Le tentazioni cinesi di Erik Prince in Birmania

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Dopo le critiche degli ultimi mesi per aver chiamato gli iracheni “barbari” e l’apertura di un centro d’addestramento –  da parte della FSG di cui è vicepresidente – nello Xinjiang cinese, Erik Prince è tornato a far parlare di sè. FSG, di proprietà del colosso statale cinese CITIC Group, ha annunciato infatti una joint-venture con una società di sicurezza privata birmana.

Il Myanmar, così come la Cina, sta attuando una ferocissima repressione contro le proprie minoranze etniche e l’ex fondatore di Blackwater è accusato di aver messo nuovamente a disposizione il proprio know-how. Il suo ruolo ed expertise, a detta di molti, risultano infatti sempre più sconvenienti, sia a causa di violazioni dei diritti umani che per l’accesa rivalità tra Washington e Pechino. Questo, mentre le relazioni tra Cina e Myanmar sono quanto mai strette ed economia e sicurezza privata proliferano nel Paese.

 

FSG in Myanmar

Frontier Services Group Ltd, società di Hong Kong di proprietà della holding statale cinese CITIC Group, ha ufficializzato la propria presenza a Yangon. Come dichiarato da un portavoce al The Myanmar Times “[FSG] ha creato una joint-venture con una società di sicurezza in Myanmar ed ottenuto una licenza per fornire servizi di sicurezza con standard internazionali ad investitori stranieri […], tra cui cinesi, giapponesi e tailandesi.”

Dopo essersi registrata presso il Directorate of Investment and Company Administration (DICA) a fine gennaio, la società ha pubblicato anche un annuncio per l’assunzione di 30 operatori.

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In realtà, FSG sarebbe già attiva nel Paese dal giugno dell’anno scorso, proteggendo parte di quei grandi progetti ed investimenti localizzati in quelle zone periferiche o di confine al centro di scontri tra forze governative e minoranze.

CITIC Group, ad esempio, è il principale investitore del porto di acque profonde di Kyaukphyu, nel turbolento stato di Rakhine: un progetto da 1,3 miliardi di dollari USA, firmato a novembre, in cui la controllata FSG troverà sicuramente spazio.

Al 31 dicembre 2018, circa 1,9 erano i milioni di dollari utilizzati dalla società di Prince per creare teste di ponte in Myanmar, Laos e Cambogia.

Le mire espansionistiche di FSG sul Paese del Sud-est asiatico erano già evidenti da tempo. In un comunicato stampa del 5 dicembre 2016 si dichiarava l’intenzione di aprire “una base operativa avanzata” nello Yunnan per “meglio servire società in Myanmar, Tailandia, Laos e Cambodia” fornendo “addestramento, comunicazioni, valutazione ed attenuazione dei rischi, raccolta d’informazioni, MEDEVAC e centri per il coordinamento di sicurezza, logistica e servizi aerei”. Nell’ambito della “Nuova Via della Seta” una presenza diretta nel Paese non poteva che rappresentare il passo successivo ed obbligato.

 

PSC in Myanmar

Le compagnie di sicurezza private in Myanmar, seppur alquanto recenti, stanno sperimentando un grande boom almeno dal 2009.

Una spinta determinante si è avuta con le riforme introdotte dal presidente Thein Sein – 2011-2016 – che hanno portato alla revoca delle sanzioni internazionali e ad una liberalizzazione dell’economia. Non sono mancate poi crescenti richieste di servizi di sicurezza da parte di imprese, strutture ricettive e della distribuzione come hotels, banche, centri commerciali ed ONG.

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Tra i clienti delle compagnie di sicurezza private birmane non mancano poi ambasciate, multinazionali, organi delle Nazioni Unite ed anche singoli individui interessati a servizi di protezione ravvicinata. Molte Private Security Companies locali ed internazionali hanno così iniziato a penetrare il mercato. Lo sviluppo del settore ha raggiunto livelli tali da consentire un’esposizione di riferimento: la Myanmar Security Expo.

