Poseidon, l’ira del dio del mare

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Per adesso è ancora poco più che un fantasma, ma è un fantasma che sta pazientemente prendendo corpo. Il misterioso siluro-drone a grande raggio, o per meglio dire sottomarino robot “suicida”, con cui la Russia potrebbe nei prossimi anni esser in grado di trasportare un ordigno termonucleare marittimo di enorme potenza a poche miglia dalle spiagge del continente americano, viene ormai considerato una minaccia plausibile, pur con i leciti dubbi del caso circa le sue capacità effettive.

Che la Russia abbia in serbo varie carte da giocare contro gli sbarramenti antimissile che stanno rendendo, almeno in parte, più difficile colpire gli Stati Uniti per le vie del cielo, è assodato da parte degli stessi americani.

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Come testimonia l’allarme lanciato il 27 febbraio 2019 dal generale dell’US Air Force John Hyten, capo del Comando Strategico statunitense (Stratcom), di fronte alla Commissione Forze Armate del Senato di Washington: “Sono preoccupato che nei prossimi dieci anni e oltre, a partire da oggi, che a causa di siluri, missili da crociera e armi ipersoniche la situazione cambi radicalmente e che avremo difficoltà nel contenere le armi strategiche russe.

Non ho problemi ad assicurare che posso difendere la nazione oggi, e penso sarà così anche per il comandante che verrà dopo di me, ma mi preoccupo per il comandante successivo”.

Hyten si riferiva, mettendo il generico “siluri” in cima all’elenco dei sistemi d’arma intercontinentali russi, anche all’enorme drone subacqueo nucleare che gli americani hanno battezzato in codice Kanyon e che i russi chiamano Status 6, a cui hanno aggiunto più di recente la denominazione alternativa Poseidon, come l’antico dio greco del mare, alimentando la confusione circa la possibilità, che riteniamo remota, che si tratti perfino di due armi distinte.

Così come i missili ipersonici sono difficilmente intercettabili, un veicolo sottomarino robotizzato a grandissima autonomia, esso stesso propulso da un reattore nucleare, è ancor più in grado di vanificare gli enormi investimenti nella difesa antimissile, con cui nell’ultima ventina d’anni gli USA hanno cercato di tradurre in realtà almeno la parvenza del sogno fantascientifico di un invulnerabile “ombrello” sopra il Nordamerica, come era stato propagandato dal presidente Ronald Reagan fin dal 1983. Il generale ha fatto capire il nocciolo della questione delle nuove armi, sia sottomarine, sia aerospaziali, con l’efficace espressione: “Se non le potete vedere, non vi potete difendere”.

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Hyten ha rimarcato soprattutto la necessità che le nuove armi russe vengano comprese dal trattato New START, quando fra pochi anni se ne dovrà ridiscutere il rinnovo: “Se i russi continuano a sviluppare capacità che non sono previste dal trattato e non si siedono al tavolo, ciò mi preoccuperà molto. Se il New START verrà esteso nel tempo, vi si dovranno comprendere queste nuove armi”.

Che il siluro nucleare, sospettato di una testata talmente potente da causare perfino un maremoto, diventi uno dei maggiori spauracchi del Pentagono, non stupisce.

Individuare e neutralizzare un veicolo subacqueo, probabilmente navigante a centinaia di metri di tenebrosa profondità, è, tutt’oggi, enormemente più difficile rispetto all’arginare degli assai più evidenti ordigni volanti, che solcano il luminoso e tenue “oceano d’aria” che avvolge il globo. Il segretissimo “mostro marino”, del quale fra poco esamineremo gli scarsi dettagli fin qui sussurrati, ha già raggiunto quindi un risultato concreto, cioè costringere gli americani a interrogarsi seriamente sul trattato New START e sulla necessità di conservarlo, se possibile allargandolo ai nuovi sistemi.

I russi, in poche parole, non hanno fatto altro che reagire in modo asimmetrico alla potenziale rottura degli equilibri ereditati dalla Guerra Fredda, iniziata già nel giugno 2002 col ritiro unilaterale USA dal trattato ABM che limitava le difese antimissile. Mentre l’America, indipendentemente da chi sedeva alla Casa Bianca, ha per tutto l’ultimo abbondante quindicennio inseguito una netta supremazia, tanto da arrivare infine alla ormai inesorabile condanna del trattato INF sui vettori a medio raggio con base a terra, la Russia non è stata a guardare. Non poteva stare a guardare.

 

L’arma dell’apocalisse?

Negli ultimi mesi, con l’ultimatum del segretario di Stato americano Mike Pompeo ai russi il 4 dicembre 2018, seguito dall’annuncio di sospensione americana del trattato INF circa 60 giorni dopo, ovvero il 2 febbraio 2019, si sono susseguiti i moniti dal Cremlino, in particolare dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov, circa il rischio che fra due anni possa toccare la stessa sorte al terzo grande trattato dell’architettura di sicurezza nucleare, il New START in vigore dal 5 febbraio 2011, che limita a 1.550 testate strategiche per parte gli arsenali atomici a lungo raggio di Russia e Stati Uniti.

