La caduta di Kabul e il trionfo dei talebani e del Pakistan

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(Pubblicato alle ore 19,25 )

Il governo e le istituzioni afghane costituite negli ultimi 20 anni non esistono più. Il presidente Ashraf Ghani ha lasciato Kabul oggi pomeriggio con i suoi stretti collaboratori, tra cui il vicepresidente Amrullah Saleh, per raggiungere l’Uzbekistan (nelle ore precedenti alcune indiscrezioni riferirono che avrebbe trovato asilo in Tagikistan).

Il ministro della Difesa, Bismillah Mohammadi, ha affermato che Ghani ha affidato l’autorità di risolvere la crisi ai leader politici e che domani una delegazione si recherà a Doha per colloqui con i talebani. La delegazione comprende leader politici chiave, tra cui Younus Qanooni, Ahmad Wali Massoud, Mohammad Mohaqiq. Fonti vicine ai talebani hanno affermato che le dimissioni di Ghani sono state concordate con la nascita di un governo di transizione.

Secondo fonti d’intelligence citate da al-Arabya l’ex ministro dell’Interno, Ali Ahmad Jalali, potrebbe guidare un governo di transizione anche se appare evidente che tale esecutivo non avrebbe città, territorio né popolazione su cui esercitare il suo mandato e potrebbe solo limitarsi a cedere il potere all’Emirato talebano, probabilmente una volta completato, entro pochi giorni, il ponte aereo per l’evacuazione degli occidentali.

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A sgombrare il campo dalle diverse ipotesi in serata due funzionari talebani hanno detto alla Reuters che non ci sarà alcun governo di transizione in Afghanistan e che i ribelli si aspettano un passaggio completo del potere nelle loro mani.

Poco dopo i talebani hanno reso noto che proclameranno a breve la nascita dell’Emirato islamico dell’Afghanistan con una cerimonia nel palazzo presidenziale di Kabul.

Una fonte citata dall’agenzia russa Ria Novosti riferisce che Ghani avrebbe spiegato la decisione di dimettersi e lasciare il paese con il fatto che “le operazioni militari a Kabul sono impossibili”.

La CNN aveva rivelato che otto o nove rappresentanti talebani di altissimo livello erano arrivati nella tarda mattinata al palazzo presidenziale afghano: tra questi anche Anas Haqqani, fratello del vice leader talebano Sirajuddin Haqqani , leader della “Rete Haqqani” che raggruppa le milizie nel nord del Waziristan pakistano e vicecapo del movimento talebano guidato dal figlio del mullah Omar, il mullah Mohammad Yaqoob.

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I talebani avevano affermato in una nota di non avere intenzione di prendere Kabul “con la forza” nonostante si fossero registrati scontri ieri sera e questa mattina nei quartieri di Kalakan, Qarabagh e Paghman. Ieri sera un blackout totale aveva oscurato la città e i talebani avevano occupato la prigione di Pol-e-Charki, la maggiore di Kabul e dell’Afghanistan, liberando i 5 mila detenuti, in parte miliziani.

Un’operazione compiuta in numerose carceri delle città occupate nell’ultima settimana dai talebani probabilmente con l’obiettivo di impedire che i governativi eliminassero i prigionieri prima di fuggire.

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Nel pomeriggio però i talebani hanno annunciato il loro ingresso a Kabul “per prevenire il caos e i saccheggi”, come ha detto il portavoce Zabihullah Mujahid “poiché le forze di sicurezza avevano lasciato parti della città e i loro posti di blocco”.

I talebani “invitano le persone a non aver paura” e Suhail Shaheen, un altro portavoce, in un’intervista alla Bbc ha garantito che “non ci saranno vendette” sulla popolazione una volta completata la presa del potere. “Assicuriamo al popolo dell’Afghanistan, in particolare nella città di Kabul, che le loro proprietà e le loro vite sono al sicuro, non ci sarà alcuna vendetta su nessuno”, ha dichiarato Shaheen, “siamo al servizio del popolo e della nazione”.

