Conflitto Etiopia-Tigray: Roma sospende la cooperazione militare con Addis Abeba

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(aggiornato l’8 febbraio ore 8.00) 

Può davvero dirsi rocambolesca l’attuale guerra civile in Etiopia, che vede opposti ormai da 15 mesi, il governo centrale di Addis Abeba, alleato all’Eritrea, e le forze TDF (Tigray Defense Forces), espressione militare del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino TPLF a cui si sono affiancate altre milizie etniche, come quelle Oromo. Il sanguinoso conflitto, poco ricordato sui grandi media occidentali, sembra essersi assestato negli ultimi mesi, tra fine 2021 e inizio 2022, dopo l’ennesimo ribaltamento delle sorti.

 

La lotta è entrata nelle ultime settimane in una fase di relativo stallo, forse favorevole a trattative che portino, gradualmente, a far tacere il cannone. E’ però presto per intravedere una vera pace, poiché i contendenti sembrano impegnati a lanciarsi ancora segnali di forza, reale o virtuale, nella probabile speranza d’accumulare il maggior peso contrattuale possibile prima di sedersi effettivamente attorno a un tavolo. La situazione resta dunque incerta e soggetta a evolvere giorno per giorno, confermando un’instabilità endemica. Nel quadro di una situazione umanitaria drammatica, poiché i morti, fra civili e militari, del conflitto, sono ormai migliaia, si stima almeno 11.000, ma probabilmente di più, senza contare 3 milioni gli sfollati nel solo Tigrè e 8 milioni di persone che, nel complesso, necessitano, in toto o parzialmente, di cibo, acqua o medicine.

Proprio la situazione umanitaria è stata all’origine di una decisione presa dal governo italiano il 28 gennaio 2022, ma rivelata solo il 7 febbraio da Panorama, che ha pubblicato il testo di una comunicazione del Ministero della Difesa di Roma al governo etiopico.

L’Italia ha sospeso l’accordo di cooperazione militare che aveva siglato con l’Etiopia il 10 aprile 2019. Secondo il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, l’Italia sostiene “convintamente la piena e immediata cessazione delle ostilità ed il ritiro delle truppe eritree dal suolo etiopico, nonché il pieno, sicuro e incondizionati accesso umanitario alle regioni più colpite dal conflitto, il rispetto del diritto internazionale umanitario, la conclusione di indagini trasparenti e indipendenti sulle gravi violazioni e abusi dei diritti umani e, non ultimo, l’avvio urgente di un processo di dialogo nazionale, effettivo e inclusivo”.

Stando a Guerini, inoltre, il governo italiano, per il tramite dell’ente competente UAMA, Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento, che si occupa delle esportazioni militari italiane, ha rigettato negli ultimi tempi continue richieste da parte di Addis Abeba di vendite di armamenti “non potendosi escludere il rischio di un possibile impiego nel contesto delle ostilità in corso”. L’Italia, in sostanza, conferma in tal modo una posizione condivisa con l’Unione Europea e con gli Stati Uniti, che da mesi, temendo il radicarsi di un’instabilità di lungo periodo nel Corno d’Africa, cercano di ridurre gli etiopi a più miti consigli.

Il governo centrale etiopico, guidato dal premier Abiy Ahmed, è riuscito nel dicembre 2021, grazie anche a massicci rifornimenti di armi, fra cui lanciarazzi e droni, da parte di alleati come Cina, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, a sventare il presunto pericolo di un’avanzata dei ribelli sulla capitale, che pareva plausibile fra l’ottobre e il novembre scorsi. Alla luce di quanto poi verificatosi, tale pericolo è poi risultato essere sopravvalutato a causa delle notizie difficilmente verificabili circolanti in autunno, soprattutto per il tramite della rete statunitense CNN.

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Vero è però che il 2 novembre 2021 il governo centrale aveva proclamato lo stato d’emergenza, proprio temendo l’avanzata tigrina, e lo ha mantenuto in vigore fino al 27 gennaio 2022, ponendovi fine con un notevole anticipo rispetto alla durata inizialmente prevista in sei mesi. Il rinforzato esercito federale ENDF (Ethiopian National Defense Force), con l’aiuto delle milizie Amhara e Afar filo-governative, ha ricacciato il TDF verso Nord, inseguendolo mentre si ritirava verso il suo territorio e arrestando anche le milizie etniche alleate dei tigrini, su tutte l’OLA, Oromo Liberation Army, degli indipendentisti dell’Oromia. I tigrini, a quel punto hanno deciso di lasciare le residue zone Amhara e Afar che ancora occupavano e sono rientrati entro i confini della loro regione.

Il presidente del TPLF, Debretsion Gebremichael, ha ordinato il 20 dicembre alle sue forze di ritirarsi fino ai confini del Tigrè, chiedendo un “cessate il fuoco” e scrivendo all’ONU: “Spero che la nostra mossa sia una buona base per veri colloqui di pace con Addis Abeba”.

Le truppe federali, dal canto loro, non si sono avventurate nel Tigrè, se non con puntate piuttosto marginali, come nelle zone di Rare, Waja e Alamata, arrestando in sostanza la loro risalita verso Nord entro il 24 dicembre, quando hanno completato il riposizionamento terrestre sul frastagliato limitare della regione nemica. Nel frattempo, continuavano scontri terrestri fra i governativi e altri ribelli, come gli Oromo.

I reggimenti etiopici non hanno, per il momento, osato entrare nel territorio etnico tigrino per un misto di considerazioni, sia politiche, sia militari. Anzitutto, sotto il lato militare, si teme forse di rischiare di ripetere un’occupazione avventata come fu attuata, ma non consolidata, alla fine del 2020.

Inoltre, i tigrini, ritirandosi davanti ai governativi, sono presumibilmente riusciti a conservare il grosso delle loro forze, quindi in caso di nuova invasione su larga scala del Tigrè sono pronti a resistere facendo valere la superiorità della difensiva sull’offensiva, tantopiù se asserragliati su un aspro territorio.

Vero è però che il 20 gennaio 2022 uno dei più importanti ufficiali governativi, il vice comandante delle forze armate federali, generale Abebaw Tadesse, ha minacciato una possibile nuova offensiva addentro al territorio tigrino, dichiarando in una lunga intervista.

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“Il Tigrè è parte dell’Etiopia e nessuna forza ci impedirà di entrarvi. Noi entreremo ed elimineremo il nemico. Non ci deve essere confusione su questo. Il popolo etiope non deve pensare che la guerra sia finita. La cosa più importante è che noi ci siamo fermati perchè dobbiamo prepararci. Il nemico è ancora lì e deve essere eliminato, non negozieremo mai con loro”.