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Il New START è l’attuale forma tra le tante assunte via via dai trattati sulla limitazione delle armi nucleari strategiche germogliati fin dagli anni Settanta per iniziare a frenare una corsa agli armamenti che si faceva sempre più spasmodica e terrificante. Il 26 maggio 1972, quando il presidente statunitense Richard Nixon e l’omologo sovietico Leonid Brezhnev firmarono a Mosca il SALT 1, abbinato al trattato ABM per limitare le difese antimissile, per la prima volta le due superpotenze ponevano paletti al possesso delle proprie atomiche strategiche, conservando inviolato il principio della deterrenza reciproca, il solo davvero valido se si vuole evitare a ogni costo lo scoppio di una guerra nucleare, il cui livello di distruttività si allontanerebbe troppo da qualsivoglia realistico obiettivo politico e militare razionale.

In ciò aveva la sua logica il trattato ABM, firmato nel medesimo giorno da Nixon e Brezhnev, come imprescindibile corollario al SALT 1, poiché consentendo solo 100 razzi antimissile per parte si intendeva evitare che una delle due potenze fosse tentata di investire in difese così massicce da poter avere l’illusione di essere invulnerabile a un’offensiva nucleare nemica.

Ciò avrebbe creato in quello degli antagonisti che si fosse ritenuto più avanzato nello sviluppo di difese antimissile una pericolosa propensione a risolvere il duello di lungo periodo fra i due mastodonti con un primo, massivo, attacco nucleare a sorpresa.

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Nella convinzione anzitutto di distruggere al suolo la maggior parte dei bombardieri a lungo raggio e delle basi terrestri di missili intercontinentali, e specialmente di poter arginare con relativo successo l’eventuale secondo colpo di rappresaglia che il nemico avrebbe sferrato utilizzando soprattutto i missili SLBM lanciati dai sottomarini in alto mare (i meno vulnerabili a un “primo colpo”), ma anche quei vettori aerei e terrestri che fossero per ventura scampati al primo colpo, per esempio bombardieri già in volo ad alta quota mentre il territorio veniva spazzato dai primi “funghi atomici”, oppure missili su rampe di lancio mobili autocarrate o ferroviarie nascoste in foreste remote o gallerie ignote.

Ora, il principio della mutua distruzione assicurata ha cominciato, dal 2002 a oggi, a essere eroso sia dall’espansione dei sistemi antimissile americani, sia dalla sempre maggiore enfasi che nelle nuove dottrine militari di Washington ha assunto l’ipotesi di un ipotetico impiego circoscritto, “chirurgico”, di testate nucleari di potenza moderata, eventualmente trasportate da vettori ipersonici rispondenti al concetto del “Global Strike”, la capacità di colpire rapidamente in qualsiasi punto del globo.

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I russi hanno parimenti reagito migliorando sempre più le capacità dei loro sistemi antiaerei e antimissile e, necessariamente, i loro sistemi offensivi. La pervicacia con cui gli Stati Uniti, fin dalle precedenti amministrazioni di George Walker Bush e Barack Obama, hanno avviato l’allestimento di una linea avanzata di difesa antimissile in Europa, molto vicino ai confini della Russia, ossia le basi di Deveselu, in Romania, e di Redzikowo, in Polonia, è stata aggravata agli occhi dei russi dal sospetto che tali basi camuffino missili offensivi Tomahawk (impiegabili dagli stessi lanciatori verticali dei vettori antimissile) in versione nucleare, in violazione di quel trattato INF che alla fine gli americani hanno abbandonato prendendo a pretesto violazioni russe non provate.

Tutti questi sviluppi hanno spinto il Cremlino a interrogarsi sui modi, anche asimmetrici, per mantenere rispetto agli USA una parità strategica sostanziale, almeno in campo nucleare, tale da intimidire la controparte quel tanto che basta a scoraggiare un conflitto devastante. Per salvare, nelle linee essenziali, quell’equilibrio del terrore che ha mantenuto “freddo” il confronto tra USA e URSS per oltre un quarantennio, è così apparso sulla scena lo Status 6 Poseidon, apparentemente svelato “per caso” da riprese televisive della rete moscovita Canale 1.

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Era il 10 novembre 2015 quando si iniziava a parlare di questo sottomarino drone dopo che un suo schema illustrato veniva ripreso da giornalisti russi che assistevano a una conferenza militare fra il presidente Vladimir Putin e vari ufficiali a Sochi, sul Mar Nero.

L’obbiettivo della telecamera adocchiò la sagoma dell’enorme siluro senza equipaggio ben evidente su un documento maneggiato da un generale di spalle, quasi a voler dar l’idea di una fortuita fuga d’informazioni segretissime. Subito, sui media russi e occidentali si diffondevano i primi, stringati, dati sull’ordigno, la cui designazione ufficiale veniva spacciata per OMS Status 6, dove la sigla stava per Okeanskaja Mnogozelevaja Sistema, ossia in russo “Sistema Oceanico Multimpiego”.