Per il futuro ci si attende un’ulteriore crescita, parallelo ad un economia che, seppur nel 2018 abbia subito una certa contrazione, è destinata a tornare ai livelli degli ultimi anni (+6,4%)

ed in grado di attirare – per il 2018-2019 – almeno 5,8 miliardi di dollari in investimenti esteri.

Sotto la giunta militare la sicurezza delle grandi opere era affidata ai militari; spesso con pessimi risultati. Basti pensare al gasdotto di Yadana dove, nell’ambito di una joint venture tra Governo e le compagnie petrolifere Total e Unocal, i militari a presidio sono stati accusati di abusi e violazioni dei diritti umani.

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Oppure alla miniera di rame di Letpadaung dove la polizia, incaricata di garantirne la sicurezza, ha aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendo una donna. Gli operatori delle PSC birmane provengono principalmente dalle Forze Armate anche se ci si sta orientando sempre più localmente; reclutando personale dalle comunità a ridosso dei progetti.

Tale approccio, secondo il manager di Atalian Global Service Myanmar, Adam Castillo è lo stesso adottato dagli americani in Afghanistan: “raggiungi le comunità locali, vinci cuori e menti.”

Castillo, dirigente di una società che da fine 2013 è passata da 8 a 550 guardie private, sostiene che “i problemi del Myanmar, necessitano soluzioni del Myanmar.”

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A Yangon, metropoli di 6 milioni di abitanti, il crimine sta crescendo a livelli preoccupanti. Nonostante ciò, il numero degli agenti di polizia rimane inadeguato; la necessità di sicurezza privata è quindi sempre più sentita.

Il settore manca, però di una vera e propria legislazione. Attualmente le regole vengono stabilite dai grossi clienti internazionali che impongo alle realtà locali l’ottemperanza agli standard internazionali come requisito fondamentale per l’assegnazione dei contratti.

La maggior parte delle società, infatti non ha nemmeno la licenza; questo anche se l’ottenimento preveda esclusivamente una semplice richiesta, come quella per qualunque altra attività. Non vengono richiesti particolari adempimenti né l’adozione di standards di reclutamento e/o addestramento.

Gli operatori risultano pertanto scarsamente o per nulla addestrati e sottopagati con inevitabili ripercussioni su qualità e dedizione. Tentativi d’introdurre una regolamentazione delle PSC sono stati fatti a livello regionale. Nonostante l’ampio sostegno, le proposte sono state accantonate in attesa di input dal governo.

 

Guerriglia e Repressione

Il Myanmar, indipendente dal Regno Unito dal 1948, si è trovato dal 1962 sotto una feroce dittatura militare che ha iniziato ad aprirsi solamente negli ultimi anni. Il primo governo civile democraticamente eletto ha assunto il potere il 30 marzo 2016; i militari, però mantengono ancora un forte peso.

In this photograph taken on October 21, 2016, armed Myanmar army soldiers patrol a village in Maungdaw located in Rakhine State as security operation continue following the October 9, 2016 attacks by armed militant Muslim. - The United Nations called for an investigation into claims Myanmar troops have been killing civilians and torching villages in northern Rakhine, as reports emerged thousands of Rohingya had been forced from their homes. (Photo by STR / AFP)

La maggioranza dei birmani è di etnia Bamar e di religione buddista; vi sono poi numerose minoranze etnico-religiose – Karen, Kachin, Rohingya ecc. – con cui i rapporti sono stati/sono problematici. Particolarmente duro e criticato dalla comunità internazionale – come vera e propria pulizia etnica – è il trattamento riservato ai Rohingya; musulmani che, sebbene presenti nel Paese da secoli, sono considerati immigrati illegali indesiderati. Negli ultimi due anni i militari hanno intensificato gli sforzi per cacciarli dal Myanmar: ben 740.000 sono gli sfollati in Bangladesh.

Nell’agosto del 2017 l’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), gruppo militante rohingya ha attaccato le forze di sicurezza nel nord del Rakhine, provocando una violenta reazione governativa.

Gli scontri continuano tutt’ora: il 30 marzo 200 miliziani hanno rapito otto operai di una società privata che lavoravano al progetto stradale Paletwa-Mizoram e distrutto mezzi ed attrezzature. Precedentemente, era stata data alle fiamme una chiatta che trasportava travi d’acciaio per la costruzione di un ponte della stessa tratta.

