F-35: così il PD stoppa l’interrogazione di Ferrara (M5S)

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Ripubblichiamo l’articolo di ieri a firma di Stefano Pioppi su Formiche.net che fa il punto sugli sviluppi dell’interrogazione presentata da 50 senatori M5S tesa a congelare e successivamente ridurre il programma di acquisizione degli F-35. Tema di cui Analisi Difesa si era occupata ieri nell’editoriale del direttore.

 

Il Pd si schiera compatto per il mantenimento come previsto dal programma F-35. Dopo la presa di posizione del ministro Lorenzo Guerini da diversi mesi, è arrivata oggi la risposta dei parlamentari Alessandro Alfieri e Enrico Borghi all’interrogazione rivolta al titolare di palazzo Baracchini dal capogruppo del M5S in commissione Esteri a palazzo Madama, Gianluca Ferrara. Chiede di sospendere il programma per un anno e di rivalutarlo nel suo complesso così da destinare più risorse alla sanità. Sul tema emerge l’ambiguità del premier Giuseppe Conte che avrebbe dato una sorta di via libera alla rimodulazione. Il nodo, più che tecnico, è come sempre politico.

 

Una questione risolta

Non sorprende la prima firma di Ferrara. Il senatore conduce coerentemente da anni una battaglia contro l’F-35, la militarizzazione e l’export di armamenti. Sorprende di più che le firme siano 50, cioè oltre la metà del gruppo parlamentare Cinque Stelle al Senato. Eppure, lo scorso novembre, il nodo F-35 era già venuto al pettine della maggioranza giallo-rossa. L’occasione arrivava alla Camera da una mozione della Lega (poi bocciata) che puntava a vincolare l’esecutivo alla conferma degli impegni presi sul caccia di quinta generazione.

Il dibattito – aperto e franco come non si vedeva da tempo sul dossier in sede parlamentare – è terminato con l’approvazione di una mozione di maggioranza (con il parere positivo del governo) per “valutare nel tempo il programma”. Oltre le formule lessicali, rappresentava il compromesso tra le forze di maggioranza, con la scomparsa dei termini “rinegoziazione” e “rimodulazione”, a favore di una sostanziale conferma degli impegni accompagnata da un atteggiamento più valutativo.

 

Le ricadute industriali

Quel dibattito lanciò però un altro messaggio importante: la centralità, oltre le esigenze operative delle Forze armate, delle ricadute industriali del programma, a partire dallo stabilimento novarese di Cameri fino a tutta la filiera coinvolta. A Montecitorio, lo scorso novembre, il terzo punto della mozione di maggioranza è stato votato anche dall’opposizione, ricevendo 477 voti favorevoli su 482 votanti. Cosa diceva? Di valorizzare gli investimenti fatti a Cameri e di “allargare ulteriormente gli ambiti di cooperazione internazionale nel campo aerospaziale e della difesa, al fine di massimizzare i ritorni economici, occupazionali e tecnologici del distretto”. Oggi, con la crisi da Covid-19 alle porte, l’esigenza pare ancora più forte.

 

Cosa chiede la mozione

E invece, nell’interrogazione a prima firma Ferrara, si chiede un sostanziale passo indietro “alla luce dell’evidente esigenza, nazionale e globale, di ridefinire le priorità della spesa pubblica, privilegiando le spese nei settori sanitari”. Criticando il mantenimento in funzione del sito di Cameri (dimenticando che il programma è internazionale, e che dunque se si chiude in Italia, i partner dovranno cercare un’altra produzione), l’interrogazione propone una moratoria di dodici mesi sul programma F-35, reindirizzando le risorse ad esso previste verso i corpi sanitarie delle Forze armate e assetti dual use, cioè destinati al duplice uso, civile e militare.

Il secondo punto si sposta poi dall’emergenza sanitaria, cogliendo l’occasione per rilanciare uno dei mantra storici del M5S. I firmatari chiedono infatti al ministro di “valutare l’opportunità di rinegoziare e ridimensionare il programma”, prendendo in considerazione “programmi aeronautici alternativi economicamente più sostenibili e rispondenti alle necessità delle nostre forze aeree e agli interessi della nostra industria della difesa”.