Tutto, dalla sigla evasiva, non assegnante ufficialmente una specifica funzione all’unità subacquea, alla presunta casualità della scoperta, congiurava per ammantare l’ordigno con un alone di mistero, amplificato dal fatto che il governo russo, per il momento, non commentava nulla sull’ordigno, mentre parimenti i primi dati filtrati sull’arma le assegnavano capacità incredibili.

Fin dall’inizio si disse che lo Status 6 era dotato di propulsione nucleare, con un raggio d’azione superiore ai 10.000 km e con una velocità massima di ben 185 km/h in immersione, ossia un centinaio di nodi. Quanto alla sua capacità massima di immergersi, la si accreditava sui mille metri. Le dimensioni apparivano da subito attorno a una lunghezza di una ventina di metri, forse 24 metri, con un diametro fra 1,6 e 1,8 metri e un dislocamento totale di forse 100 tonnellate. Ciò che appariva più tremendo, era che la potenza della testata termonucleare valutata in 100 megatoni, sebbene la CIA abbia preferito non sbilanciarsi e vagheggiare una potenza fra 2 e 10 megatoni.

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Fra i primi a suggerire, fin dall’autunno 2015, che questo sottomarino-siluro, che dir si voglia, senza equipaggio, spingendosi fino alle coste americane potesse ipoteticamente deflagrare causando uno spaventoso maremoto, con onde di tsunami alte centinaia di metri in grado di spazzar via le grandi città atlantiche, c’era l’esperto militare russo Konstantin Sivkov.

Ebbene, proprio Sivkov aveva in qualche modo “preparato” il terreno, forse non casualmente, all’abilmente costruito “scoop” sullo Status 6, oltre sei mesi prima. Fin dal 1° aprile 2015, infatti, la stampa occidentale segnalava un suo articolo in cui vagheggiava “forze speciali nucleari” di nuova concezione che avrebbero consentito alla Russia di devastare gli Stati Uniti con “onde di tsunami” e perfino “scatenare l’eruzione della caldera vulcanica sotto il parco di Yellowstone”, dormiente da ben 640.000 anni, un po’ prima della glaciazione di Gunz, e reputato assai pericoloso dai vulcanologi.

Sivkov stimava che l’80 % della popolazione statunitense vivesse sulle coste o abbastanza vicino ad esse, perché esplosioni nucleari di grande potenza causanti tsunami potessero danneggiare, direttamente o indirettamente, fino a 240 milioni di cittadini, con una proporzione di morti e feriti poco diversa da quella che sarebbe risultata da un ortodosso attacco con missili balistici ICBM.

Secondo lui, gli ordigni sottomarini avrebbero potuto essere fatti esplodere sia lungo la costa dell’Atlantico, specie di fronte alla colossale conurbazione fra Boston e Filadelfia, con epicentro la baia di New York, sia lungo il litorale della California, nella speranza, in tal caso, di far risvegliare magari la faglia di Sant’Andrea e causare un enorme sisma, nello stile del profetizzato “Big One” che gli americani temono peggiore del terremoto di San Francisco del 1906.

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Del resto, il fine catastrofico dello Status 6 appariva anche nello stralcio di documento emerso in novembre, in cui si affermava che il drone sottomarino avrebbe “devastato vasti tratti della costa degli USA” per di più rendendole “inabitabili e inutilizzabili per anni mediante un’estesa contaminazione radioattiva”. Al che si è ipotizzato da più parti che la grande testata termonucleare, sulle cui considerazioni di potenza meccanica torneremo fra poco, sia basata, almeno in parte su materiali fissili particolarmente dannosi come il cobalto 59 che all’atto dell’esplosione termonucleare subacquea trasmuterebbe in cobalto 60 ancor più radioattivo.

Insomma, alla fine del 2015 l’esistenza di quest’arma che teoricamente sarebbe in grado di generare anche ondate alte 500 metri, tali da abbattere i grattacieli di Manhattan in un modo assai più terribile e spettacolare che negli attentati di al-Qaeda dell’11 settembre 2001, non era ancora confermata e veniva data, sì, per probabile, ma anche ritenuta una possibile operazione di inganno, pari allo “scudo spaziale” di Reagan di trent’anni prima.

TFra 2015 e 2016 non sembrava ancora facile credere in una simile “arma dell’apocalisse”, sebbene l’idea venisse da lontano, a corroborare la validità sostanziale di una strategia estrema per assicurare alla Russia la possibilità di infliggere danni colossali all’avversario e mantenere così l’equilibrio globale a dispetto delle maggiori spese militari americane.

 

Lo Zar degli abissi

La primordiale idea di un’arma nucleare trasportata via mare presso un grande porto nemico e fatta detonare distruggendo l’approdo e l’entroterra limitrofo, fu delineata per la prima volta quando ancora la bomba atomica non esisteva, se non negli studi teorici dei fisici più all’avanguardia.

E’ noto che il 2 agosto 1939, un mese prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, tre scienziati di fama come Albert Einstein, Leo Szilard ed Edward Teller, scrissero e indirizzarono al presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt una lunga lettera in cui lo informavano della possibilità di costruire un simile ordigno, invitandolo a finanziare ricerche per far sì che fosse l’America democratica, e non la Germania nazista, a sviluppare per prima l’arma totale.

