra (Svizzera) proseguono – senza risultati apparenti – i colloqui mediati dalle Nazioni Unite sulla Siria, che vedono riuniti allo stesso tavolo i rappresentanti governativi e i leader dell’opposizione armata. Putin non ha nascosto il proprio malcontento, sottolineando che gli incontri iniziati il 23 febbraio dopo un’interruzione di 10 mesi “non procedono come sperato”. Fra i molti nodi da sciogliere, la richiesta russa ai gruppi di opposizione di unirsi alla lotta contro il terrorismo e distanziarsi dai gruppi combattenti di matrice islamica.

(con fonti Wang Zhicheng/asianews e AGI/AFP)

Foto: Isis, AFP, SANA e Mojahedin.org

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