La Grecia cerca il rilancio grazie alle nuove intese con Washington

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Dal 5 al 7 ottobre scorsi il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo si è recato in visita ufficiale in Grecia, dove ha incontrato il primo ministro Kyriakos Mitsotakis e l’attivissimo ministro degli Esteri Nikos Dendias, col quale ha firmato un emendamento al Mutual Defense Cooperation Act, l’accordo bilaterale in tema di difesa e industria che lega saldamente (e in modo “illimitato” in termini militari, a quanto sostiene la stampa ellenica) Atene e Washington.

La serie di incontri che ha visto impegnato Pompeo non è che l’ultima dimostrazione di come l’Amministrazione Trump stia ora puntando sulla Grecia quale partner di rilievo per controllare saldamente il Mediterraneo Orientale con lo sguardo rivolto anche al Mar Nero e al Medio Oriente e contrastare lo sforzo di alcuni attori regionali (tra cui l’Italia) in campo energetico.

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Questo cambio di prospettiva si è reso necessario, dal punto di vista statunitense, in seguito all’acuirsi delle divergenze con Ankara, attualmente più vicina a Mosca che ai suoi teorici alleati della NATO, e al dinamismo con cui Erdogan sta cercando di rendere la Turchia una potenza egemone nell’area, anche in aperta violazione dei diritti di stati membri della UE come Cipro.

In ogni caso, è bene sottolineare che la nuova fase dei rapporti tra Grecia e Stati Uniti riguarda tanto l’ambito militare quanto quello economico, poiché per Washington si tratta di due aspetti complementari della medesima strategia. Per quanto concerne l’interessante sviluppo della collaborazione nel settore difesa, le modifiche apportate al già citato Mutual Defense Cooperation Act prevedono:

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  • Investimenti di Washington nella base della Baia di Suda (Creta) per aumentare le capacità del porto e dell’aeroporto militare;
  • Incremento del numero di droni (UAS) MQ-9 Reaper già stanziati a Larissa. Atene, inoltre, riceverà accesso alle informazioni raccolte dagli UAS e potrà beneficiare dello scambio di intelligence con le agenzie USA. Contestualmente, è stata confermata l’intenzione degli Stati Uniti di schierare anche un certo numero di aerocisterne Boeing KC-135;
  • Trasferimento di tecnologia statunitense nel campo dei droni, del munizionamento intelligente e dell’aeronautica;
  • Assistenza USA per l’uso e il mantenimento di 7 MH-60 R Seahawk della Marina Greca attualmente di stanza nella base aerea di Stefanovikeio. Gli elicotteri multiruolo sono stati acquistati a da Atene assieme a radar e armamento per una cifra vicina ai 600 milioni di dollari.
  • La creazione di una nuova base navale e aerea nella zona di Alexandroupolis a pochi chilometri dal confine terrestre turco.

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In aggiunta a ciò, sono da poco arrivati nel porto di Volos anche gli effettivi della III Combat Aviation Brigade che dovrebbero essere stanziati proprio nella città della Tessaglia e a Stefanovikeio nell’ambito di “Atlantic Resolve”, l’operazione teoricamente atta a contrastare l’attivismo russo in Europa. Stando a quanto reso pubblico dal sito ufficiale Dvids,  l’impegno del Pentagono dovrebbe ammontare a circa 1.700 soldati, 50 UH-60 (Black Hawk) e HH-60 (Pave Hawk), 10 CH-47 Chinooks, 20 AH-64 Apache, 2000 veicoli ruotati, tutti fatti sbarcare nei due porti ellenici.

Quanto appena evidenziato risponde appieno alle esigenze dell’Amministrazione Trump che, per bocca del suo ambasciatore ad Atene già a luglio aveva dichiarato non solo di voler aumentare la rotazione delle truppe di stanza in Grecia, ma anche di ottenere accesso a più basi, facilitando così le missioni che vedono impegnato il paese nel Mediterraneo, nel Mar Nero e nei Balcani.

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E’ evidente che per Tsipras (prima) e Mitsotakis (ora) le mutate necessità del principale “azionista” della NATO costituiscono una possibilità da cogliere al volo in quanto permettono di ricevere investimenti esteri, di modernizzare ulteriormente le forze armate, di ottenere auspicabilmente supporto nei confronti di una Turchia sempre più aggressiva e, più in generale, di uscire da quel ruolo marginale in cui la UE ha relegato la Grecia in seguito alla crisi economico-finanziaria.

Nella dichiarazione congiunta rilasciata da Pompeo e Dendias al termine del “Secondo Dialogo Strategico 2019 Stati Uniti-Grecia” emerge una serie interessante di impegni e dichiarazioni di intenti:

  1. I due paesi confermano di avere una visione coincidente sul Mediterraneo Orientale, il Mar Nero e i Balcani, dei quali auspicano quanto prima l’integrazione nell’Alleanza Atlantica e nella UE. Questa precisazione è interessante perché sino ad ora l’accordo forzatamente raggiunto tra Grecia e Macedonia (del Nord) sul nome ufficiale di quest’ultima non ha prodotto alcun risultato immediato, soprattutto a causa dell’ostilità di Parigi (che ha da poco bloccato qualsiasi possibilità di allargamento verso Skopje e Tirana)