 

Fuga da Kabul

I civili stanno però fuggendo dalla capitale da ieri sera. La BBC ha riportato che molte persone sono fuggite a bordo delle proprie auto paralizzando il traffico già normalmente caotico della città. Poiché la città è circondata e i talebani controllano ormai quasi tutto il paese la fuga è in direzione dell’aeroporto dove molti sperano di poter essere evacuati dal ponte aereo organizzato in fretta e furia da Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada, che stanno inviando

complessivamente circa 6mila militari per proteggere l’evacuazione dei connazionali e di alcune migliaia di afghani che hanno collaborato con le forze alleate e lavorato nelle ambasciate occidentali.
L’Amministrazione Biden sta lavorando a un accordo con il Qatar per ospitare temporaneamente afghani che hanno lavorato per gli Usa, 8000 in tutto inclusi i famigliari.

Secondo la CNN, se si arriverà a un accordo, un primo gruppo di 1.000-2.000 afghani potrebbe arrivare “presto” a Doha dove la prossima settimana è atteso a Washington per colloqui il ministro della Difesa del Qatar.
Il Canada ha annunciato che accoglierà 20.000 afghani.

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“Il governo canadese continua a essere fortemente preoccupato per il peggioramento della situazione e per i rischi che questo rappresenta per molti afghani vulnerabili”, si legge in una nota mentre nelle scorse ore è arrivato in Canada un volo con rifugiati afghani “vulnerabili”. Ottawa continuerà a portare avanti il programma dedicato agli afghani che hanno lavorato per il Canada. Verrà inoltre introdotto un programma dedicato a “gruppi particolarmente vulnerabili”, con attenzione per le donne, “difensori dei diritti umani, giornalisti, minoranze religiose perseguitate, persone Lgbti, parenti di interpreti già ricollocati”. Sempre che i talebani, ormai padroni anche di Kabul, lo consentano.

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I talebani potrebbero in realtà non avere alcun interesse a scontrarsi con i militari anglo-americani giunti all’aeroporto per una classica operazione NEO (Non Combatant Evacuation Operation), operazioni che per definizione sono di breve durata (da poche ore a pochi giorni) e destinati ad andarsene definitivamente forse già entro il 18 o 19 agosto.

Le prime truppe statunitensi sono arrivate ieri all’aeroporto internazionale “Hamid Karzai”, per evacuare le 4.200 persone del personale diplomatico ma fino a 30 mila contando anche il personale afghano (nella foto sopra) e i loro famigliari. Il portavoce del Pentagono, John Kirby, ha annunciato l’invio di 3 mila militari statunitensi nel Paese sottolineando che la parte più cospicua del contingente sarebbe arrivata a Kabul entro oggi.

Army Sergeant 1st Class Jon Waterhouse, deployed from the 127th Military Police Company, Fort Carson, Colo., provides security near a C-17 Globemaster from Joint Base McGuire-Dix-Lakehurst while the aircrew wait for Army Gen. Martin E. Dempsey, 18th Chairman of the Joint Chiefs of Staff, to return for the next leg of his trip from Kabul International Airport to another location in the region. During Dempsey's first visit to Regional Command-Capital in Kabul, Oct. 20, 2011, he met with Marine Gen. John R. Allen, commander of NATOÕs International Security Assistance Force in Afghanistan (ISAF), and U.S. Army Lt. Gen. Curtis Scaparrotti, ISAF Joint Command commander. Waterhouse is the personal security officer to COMISAF and is a native of Yucaipa, Calif. (U.S. Air Force photo/Master Sgt. Michael OÕConnor/Released)

La rapida conquista della città e del quartiere dei ministeri e ambasciate (la “Green Zone” di Kabul) permette però ai talebani di impedire l’evacuazione dei collaboratori afghani (o “collaborazionisti”, a seconda dei punti di vista) infliggendo un’ulteriore umiliazione a USA e NATO, colpevoli di non aver saputo prevedere un tracollo così rapido dei loro alleati afghani (quindi un fallimento politico, militare e d’intelligence) e di non aver provveduto in tempo a portare fuori dal paese i loro collaboratori.