Non si può dire se quelle di Abebaw siano frasi che rientrano nel gioco di minacce e controminacce che accompagnano gli approcci negoziali o se davvero l’esercito etiopico mediti una nuova campagna nel Tigrè dopo una lunga pausa che gli permetta di radunare truppe e scorte sufficienti lungo la frontiera regionale.

I tigrini, per il tramite del portavoce del TPLF Getachew Reda, non sembrano dare peso a quella che essi considerano una spacconata: “Non stiamo perdendo il sonno a causa dei piani di Abebaw”.

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Ma solo il tempo lo dirà. Frattanto, dal 24 gennaio il TPLF ha ripreso a mostrare i muscoli con attacchi, che per ora sembrano limitati, nella regione dell’Afar, dove secondo le autorità locali i tigrini avrebbero preso le città di Magale e Abala. La mossa è stata confermata da fonti del TPLF solo il giorno dopo, il 25 gennaio, con una nota di tal fatta: “Da ieri mattina (giorno 24) siamo stati costretti a intraprendere azioni per neutralizzare la minaccia rappresentata dalle forze filo-governative nell’Afar”. L’attacco, che sarebbe tuttora in corso, potrebbe avere il duplice scopo di garantire il fianco sudorientale del Tigrè e insieme di mostrare al governo federale che le milizie TDF non sono battute e restano capaci di riprendere l’iniziativa, se necessario.

Nel frattempo, i combattenti Oromo, altra spina nel fianco del governo, dopo essersi ritrovati anch’essi spiazzati in dicembre dalla controffensiva del governo, sembrano nelle ultime settimane riprendere l’iniziativa. Il 21 gennaio 2022, forze dell’OLA hanno teso un agguato a un convoglio dell’esercito federale presso West Shewa, distruggendone i mezzi e, presumibilmente, uccidendo la maggior parte dei soldati.

Gli Oromo stessi hanno rivendicato l’azione con un video diffuso su internet. Il 24 gennaio è stato invece il governo a denunciare il rapimento da parte dell’OLA di sei persone, di cui cinque studenti, che erano in viaggio da Addis Abeba ad Asosa e che sarebbero stati catturati in un’imboscata tesa a Bafano, in Oromia.

 

Pressioni americane

Se il generale etiope Tadesse avesse ragione, l’attuale propensione del governo centrale per il negoziato sarebbe solo uno schermo dietro il quale si sta cercando di preparare, prendendosi tutto il tempo necessario, una nuova penetrazione in “casa” del TPLF, per quanto possa richiedere diverse settimane la creazione di retrovie avanzate con depositi non lontani dalle linee di partenza dell’ipotetica avanzata, nonché la preparazione addestrativa delle truppe affinchè possano operare sulla base delle esperienze dell’autunno-inverno 2020-2021 e imparando dagli errori che un anno fa fecero sì che l’ENDF fosse respinto e scacciato.

Un passo del genere deve però essere ben ponderato, perchè non si risolva in una nuova disfatta. Addis Abeba si è accorta che i tigrini sono un avversario molto più forte del previsto, ed è possibile che la voglia di compromesso sia reale, stante il rischio che il protrarsi di una lotta senza quartiere porti davvero alla disintegrazione dell’Etiopia.

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Di sicuro, fra i segnali più recenti della disponibilità del governo etiopico a trattare è giunto il 26 gennaio anche il comunicato all’Associated Press di Mesfin Tegenu, presidente della American Ethiopian Public Affairs Committee, una delle maggiori organizzazioni della diaspora migratoria etiope nel mondo.

Dopo aver incontrato per 5 ore ad Addis Abeba il premier Abiy Ahmed, a nome della folta comunità di etiopi-americani, Mesfin si è sentito di poter confermare: “Abiy desidera fermare la guerra, ovviamente anche l’altra parte deve volerlo. Ha detto che ci saranno negoziati ragionevoli che porranno al primo posto l’integrità della nazione, e il nuovo inviato speciale americano potrebbe avere delle idee sul processo di pace”.

Mesfin ha inoltre fatto capire che il premier etiope starebbe facendo i conti anche con elementi del suo governo e dell’esercito che invece sono contrari al negoziato e vorrebbero una nuova spallata nel Tigrè: “Volevano che avanzasse, ma limitarsi a contenere le forze tigrine senza spingersi nella loro regione dà al governo il tempo di forzare il popolo tigrino a riconsiderare il suo appoggio alle milizie. Vuole che la popolazione spinga il TPLF a trattare”.

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La testimonianza del presidente dell’associazione degli etiopi-americani è molto interessante, anche perchè può darsi che quella stessa comunità sia fra i canali con cui proprio gli Stati Uniti cercano di avere voce in capitolo.

Abiy è stato molto influenzato dalle pressioni diplomatiche incrociate dell’Unione Africana, per il tramite dell’inviato speciale per il Corno d’Africa Olusegun Obasanjo, ex-presidente della Nigeria (in carica nel 1999-2007), e degli Stati Uniti, prima con l’inviato speciale Jeffrey Feltman, poi, nelle ultime settimane, con il suo sostituto David Satterfield.

L’approssimativo “cessate il fuoco” sul fronte terrestre, fragile e parziale, che dovrebbe preludere a negoziati di pace, rimane costellato da continue incursioni, con aeroplani e droni, dell’aviazione etiopica su obbiettivi tigrini, nonché da numerose vittime fra i civili.

Con gli attacchi aerei delle ultime settimane, e anche con un perdurante blocco degli aiuti umanitari internazionali, il governo di Addis Abeba intende sicuramente ammorbidire l’avversario per poter imporre dure condizioni, ma la partita non sembra ancora decisa.

In questo quadro, gli Stati Uniti stanno cercando di recuperare il terreno perduto in termini di influenza sul Corno d’Africa, in aperta concorrenza con la Cina e con la Turchia, prospettando al governo centrale etiopico la necessità di mediare fra i rispettivi interessi delle etnie, per evitare una balcanizzazione.

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Già il 31 dicembre 2021 la cosiddetta Camera dei rappresentanti dei popoli del parlamento di Addis Abeba (che corrisponde alla nostra Camera dei deputati) ha istituito una “Commissione per il dialogo nazionale” allo scopo di “garantire una pace duratura”. Poi, per mostrarsi magnanimo, di fronte ai compatrioti, ma anche agli occhi di Washington, Abiy Ahmed ha ordinato il 7 gennaio 2022, nel giorno del Natale ortodosso osservato dalla Chiesa copta etiopica, la scarcerazione di migliaia di cittadini tigrini residenti nell’area della capitale e arrestati nei mesi scorsi, nonché di oppositori politici.