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  1. Pompeo e Dendias ribadiscono la necessità di insistere sul formato 3 + 1 (cioè Grecia, Cipro, Israele + Stati Uniti) per garantire “la pace, la stabilità, la sicurezza e la prosperità nel Mediterraneo Orientale”. Il format appena menzionato ha preso ufficialmente vita a Gerusalemme nel marzo 2019 al fine di creare un coordinamento tra gli attori interessati a controllare e sfruttare le risorse naturali presenti nella porzione est del Mare Nostrum. Dal punto di vista statunitense, si tratta di un modo efficace per intervenire sul tema al fine di limitare il dinamismo francese, britannico e soprattutto italiano (Roma a gennaio aveva promosso un incontro simile a cui avevano partecipato anche Egitto, Giordania ed Autorità Palestinese oltre a Grecia, Cipro e Israele). Inoltre, stando a quanto affermato dall’Ambasciatore USA ad Atene, Geoffrey R. Pyatt, lo scorso I° ottobre, l’obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di contrastare la “manipolazione energetica” da parte di Mosca “con progetti come il Nord Stream 2 e la seconda linea del TurkStream”, nonché il tentativo cinese di “controllare il commercio e le vie di comunicazione in Eurasia”. Ecco perché diventa fondamentale per la Casa Bianca trovare nuovi alleati, soprattutto europei, disposti anche a mettersi in rotta di collisione con gli altri membri UE pur di seguire la linea di Washington.
  1. Atene, grazie anche all’aiuto americano, si impegna a mantenere la spesa militare stabilmente sopra il 2% del PIL e a cercare di allocare il 20% di queste risorse agli investimenti per acquisire nuovi equipaggiamenti, un criterio attualmente non soddisfatto. Inoltre, i due partner auspicano un aumento della collaborazione in tema di intelligence (come già visto nell’emendamento al Mutual Defense Cooperation Act) e cybersecurity.

 

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(fonte: Defence Expenditure of NATO Countries (2012-2019) – Comunicato Stampa del 25 luglio giugno 2019)

Tuttavia, l’elemento chiave di questo documento è l’ambito economico-energetico che, dopo essere stato affrontato nelle prime pagine (si veda il punto 2), viene ulteriormente approfondito in due sotto capitoli dedicati. Per quanto riguarda il “commercio e l’investimento”, ad esempio, gli USA non solo considerano la Grecia un “importante partner economico con un ruolo sempre più rilevante come hub regionale nei campi dell’energia, del trasporto e del commercio”, ma supportano attivamente l’intenzione del governo di Atene di realizzare una nuova serie di privatizzazioni, come già avvenuto per i cantieri navali Elfesina (acquistati per 400 milioni di dollari da una società con sede a New York) e per il porto di Alexandroupoli, anch’esso in mani americane.

Considerato che lo Stato ellenico ha già ceduto il porto del Pireo alla Cina e concesso la gestione dei principali aeroporti del paese a società tedesche, è chiaro come il paese ormai abbia rinunciato al controllo su importanti settori strategici della sua economia. Washington esprime anche il proprio apprezzamento per il fatto che le uniche due società rimaste in gara per gestire il gioco d’azzardo nel futuristico complesso residenziale Hellinikon di Atene (che dovrebbe portare ad un investimento di 8 miliardi di dollari, 1 dei quali proprio per i Casinò) sono di proprietà USA.

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Ciò che però forse interessa di più la Casa Bianca è il già menzionato ambito energetico. Nel “joint statement”, infatti, viene fatto espresso riferimento al fatto che la Grecia ha da poco iniziato ad importare dagli USA il Gas Naturale Liquefatto (GNL) che, negli auspici delle parti, arriverà in tutta Europa grazie al già progettato Alexandroupolis Independent Natural Gas System (INGS), un gigantesco rigassificatore da oltre 370 milioni di Euro che dovrebbe essere costruito a partire dalla seconda metà del 2020 a 17 chilometri da Alexandroupolis,  la stessa città portuale che dovrebbe ospitare una delle principali basi USA nel Mediterraneo.

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Appare quindi chiaro come Atene cerchi di diventare lo snodo principale di tutto il gas destinato alla UE e ai Balcani, un’ambizione incoraggiata e sostenuta dalla presidenza Trump che vedrebbe così realizzarsi il piano di limitare l’influenza energetica di Mosca, di aumentare il proprio export di GNL verso il Vecchio Continente e di garantirsi importanti contratti per l’estrazione di metano nella zona di Creta come sta peraltro già avvenendo.

Ankara però non è certo disposta a stare a guardare, né a rinunciare alle importanti riserve di idrocarburi del mar Egeo e delle coste cipriote, motivo per cui la Grecia insiste molto affinché Trump prenda una posizione netta contro i tentativi turchi di riaffermare la propria autorità sui giacimenti teoricamente sottoposti al controllo di Nicosia.

Foto: US Navy, Gastrade, Cyprus Mail e News Front

 

Triestino, analista indipendente e opinionista per diverse testate giornalistiche sulle tematiche balcaniche e dell'Europa Orientale, si è laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Trieste - Polo di Gorizia. Ha recentemente pubblicato per Aracne il volume “Aleksandar Rankovic e la Jugoslavia socialista”.

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