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La Gran Bretagna ha già evacuato la notte scorsa il suo ambasciatore in Afghanistan, Laurie Bristow, trasferendolo all’aeroporto nel timore che i talebani conquistino rapidamente la città. I media britannici hanno riferito oggi che sarà evacuato dal paese entro il 16 agosto lunedì sera, nel timore che i talebani possano prendere il controllo dell’aeroporto.

La Germania ha trasferito la sua ambasciata a Kabul nella parte militare dell’aeroporto internazionale e adotterà misure urgenti per evacuare il suo personale, ha reso noto il ministro degli Esteri Heiko Maas. Mosca non sembra invece voler evacuare l’ambasciata a Kabul.

I talebani potrebbero decidere di non occupare l’aeroporto (dove nella serata di oggi si sono registrano spari), per non scontrarsi con gli anglo-americani, ma impedire che lo scalo possa venire raggiunto da parte degli afghani presenti in città che vorrebbero fuggire anche se la presa di ostaggi o la rappresaglia sugli avversari politici in questo momento non supporterebbe la campagna propagandistica tesa a smantellare l’immagine sanguinaria e spietata dei talebani.

Un’altra ipotesi è che i talebani consentano volentieri il permesso di lasciare l’Afghanistan a decine di migliaia di oppositori e persone poco assimilabili nel nuovo regime.

Il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad (il diplomatico che guidò i negoziati per l’accordo di Doha tra Usa e talebani), avrebbe chiesto questa mattina che i combattenti talebani non entrino a Kabul fino a quando i cittadini statunitensi non saranno evacuati, secondo una fonte citata da CNN. Se anche venisse confermata la richiesta, i talebani non sembra l’abbiano presa in considerazione.

 

Il trionfo del Pakistan

Gli sviluppi delle prossime ore dipenderanno dai colloqui riservati tra statunitensi e talebani e soprattutto dalle decisioni che verranno assunte in Pakistan, vero artefice politico e militare della “blitzkrieg” talebana che in una settimana ha travolto tutto l’Afghanistan, come hanno riferito ad Analisi Difesa diverse fonti solitamente ben informate.

La conferma indiretta giunge dal fatto che questo pomeriggio, appena dopo il decollo dell’aereo che ha portato in Uzbekistan il presidente Ghanì, una delegazione afgana di alto livello è arrivata nella capitale pakistana. Lo ha annunciato il rappresentante speciale del Pakistan per l’Afghanistan, Mohammad Sadiq. “Ho appena ricevuto una delegazione di alto livello tra cui Ulusi Jirga Mir Rehman Rehmani, Salah-ud-din Rabbani, Mohammad Yunus Qanooni, Ustad Mohammad Karim Khalili, Ahmad Zia Massoud, Ahmad Wali Massoud, Abdul Latif Pedram e Khalid Noor”, scrive Sadiq in un tweet.

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“Questioni di reciproco interesse saranno discusse durante la visita della leadership politica afghana” composta dai maggiori esponenti dei movimenti politici ed etnici anti-talebani.
Appare chiaro quindi che il Pakistan intende porre sotto la sua diretta influenza politica un nuovo governo afghano dominato dai talebani ma che offra garanzie anche agli oppositori e a tagiki e uzbeki che in passato hanno condotto una lunga e fiera guerra contro gli il regime degli “studenti coranici”.

Islamabad del resto ha pianificato da tempo con i servizi segreti militari (Inter Services Intelligence – ISI) la guerra-lampo da scatenare nell’imminenza del completamento del ritiro delle forze americane e alleate, rinforzando con propri combattenti provenienti dai reparti d’élite e dalle milizie tribali della Tribal Area pakistana le milizie talebane. Con tali forze gli attacchi talebani hanno potuto svilupparsi su più fronti contemporaneamente, aumentando la percezione presso le truppe governative di una indiscussa superiorità del nemico.