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Lo spettro di un Adolf Hitler vicino all’atomica veniva agitato con vigore, corroborato dal fatto che nel 1938 i tedeschi Otto Hahn, Fritz Strassmann e Lise Meitner si erano resi conto di aver spaccato in due l’atomo di uranio bombardandolo con neutroni. La Germania veniva quindi reputata già molto avanti nella ricerca, ed era sintomatico che avesse messo le mani sulle miniere d’uranio della Cecoslovacchia appena occupata.

Einstein e soci dipinsero a Roosevelt tale quadro realistico circa un possibile impiego marittimo di primordiali e pesantissimi ordigni basati sulla fissione dell’uranio: “Si potrebbero ipotizzare delle bombe di nuovo tipo, eccezionalmente potenti, ed è quasi certo, anche se non al cento per cento, che queste bombe siano praticamente fabbricabili. Una sola di esse, trasportata da una nave e fatta esplodere in un porto, distruggerebbe senz’altro il porto stesso e una parte considerevole del territorio circostante. Forse una limitazione al loro impiego potrebbe dipendere dall’eccessivo peso, che ne renderebbe difficile il trasporto aereo”.

Nel 1939 Einstein ipotizzava quindi il trasporto marittimo di una bomba atomica, poiché valutava che il suo peso sarebbe stato eccessivo per gli aeroplani di allora. In effetti, quando nell’estate del 1945 il Progetto Manhattan sfociò infine nella bomba all’uranio Little Boy, sganciata su Hiroshima, e in quella al plutonio Fat Man, esplosa su Nagasaki, entrambe pesavano oltre 4 tonnellate, ma nel frattempo i rapidi progressi dell’aeronautica avevano portato allo sviluppo del grosso bombardiere quadrimotore Boeing B-29 Superfortress, che poteva sollevare simili carichi.

Negli anni seguenti, miniaturizzazione e alleggerimento delle testate nucleari fecero sì che la loro modalità privilegiata di “consegna” fosse, senza problemi, quella per via aerea, che si trattasse di ordigni sganciati da velivoli, imbarcati su razzi o missili, o sparati direttamente da artiglieria in forma di granate speciali.

 

I “Siluri speciali” di Mosca

 Nell’ambito della guerra marittima e sottomarina, tuttavia, si svilupparono, da un lato, bombe nucleari di profondità, dall’altro testate per siluri speciali. In Unione Sovietica, fu lo stesso Josef Stalin ad approvare il 9 settembre 1952, il programma di sviluppo di un ambizioso siluro gigante a grande autonomia, designato T-15, che doveva essere lungo 20 metri e dislocare 40 tonnellate, portando una testata all’idrogeno della potenza superiore al megatone.

Il progetto giunse a maturazione nel 1954, dopo che Stalin era già morto, ma fu presto abbandonato perché poco pratico. Il T-15 (nella foto sotto)  doveva avere un motore elettrico con autonomia di 30 chilometri e sarebbe stato lanciato da un sottomarino sovietico che si fosse arrischiato vicino alla costa americana, mirando a grandi installazioni portuali. Il livello della difesa antisom americana, più vari problemi tecnici, fecero mettere in soffitta il T-15.

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Più promettente si rivelò la costruzione di siluri nucleari di normali dimensioni, in tal caso di ambito tattico nella lotta a flotte di superficie o sottomarini nemici. Basti ricordare a tal proposito il T-5 sovietico, collaudato per la prima volta nelle gelide acque artiche della Novaja Zemlja il 21 settembre 1955, con un’esplosione subacquea da 3,5 chilotoni, e in seguito adottato a bordo di varie unità della flotta di Mosca.

Sulla stessa falsariga, gli americani produssero a partire dal 1959 il loro siluro Mark 45 da 11 chilotoni. Un siluro a testata nucleare tendeva a una valenza più tattica che strategica, non solo per la piccola potenza della testata, ma soprattutto a causa della scarsa autonomia consentita da propulsori convenzionali, fossero elettrici, a gas o ad aria compressa.

Il vero prodromo dello Status 6 Poseidon, inteso come idea di siluro gigante a testata atomica, ma munito anche di una propulsione a energia nucleare, fu quindi il concetto delineato verso la fine del 1961 da uno dei più famosi fisici russi, quell’Andrej Sacharov che, dopo essere stato tra i maggiori artefici della forza termonucleare dell’URSS, era destinato in seguito a levare la sua voce in favore del disarmo, distinguendosi come uno dei dissidenti più in vista e finendo col vincere nel 1975 il Premio Nobel per la pace.

 

La “Zar Bomba”

Sacharov era tra i principali progettisti della più potente bomba termonucleare mai costruita e provata, la RDS-220 battezzata Zar Bomba, della potenza nominale di 100 megatoni, come lo stesso Nikita Kruschev aveva preannunciato nell’estate del 1961.

E proprio la fattibilità di un apparato di quella potenza, già negli anni Sessanta e quindi a maggior ragione con le tecnologie di oggi, costituisce un’ennesima conferma della possibile distruttività del Poseidon.

