Tenaglia sull’Ucraina

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Fin dal primo giorno di operazioni, il 24 febbraio 2022, è apparso chiaro che l’offensiva su vasta scala delle forze armate russe in Ucraina ha significato una svolta epocale non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche da quello strategico militare.

Da un lato ha mostrato che la Russia del presidente Vladimir Putin ha riaffermato la supremazia della politica sull’economia, dato che la dirigenza del Cremlino ha scelto la difficile strada della guerra, costrettavi in sostanza, nella percezione del Cremlino, da mesi e anni di sostanziale indifferenza occidentale per la percezione della sicurezza strategica russa.

E ha scelto questa strada pur sapendo che avrebbe portato danni più o meno gravi all’economia russa e individuando negli interessi nazionali fattori che vanno ben al di là del mero conteggio del PIL. Per questo si può dire che Putin abbia lanciato un monito preciso all’Occidente, ma forse, in parte anche alla Cina, al punto che è probabile che la tendenza mondiale ad aumentare le spese militari ne risulti rafforzata per diversi anni a venire.

MOSCOW, RUSSIA - FEBRUARY 21, 2022: Russia's President Vladimir Putin addresses the nation on the recognition of independence of the Donetsk and Lugansk People's Republics. Alexei Nikolsky/Russian Presidential Press and Information Office/TASS Ðîññèÿ. Ìîñêâà. Ïðåçèäåíò ÐÔ Âëàäèìèð Ïóòèí âî âðåìÿ ñâîåãî îáðàùåíèÿ î ïðèçíàíèè íåçàâèñèìîñòè Äîíåöêîé è Ëóãàíñêîé Ðåñïóáëèêè. Àëåêñåé Íèêîëüñêèé/ïðåññ-ñëóæáà ïðåçèäåíòà ÐÔ/ÒÀÑÑ

Con la sua “operazione speciale”, la Russia ha anche shockato chi, soprattutto in Occidente, pensava che l’idea stessa della guerra su vasta scala fosse da archiviare, in favore di forze leggere e sofisticate, professionistiche, chirurgiche e di pronto intervento.

Il rullo compressore “novecentesco” che invece si è abbattuto sull’Ucraina sembra invece dire il contrario, il numero conta, come conta anche la mera forza d’urto) inclusa quella di mezzi corazzati), che certo può essere diretta dagli apparati elettronici odierni, ma di cui la precisione può non essere l’unico requisito fondamentale.

Artiglieria tradizionale e missili, carri armati che si muovono su strade polverose ed elicotteri che sfiorano la chioma degli alberi, un misto equilibrato di armi senza tempo e armi all’ultimo grido, sono lì a ricordarci che la guerra con la G maiuscola, quella “ad alta intensità”, resta sempre l’eventualità principale a cui nazioni e forze armate devono prepararsi.

Le operazioni di polizia internazionale, antiguerriglia o di soccorso umanitario alle popolazioni civili sono certamente rilevanti, ma il segnale lanciato da Mosca le ha fatte di colpo retrocedere in posizione secondaria se non marginale fra i compiti a cui i militari devono prepararsi.

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Nel giro di poche ore, il Cremlino ci ha riportati indietro almeno al 1991 e se consideriamo che il fattore massa è ancor più critico nel caso della Cina, l’altro grande competitore strategico degli Stati Uniti, viene da chiedersi se, ragionando a mente fredda dopo che le acque, si spera, si saranno calmate, le forze NATO e occidentali in genere non dovranno poi dibattersi in ripensamenti e dubbi riguardo al percorso seguito negli ultimi decenni.

Per esempio, valutando che, se davvero il numero conta ancora, non sia il caso di reintrodurre, in una qualche forma, una sorta di servizio di leva.

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Ritornando peraltro, visto che nel condannare l’offensiva di Putin si è scomodata come sempre l’ideologia della democrazia, all’origine stessa del concetto, dato che nell’antica Grecia “democrazia” era il potere del “damos” o “demos”, che era il “popolo in armi”, a significare che alla base dei diritti politici c’era la disponibilità a difendere la comunità.

Di riflesso, anche nell’ambito della tecnologia militare, potrebbe forse porsi di nuovo il dilemma fra armamenti talmente costosi e sofisticati da poter essere fabbricati in un limitato numero di esemplari, il che, per circolo vizioso, renderebbe gravissima ogni singola perdita di una macchina da guerra, o armamenti meno costosi, adatti appunto a guerre di massa perchè fabbricabili rapidamente in serie e la cui perdita in battaglia, spesso inevitabile, non costituisca un salasso eccessivo di risorse.