A velocizzare le operazioni offensive talebane hanno contribuito non poco le migliaia di veicoli governativi caditi nelle mani degli insorti tenuto conto che i soli 4×4 Humvee in dotazione all’esercito afghano sono (o meglio erano) 25mila.

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Il Pakistan avrebbe inoltre fornito ai talebani un’ampia copertura d’intelligence che sembra aver visto protagonisti numerosi agenti dell’ISI infiltrati nei comandi militari afghani e nei governi provinciali con l’obiettivo di indurre i reparti a cedere le armi o a non opporre resistenza.

Del resto la presenza di Anas Haqqani, fratello del vice leader talebano Sirajuddin Haqqani, segnalata oggi nei colloqui al palazzo presidenziale di Kabul che hanno portato Ghanì a lasciare Kabul, conferma indirettamente il pesante ruolo di Islamabad nella vicenda in atto dal momento che la “Rete Haqqani” ha sempre goduto del supporto militare e finanziario dell’ISI.

Sul piano politico e strategico la vittoria lampo dei talebani porterebbe consistenti vantaggi al Pakistan che consoliderebbe il suo controllo sull’Afghanistan influenzandone direttamente il governo e ponendosi come interlocutore di grande rilevanza con Cina e Russia, che temono il dilagare del jihadismo nel Sinkiang e nelle repubbliche centro asiatiche ex sovietiche.

Al tempo stesso con la vittoria-lampo talebana il Pakistan ha di fatto bruciato ogni iniziativa imbastita dal presidente Ashraf Ghani con India, interessata a sostenerne anche militarmente il governo per contenere i talebani alleati del rivale pakistano.

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Inoltre, quanto sta accadendo accentua il prestigio del Pakistan e dell’ISI, che ha reso “pan per focaccia” agli Stati Uniti non tanto per le accuse di sostegno al terrorismo islamico rivolte dalle ultime amministrazioni statunitensi ma soprattutto per il blitz ad Abbottabad del 2011 in cui venne ucciso Osama bin Laden, effettuato dalle forze speciali americane in territorio pakistano senza informare i servizi d’intelligence di Islamabad.

Infine, con la presa di Kabul, pakistani e talebani hanno ridicolizzato la Casa Bianca dove Joe Biden solo 48 ore prima dell’accerchiamento della capitale ne escludeva la caduta e parlava in conferenza stampa di 300 mila militari afghani ben equipaggiati in grado di contrastare 75 mila talebani. Uno smacco senza precedenti agli Stati Uniti e a tutto l’Occidente.

 

La missione di evacuazione italiana

Il ministero della Difesa ha reso noto l’avvio del piano di evacuazione del personale dell’ambasciata italiana a Kabul e degli altri connazionali presenti in Afghanistan. Oggi, informa lo Stato Maggiore della Difesa, “militari del Comando operativo di vertice interforze, opportunamente supportati da elementi dell’Esercito, raggiungeranno la capitale afghana a bordo di un KC767 dell’Aeronautica Militare e avranno il compito di dirigere e coordinare a Kabul il rientro in Patria del personale diplomatico, dei connazionali e dei collaboratori afghani”. Il Piano prevede già un volo di rientro in Italia con KC767 dell’Aeronautica Militare che arriverà in Italia domani.

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Via libera anche all’Operazione Aquila Omnia, che prevede il trasferimento dei collaboratori afghani e delle loro famiglie in Italia, entrambe pianificate e dirette dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI) ed eseguite dal Joint Force Headquarter (JFHQ), elemento operativo del COVI, comandato dal Generale di Corpo d’Armata Luciano Portolano.