Fra essi, Bekere Gerba e Jawar Mohammed, personaggi di spicco del fronte politico del popolo Oromo anch’esso opposto al potere centrale. Ma soprattutto quello che i tigrini chiamano “Aboy”, “padre”, il riconosciuto fondatore, nel lontano 1975, del TPLF, allora in rivolta contro la dittatura comunista di Menghistu. Si tratta dell’anziano Sebhat Nega, 84 anni, che guidò il fronte tigrino fino al 1989, quando cedette la guida del movimento a Meles Zenawi, poi divenuto presidente dell’intera Etiopia dal 1991 al 1995 e infine premier dal 1995 fino alla morte nel 2012.

Nega, catturato alla fine del 2020 in Tigrè dagli etiopi (o secondo alcune fonti dai loro alleati eritrei) era stato trasferito in aereo ad Addis Abeba nel gennaio 2021 e poi processato e incarcerato. La sua liberazione è un segnale importante e non a caso è avvenuta in contemporanea con l’ultima visita ad Addis Abeba dell’inviato americano Feltman, che lo stesso 7 gennaio ha di nuovo esortato Abiy a trattare col nemico.

Tre giorni dopo, il Dipartimento di Stato USA ha nominato al posto di Feltman un nuovo inviato speciale per il Corno d’Africa, individuato nella persona di David Satterfield, già ambasciatore statunitense in Turchia dall’agosto 2019 al gennaio 2022. Incaricare un esperto di politica turca come Satterfield è stato giudicato un indubbio sintomo della volontà degli USA di prendere di petto, forse alternando “bastone e carota”, l’influenza di Ankara in Etiopia e nella vicina Somalia, per cercare di arginare quell’esuberante alleato, che sfrutta l’appartenenza alla NATO come scudo e paravento, per poi lanciarsi in un’ambiziosa geopolitica “neo-ottomana” a suo esclusivo interesse, come ben sa anche l’Italia a proposito dello scacchiere della Libia.

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Sempre il 10 gennaio 2022, lo stesso presidente americano Joe Biden ha parlato per telefono con il primo ministro etiopico, esortandolo alla “riconciliazione”. Secondo le fonti della Casa Bianca, nel colloquio Biden-Abiy “il presidente Biden ha lodato il primo ministro per il rilascio di diversi prigionieri politici, e i due leader hanno discusso come accelerare il dialogo verso un cessate il fuoco negoziato, dell’urgenza di migliorare l’accesso umanitario attraverso l’Etiopia e della necessità di rispondere alle preoccupazioni sui diritti umani di tutti gli etiopi coinvolti, comprese le preoccupazioni per le detenzioni di etiopi in base allo stato d’emergenza”.

Tuttavia, Biden: “Ha espresso il timore che le ostilità in corso, compresi i recenti raid aerei, continuino a causare vittime e sofferenze ai civili, e ha ribadito l’impegno americano a lavorare a fianco dell’Unione Africana e i partner regionali per aiutare gli etiopi a risolvere pacificamente il conflitto. Entrambi i leader hanno sottolineato l’importanza delle relazioni fra USA ed Etiopia, il potenziale per il rafforzamento della cooperazione su diverse questioni e la necessità di progressi concreti per risolvere il conflitto”.

In seguito, il 15 gennaio il nuovo inviato americano Satterfield ha annunciato il suo primo ampio tour diplomatico in Africa Orientale, nel corso del quale è arrivato ad Addis Abeba la sera del 20 gennaio per spingere al dialogo. Il 21 gennaio anche i britannici hanno dato manforte all’offensiva diplomatica USA, con l’inviata speciale Vicky Ford, che ha incontrato Abiy promettendogli 12 milioni di dollari di aiuti internazionali.

Dal canto loro, i turchi temono attentati alla loro ambasciata di Addis Abeba, tanto da decidere negli ultimi giorni di chiuderla e di spostarla in Kenya, soprattutto dopo che in un luogo a meno di 200 metri da essa è stato scoperto un deposito clandestino di armi ed esplosivi che, teoricamente, avrebbero potuto essere utilizzati da agenti tigrini o delle milizie etniche loro alleate, come quelle Oromo, per colpire la sede diplomatica. Un modo per far “pagare” alla Turchia, secondo la prospettiva dei ribelli, la vendita al governo federale dei micidiali droni.

 

Prospettive difficili

Oltre all’America, anche le Nazioni Unite e l’Unione Africana sono in prima fila nel propiziare trattative fra i belligeranti. L’inviato dell’UA Obasanjo, dopo precedenti missioni alla fine del 2021, è tornato in Etiopia fra l’11 e il 12 gennaio 2022, incontrando il capo del TPLF nella capitale regionale tigrina Macallè, nonché il premier etiopico Abiy Ahmed ad Addis Abeba. Sulla missione del diplomatico nigeriano non sono stati rilasciati dettagli concreti, il che, da un certo punto di vista, potrebbe essere promettente, indicando che nelle discussioni sono stati toccati aspetti degni di ulteriore riflessione e approfondimento.

Il portavoce tigrino Getachew Reda s’è limitato a commentare il giorno 12: “Obasanjo è stato a Macallè come parte della sua missione per cercare di arrivare alla pace. Credo che abbia avuto buone conversazioni con il presidente del Tigrè”.

Laconico è stato, il 13 gennaio, anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Etiopia, Dina Mufti: “Il governo dell’Etiopia vuole la pace. E’ il momento giusto per noi, di passare dalla guerra convenzionale alla guerra diplomatica e abbiamo bisogno di stabilire la pace. I negoziati di Obasanjo sono ancora in corso e non c’è proprio niente di maturo da pubblicizzare in questo momento”.

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Il 19 gennaio, lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha dato implicitamente grande peso alla missione del diplomatico dell’Unione Africana, interpellandolo telefonicamente e facendosi riferire i dettagli riservati del suo lavorìo negoziale, annunciando poi: “Obasanjo mi ha informato sugli sforzi compiuti dal governo dell’Etiopia e dal Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè per andare verso una risoluzione del conflitto violento e ha espresso ottimismo sul fatto che ora c’è una reale opportunità per la risoluzione politica e diplomatica di il conflitto. Sono lieto che dopo oltre un anno di conflitto armato, ora ci sia uno sforzo dimostrabile per fare la pace”.