La lezione russa, finora, non ci ha toccati direttamente, ma cosa accadrebbe se in un futuro più o meno lontano fosse un colosso come la Cina a imboccare una strada simile? E questo senza spingersi a immaginare il sorgere eventuale di blocchi organizzati, e decisi a tutto, in aree popolosissime come l’Africa o l’Asia Meridionale.

 

Mezzo milione di uomini

Nel giro di poche ore, e nel pieno del continente europeo, si sono ritrovati a combattere un totale di mezzo milione di uomini, o quasi, assommando le truppe delle due controparti. Stando alle stime degli ultimi giorni, la Russia ha mobilitato contro l’Ucraina circa 200.000 uomini, sommati a circa 34.000 miliziani delle repubbliche secessioniste di Lugansk e Donetsk, mentre l’Ucraina ha, fra esercito, marina e aviazione, 245.000 effettivi incluse le riserve mobilitate.

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Dopo che per settimane erano affluite verso la frontiera russa col Donbass e anche in altri punti del confine ucraino, come le terre limitrofe della Bielorussia o l’istmo della Crimea, le forze russe con una notevole componente corazzata e di artiglieria campale, anche missilistica, l’offensiva è scattata nelle primissime ore del 24 febbraio quando Putin si è visto respingere per l’ultima volta dal presidente ucraino Volodymir Zelensky un’offerta di compromesso in extremis.

Si ricorderà che il giorno prima, 23 febbraio, il presidente russo aveva ancora chiesto all’Ucraina di rinunciare a entrare nella NATO, la maggiore delle preoccupazioni di Mosca, oltre alle richieste agli occidentali di un trattato scritto sugli assetti strategici in Europa Orientale, rimaste inascoltate. Ma Zelensky ancora aveva risposto: “L’Ucraina conferma le sue ambizioni di aderire all’Ue e alla Nato”.

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L’indomani, mentre in nottata a New York era in corso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’ambasciatore russo al Palazzo di Vetro, Vassilj Nebenzya dichiarava che i russi “avrebbero mirato al regime politico ucraino”, che già Putin nei giorni precedenti aveva tacciato di corruzione e servilismo verso gli Stati Uniti, scattava una operazione combinata notevolmente complessa.

I primi attacchi strategici venivano portati con missili da crociera KH-101 e Kh-555 sparati da bombardieri pesanti Tupolev Tu-95MS, Tu-22M3 e Tu-160 sui maggiori centri comando della difesa ucraina, devastando basi aeree, arsenali, caserme. Le esplosioni venivano avvertite già prima dell’alba presso la stessa Kiev, mentre anche batterie antiaeree, segnatamente di missili S-300, venivano annientate coi loro radar grazie alle missioni SEAD (Suppression of Enemy Air Defences), condotte da cacciabombardieri Sukhoi Su-34 armati di missili antiradiazione Kh-31P.

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Anche missili Kalibr, sparati da navi della Flotta del Mar Nero, hanno contribuito ad ammorbidire fin dalle prime ore le infrastrutture militari ucraine in particolare presso le basi navali di Mariupol e Odessa, di fatto eliminando le capacità operative della Marina ucraina, già limitata a poche unità di scarso tonnellaggio.

I Kalibr avrebbero martellato anche l’aeroporto di Melitopol, la base aerea di Ivano-Frankivsk base di uno squadrone Mig-29 della 114ª Brigata Aerotattica dell’Aeronautica Ucraina, e il ponte di Genichesk mentre i missili balistici Iskander-M hanno colpito diverse basi, depositi e caserme e la base aerea di Dnipropetrovsk impiegata da Mig 29 e Sukhoi Su-25.

Stime dei giorni precedenti all’attacco indicavano in circa 500 gli aerei russi impegnati contro un’aviazione, quella ucraina, stimata in 220 velivoli di cui solo la metà da combattimento. Nelle prime ore della giornata si era segnalato l’abbattimento da parte ucraina di alcuni elicotteri e aerei russi, fra cui un Kamov Ka-52 ripreso in un filmato postato in rete, ma l’Aeronautica di Kiev veniva data in serata per sostanzialmente annientata, per quanto l’unica prova visibile fossero le immagini del relitto di un Antonov An-26 da trasporto, mentre l’abbattimento di almeno due Su-24 ucraini sono rivendicati dall’antiaerea delle milizie filorusse di Donetsk.

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L’entità dell’offensiva aerea e missilistica russa nelle prime ore dell’invasione è stata valutata dagli Stati Uniti in “oltre 160 missili e 200 attacchi”, mentre dal canto suo il Ministero della Difesa di Mosca ha parlato di “83 obbiettivi colpiti, tra cui 11 piste d’atterraggio, una base navale e tre centri di comando”.

 

Le tre direttrici dell’offensiva

L’offensiva combinata a terra si è snodata lungo tre direttrici di base. Una dal Donbass verso Ovest e Sudovest, anche puntando sull’importante porto di Mariupol, sbocco dell’Ucraina sul Mar D’Azov.

