Sfida nel Golfo e petroliere: chi punta sull’escalation della crisi?

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A poche ore dal doppio attentato che ieri, 13 giugno 2019, ha colpito due petroliere nel Golfo di Oman, si intrecciano le accuse reciproche fra USA e Iran per il nuovo balzo in avanti della tensione, il cui effetto sicuro, per il momento, è stato l’aumento delle quotazioni del greggio e anche dell’oro sui mercati internazionali.

Ricapitolando i nudi fatti, sono state squarciate da esplosioni le murate della giapponese Kokuka Courageous e della norvegese Front Altair, dirette rispettivamente in Arabia Saudita e a Taiwan cariche la prima di metanolo, la seconda di nafta, e i cui equipaggi sono stati soccorsi da unità della US Navy e della marina iraniana.

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L’equipaggio della Front Altair si trova oggi nel porto iraniano d Bandar Abbas, mentre quello della Kokuka resta negli Emirati Arabi Uniti. E’ accaduto poco più a Sud dello stretto di Hormuz, unico accesso al Golfo Persico il cui possibile blocco da parte di Teheran costituisce come noto la più efficace forma di dissuasione nei confronti di un aggressore esterno, gli Stati Uniti, potendo gli iraniani, come abbiamo già estesamente spiegato, agire con una sufficiente forza navale in termini di elusivi sottomarini nani, siluri, mine e missili da crociera.

Ancora si discute se le esplosioni siano state causate da mine subacquee o, almeno in parte, da siluri e addirittura l’armatore giapponese Yutaka Katada, presidente della Kokuka Sangyo Company, ha asserito che secondo l’equipaggio si sarebbe trattato di “ordigni volanti”, presumibilmente piccoli missili da crociera a volo radente. In effetti alcune delle immagini diffuse finora mostrano squarci appena sopra la linea di galleggiamento.

I giapponesi hanno confermato che prima dell’incidente si trovavano nella zona unità navali iraniane, sebbene in quel tratto di mare molto trafficato fossero presenti anche unità americane come l’incrociatore Bainbridge, che alla notizia si è avvicinato all’area degli attentati. Gli attacchi hanno riportato alla mente altri quattro episodi simili verificatisi giusto un mese prima, il 12 maggio, contro due petroliere saudite, una norvegese e un cargo emiratino ed è plausibile che esecutori e mandanti possano essere gli stessi, ma chi?

 

Le accuse di Washington

Da Washington stamane, il segretario di Stato Mike Pompeo, ex-capo della CIA, non sembra avere dubbi e rimarca la diffusione tramite la CNN di un video in cui si vedono militi pasdaran del corpo marittimo della Guardia Rivoluzionaria iraniana che accostano una delle petroliere colpite e rimuovono dal suo scafo una mina magnetica inesplosa.

Circostanza che, però, in apparenza non sembra indice di colpevolezza poiché è risaputo fin dalle prime ore che unità navali iraniane sono intervenute poco dopo le esplosioni per offrire aiuto e soccorso alle petroliere.

Oltretutto, fa riflettere il fatto che il misterioso attacco a due petroliere, accada proprio mentre è in corso la storica visita del premier nipponico Shinzo Abe a Teheran, la prima trasferta in Persia di un capo di governo di Tokyo dal lontano 1978, quando ancora regnava lo scià Reza Palhevi. E’ noto quanto il Giappone sia “allergico” alle sanzioni americane contro l’Iran, che è sempre stato uno dei suoi fornitori maggiori di greggio, oltre che meta di investimenti in yen sonanti.

Perciò la visita di Abe, che si conclude oggi dopo tre giorni, aveva un significato importantissimo, come tentativo di mediazione fra Iran e Stati Uniti, probabilmente concordato fra Abe e il presidente americano Donald Trump nel corso della visita di quest’ultimo a Tokyo fra il 26 e il 28 maggio scorso.

 

La minaccia iraniana

Riesce difficile immaginare che gli iraniani stessi elucubrino un macchinoso piano per sabotare forniture di greggio ai giapponesi, che possono essere utili interlocutori, e mediatori, relativamente neutrali rispetto alle contese storiche che dissanguano il Medio Oriente. Gli iraniani hanno quindi comprensibilmente puntato il dito su Washington e/o sui suoi alleati nella regione persica, parlando apertamente di tipiche azioni “false flag”, ossia concepite per far incolpare il “cattivo di turno” indicato dalle maggiori agenzie di stampa mondiali.

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Se però è stato Trump stesso a dare il suo benestare alla visita di Abe a Teheran, come si spiegherebbe che proprio gli americani possano aver ordito un colpo simile? E’ noto che la Casa Bianca, con l’acuirsi della pressione militare sull’Iran, da ormai un mese e mezzo, spera di mettere all’angolo gli ayatollah per riuscire laddove con la Corea del Nord non si è ancora riusciti.

Ovvero tirare per i capelli Teheran a sedersi a un tavolo e strappare un nuovo accordo, più vantaggioso per gli USA, che rimpiazzi il JCPOA firmato da Barack Obama nel 2015 e che, soprattutto, comprenda anche la moratoria ai missili balistici Shahab, oltre che al programma nucleare iranico.

Con i nordcoreani, che hanno già operative alcune armi nucleari, nonché missili balistici anche intercontinentali, l’assedio militare USA non poteva, per il momento, che portare come risultato positivo ai già notevoli vertici fra Trump e Kim Jong Un a Singapore il 12 giugno 2018 e ad Hanoi pochi mesi fa, il 27 febbraio 2019. Dalla Corea del Nord, Trump stesso sa che, per il momento, non può pretendere di più, data la maggior forza contrattuale di Pyongyang rispetto a Teheran, garantita da un arsenale atomico realmente esistente.

