Mosca e Minsk tra cooperazione militare e tensioni energetiche

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I rapporti tra Mosca e Minsk hanno conosciuto vari momenti di crisi dal 2014, anno dello scoppio della guerra del Donbass.  Ma nel corso di questo inverno la convergenza di una serie di fattori energetici e militari ha contribuito a raffreddarli fino a far parlare alcuni della fine di un’amicizia.

Il 2018 si è chiuso con tre incontri tra il presidente russo e bielorusso in un clima apparentemente amichevole ma teso tra i due, nel momento in cui la Russia si era detta disposta a ridurre il prezzo del gas fornito a Minsk, in aumento a causa delle manovre fiscali russe.

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In cambio però Putin avrebbe chiesto una maggiore integrazione dello “Stato Unitario”, che prevederebbe costituzione e legislazione uniche, parlamento e governo unico, e moneta comune. Una sorta di anticamera per l’incorporazione, in sostanza.

In realtà lo Stato Unitario esiste dal 1999 ma solo sulla carta. Mosca ha cercato a più riprese di risuscitarlo, ma senza molto successo. Un sondaggio condotto recentemente in Bielorussia mostra che il 98% dei cittadini voterebbe contro l’unificazione dei due stati, come ha fatto notare recentemente il presidente Lukashenko.

La Bielorussia è di vitale importanza per Mosca, che non può permetttersi di perdere l’ultimo e unico alleato sul fronte occidentale. La crisi in Ucraina aveva fin dai suoi inizi innalzato le tensioni tra Russia e Bielorussia al punto che Lukashenko si era rifiutato di riconoscere l’annessione russa della Crimea.

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Allo stesso tempo, però, aveva agevolato una soluzione pacifica, ospitando nella capitale i colloqui multilaterali. Tuttora Minsk mantiene buone relazioni con l’Ucraina con cui ha anche rapporti economici fruttuosi che coinvolgono indirettamente il Cremlino: ciò che rimane dalla raffinazione dei prodotti petroliferi russi lo rivende a Kiev.

Mosca e Minsk sono legate dall’Unione Doganale Euroasiatica (che comprende anche il Kazakhistan), da uno stretto interscambio commerciale e dalla cooperazione in materia militare. La Bielorussia fa anche parte della Comunità degli Stati Indipendenti e del Trattato di Sicurezza Collettiva. Dal punto di vista di Mosca rappresenta certamente un tassello fondamentale, essendo il solo partecipante europeo a questi progetti transnazionali.

Minsk da parte sua ha ultimamente volto lo sguardo altrove, intensificando l’interscambio con la Cina, con cui ha rinsaldato rapporti nel settore militare nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO) di cui fa parte anche la Russia.

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Nei rapporti bilaterali tra Russia e Bielorussia, il dossier energetico si intreccia sempre più con quello militare. Ancora nel 2015, il presidente russo aveva manifestato l’intenzione di creare una vera e propria base aerea russa nell’aerodromo di Bobruisk, in Bielorussia, che avrebbe comportato la presenza permanente di caccia russi.

Lukashenko aveva ufficialmente affermato di non esserne stato informato. Attualmente la Russia ha basi militari in ben 9 paesi, se si esclude la Crimea, 7 delle quali si trovano in territorio ex sovietico (pare vi siano progetti per la costruzione di basi anche in Eritrea e Venezuela).

Lo scorso novembre, Lukashenko aveva definitivamente escluso l’idea russa di una base militare in territorio bielorusso, sottolineando come il ruolo politico e militare degli USA fosse cruciale per la sicurezza regionale. Inoltre, aveva aggiunto, «le forze armate della Bielorussia sono in grado di fornire sicurezza e di performare molto meglio di quelle di qualsiasi altro paese”. «Ecco perchè siamo totalmente contrari a qualsiasi base […] specialmente le basi aeree».

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Ciò è in linea con la revisione della politica di difesa da parte di Minsk, iniziata ufficialmente un anno fa. Il presidente Lukashenko si era lamentato del fatto che la Russia non fosse disposta ad armare l’esercito bielorusso e pochi giorni dopo aveva suggerito che la Bielorussia avrebbe dovuto difendersi da sola. Già da anni però l’esercito è in via di ammodernamento per somigliare sempre di più a quello di un piccolo ma indipendente paese occidentale.

