Afghanistan: sconfitta dell’Occidente o naturale conclusione di una missione priva di un chiaro obiettivo?

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di Andrea Armaro

E’ di questi giorni la notizia che i Paesi NATO e della Coalizione internazionale che ha gestito l’Afghanistan negli ultimi 20 anni stanno velocemente lasciando quel martoriato Paese. L’Italia ha ammainato la bandiera l’8 giugno con una piccola cerimonia ad Herat.  Il nostro Paese ha pagato un tributo importante con i suoi 53 morti e circa 700 feriti. Un impegno bellico che ha visto migliaia di donne, uomini e mezzi impegnati, risorse industriali imponenti e miliardi di euro. Uno sforzo sicuramente immane. Ne è valsa la pena? E’ la domanda che molti si sono posti.

Lungi da noi unirci al coro di coloro che polemizzano legittimamente se questo rientro o ritiro prefigura una sconfitta dell’Occidente o una naturale conclusione della crisi afghana. Qui vorremmo esclusivamente fissare alcuni punti di riflessione che speriamo possano essere utili per meglio affrontare “strategicamente” le future crisi internazionali, a partire dal nostro impegno nel Sahel.

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Il primo elemento di rilievo è che l’intera “operazione Afghanistan” sembra essere stata priva di un chiaro obiettivo finale da raggiungere. L’obiettivo è tutto, e a noi è stato sempre sottratta la possibilità di una riflessione adeguata dando per scontata il dovere di solidarietà derivanti dalla nostra partecipazione alla Alleanza Atlantica.

In ogni attività e quindi in ogni “strategia” per svilupparla, devono essere chiaramente definiti tre elementi fondamentali: obiettivi, metodi e strumenti necessari per avere successo.

L’operazione in Afghanistan è stata sicuramente priva del primo degli elementi, o meglio, nel corso di vent’anni si sono succeduti diversi “obiettivi”, mutevoli e spesso contingenti o parziali o peggio ancora legati alla politica interna.

L’obiettivo strategico iniziale, in altre parole quello che ha dato avvio all’intervento prima solo americano, poi con il coinvolgimento della Nato, spesso in contrasto o comunque non coordinato, (ricordo una importante discussione a Bruxelles tra il segretario di Stato Donald Rumsfield e il ministro della Difesa Arturo Parisi), tra le missioni Enduring Freedom e Isaf, era tuttavia apparentemente molto chiaro, circoscritto e raggiungibile.

L’obiettivo concreto era di eliminare la possibilità che in un Afghanistan divenuto “santuario” per l’organizzazione terroristica Al Qaeda di Osama Bin Laden, quest’ultimo potesse pianificare e coordinare un nuovo attacco terroristico agli Stati Uniti o ad altri Paesi occidentali.

1. Caricamento di un elicottero (002)

Sconfitte militarmente le forze e le basi organizzative di Osama, l’obiettivo della coalizione ha continuato a mutare quasi per giustificare la presenza e si è ampliato notevolmente fino ad immaginare niente di meno la “costruzione della democrazia” in Afghanistan.

.Oltre che la cattura dello stesso Osama, l’obiettivo è diventato quello di garantire la completa distruzione della sua organizzazione, delle sue basi di reclutamento e della stessa ideologia di base, legata a una radicata corrente di pensiero culturale e religiosa.

Parallelamente, e in coerenza alle idee del periodo (temo sbagliate) si voleva dare pure un futuro di “pieno sistema democratico” all’Afghanistan, che forse non aveva neppure idea di cosa fosse e molto probabilmente neppure voglia di aderirvi.

Ecco quindi che a fronte di un obiettivo (ideologico?) quasi irraggiungibile o che comunque avrebbe richiesto molti decenni, generazioni di afghani, oltre che strumenti ben di là di quelli che si era pronti a mettere in campo per raggiungerlo, si è cercato di procedere con uno stillicidio di “piccoli obiettivi”: dalle elezioni alla riconquista di una provincia, dalla distruzione dei campi di papavero e della produzione di droghe alla costruzione di infrastrutture e così via.

2. Elicottero AH 129 in attività (002)

Tutti mini-obiettivi che giustificavano la permanenza nell’area che hanno però distolto dalla vera discussione politico-strategica, che non è mai stata affrontata, sul futuro reale del popolo afghano e su come addivenire ad una ricomposizione del Paese che comprendesse anche la componente cosiddetta Talebana, organizzazione evoluta nel tempo e oggi tutt’altro che coesa e rappresentante almeno una dozzina di diverse “anime” con differenti obiettivi.

Il secondo elemento, già introdotto, è rappresentato proprio dall’irrealizzabilità dell’obiettivo inizialmente ipotizzato. Oltre che essere chiaro, preciso e ben definito, infatti, un obiettivo strategico deve essere “raggiungibile”, ovvero commisurato agli strumenti disponibili, e comunque “accettabile” nell’ambito dei vincoli politici, economici, legali esistenti.

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Ecco quindi che già fin dalle fasi iniziali delle attività in Afghanistan, nel 2001, era opportuno ipotizzare e identificare un nuovo “status quo” realistico e accettabile per molti, con la consapevolezza (anzi certezza) che esso sarebbe rimasto tale solo per un certo periodo.

Sicuramente non sarebbe stato perfetto, forse non avrebbe portato a tutti gli obiettivi che nel tempo ci siamo immaginati per l’Afghanistan, ma pensare a un accordo “perfetto ed eterno” con chiunque sia la controparte è, nelle relazioni umane e nella politica internazionale, semplicemente illusorio. In ogni caso sarebbe stato meglio di un lungo stillicidio con un esito finale comunque inevitabile.

La storia ci insegna che nessuna nazione è in grado di trasformare un altro popolo semplicemente occupando il suo territorio e che i cambiamenti introdotti sono tali solo se imposti a fronte di una forza. Quando però questa rientra o si ritira, ogni popolo tende a tornare indietro, a riassumere il suo percorso di sviluppo sociale con riferimento alla sua cultura, alle sue tradizioni ed idee.

Un ultimo punto è una riflessione generale che si spera il Governo e il Parlamento italiano possano promuovere riguardo l’intero processo di gestione di una crisi o di una situazione internazionale. Vi è la tendenza a credere, soprattutto nel mondo occidentale, più ancora americano, che esista una soluzione puntuale delle crisi con la possibilità quindi di affrontarle e risolverle in modo definitivo al loro insorgere.

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In realtà, l’esperienza insegna che le crisi non si “risolvono”, ma tutt’al più si “gestiscono”, significando che non esistono soluzioni ottimali o risultati sempre raggiungibili secondo i propri desideri, quanto piuttosto “percorsi” che richiedono un impegno lungo e costante, spesso con esiti totalmente distanti dagli intenti iniziali, ma comunque pragmaticamente accettabili.

Al contrario, per la situazione afghana abbiamo spesso osservato lunghi periodi di totale disinteresse politico e internazionale, quasi che aver avviato una missione militare o di aiuto allo sviluppo fosse considerato sufficiente per raggiungere quegli obiettivi che oggi tutti piangono come compromessi o non più raggiungibili.

I nostri militari e i nostri diplomatici hanno fatto tutto quello che era necessario e richiesto, ma il loro sacrificio non poteva compensare la mancanza di una reale strategia fatta di obiettivi chiari e pragmaticamente raggiungibili da parte di coloro che nel tempo, in primis gli Stati Uniti, avrebbero avuto la responsabilità di sviluppare.

Foto ISAF/ Op. Resolute Support e Difesa.it

 

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