Anzi, proprio un sotterraneo filo rosso lega il sottomarino drone del 2019 con la RDS-220 risalente a ben 58 anni prima. Sacharov e i suoi colleghi progettarono la Zar Bomba come una H a tre stadi, secondo lo schema concatenato fissione-fusione-fissione. La potenza massima di 100 megatoni doveva essere raggiunta quando, dopo le prime due fasi, si fosse innescata la fissione del terzo stadio di uranio 238 che doveva avvolgere come uno scudo il primo stadio al plutonio 239 e il secondo stadio a deuterio e litio, questo destinato a trasmutarsi in trizio per fondersi al deuterio creando elio ed energia.

I sovietici decisero però di moderare di molto la potenza dell’ordigno, per evitare che la fissione del terzo stadio creasse una troppo pericolosa ricaduta radioattiva. Così, all’atto dell’esperimento pratico, l’uranio 238 del terzo stadio venne sostituito con una sorta di “cuscino” di piombo.

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Fu per questo motivo che la Zar Bomba, anche se realmente in grado, da progetto, di scatenare 100 megatoni, ovvero 8.300 volte la forza dell’atomica di Hiroshima, sviluppò invece “solo” 57 megatoni quando venne collaudata il 30 ottobre 1961, sganciata sulla Novaja Zemlja da un bombardiere pesante Tupolev Tu-95. Anche se con forza effettiva dimezzata, e anche se deflagrata a quota piuttosto alta, sui 4.000 metri, per di più senza che la palla di fuoco, o “pikadon” come la “sfera” è spesso chiamata rifacendosi ai sopravvissuti giapponesi delle stragi atomiche del 1945, toccasse il terreno, la bomba creò un sisma di magnitudo superiore a 5 gradi Richter, le cui vibrazioni si propagarono per tutto il pianeta, seppure rilevate solo dagli strumenti.

Il pikadon aveva un diametro colossale, superiore ai 7 chilometri e se la RDS-220 fosse stata sganciata su una zona abitata, avrebbe raso al suolo, con l’onda di calore e di pressione, ogni costruzione per un raggio di 35 chilometri.

A piena potenza, sarebbe stata ancora più devastante, ma a Mosca ben sapevano che si trattava di un risultato più propagandistico che militarmente utile, date le enormi difficoltà di trasporto fino a un bersaglio utile in caso di guerra. La Zar Bomba pesava ben 27 tonnellate ed era contenuta in un ingombrante guscio lungo 8 metri e del diametro di oltre 2 metri. Anche se aeroplani strategici come il Tu-95 potevano trasportarla su lunghe distanze, si trattava di vettori troppo vulnerabili alle difese aeree americane e della NATO, e d’altra parte la bomba era troppo corpulenta per essere installata nelle ogive dei missili.

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Proprio Andrej Sacharov (nella foto a lato), in un momento imprecisato di poco successivo al test della Zar Bomba, quindi alla fine del 1961 o al più tardi nel corso del 1962, pensò a una valida alternativa e la individuò nel trasporto marittimo, dato che, da sempre, sono le distese d’acqua a facilitare il trasporto dei carichi più pesanti. Riprendendo l’idea di un siluro a testata nucleare, pensò a un siluro enorme, sufficiente a una testata di tipo Zar e che fosse propulso da un reattore nucleare, in modo da avere una grande autonomia e poter colpire molto lontano dal vettore sottomarino che lo avrebbe lanciato.

A complemento, calcolò che l’esplosione da 100 megatoni in mare vicino alla costa nemica avrebbe cagionato un’ondata alta forse 500 metri. Come ricorda egli stesso nelle sue memorie, Sacharov ne parlò con il contrammiraglio Pyotr Fomin, responsabile del programma di armamenti nucleari della Morskovo Flota, la marina sovietica.

“Decisi che un vettore efficace poteva essere un grande siluro lanciato da un sottomarino. Immaginai che si potesse creare per la torpedine un motore nucleare a getto che convertisse l’acqua in vapore. Un porto nemico, lontano centinaia di chilometri, sarebbe stato il bersaglio. Una guerra sul mare è persa, quando i porti sono distrutti, ci dice la Marina. Lo scafo di questo siluro sarebbe stato molto robusto, cosicchè mine e reti protettive non lo minacciassero.

Certamente la distruzione dei porti, persino con un’onda d’urto sopracquea scatenata da un siluro con carica di 100 megatoni o da una bomba simile, inevitabilmente avrebbe causato un gran numero di vittime. Discussi il progetto con il contrammiraglio Fomin. Egli fu scioccato dal carattere atroce del progetto e fece notare, in una conversazione con me, che i marinai militari erano abituati a combattere avversari armati in battaglia ma che l’idea di un simile massacro lo ripugnava. Mi vergognai e non discussi più con nessun altro della mia idea”.