Il segretario ONU non ha nascosto però che “le operazioni militari continuano a rappresentare un ostacolo per il processo di pace e inaspriscono le misure di rafforzamento della fiducia che speriamo vengano adottate da tutte le parti in conflitto”.

Non fila tutto liscio ed è ancora presto perchè la diplomazia internazionale possa sbilanciarsi apertamente. Fra i segnali preoccupanti, oltre alle continue incursioni aeree etiopiche, su cui torneremo nello specifico nella seconda parte di questo articolo, la recrudescenza dell’emergenza umanitaria, dovuta al blocco tuttora in atto da parte governativa per affamare i ribelli e indebolirli. Come confermato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa nel Tigrè non arrivano nemmeno medicinali, né attrezzature elementari come i guanti chirurgici, che i medici sono costretti a riutilizzare, mentre per disinfettare le ferite si sta ripiegando sul sale.

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Molti ospedali in Tigrè, ma anche nel vicino Amhara starebbero chiudendo per mancanza di medicinali e rifornimenti. La tragica situazione ha offerto il 12 gennaio occasione al direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che è un tigrino, di dichiarare: “In nessun’altra parte del mondo stiamo assistendo a un inferno come nel Tigrè, dove il blocco degli aiuti è un oltraggio all’umanità”.

Il governo di Addis Abeba ha per ritorsione montato un caso politico contro Tedros che, dopotutto, in quanto capo dell’OMS e complice la rilevanza della pandemia Covid, è da un paio d’anni il tigrino più famoso del mondo e forse quello (o uno di quelli) che più è in grado di mobilitare lobbies in favore della causa del suo popolo presso i grandi consessi internazionali.

Così, il 14 gennaio, il Ministero degli Esteri etiopico ha protestato con una lunga lettera all’OMS, in cui invita l’organizzazione a “indagare sul direttore per cattiva condotta e violazione della sua responsabilità professionale e legale, poichè usa il suo incarico per far avanzare i suoi interessi politici a spese di quelli dell’Etiopia celebrando i successi militari del Fronte popolare di liberazione del Tigray, diffondendo disinformazione e mettendo in dubbio la reputazione, l’indipendenza e la credibilità dell’OMS”.

La missiva aggiunge inoltre che Tedros “ha interferito negli affari interni dell’Etiopia, tra i quali le relazioni dell’Etiopia con l’Eritrea” e chiede che “rimanga fuori da tutte le questioni che riguardano l’Etiopia” in quanto “continua a essere un membro attivo e ad appoggiare il TPLF, dichiarato gruppo terroristico dal Parlamento etiopico”. Per inciso, solo il 26 gennaio, infine, è potuto atterrare a Macallè il primo aereo della Croce Rossa, carico di medicinali, dopo oltre quattro mesi, aereo che si spera apripista nei giorni successivi di altri velivoli e camion umanitari.

In linea teorica, anche il premier etiope Abiy Ahmed potrebbe contare su una certa influenza in sede internazionale, stante il fatto di avere vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2019, dopo aver firmato uno storico accordo di pace col presidente dell’Eritrea Isaias Afewerki. Come ben sappiamo, l’inedita alleanza Etiopia-Eritrea, che sembrava porre fine a lunghi anni di ostilità fra i due paesi, passati anche attraverso una sanguinosa guerra dal 1998 al 2000, era destinata a dimostrarsi un patto alle spalle dei tigrini.

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E il fatto che proprio Abiy, insieme agli eritrei, abbia scelto la carta militare per risolvere i problemi politici col Tigrè, scatenando nel 2020 l’attuale guerra, ha offuscato irrimediabilmente la sua immagine di Nobel per la Pace.

Ciò nonostante, ancora il 13 gennaio 2022, da Oslo, il Comitato norvegese per il Nobel, che aveva conferito a suo tempo il riconoscimento al premier etiope, ha cercato di riallacciarsi proprio al più alto senso dell’onorificenza, invitandolo a por fine alla guerra: “Come primo ministro e vincitore del Premio Nobel per la Pace, Abiy Ahmed ha la responsabilità speciale di mettere fine al conflitto e contribuire alla pace”.

E’ però molto difficile che basti questo ad ammorbidire le posizioni di Addis Abeba, che si è spesso appellata, fino a pochi mesi fa, alla “guerra totale” contro il TPLF, lasciando strascichi pesanti in odio reciproco, testimoniati dalle atrocità sui civili commesse, a quanto pare, da entrambe le parti, senza parlare del blocco degli aiuti umanitari. V’è anche da considerare un altro fatto, che se anche Abiy fosse personalmente disposto alla pace, vari elementi del suo governo, nonché le milizie Amhara, potrebbero non esserlo, come ha segnalato anche Mesfin Tegenu. Ciò potrebbe gettare una luce sinistra sulla citata intervista in cui il generale Abebaw Tadesse preannunciava una prossima offensiva addentro al Tigrè. L’ufficiale potrebbe aver fatto quelle dichiarazioni non nell’ambito di un gioco delle parti coordinato col governo per pressare il TPLF, bensì per avvertire proprio il primo ministro che i militari e i fiancheggiatori Amhara scalpitano e preferirebbero annientare totalmente il nemico.

Da qui a immaginare l’eventualità di un colpo di stato ad Addis Abeba, con Abiy esautorato e sostituito da una giunta oltranzista, il passo è breve, per quanto al momento non ci sia alcun indizio concreto.

Se non altro, fra i barlumi positivi è arrivata il 16 gennaio dall’agenzia di stampa missionaria Fides, la notizia della liberazione nei giorni immediatamente precedenti di sette suore tigrine che erano state arrestate il 30 novembre 2021 nella capitale etiopica. Si tratta di suor Letemaryam Sibhat, suor Tiblets Teum, suor Abeba Tesfay, suor Zaid Moss, suor Abeba Hagos e suor Abeba Fitwi, della Congregazione delle Figlie della Carità San Vincenzo de Paoli. La settima religiosa è suor Abrehet Teserma, dell’ordine delle Orsoline di Gandino. Sempre l’agenzia Fides aggiunge però che, per il momento, restano ancora incarcerati, in località non precisate, due diaconi e altre due suore di etnia tigrina.