A dicembre, la portavoce del Ministero degli esteri russo aveva detto – in risposta alle affermazioni di Lukashenko riguardo il presunto progetto di base militare russa – che “la Bielorussia è un nostro sicuro alleato, un partner. La strada verso l’ampliamento dell’interazione strategica con Minsk non è assolutamente in dubbio”.

Nell’aprile scorso l’ambasciatore russo in Bielorussia Mikhail Babich, in un’intervista a Sputnik, ha dichiarato che Mosca non intende aprire una base militare sul territorio bielorusso. O meglio, che dal 2015 non è stata avanzata nessuna richiesta (concreta) di questo genere. L’ambasciatore ha aggiunto che la Russia non ha bisogno di una base militare in Bielorussia, perché “qualsiasi compito militare può essere assolto dalle capacità esistenti”.

Che sia un modo per smorzare i toni o meno, altre sono le questioni militari che hanno generato dissapori tra le sorelle slave. Nel 2016, I leader bielorussi avevano rifiutato di spiegare i missili balistici iskander su territorio bielorusso, fino a che questi sarebbero stati comandati da personale militare russo.

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Nel 2017 i due paesi avevano tenuto esercitazioni militari congiunte, le Zapad. Ma in quell’occasione era già chiaro che Minsk desiderava diversificare le sue opzioni strategiche. Ad esempio, aveva invitato osservatori militari provenienti da diversi paesi sia NATO che non, e aveva unilateralmente informato la NATO e i paesi occidentali su modi e mezzi dell’esercitazione.

Un anno fa, media russi e bielorussi riportavano che un reggimento della forza aerea russa che avrebbe dovuto stazionare in Bielorussia era stato dirottato nell’exclave occidentale di Kaliningrad.

Mosca è di certo preoccupata dalle mire occidentali sulla Bielorussia e le recenti aperture con Washington non confortano il Cremlino. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, la Bielorussia starebbe negoziando un aumento della presenza diplomatica USA a livello nazionale.

Il fantasma NATO rimane il tema maggiore nelle relazioni Russia – Bielorussia. Minsk mostra anche (troppo) poca preoccupazione verso le attività dell’Alleanza Atlantica nella regione. A maggio dell’anno scorso, una delegazione NATO aveva visitato Minsk e finalizzato una nuova serie di obiettivi che la Bielorussia avrebbe perseguito come parte della sua partecipazione nella Partnership for Peace Initiative. Nonostante vi siano poche notizie in merito, il volume della cooperazione tra Minsk e la NATO è in aumento.

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Ma diverse forme di cooperazione militare restano tuttora in piedi tra Minsk e il Cremlino. La regione centrale della Russia ospita sistemi di difesa aerea bielorussi. Su territorio bielorusso, invece, si trovano attualmente due strutture militari russe: la stazione di radar di radiolocalizzazione e di allerta della difesa aerea e aerospaziale a Hantsavichy e il centro di comunicazione navale vicino Vileyka.

Nel 1995 Bielorussia e Russia avevano firmato entrambi gli accordi che rimangono in vigore per 25 anni.

Il Ministro della Difesa Raukou aveva affermato che prima del 2020 la Bielorussia potrebbe decidere di rifiutare il rinnovo di tali accordi. Lo stesso Lukashenko avrebbe detto che vi sono importanti infrastrutture militari in Bielorussia per cui la Russia non paga.

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La Bielorussia produce e fornisce inoltre componenti importanti per l’industria militare russa. Ad una conferenza stampa ad inizio aprile però’ Lukashenko ha ammorbidito i toni affermando che la Bielorussia è pronta ad estendere l’accordo sullo schieramento delle due strutture militari russe dal momento che «la sicurezza è comune, le basi russe operano per la sicurezza di entrambi i paesi».

Anche su questo i segnali sono contraddittori. La Bielorussa sembra aver adottato una politica estera delle oscillazioni, schierandosi con l’amica Mosca in alcuni momenti, e sfidandola più o meno apertamente in altri.