 

Il Poseidon

Nella mente di Sacharov il mostruoso Poseidon era dunque già delineato, sebbene l’idea fosse destinata a essere ripescata solo mezzo secolo dopo. Certo, l’esistenza stessa della Zar Bomba, compreso il fatto che la sua potenza massima avrebbe toccato davvero 100 megatoni, se i sovietici non avessero deciso di smorzarla del 43% con lo scudo al piombo, dimostra che il Poseidon potrebbe davvero avere una testata di simile entità. Anche gli ingombri fisici dell’ordigno potrebbero essere compatibili. Lo spazio riservato alla carica nucleare sul sottomarino-drone sarebbe di circa 4 metri di lunghezza per 1,5 metri di diametro.

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Suppergiù è quasi la metà del volume occupato dai congegni della Zar Bomba, la quale però rappresentava uno dei più sofisticati risultati raggiunti dalla tecnologia degli anni Sessanta. Se teniamo in conto tutti i progressi registrati in oltre mezzo secolo, sia dalla tecnologia nucleare, sia dall’elettronica, come efficienza e miniaturizzazione, è più che plausibile pensare che con le tecnologie dell’anno 2019 una bomba termonucleare da 100 megatoni possa essere facilmente alloggiata in quel vano lungo 4 metri a bordo del sottomarino-drone.

Su quando sia iniziato effettivamente lo sviluppo dello Status 6 si susseguono solo voci non confermate, data l’estrema riservatezza attorno a una simile arma. Si dice che un’attività di progettazione preliminare fosse stata avviata fin dal 1992 nei cantieri Rubin di San Pietroburgo, ma focalizzata più sul gruppo propulsore che sul sistema d’arma completo.

L’effettiva costruzione di un prototipo risalirebbe agli anni attorno al 2010, ben dopo, quindi, il ritiro degli USA dal trattato ABM. Sarebbe un punto molto importante poter capire se la decisione effettiva di tradurre in realtà la vecchia idea di Sacharov sia stata presa davvero in reazione allo sviluppo della difesa antimissile americana svincolata da ogni trattato, oppure se invece sia stata una scelta indipendente.

Poiché un simile progetto deve essere costato parecchio denaro, e poiché per molti anni la Russia dovette tagliare drasticamente le spese militari, sotto la presidenza di Boris Eltsin e fino ai primi anni di Vladimir Putin, pare più probabile che lo Status 6 sia esistito allora come progetto di massima, “esercizio” o studio di fattibilità sui tavoli da disegno, e che Mosca abbia deciso di tradurlo in realtà solo alcuni anni dopo il 2000, come reazione alla fuga in avanti degli Stati Uniti.

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Dopo la “fuga” di notizie del 2015, la CIA riconobbe che il prototipo dello Status 6 veniva già impiegato in prove di mare e che, in particolare, il 27 novembre 2016 era stato sganciato in una simulazione operativa nell’Oceano Artico dal sottomarino B-90 Sarov, come il Pentagono ha riconosciuto una decina di giorni dopo, l’8 dicembre.

Gli americani hanno quindi dovuto riconoscere che la grande torpedine esisteva, mentre i russi lo hanno ufficialmente dichiarato oltre un anno dopo, il 1° marzo 2018, quando lo stesso Putin lo ha elencato insieme a una serie di altre nuove armi strategiche come la testata ipersonica Avangard. L’uomo del Cremlino ha detto apertamente: “In Russia sono stati sviluppati veicoli senza equipaggio che possono muoversi a grandi profondità e distanze intercontinentali, a velocità che sono un multiplo della velocità dei sottomarini, dei siluri più moderni e di tutti i tipi di navi di superficie”. E così le nazioni occidentali hanno visto confermato il mito di questa sorta di “Zar” degli abissi pronto a scatenarsi nel peggiore dei casi.

 

Vettori e impiego

Fino ad allora chiamato solo Status 6, il nuovo mezzo subacqueo è stato battezzato Poseidon dal 23 marzo 2018, a seguito di un vero e proprio concorso fra i russi per assegnargli un nome evocativo. Mosca confida quindi nel “tridente” di quel “Poseidone sovrano”, a cui faceva sacrifici Ulisse nell’Odissea, per tenere in rispetto i rivali. E fa molto affidamento sull’aspetto scenografico, diffondendo, col contagocce, confusi filmati che lo mostrano per pochi secondi, il minimo per lanciare avvertimenti senza dar troppo materiale di riflessione agli analisti occidentali.

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Un video del 19 luglio 2018 mostra una rapida panoramica del Poseidon in cantiere, ripreso col grandangolo in tutta la sua lunghezza che pare appunto confermata sui 24 metri. La parte poppiera è oscurata in corrispondenza dell’apparato propulsivo, ma non dei timoni di direzione, di sagoma triangolare, che vengono visti in movimento.

Quando la telecamera passa a prua, da dietro lo scafo spunta la figura di un tecnico, pure offuscata per evitare che da un confronto fra la figura umana e il diametro dello scafo si possano trarre stime precise sulle misure del mezzo. Anche così, tuttavia, si nota abbastanza bene che l’altezza del corpo del sottomarino è paragonabile a una statura umana, o di poco superiore, per cui fra un minimo di 1,6 e un massimo di 2 metri o poco più.

Come “postilla”, simulazioni grafiche mostrano un ipotetico profilo di missione per questo drone, sia contro installazioni costiere, sia per spazzare via una tipica squadra della US Navy incentrata su una portaerei e sulla sua scorta.