 

Svolte in serie

A prima vista, si potrebbe pensare che nelle trattative in corso, i governativi etiopi abbiano nei confronti dei tigrini il coltello dalla parte del manico, a seguito della loro recentissima controffensiva verso Nord. In realtà, se si riesamina per sommi capi la storia travagliata di questo conflitto, Abiy Ahmed anche se ha allontanato dalla regione Amhara, e dalla strategica ferrovia Addis Abeba-Gibuti, la minaccia dei ribelli, ha comunque fallito il suo scopo originario, che era quello di annientare il TPLF, il partito etnico tigrino che aveva dominato la vita politica etiopica praticamente fino al 2018, quando l’appena insediato Abiy iniziò a rigettare il precedente federalismo etnico, che vedeva però i tigrini in posizione di egemonia.

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Il governo di Abiy sperava di poter spazzar via il movimento tigrino entrando militarmente nel suo territorio etnico, ma dopo una prima fase di occupazione, in cui si era illuso di aver conseguito una vittoria schiacciante, l’esercito etiopico, pur alleato con gli eritrei che attaccavano da Nord, è stato respinto e i tigrini si sono dimostrati capaci di liberare la loro regione e poi uscirne, avanzando profondamente nel territorio avversario. Anche se negli ultimi mesi hanno dovuto di nuovo ritirarsi, le milizie del TPLF hanno comunque sventato il piano governativo di una vittoria totale e si sono confermati un soggetto abbastanza forte da costringere il premier, volente o nolente, a negoziare per arrivare a infine a una pace di compromesso.

Si può quindi dire che, se da un punto di vista meramente tattico, questi 15 mesi di guerra abbiano visto un’altalena di esiti, dal punto di vista strategico siano ancora i tigrini a conservare un margine sull’avversario, avendolo costretto a negoziati che, a ben guardare, si sarebbero potuti intavolare già allo scoppio del conflitto, evitando l’invasione del Tigrè, dato che in quel momento le rispettive forze erano schierate grossomodo, su posizioni simili a quelle di oggi. Nel complesso, quindi, se il governo di Addis Abeba e il movimento tigrino si sono praticamente ritrovati ancora al punto di partenza dopo più di un anno di, possiamo ormai dire, inutili battaglie e massacri di civili, conditi anche con saccheggi e stupri, ciò può essere considerata una sconfitta per chi, invadendo per primo il territorio altrui, tenta per definizione di modificare uno status quo, e una vittoria per chi, sulla difensiva, per definizione ha il più semplice scopo di mantenere perlomeno la situazione iniziale.

Cerchiamo di ricostruire, molto brevemente, ciò che è successo finora. E’ da oltre un anno, dal 3 novembre 2020, che si combatte aspramente. Sulle responsabilità del conflitto i due contendenti si accusano reciprocamente, poiché inizialmente i tigrini avevano occupato le caserme e gli arsenali dell’esercito federale nella loro regione, al chè l’invasione, scattata subito dopo, sarebbe stata una reazione di Addis Abeba.

Ma un’offensiva di circa 50.000 uomini non si improvvisa ed era stata certo preparata in precedenza, mentre montava la tensione politica fra Abiy, che aveva deciso di rimandare di un anno le elezioni a causa del Covid, e il potere regionale del TPLF, che invece aveva tenuto consultazioni locali.

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Se nei primi mesi la regione ribelle del Tigrè era stata in gran parte occupata da una tenaglia formata dalle forze armate federali etiopiche, penetrate da Sud, e dalle forze dell’Eritrea, alleata di Addis Abeba, da Nord, i tigrini, esperti guerriglieri, hanno saputo riorganizzarsi, accrescendo le loro forze da 45.000 a 200.000 combattenti, e passare alla controffensiva, dapprima disperdendo i loro combattenti sul territorio, anche a costo di non incaponirsi nella vana difesa di Macallè, in effetti occupata dai federali etiopi già il 28 novembre 2020. Il generale tigrino Tsadkan Gebretensae ha riordinato le sue forze e già nel marzo 2021, con l’Operazione Seium Mesfin, le milizie tigrine hanno colto i primi successi contro gli occupanti conseguendo la superiorità locale in scontri e imboscate nelle vallate del Tigrè.

Hanno posto così le basi per l’ambiziosa Operazione Alula, con cui dal 18 giugno al 6 luglio 2021 sono stati scacciati soldati etiopi ed eritrei dalla maggior parte del Tigrè, in particolare liberando Macallè il 28 giugno. Fra luglio e agosto i tigrini sono avanzati, prima timidamente, poi sempre più speditamente, a Sud della frontiera regionale e del fiume Tacazzè, in crescente sintonia con altre etnie ribelli avverse ad Addis Abeba, soprattutto gli Oromo organizzati nell’OLA, Oromo Liberation Army.

Il governo centrale ha tentato di reagire avviando l’8 ottobre 2021 una controffensiva che col senno di poi si può definire prematura. Nonostante le intense missioni aeree d’appoggio, il primo grande contrattacco federale è fallito entro la fine di ottobre, quando i ribelli hanno conquistato posizioni lungo le strade principali per Addis Abeba.

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Sentendosi forti, i tigrini e gli oromo hanno poi formato il 5 novembre una formale alleanza fra ben nove fronti di guerriglia etnica ostili al governo centrale, il Fronte Unito delle Forze Federaliste e Confederaliste d’Etiopia (UFEFCF), in cui, al traino dei più forti TPLF e OLA, si sono aggregati i minori Fronte Democratico Rivoluzionario per l’Unità Afar (ARDUF), Movimento di Liberazione del Popolo del Benishangul (BPLM), Esercito di Liberazione del Popolo di Gambella (GPLA), Movimento Globale del Popolo Kimant per il Diritto e la Giustizia – Partito Democratico Kimant (KDP), Fronte di Liberazione di Sidama (SLF) e Resistenza dello Stato Somali. I guerriglieri sembravano a fine novembre del 2021 ben posizionati per poter sperare di minacciare Addis Abeba, nonché tagliare la ferrovia strategica che collega la capitale etiopica a Gibuti, suo vitale sbocco al mare.

Tanto non è accaduto, perchè lo slancio dei tigrini e dei loro alleati li ha portati ad allungare troppo le loro linee di rifornimento, esponendosi a una nuova controffensiva governativa di cui Abiy Ahmed ha assunto il 23 novembre la guida recandosi di persona in prima linea per la campagna da lui denominata “Operazione Unità Nazionale per la Diversità”. Nel partire per il fronte in mimetica e binocolo, Abiy ha delegato per alcuni giorni il suo fidato vicepremier, Demeke Mekonnen, perchè facesse le funzioni di capo del governo, talmente il premier considerava importante risollevare il morale delle truppe accompagnandoli fisicamente sulla linea del fronte.