Nel novembre 2018 il presidente bielorusso consigliò il ministro degli Esteri polacco di non creare basi militari “non necessarie” (riferendosi a quella statunitense in Polonia di prossima apertura), altrimenti Russia e Bielorussia avrebbero risposto.

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“Se la NATO continua a intimidirci, come lo spiegamento della base Fort Trump in Polonia o altro, avremo bisogno di armi più efficaci, prima di tutto missili” dichiarò mel novembre scorso Lukashenko per poi affermare che la Bielorussia era disponibile ad approfondire l’integrazione reciproca non appena la Russia fosse stata pronta.

A fine aprile, alla Conferenza Internazionale sulla Sicurezza di Mosca, il ministro della Difesa bielorusso, generale Andrey Ravkov, ha espresso preoccupazione per l’asse che Germania e Francia intendono costituire anche in campo militare in base agli accordi di Aquisgrana.

Il pomo della discordia che ha nuovamente fatto precipitare i rapporti è il prezzo su gas e petrolio, generato da una complicata manovra fiscale russa che prevede la graduale abolizione del dazio sull’esportazione di gas e petrolio e il contemporaneo aumento dell’imposta sull’estrazione nel quinquennio 2019-2024.

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La Russia, introducendo dal primo gennaio un meccanismo fiscale per sovvenzionare le proprie raffinerie di petrolio, produce una perdita per l’Unione Euroasiatica e in particolare la Bielorussia, che è acquirente del petrolio russo, dal momento che priva il bilancio bielorusso dei dazi per l’esportazione di petrolio. Minsk avrebbe chiesto una compensazione a Mosca per questa perdita ma la Russia non ha fatto alcuna promessa di risarcimento.

La graduale abolizione del dazio riguarda anche l’esportazione di gas, ma su questo la Russia si è mostrata più flessibile. Il 2018 è stato anche segnato dalle discussioni sull’installazione di un gasdotto attraverso il territorio bielorusso che, assieme a Nord Stream 2, permetterà alla Russia di tagliar totalmente fuori l’Ucraina in materia energetica.

Sul territorio bielorusso transitano 60 milioni di tonnellate di petrolio e 40 miliardi di metri di gas destinati all’Occidente ma nessuna compensazione è prevista per Minsk per questo servizio.

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Le contraddizioni sono il segno che per ora entrambe le parti stanno sondando la reciproca disponibilità e rimangono attente a non varcare la linea rossa.

Del resto Russia e Bielorussia si sono spesso trovate coinvolte in crisi che hanno impedito una più stretta integrazione tra le due. E’ avvenuto nel 2004, con lo scontro sul gas, nel 2010 sul petrolio, nel 2012 sul latte e più recentemente, tra il 2016 e il 2017, con il confronto sui temi energetici mai veramente risolto.

Per questo il 2019 rischia di segnare un deterioramento dei rapporti in seguito alla manovra dei dazi russi sul petrolio, cui si aggiungono visioni differenti in tema di cooperazione militare che non aiutano a far quadrare il cerchio.

Non a caso pochi giorni fa il rapporto “Sicurezza internazionale ed Estonia”, preparato dai servizi segreti di Tallinn rivela che la Russia potrebbe iniziare una guerra contro la NATO se si verificasse una “rivoluzione colorata” in Bielorussia.

Foto: Cremlino, Sputnik, TASS e Ministero della Difesa Bielorussio

 

Classe 1983, Master in Relazioni Internazionali e Dottorato di Ricerca in Transborder Policies IUIES, ha maturato una rilevante esperienza presso varie organizzazioni occupandosi di protezione internazionale delle minoranze, politica estera della UE e sicurezza internazionale. Assistente alla cattedra di Storia delle Relazioni Internazionali e Politica Internazionale presso l'Università di Trieste, ricercatrice post-dottorato presso il Centro di Studi Europei presso l'Università Svizzera di Friburgo, e junior member presso la Divisione Politica Europea di Vicinato al Servizio Europeo per l'Azione Esterna. Lavora attualmente presso Small Arms Survey a Ginevra come Ricercatrice Associata.

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