Altre riprese sono state diffuse il 20 febbraio 2019 con ampio risalto sul canale televisivo nazionale russo Rossiya 24. Pur volutamente confuse, tendono ad accreditare l’avvicinarsi della fase operativa dell’arma.

In pochi secondi viene mostrato lo Status 6, all’interno di un modulo di lancio dipinto a scacchi bianchi e rossi e issato da una grande benna, per dare l’idea del suo effettivo imbarco su un sottomarino strategico. Poi le immagini mostrano marinai e ufficiali dell’equipaggio del sottomarino vettore che corrono nello scafo, pronti al combattimento.

Interessante il fatto che il personale, già ripreso fugacemente, lo si veda perfino soltanto di spalle, irriconoscibile, per non offrire ad alcuna intelligence straniera appigli anche esili per risalire all’unità di assegnamento del drone partendo semplicemente dall’identificazione di anche uno solo dei membri dell’equipaggio. Infine una ripresa subacquea, fra mille bolle d’aria, e l’aprirsi di lascia intuire il lancio dell’ordigno, il cui muso si intravede far capolino dal contenitore.

Sempre il 20 febbraio di quest’anno, Putin stesso, parlando davanti all’Assemblea Federale russa a Mosca, preannunciava: “A questo proposito, voglio fare un’osservazione importante. Questo non è stato menzionato prima, ma oggi possiamo dirlo. Nella primavera di quest’anno scenderà in mare il primo sottomarino nucleare che sarà vettore di questo complesso senza equipaggio. Il lavoro va secondo i piani”.

Si riferiva certamente al completamento, ormai imminente dei lavori sul grande sottomarino strategico K-139 Belgorod, unità classe Oscar II molto modificata, in particolare con allungamento dello scafo fino a farlo misurare 184 metri, e diventando così il più lungo sottomarino strategico del mondo, anche più dei battelli classe Tifone russi e degli americani Ohio.

Il Belgorod potrà essere armato con quattro Status 6 Poseidon trasportati in appositi contenitori di lancio lungo le fiancate, diventando così il principale operatore di questi ordigni. Ma non solo. Il Poseidon potrebbe essere impiegato anche dal nuovo sottomarino Khabarovsk, pure in completamento, e che, lungo 120 metri, ne imbarcherebbe fino a sei.

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Altri vettori, per missioni più camuffate, sarebbero secondo gli americani grosse navi di superficie, oceanografiche e da appoggio, come la classe Progetto 20180 Zvezdochka, che prende il nome dalla prima unità, la Zvezdochka, operativa dal 2010, nonché dalla nave per missioni speciali Yantar. Dubbia appare invece l’ipotesi che alcuni di questi droni nucleari vengano permanentemente ancorati in località prestabilite sul fondo di mari vicini alla Russia, pronti a salpare su telecomando come fossero ICBM subacquei.

Per quanto robusta e coriacea sia infatti la struttura dello Status 6, apparirebbe troppo alto, a prima vista, il rischio di tenere una simile arma per lunghi periodi sott’acqua, senza una continua vigilanza da parte di personale umano e perennemente sottoposta a correnti marine, salinità dell’acqua, eventuali mutamenti dell’ambiente circostante. La stampa russa aveva insinuato, forse per ragioni di propaganda, che alcuni Status 6 fossero tuttora già pronti “in attesa di ordine di partenza”, in alcuni punti dell’Oceano Atlantico, per tenere gli Stati Uniti sotto lo scacco di un possibile “Doom’s Day”, o “Giorno del Giudizio”, ma, appunto, questa ha un sapore da spacconeria.

Il profilo di missione prevedibile resta quindi il lancio dell’ordigno, pur da grande distanza dall’America, da parte di un vettore subacqueo con equipaggio, non appena ricevuto l’ordine concordato dai comandi della flotta russa. Il drone viene considerato molto insidioso soprattutto per la grande profondità a cui è in grado di immergersi, dato che la maggior parte delle fonti concorda sui 1.000 metri, al di sotto della zona ben coperta da sensori e armi antisom.

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Inoltre il suo motore nucleare sarebbe particolarmente silenzioso poiché adotta un circuito di raffreddamento a metallo liquido, forse una miscela di piombo e bismuto, messa in movimento non da una normale pompa, come nel caso dei reattori con raffreddamento ad acqua, bensì da una vera e propria “pompa magneto-idrodinamica”.

In parole povere è una bobina che circonda un segmento della tubazione del metallo liquido creando un campo magnetico che, letteralmente, “calamita” il flusso del liquido nella direzione stabilita, intuibilmente modificandone la velocità grazie alla modulazione dell’intensità.

Mancando di parti rotanti come in una normalissima pompa a palette, la bobina magnetoidrodinamica riduce notevolmente la rumorosità, al punto che l’unico suono apprezzabile prodotto dal sottomarino robot dovrebbe ridursi al vorticare dell’elica propulsiva, probabilmente a 12 pale forgiate a scimitarra. Sul motore del sottomarino robot ci sono solo illazioni, ma, da confronti con gli ingombri di analoghi apparecchi studiati negli USA, si è ipotizzata una potenza di 70 MegaWatt.