L’avanzata terrestre, che ha preso i tigrini in contropiede, s’è snodata lungo tre direttrici che da Ovest, Sud ed Est convergevano sull’area della città di Woldiya, individuata come cardine del fronte, in un piano generale volto anche a dividere il TDF dall’alleato OLA.

Gli attacchi sono stati sostenuti da un decisivo appoggio aereo, sia coi droni, sia coi caccia Sukhoi, che si sono spinti il 30 novembre in profondità sulle retrovie tigrine distruggendo perfino un’importante diga sul fiume Tacazzè e decurtando la già scarsa elettricità disponibile al nemico. Da Ovest, le forze governative hanno gradualmente ripreso il controllo dell’autostrada B22, in particolare avanzando fra il 1° e il 9 dicembre da Istayah a Gashena. Frattanto, da Sud, sono avanzate sull’arteria A2, fino a Mersa, 60 km a Sud di Woldiya, mentre da Est, le truppe si sono mosse da Boren verso Kobo, a 50 km da Woldiya. La città santa di Lalibela, che era stata presa dai tigrini nella loro precedente affondata verso Sud, è stata dapprima espugnata dall’ENDF il 1° dicembre, poi i tigrini l’hanno ripresa brevemente il 12 dicembre, prima di ritirarsi definitivamente verso la loro regione.

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Un primo ripiegamento tigrino s’è registrato il 6 dicembre nell’Afar, presso l’autostrada B11, con la caduta di Bati e poche ore dopo l’evacuazione di Kombolcha e Dessie. L’8 dicembre i governativi sono risaliti anche lungo il tracciato della A2 attestandosi a Idari, non lontano da Mersa, sempre nell’ottica di una convergenza su Woldiya.

Un primo bilancio dell’offensiva verso Nord poteva essere considerato positivo già allora da Abiy, che il 9 dicembre ha deciso di tornare ad Addis Abeba, togliendosi l’uniforme militare e riprendendo dal suo vice Mekonnen le funzioni politiche.

Poco dopo, è ripresa l’avanzata e le truppe etiopiche, la cui aviazione ha anche bombardato Alamata fra il 15 e il 17 dicembre, colpendo le retrovie delle prime linee avversarie. I federali sono entrati a Woldiya il 17 dicembre, proseguendo nei giorni seguenti di slancio. I tigrini, comunque, non hanno opposto tutta la resistenza di cui sarebbero stati capaci e dalla maggior parte delle città sembrano essersi ritirati ponendo al primo posto della loro strategia la conservazione di uomini e armi, sempre in un’ottica di guerra protratta nel tempo, allo scopo di aumentare a dismisura la percezione che l’avversario avrebbe di altissimi costi di una vittoria totale.

Frattanto le milizie TDF rinforzavano anche le difese lungo una linea Adigrat-Axum, nel Nord del Tigrè, per pararsi contro eventuali attacchi dell’altro nemico, l’Eritrea. Nella ritirata, i tigrini hanno fatto saltare molti ponti stradali, come quello fra Haro e Dire Roka, distrutto il 20 dicembre. Se con la fine del 2021 le grandi operazioni di terra si arenavano, continuava al principio del 2022 lo stillicidio degli attacchi dall’aria.

 

Minacce dal cielo

Solo nelle prime due settimane del nuovo anno sarebbero stati più di un centinaio i civili uccisi nel Tigrè da incursioni di droni e aerei governativi, che in tal modo mantengono sotto pressione il TPLF e la popolazione. Lo ha dichiarato a Ginevra il 14 gennaio 2022 la portavoce dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti umani, Elizabeth Throssell. “Almeno 108 civili sarebbero stati uccisi e altri 75 feriti – ha rimarcato la funzionaria ONU – dall’inizio dell’anno, a seguito di attacchi aerei presumibilmente effettuati dall’aviazione etiope nella regione del Tigré.

Siamo allarmati dai rapporti multipli e profondamente inquietanti che continuiamo a ricevere di vittime civili e distruzione di oggetti civili in seguito ad attacchi aerei nella regione del Tigré. Chiediamo alle autorità etiopi e ai loro alleati di garantire la protezione dei civili e delle strutture civili, in linea con i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale.

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Qualsiasi attacco, compresi gli attacchi aerei, dovrebbe rispettare pienamente i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione. Il mancato rispetto dei principi di distinzione e proporzionalità potrebbe costituire crimini di guerra”. Di contro, il 20 gennaio il comandante dell’aeronautica etiope, generale Yilma Merdassa, ha respinto le accuse, ribattendo che “le affermazioni del TPLF secondo cui la nostra aviazione mira ai civili sono una bugia”, e sostenendo che “disponiamo della tecnologia per evitarlo”.

La flotta di droni armati (UCAV) a disposizione dell’Etiopia è tuttora ignota con precisione, ma dalle stime più recenti può essere considerata sicuramente superiore a una ventina di velivoli, non poco al raffronto con gli 86 aeroplani pilotati di cui è accreditata l’aviazione di Addis Abeba, dei quali i tipi da combattimento sarebbero 20 Sukhoi Su-27 e 9 più vecchi Mikoyan-Gurevich Mig-23, tutti di origine russo-sovietica.

Il 6 gennaio 2022 gli esperti del settore Stijn Mitzer and Joost Oliemans, sul loro notiziario Oryx, hanno ammesso con sicurezza il possesso etiope di “almeno 9 droni di fabbricazione cinese Wing Loon I”, dei quali tre ottenuti direttamente dalla Cina e i restanti sei per il tramite degli Emirati Arabi Uniti, nonché “2 droni iraniani Mohajer-6” e un numero imprecisato di “droni VTOL emiratini”, che potrebbero essere i piccoli ordigni a 4 rotori documentati fotograficamente lo scorso autunno e impiegati per sganciare due granate d’artiglieria.

Oryx ritiene ancora “non confermata” la fornitura di droni turchi Bayraktar TB-2 e riporta che gli UCAV etiopi sarebbero assistiti, per l’acquisizione dei bersagli, da “due tipi di droni da ricognizione disarmati israeliani”. Velivoli molto simili ai TB-2 sono stati però ravvisati in foto satellitari della base aerea etiope di Harar Meda, datate 9 dicembre 2021, nonché in video postati in rete. Il 21 gennaio 2022, poi, il notiziario Al Monitor ha riportato che “l’Etiopia ha ricevuto 6 dei 13 droni TB-2 che ha comprato dalla Turchia”, il che implica che almeno altri sette UCAV turchi verranno presto consegnati, per completare il contratto.