Non sarà però possibile evacuare i tanti collaboratori afghani rimasti a Herat, caduta nei giorni scorsi e anche per quelli a Kabul i tempi sembrano ormai restringersi
Il KC767 dell’Aeronautica Militare già all’aeroporto evacuerà i connazionali e saranno quindi necessari ulteriori voli commerciali organizzati dal Ministero degli Esteri per portare in salvo gli afghani ma non è detto che i talebani lo permettano considerato che ormai Kabul è una “città aperta”.

La Difesa ha fatto sapere che il “dispositivo militare del Comando Operativo di Vertice Interforze rimarrà operativo presso l’aeroporto internazionale di Kabul fino all’imbarco dell’ultimo collaboratore, fino a quando le condizioni di sicurezza lo consentiranno, e lasceranno il territorio afgano con un velivolo C130 dell’Aeronautica Militare”.

 

Le ultime “battaglie”

Nella giornata di ieri si era consumata la rapida agonia delle forze di sicurezza afghane.
In serata i talebani hanno preso il controllo di tutta la provincia di Logar, all’indomani della conquista del capoluogo Pul-i-Alam, e hanno raggiunto il distretto di Char Asyab, 11 chilometri a Sud di Kabul, aveva detto all’Associated Press una deputata provinciale, Hoda Ahmadi, riferendo dell’arresto di diversi colleghi.

Nel pomeriggio i talebani avevano annunciato la presa della grande base aerea di Bagram, abbandonata un mese or sono dagli americani. Senza combattere, le truppe governative hanno ceduto agli insorti la base che ospita una prigione con 5.000 detenuti, sia talebani che combattenti del gruppo dello Stato Islamico.

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Poche ore prima della caduta di Jalalabad, fonti di intelligence citate da al-Arabiya aveva rivelato che i capi tribù avevano concluso le trattative con i talebani per la resa della guarnigione militare.

All’alba di oggi i talebani hanno conquistato anche la città orientale di Jalalabad, 280 mila abitanti capoluogo della provincia di Nangarhar, anch’essa caduta senza combattere, come hanno spiegato all’agenzia di stampa tedesca DPA due consiglieri provinciali e un residente. I talebani controllano ora almeno 27 capoluoghi di provincia su 34.

Il 14 agosto era caduta anche l’ultima roccaforte governativa al Nord, Mazar-i Sharif, capoluogo della provincia di Balkh dove gli insorti hanno attaccato la città da almeno due fronti. Fonti locali hanno riferito all’ANSA che i talebani hanno preso possesso della città dopo che i militari si sono arresi.

Abas Ebrahimzada, un deputato della provincia di Balkh, dove si trova la città, ha affermato che l’esercito nazionale si è arreso per primo, il che ha spinto le milizie popolari filo-governative uzbeke e tagike a fare altrettanto.

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Abdul Rashid Dostum e Ata Mohammad Noor (nella foto a lato), ex “signori della guerra” alla testa delle milizie di etnia uzbeka e tagika sarebbero fuggiti in Uzbekistan secondo quanto riferito da al-Arabiya. Noor ha spiegato su Twitter che “purtroppo, nonostante la nostra ferma resistenza, tutti gli equipaggiamenti del governo e delle forze speciali sono stati ceduti ai talebani in seguito a un grande, codardo complotto organizzato. Avevano architettato un piano per catturare anche il maresciallo Dostum e il sottoscritto ma non ci sono riusciti.

Io, il maresciallo Dostum, il governatore di Balkh, i parlamentari di Balkh e il capo del consiglio provinciale di Balkh siamo in un posto al sicuro ora”. “Ho molte storie non raccontate che condividerò a tempo debito”, conclude il comandante, “ringrazio tutti coloro che hanno resistito con fierezza per difendere la loro terra. Il nostro cammino non finisce qui”.

L’ultima resistenza nel nord si è consumata a Maymana, capoluogo della provincia di Faryab, caduta ieri in mano ai talebani dopo un mese di assedio. Anche qui, come ha riferito all’Associated Press una parlamentare locale, Fawzia Roufi, le forze di sicurezza si sono arrese agli insorti dopo furiosi combattimenti casa per casa che secondo l’agenzia afghana Pajhwok avevano visto cadere 27 miliziani talebani.