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Pur senza vittime, tali azioni comporteranno ritardi nei lavori, scossoni amministrativi ed una richiesta di maggiori garanzie di sicurezza; vale a dire grosse opportunità per le PSC!

Ben più tragico l’attacco del 5 aprile in cui l’ARSA ha ucciso una ventina di soldati. Più di cento sono i civili, guerriglieri, soldati ed agenti di polizia caduti in combattimento da inizio anno.

Anche proteste e dimostrazioni pongono una seria minaccia alla sicurezza, soprattutto dell’industria di gas e petrolio, così come del settore minerario. Questo è quanto emerso da un recente sondaggio condotto tra gli operatori del settore, tra cui società europee e britanniche come Shell e Ophir: sia proteste per il controllo delle risorse naturali che estorsioni da parte di gruppi criminali e milizie.

 

Qualche considerazione

Le politiche e riforme adottate negli ultimi anni in Myanmar sono state indirizzate a togliere il Paese dall’isolamento in cui versava e ad attirare capitali stranieri. L’instabilità di alcune aree, proprio perché un ostacolo agli investimenti, costituisce una grossa opportunità per le compagnie di sicurezza private; le associazioni per la tutela dei diritti umani sono perciò preoccupate delle conseguenze dell’ingresso di FSG – ed altre realtà – nel mercato nazionale.

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Il portavoce societario ha evitato di fornire dettagli su dove, come e con quali imprese collaborerà FSG, ma “in un Paese come il Myanmar dove abusi e violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza sono fin troppo comuni, Erik Prince e FSG si adatteranno alla perfezione” afferma Phil Robertson di Human Rights Watch. Secondo Doi Ra della ONG locale Paung Ku “la reputazione della società e della sua holding, relativamente a precedenti penali ed accuse, avrebbero dovuto esser maggiormente considerate prima del rilascio delle autorizzazioni e licenza per operare in Myanmar.” Rincara la dose Sean Bain, consulente legale della Corte Internazionale di Giustizia auspicando un quadro legale per la regolamentazione delle attività delle compagnie di sicurezza privata e l’attribuzione di responsabilità in caso di crimini e violazioni dei diritti umani.

I meno critici sostengo che, il fatto che le guardie private siano disarmate, riduca considerevolmente, anche se non esclude, la possibilità di gravi violazioni.

Per quanto riguarda il coinvolgimento FSG nelle repressioni e nel supporto all’agenda politica cinese, Prince ha dichiarato la sua estraneità e di esser solamente “un uomo d’affari” ed “un americano orgoglioso che non farebbe mai nulla contro l’interesse nazionale del proprio Paese.” Oltretutto, “degradato” a vicepresidente da una maggioranza societaria cinese!

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Nonostante ciò, Prince rimane un membro del consiglio d’amministrazione che non può esser tenuto all’oscuro delle vicende societarie ed un affarista spregiudicato di lungo corso.

Sean McFate, professore della National Defense University ed ex contractor di DynCorp, fa notare come sia ormai evidente il suo lavoro per l“interesse nazionale cinese direttamente in concorrenza con quello degli Stati Uniti”. Anche i suoi ex colleghi sostengono che Prince abbia superato il limite.

L’ex ammiraglio William Fallon e l’ex marine e consigliere di Blackwater, Gregg Smith hanno, infatti lasciato FSG nel 2016, dopo che la società aveva deciso di fornire servizi di sicurezza – anche di tipo militare – a supporto dell’espansione globale della Cina.

Mentre per politici ed imprenditori della sicurezza cinesi lavorare con Prince rappresenta un’opportunità senza precedenti, attingendo ad un know-how inestimabile, la Cina – secondo l’International Traffic in Arms Regulations (ITAR)  – è uno di quei Paesi a cui i cittadini americani non possono fornire materiale e/o servizi di difesa e sicurezza; salvo autorizzazione del Dipartimento di Stato. Se Prince e FSG abbiano violato o meno questo regolamento è ancora al centro di un acceso dibattito.

Foto: FSG, IDG, Myanmar Times e AFP

 

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Giornalista, ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI e si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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