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Al di là dell’incertezza sui numeri, l’intenso impiego dei droni da parte etiopica ha consentito al governo di seguitare una campagna strategica contro il Tigrè, sia per cercare di spezzare il morale della popolazione e dello stesso TPLF, sia per, materialmente, colpire depositi, centrali energetiche, snodi telefonici, stazioni di difesa antiaerea. Tutto quanto “fa brodo”, insomma, per indebolire e rendere malleabile l’avversario, anche calcando sulla componente di deterrenza, quando non di “terrorismo aereo”, e lo stesso tipo di azioni risulta in qualche modo “efficientato” dal fatto di tornare utile per più scenari alternativi, sia che si intensifichino i negoziati, sia che si decida di riprendere la guerra terrestre.

Questo, chiaramente, nelle intenzioni dei federali etiopi, ma ovviamente va poi verificato se la percezione psicologica che ne hanno i tigrini rispecchia davvero le aspettative degli attaccanti oppure no. Visto che il TPLF e le sue milizie TDF, sono supportate da oltre un anno dalla maggior parte della popolazione locale, riesce difficile che un numero anche elevato di attacchi puntiformi di droni, a macchia di leopardo, possa intaccare di per sé la voglia di resistenza.

In questo quadro, i droni assicurano all’utilizzatore costi sensibilmente minori rispetto ai caccia supersonici, i quali d’altronde consumano troppo carburante e non potrebbero volteggiare per ore e ore sopra la zona d’operazioni in pattugliamenti che hanno anche funzione deterrente. Mentre i caccia pilotati, quindi, sono più indicati per attaccare obbiettivi prefissati a colpo sicuro, evitando lunghi voli a vuoto alla ricerca di bersagli occasionali, i droni, nelle loro perlustrazioni, possono sia colpire bersagli programmati, sia, con l’assistenza dei sensori, scegliere anche al momento le loro vittime.

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Per ricordare solo alcuni dei raid compiuti dagli UCAV sul Tigrè negli ultimi giorni, il 5 gennaio 2022 due attacchi hanno colpito Axum e Inda Aba Guna, poi l’indomani è stato colpito un campo profughi a Mai Aini, vicino alla frontiera con l’Amhara.

L’incursione più sanguinosa finora registrata è stata quella del 7 gennaio, quando un UCAV ha colpito a Dedebit la palazzina di una scuola in cui erano alloggiati centinaia di sfollati. Le bombe hanno causato ben 56 morti e 30 feriti.

Già nel pomeriggio del 10 gennaio, ecco una nuova strage, a Mai Tsebri, presso l’autostrada B30, dove è stato bombardato un mulino per la macinazione di granaglie, come hanno confermato operatori umanitari all’agenzia France Presse. Sono state così massacrate 17 persone, fra cui molte donne, che lavoravano nel mulino.

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Stando a quanto ha raccontato un volontario straniero all’agenzia francese, l’azione dev’essere stata attuata da almeno due velivoli: “Un testimone oculare ci ha detto che i droni sono arrivati e hanno circuitato un po’ sulla zona prima di sganciare le bombe. Allora la gente è stata presa dal panico, ma dopo pochi minuti tutti hanno sentito forti esplosioni e sono accorsi sulla scena”. Come in altre occasioni, anche le vittime di questo raid sono state mostrate, pietosamente ricomposte, su video postati in rete da fonti tigrine.

L’11 gennaio un attacco a Hiwane, 60 km a Sud di Macallè, sulla strada A2, ha causato 2 morti. Una nuova serie di attacchi aerei, di cui non è stato precisato se portati con droni o con caccia pilotati, è seguita nei giorni seguenti.

Il 15 gennaio due raid si sono avventati sull’autostrada A2, probabilmente per colpire convogli di veicoli, a Maychew e a Korem, mentre una terza incursione ha colpito Samre, sulla strada provinciale per Finarwa, al confine con l’Amhara. Il 18 gennaio i tigrini hanno denunciato nuove incursioni dell’aviazione etiopica in una località non precisata del Tigrè e anche l’OLA, lo stesso giorno, ha denunciato bombardamenti su sue forze in Oromia, il che indica una più vasta campagna aerea governativa che, se concentrata sulle strade, potrebbe essere focalizzata, fra le altre cose, anche sull’ostacolare le linee di rifornimento e di afflusso di riserve delle guarnigioni di prima linea tigrina sui confini meridionali della regione.

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Apertamente attribuito a droni è invece l’attacco del 20 gennaio nel perimetro dell’aeroporto di Macallè, fra l’altro avvenuto poco dopo il decollo di un aereo del World Food Program che aveva appena scaricato aiuti umanitari.

I tigrini, per ovvie ragioni di propaganda, parlano molto degli attacchi aerei contro i propri civili, e poco o nulla della distruzione di loro mezzi o strutture militari. Si sa che spesso i droni sono stati devastanti contro i mezzi corazzati delle forze TDF e circolano in rete foto di carri armati T-72 tigrini squarciati dall’esplosione del magazzino interno delle munizioni, centrato da bombe a guida laser. Stijn Mitzer di Oryx commenta: “Le munizioni guidate di precisione hanno di sicuro creato devastazione fra i sistemi di supporto di fuoco delle truppe tigrine, soprattutto carri e artiglieria. L’effetto psicologico degli attacchi con droni deve aver fatto molto per demoralizzare i combattenti del TDF”.

Dal canto suo, l’ong olandese PAX per la ricerca sulla pace cerca di fugare il preconcetto secondo cui la maggior parte delle vittime civili sarebbe dovuta agli attacchi con caccia pilotati e non con i “precisi” droni. Un suo rapporto, corroborato probabilmente anche da testimonianze di prima mano da volontari umanitari in loco, dice: “I bombardamenti con caccia Mig-23 e Su-27 e con elicotteri usando razzi e bombe hanno aumentato il rischio di uccidere civili e ci sono crescenti rapporti di vittime civili da attacchi di aerei, laddove i droni con missili guidati potrebbero evitare di colpire i civili. Comunque ci sono forti indizi, basati su testimonianze oculari e anche rottami di munizioni trovate sul campo, sul fatto che anche i droni armati sono coinvolti in raid su civili e obbiettivi civili”.