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Coi nordcoreani è già un successo diplomatico parlarci e ancora pochi giorni fa lo stesso presidente USA ha elogiato una “splendida lettera” speditagli da Kim in vista di un terzo vertice.

Con gli iraniani il caso è diverso, sia perché non dispongono di armi nucleari (perlomeno ancora per qualche anno), sia perché, nel loro caso già esisteva un trattato, insoddisfacente per Washington, che a Trump urge sostituire con uno più restrittivo. Nel caso iraniano, quindi, gli USA possono permettersi di essere più perentori e, eventualmente, giocare su più tavoli.

Da un lato mandando per conto loro Abe ad aprire ponti, dall’altro, forse, compiere azioni coperte di disturbo per lanciare precisi messaggi a Teheran perché si decida in fretta ad aprire una trattativa.

 

Le pressioni degli USA

Del resto, a Washington sanno che il maggior deterrente in mano all’Iran, ossia l’interdizione dello stretto di Hormuz, sarebbe lesivo degli stessi interessi di Teheran e dunque non diverrebbe realtà se non in caso di un plateale e vasto attacco militare americano al paese, che per la verità sono anche gli stessi USA a non volere, se non come estrema, e disperata, risorsa, dati i prevedibili sconquassi sul mercato del greggio, forse con uno shock simile a quello del 1973.

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Secondo una simile interpretazione, quindi, gli attacchi alle petroliere potrebbero essere una sorta di “colpo di frusta” all’Iran perché accetti un diktat da Washington, la quale potrebbe essersi imbaldanzita dopo che, il 26 maggio, parevano essere emerse spaccature nel vertice politico iraniano, fra il premier Hassan Rohani che non escludeva un “referendum popolare sul nucleare” per far decidere il popolo e la guida suprema teocratica, l’ayatollah Ali Khamenei che invece respingeva ogni possibile idea di concessioni all’Occidente. Khamenei ha subito rintuzzato Rohani, ma è possibile che dietro le quinte gli attacchi di ieri possano aver riaperto dibattiti a porte chiuse sul da farsi, nei palazzi di Teheran.

Sotto questo aspetto, potrebbe farsi strada anche l’ipotesi che, ammesso e non concesso che l’attacco possa essere stato orchestrato dagli stessi iraniani, allora sarebbe da vedersi come un colpo di testa degli elementi più fanatizzati dei pasdaran, in accordo con parte del clero, per controbattere i riformisti e, in genere, i più disposti al dialogo e alla normalizzazione, in nome del mantenimento in Iran di una ferrea “mobilitazione permanente” rivoluzionaria. Sembra però l’ipotesi meno plausibile dato il rischio che si farebbe correre al proprio stesso paese.

L’opzione araba

Ma non è da escludersi che dietro gli attacchi possano esserci gli alleati locali degli Stati Uniti, in primis Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, allo scopo, proprio, di scongiurare ogni possibile accordo fra Teheran e Washington, che rischierebbe di rimettere in discussione il ruolo di leadership saudita nel Golfo recentemente ribadito, fra 30 e 31 maggio dal vertice della Mecca coi maggiori alleati sunniti della casa reale Al Saud.

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I sauditi hanno tirato le fila della loro vasta rete di alleanze in nome della difesa della stabilità regionale dalle mire dell’Iran, leggi anche in termini religiosi degli “eretici” sciiti, incarnata soprattutto nella guerra civile in Yemen, dove dal marzo 2015, da ormai più di quattro anni, i sunniti locali appoggiati dalle armate saudite non riescono ad avere ragione dei ribelli sciiti Huthi armati dall’Iran anche con droni e missili le cui incursioni nello spazio aereo saudita si infittiscono, anziché diminuire.

Del resto, pochi giorni fa, il 6 giugno, i governi di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Norvegia, a cui appartenevano le navi colpite da sospette mine il 12 maggio al largo di Fujairah, hanno annunciato di voler indirizzare alle Nazioni Unite tutto il materiale finora raccolto nelle indagini sugli attacchi di allora, sostenendo la paternità iraniana, o quantomeno dei ribelli sciiti Huthi, i quali però, se davvero fossero responsabili, avrebbero compiuto un’impresa logistica, per spingersi fino all’emirato EAU di Fujairah dal lontano Yemen, circumnavigando tutta la costa meridionale della penisola arabica con qualche battello camuffato.

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Che esecutori materiali dell’attacco di ieri siano collegabili ad alleati locali degli USA è plausibile. Più incerto è se invece il movente possa essere stato concordato con Washington, oppure se invece sia totalmente indipendente dalla volontà USA.

In tal caso lo scopo sarebbe quello di sabotare la mediazione giapponese, e in prospettiva una possibile intesa fra Teheran e Washington, per monopolizzare la propria posizione di alleato di riferimento dell’America nel Golfo, per evitare che gli statunitensi possano essere tentati, con l’andar del tempo, di perseguire una stabilità regionale più equilibrata, come negli anni Settanta, finchè regnava lo scià, quando cioè la Casa Bianca cercava di tenere buoni rapporti sia coi sauditi, sia con gli iraniani. I prossimi giorni vedranno forse nuovi colpi di scena che meglio potranno corroborare alcune tesi piuttosto che altre.

Foto The Guardian, EPA, IRNA e US DoD

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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