 

La posizione di Guerini…

Ma l’F-35 è già stato valutato in tutti questi aspetti, scelto da tempo (e confermato negli anni) dalle Forze armate come velivolo di riferimento per il futuro del potere aereo nazionale. La valutazione positiva sul programma, spiegava il ministro Lorenzo Guerini già a poche settimane dall’arrivo a palazzo Baracchini, si basa su tre princìpi cardine che ne motivano la conferma: “Efficienza operativa dello strumento militare, coerenza con gli impegni assunti e attenzione ai ritorni industriali e occupazionali”. Tre riferimenti che il titolare della Difesa ha sempre ribadito quanto si è esposto sul tema, confluiti poi nella posizione di maggioranza approvata a novembre scorso.

 

…e il fronte PD

È per questo che, come racconta La Stampa, il Pd ha sbuffato alla notizia dell’interrogazione a prima firma Ferrara: “sbagliata l’idea e sbagliato il metodo”. Bocciata la proposta dal senatore Alessandro Alfieri: “Tutte le decisioni delicate come quelle che riguardano impegni assunti a livello internazionale vanno discusse all’interno della maggioranza e non attraverso iniziative unilaterali”. Bocciata anche dal collega deputato Enrico Borghi: “Da parte nostra non ci sarà nessun ondeggiamento; il Pd è un partito che sostiene l’atlantismo e rispetta gli accordi internazionali”. Un fronte compatto che allarga l’ipotesi di fratture interne ala maggioranza, tanto più che l’iniziativa di Gianluca Ferrara è stata sottoscritta da 50 senatori cinque stelle, oltre la metà degli appartenenti al Gruppo a palazzo Madama.

 

L’opportunismo di Dibba…

Dietro questo numero il quotidiano torinese lascia trasparire l’opportunismo di Alessandro Di Battista, che la scorsa settimana proponeva via Facebook l’idea di tagliare il programma F-35 per “aumentare posti letto negli ospedali”. Una proposta che, a tempi del Covid-19, è evidentemente in grado di avere un certo appeal sull’opinione pubblica. Eppure, come in passato, la formula “meno aerei e più ospedali” manca di qualche dettaglio. Non si capisce perché non si possono avere più aerei e più ospedali, tanto più se i primi servono a difendere il Paese come i secondi a curarne la popolazione.

 

…e l’ambiguità di Conte

Ma per Di Battista la possibilità di inserire una spina nel fianco della maggioranza deve essere sembrata troppo allettante, una strada d’altra parte già imboccata una decina di giorni fa, quando pubblicò il duro post sulle nomine del governo per le partecipate pubbliche, altro dossier (come gli F-35) su cui le forze di maggioranza avevano trovato un delicato compromesso. Eppure, tra il fronte Pd e la proposta di Ferrara, sul tema F-35 si rischia alla fine di scorgere l’ambiguità del premier Giuseppe Conte.

 

Cosa pensa il premier

Salvo qualche rassicurazione a Donald Trump quando ce n’era bisogno, il presidente del Consiglio non ha mai chiarito la sua posizione, né è riuscito a cogliere l’occasione del dibattito parlamentare dello scorso novembre per fare della mozione di maggioranza una posizione dell’interno governo. Tuttavia, su La Stampa, il senatore Ferrara spiega che Conte gli “aveva detto che fosse d’accordo sul rimodulare e rinegoziare il programma”. Non essendo arrivate smentite, si deve presumere che il premier si sia realmente espresso in questi termini, posizione da chiarire per gli evidenti impatti che potrebbe determinare a livello economico, sui rapporti con l’alleato d’oltreoceano e sul ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale.

 

Una posizione ideologica

Lo spiega oggi il direttore di Analisi Difesa Gianadrea Gaiani. La proposta M5S sugli F-35 “rappresenta un ulteriore esempio di come speculazioni ideologiche puntino a far leva sull’impatto del virus per conseguire l’obiettivo di sempre: demolire l’industria della Difesa e le capacità militari nazionali”.

Inoltre, aggiunge l’esperto, “non occorre essere fan sfegatati del cacciabombardiere statunitense (e chi scrive queste righe di certo non lo è mai stato) per comprendere che fermare per un anno un programma che ha già accumulato ritardi e marcia da tempo a rilento significa sopportare i costi di cassa integrazione per migliaia di persone tra quanti lavorano a Cameri e nell’indotto, incluse le aziende produttrici di componenti del velivolo che rischierebbero di venire estromesse dalla catena delle forniture in favore di altre società che operano in paesi più rispettosi degli impegni internazionali assunti”. In definitiva, conclude, “il danno sarebbe ben maggiore del miliardo di euro risparmiato quest’anno”.

 

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