 

Il gioco eritreo

La possibilità di trattative fra il governo federale etiopico e la dirigenza tigrina è vista come fumo negli occhi ad Asmara, capitale dell’Eritrea soggetta da decenni al regime del presidente Isaias Afewerki. La comune volontà di annientare il TPLF ha sempre costituito la spina dorsale dell’alleanza che ha tentato, finora invano, di fare da “schiaccianoci” sul Tigrè.

Gli eritrei hanno fatto più volte capire agli etiopi che sono contrari a un compromesso, anche perchè temono di ritrovarsi di fronte un’Etiopia ancora sotto l’influenza politica tigrina, come quella con cui si scontrarono in armi una ventina d’anni fa. Inoltre, ben conscio del ruolo americano nello spingere per una soluzione diplomatica, Afewerki ha, non a caso, accolto il 5 gennaio 2022 ad Asmara il ministro degli Esteri cinese Wang Yi per una visita durata due giorni. Oltre ai temi economici, come gli investimenti cinesi nel potenziamento dei porti commerciali sul Mar Rosso di Massaua e Assab, per farne un tassello della nuova via della seta, peraltro non distante dalla base cinese a Gibuti, sono stati anche lanciati segnali geopolitici. Se Afewerki ha supportato la Cina nella questione di Taiwan, Wang ha concordato col presidente eritreo sul fatto che non devono interferire nella regione “altri soggetti col pretesto della democrazia e dei diritti umani”, riferimento palese all’America e all’Unione Europea.

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L’8 gennaio, poi, il presidente eritreo ha concesso una lunga intervista in cui ha ancora una volta addossato sui tigrini tutta la colpa dell’attuale conflitto, nel tentativo di non far sfilacciare l’alleanza con Abiy e ritrovarsi quindi solo contro l’avversario giurato: “La posizione anomala del TPLF, la sua politica dualista che oscilla fra il monopolio del potere e lo stabilire un Tigrè indipendente, è rimasta la causa di decenni di conflitti e caos.

L’etnicità istituzionale (riferimento al federalismo etnico etiopico il cui smantellamento da parte di Abiy è la base del contrasto Addis Abeba-Macallè, n.d.r.) emana da questa politica. Potenze straniere hanno tradizionalmente supportato politiche di polarizzazione etnica in quanto si adattano alla loro agenda di controllo mediante attori in sfere d’influenza”. Afewerki ha poi criticato apertamente gli USA per la loro ingerenza nella regione, spezzando invece una lancia in favore della Cina.

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E soprattutto ha fatto capire fra le righe che se l’attuale governo etiope si rivelasse non in grado di “riformare le istituzioni”, l’Eritrea proseguirebbe da sola a tutelare i propri interessi. In pratica, se gli odiati tigrini, dopo un compromesso, continuassero ad avere voce in capitolo ad Addis Abeba, come negli anni passati, e salvassero il principio del federalismo etnico, gli eritrei riprenderebbero a vedere nell’Etiopia intera una minaccia per la loro indipendenza.

Per sottolineare anche in termini pratici la sua posizione intransigente, l’Eritrea ha ripreso già il 9 gennaio attacchi dimostrativi lungo la prima linea nel Tigrè settentrionale. Il 10 gennaio il portavoce tigrino Getachew Reda ha specificato: “I militari eritrei hanno lanciato nuovi assalti contro le nostre forze ieri a Sigem Kofolo e Afi Tseter, situate nel Tigrè nordoccidentale presso la città di Sheraro. L’ultima offensiva è un’estensione della loro aggressione contro la gente del Tigrè e segnala il disprezzo del regime (di Asmara n.d.r.) per tutte le norme internazionali”.

Se gli eritrei accusano i tigrini di essere la causa del conflitto, di riflesso questi ultimi rendono la pariglia. Il presidente del TPLF Debretsion Gebremichael ha dichiarato il 20 gennaio ad Africa Report che “la via verso la pace passa oggi dall’Asmara”, poiché ritiene sia stata l’Eritrea a ispirare al governo etiopico la guerra contro il Tigrè, soprattutto alleandosi con l’etnia Amhara, rivale dei tigrini. Così, dice Debretsion: “La brutale campagna militare dell’Eritrea nel Tigrè ha ricevuto la benedizione del regime di Abiy e quella delle elites espansionistiche Amhara. A dispetto del suo storico astio verso gli Amhara, il dittatore eritreo ha costruito un’alleanza tattica con gli espansionisti Amhara, un matrimonio di convenienza favorito da comunanza di interessi”.

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Nel corso del suo intervento il capo politico del fronte tigrino ammette che potrebbe esserci la possibilità di un accordo col governo centrale etiopico, ma che il vero cardine su cui lavorare per terminare la guerra sarebbe il far saltare l’alleanza fra il presidente eritreo Afewerki e gli estremisti Amhara i quali, a loro volta potrebbero non essere entusiasti di una svolta “pacifista” del premier etiope: “Abiy enuncia ideali concilianti che, se sinceramente praticati, potrebbero aiutarci a chiudere la guerra mediante il dialogo. Ma egli potrebbe trovare difficoltoso svincolarsi dalla fatale alleanza fra le elites Amhara e il dittatore eritreo.

Finchè rimane ostaggio di queste forze, avrà poco spazio per manovrare ed esercitare il livello di autonomia politica richiesto per concreti passi verso la pace. Rompere questa insana alleanza è necessario, se non sufficiente, a dare una possibilità alla pace”.

I rilievi di Debretsion non fanno che rafforzare il sospetto che il premier etiopico Abiy Ahmed sia, almeno in parte, condizionato da elementi estremisti del suo stesso governo, segnatamente di etnia Amhara, che, come gli eritrei, sono contrari al compromesso. Il pone di nuovo l’interrogativo, da noi già posto ipoteticamente, sul possibile rischio di un golpe ad Addis Abeba qualora il primo ministro intavolasse col TPLF seri negoziati che scontenterebbero molti “falchi”.

Il presidente tigrino ha infine invitato l’ONU e in genere le istituzioni internazionali e le grandi potenze ad agire soprattutto contro l’Eritrea, con sanzioni e pressioni diplomatiche, per stabilizzare la regione: “Solo azioni sufficientemente solide che creano disincentivi al regime di Afewerki contro il continuo coinvolgimento nel conflitto etiope hanno una ragionevole possibilità di contribuire a una risoluzione pacifica dell’attuale conflitto”.

Foto: TesfaNews, AFP, TPLF, Ministero Difesa Etiopico, EBC , LNA e Twitter

 

 

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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