Sempre ieri, mentre il presidente Ghani nominava nuovo capo della sicurezza a Kabu, il maggiore generale Sami Sadat talebani i talebani assumevano il controllo, senza combattere, di Pul-e-Alam, capoluogo della provincia di Logar, Sharana (Paktika), Asadabad (Kunar) e Gardez, (Paktia) liberando tutti i prigionieri dalle carceri delle quattro province orientali.

Quasi ovunque i soldati afghani si sarebbero arresi senza combattere con l’eccezione di alcuni reparti di forze speciali.

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A simboleggiare il ritorno dei talebani alla guida dell’Afghanistan, a Kandahar, città che è stata la culla del movimento fondato dal mullah Omar, la radio locale è stata ribattezzata dai talebani “La Voce della Sharja” che trasmetterà notizie, analisi e recitazioni del Corano secondo quanto riportato da al-Jazeera.

Proprio a Kandahar ieri le forze statunitensi avrebbero effettuato l’ultimo raid aereo del conflitto durato 20 anni bombardando l’aeroporto della città (probabilmente per distruggere aerei da attacco A-29 Super Tucano (nella foto sopra) ed elicotteri Blackhawk e MD-530 in dotazione all’aeronautica afghana) e che Washington non voleva lasciare in mano ai talebani. Secondo il giornalista afghano Bilil Sarwary, citato dalla Bbc, “decine di combattenti talebani” sono rimasti uccisi nell’attacco.

Ieri, l’ultimo bollettino di guerra del ministero della Difesa afghano riferiva di combattimenti in cinque province in cui almeno 172 insorti sono stati uccisi e altri 107 feriti.

 

Le ultime parole famose

Nelle ultime 36 ore prima della caduta di Kabul e dell’Afghanistan post talebano e ora neo-talebano, si sono succedute da parte di leader, politici e militari afghani, americani ed europei dichiarazioni che già nel momento in venivano pronunciate apparivano del tutto scollegate dalla realtà, se non ridicole e dettate dalla più totale improvvisazione.

Ne riportiamo solo alcune con l’obiettivo di evidenziare come il mondo sia stato colto di sorpresa dalla guerra lampo talebana e quale livello di (assente) consapevolezza abbiano oggi le leadership occidentali della situazione in un angolo del mondo dove sarebbe lecito attendersi una maggiore comprensione e previsione degli eventi, tenuto conto soprattutto dei massicci investimenti in denaro, truppe e risorse dell’intelligence investiti negli ultimi 20 anni.

Il presidente afghano Ashraf Ghani, ieri in un messaggio alla nazione: “la rimobilitazione delle forze armate è la nostra massima priorità e al riguardo assicuro che si stanno facendo seri passi”.
L’Afghanistan corre “un serio rischio di instabilità” ma l’esercito nazionale, che “ha difeso il Paese in modo coraggioso e ha mostrato forte determinazione”.

John Kirby, portavoce del Pentagono, ieri: “Saremo in grado di spostare migliaia di persone al giorno. Kabul non si trova al momento in una situazione di minaccia imminente”.

Il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken, oggi: “Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti”. Semplicemente non è nel nostro interesse rimanere in Afghanistan.

Un alto funzionario della NATO, oggi: “Sosteniamo gli sforzi afghani per una soluzione politica al conflitto, che ora è più urgente che mai”.

Mentre il Titanic afghano affonda, l’orchestra continua a suonare.

@GianandreaGaian 

Foto: Twitter, Esercito Afghano, US DoD, Emirato dell’Afghanistan, al -Jazeera e AFP

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Gli articoli di Analisi Difesa pubblicati negli ultimi giorni sulla fine della guerra afghana:

Kabul come Saigon: americani in fuga, i talebani prendono Ghazni, Kandahar, Laskar Gah ed Herat

 

Cade anche Farah: i talebani stringono la morsa sull’Afghanistan

 

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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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