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La furtività del veicolo è incentivata dal fatto che, una volta iniziata la missione, esso proseguirebbe in modalità automatica fino all’obbiettivo preprogrammato senza contatti elettromagnetici con la flotta russa, nemmeno tramite le onde lunghe, e quindi con frequenza ultrabassa, ELF (Extra Low Frequency), notoriamente in grado di raggiungere grandi profondità subacquee e perciò predilette nelle comunicazioni coi sommergibili.

Il Poseidon avanzerebbe invece come farebbe un missile da crociera in aria, ovvero confrontando continuamente il profilo del fondo marino “sorvolato” con le mappe prememorizzate, dopo averlo scandagliato con continue emissioni di un sonar 3D. La navigazione totalmente automatica, tuttavia, si avrebbe nel caso di attacco a obbiettivi fissi, come un porto o una città costiera, ma se uno o più Poseidon venissero mandati a distruggere una formazione navale in navigazione, dunque un bersaglio mobile, in quel caso necessiterebbero di collegamenti satellitari, tramite le citate onde ELF, per ricevere in tempo reale gli aggiornamenti sulla posizione del nemico.

Una possibilità per gli americani di rilevare il drone subacqueo sarebbe riuscirne a rilevare la traccia radioattiva, qualora la schermatura del veicolo non fosse perfetta.

 

Tsunami devastante

Certo è che, data una potenza di 100 megatoni, le devastazioni possibili mediante lo Status 6 Poseidon lo pongono sulla massima scala delle armi mai fabbricate dall’uomo. Per dare un’idea dell’equivalenza fra potenza di un’esplosione atomica in megatoni ed energie liberate durante le catastrofi naturali, si pensi che la citata magnitudo di 5 gradi Richter causata dalla Zar Bomba da 57 megatoni solo col trasferimento di calore e pressione dal pikadon al suolo sarebbe salita facilmente a 8 Richter se la sfera di fuoco avesse toccato direttamente il terreno, o se la bomba fosse esplosa sulla superficie.

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Il terremoto sottomarino che colpì Lisbona il 1° novembre 1755, tramutandosi in maremoto e tsunami, sviluppò almeno 8,5 gradi Richter e uccise fra 60.000 e 90.000 persone nella sola capitale portoghese, ovvero un quarto degli abitanti. Quando il 27 agosto 1883 esplose il vulcano Krakatoa, in Indonesia, si stima che l’energia fosse di 200 megatoni e che lo tsunami, con onde alte 40 metri, spazzasse via centinaia di villaggi sulle coste di Giava e Sumatra, sterminando come minimo 36.000 persone.

In tempi più vicini a noi, lo tsunami del 26 dicembre 2004, sempre in Indonesia, uccise 230.000 persone con onde di almeno 12-15 metri. Può darsi che la stima di 500 metri come altezza dell’ondata causabile dal siluro Poseidon sia esagerata, sebbene sia da considerare che in un piano ordito dall’uomo nulla viene lasciato al caso che governa invece gli eventi naturali.

Il Pentagono, in un suo studio scientifico risalente al 1996 e intitolato Onde d’acqua generate da esplosioni subacquee, calcolava nel caso di una bomba H da 100 megatoni, esplosa sott’acqua, che l’altezza di un’onda di tsunami sarebbe compresa fra 200 e 450 metri se l’esplosione avvenisse a una distanza di 9 chilometri dalla costa, mentre se la distanza raddoppiasse l’altezza dell’onda sarebbe molto minore, ma pur sempre formidabile, fra 100 e 230 metri.

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E persino a oltre 90 chilometri dalla costa l’onda sarebbe alta ancora da 20 a 40 metri, ovvero come molti tsunami di origine naturale. Un recentissimo studio realizzato da University of Washington e Norwegian Defence Research Establishment ha prodotto il 23 gennaio 2019 una mappa ipotetica, grazie a un software per lo studio delle onde, da cui risulterebbe che un’esplosione da 100 megatoni nel tratto di mare prospiciente New York, a una distanza di 80-100 chilometri dalle coste della penisola di Long Island, creerebbe un’ondata che si spingerebbe ad allagare l’entroterra per una fascia larga una ventina di chilometri.

Un modello NukeMap mostra invece una stima di vittime dovuta a una potente arma termonucleare al cobalto vicino alla baia di New York, e fra effetti diretti e irradiamento, valuta in un giorno 8 milioni di morti, 4 milioni di feriti e 16 milioni di irraggiati. Tutto, insomma sembra contribuire ad assegnate credibilità a un sistema d’arma dalle potenzialità catastrofiche, che trova la sua valenza strategica in un corrispettivo moderno delle centinaia di missili balistici dell’epoca della Guerra Fredda. Starà poi alla saggezza della diplomazia far sì che il tridente di Poseidone riposi sotto le acque senza mai emergere.

Foto: Ministero Difesa Russo, Russia 24 tv, Hi Sutton, Pravda, Paramount/Deep Impact, Global Security e Jens Carlsen Rosemann

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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