Una da Sud, con sbarchi anfibi a Mariupol stessa e ad Odessa. E infine la terza, quella politicamente più importante, con truppe entrate dai confini settentrionali del paese, e dirette a Kharkiv e soprattutto a Kiev. Proprio la caduta, o quantomeno l’assedio, della capitale, che veniva ormai data per imminente nella nottata fra il 24 e il 25 febbraio, era stata evocata fin dalla mattinata quando prime confuse informazioni parlavano di “truppe russe che cercano di prendere il controllo dell’aeroporto di Kiev”.

Fra i primi a diffondere questa indiscrezione c’era su Twitter il senatore americano Marco Rubio, che essendo membro della commissione di intelligence del Senato di Washington doveva basarsi su informazioni di prima mano. Sempre all’inizio della mattinata i combattimenti sul fronte settentrionale erano segnalati a 120 chilometri da Kiev, ancora relativamente lontano ma già nelle prime ore del 25 febbraio truppe russe venivano segnalate a 30 chilometri della città.

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Nel corso delle ore è apparso tuttavia sempre più chiaro che era in corso un attacco diretto alla capitale ucraina, appoggiato da continui raid dall’aria, ma basato su quella che sembrerebbe una riproposizione, almeno a grandi linee, di un’offensiva in stile “Kabul 1979”.

Quando l’Unione Sovietica avviò l’invasione dell’Afghanistan, puntò subito a occupare l’aeroporto della capitale Kabul, con un blitz di truppe aviotrasportate che dal 24 al 27 dicembre 1979 atterrarono di sorpresa nello scalo, assicurandosi il perimetro e facendo arrivare in poche ore un totale di 300 aeroplani da trasporto Antonov An-12 e An-24 dai quali sbarcarono 6.000 soldati dell’Armata Rossa. Di concerto, dalla frontiera sovietico-afghana calava una colonna meccanizzata di 15.000 soldati per aprirsi la strada fino a Kabul e dar manforte alla guarnigione avanzata nell’aeroporto.

Peraltro, lo stesso 27 dicembre, dall’aeroporto i russi avanzarono fino al palazzo presidenziale afghano con una colonna di ben 700 soldati con blindati camuffati da militari afghani, ma che in verità erano truppe speciali dei nuclei Alfa e Zenit del KGB. Irruppero nella più totale sorpresa nel palazzo, guidati dal colonnello Grigorij Bojarinov, che morì nell’azione.

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Militari ucraini arresisi alle truppe russe

 

Nella Kiev odierna, si potrebbe prospettare qualcosa di simile? A mezzogiorno del 24 febbraio si vedeva bruciare, fra vistose volute di fumo nero, il palazzo sede dell’intelligence militare ucraina. Nel pomeriggio, da immagini e filmati, si è avuta infine conferma che paracadutisti russi elitrasportati della 31a Brigata d’Assalto Aereo della Guardia avevano preso possesso dell’aeroporto Hostomel, a circa 30 chilometri a Nord di Kiev, utilizzato anche come pista di collaudo dell’azienda aeronautica Antonov.

I parà della 31a, che è inquadrata nelle forze aerotrasportate VDV (Vozdushno Desantnye Voyska) devono aver subito varie perdite se è vero che alcuni dei loro elicotteri Mil Mi-8, nonché i Kamov Ka-52 per appoggio di fuoco, sono stati abbattuti nelle prime fasi dell’aviosbarco, come annunciato da Kiev.

Un aviosbarco sarebbe avvenuto anche all’aeroporto internazionale Boryspil di Kiev. Poichè i paracadutisti sono generalmente truppe armate in modo leggero che possono tenere una posizione per un tempo limitato, in attesa dei rinforzi, appare chiaro che gli aviosbarchi negli aeroporti intorno alla capitale anticipano l’offensiva terrestre verso la capitale la cui difesa sarebbe affidata soprattutto alla 1a Brigata Corazzata con tre battaglioni di carri T-64BM, più un battaglione di fanteria meccanizzata si blindati BMP1, con una forza totale stimabile in circa 1.600 uomini, 120 carri e 40 blindati più i supporti di artiglieria con semoventi 2S1 e 2S3 e lanciarazzi campali BM-21 oltre a batterie antiaeree con sistemi Strela 10 e Tunguska.

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I russi sembra siano avanzati rapidamente anche nell’area della famigerata centrale nucleare di Chernobyl, tristemente nota per l’incidente radioattivo del 1986. Peraltro, all’1.00 di notte sul 25 febbraio si diffondevano notizie sul “sequestro del personale della centrale di Chernobyl da parte dei soldati russi”.

In serata, dopo indiscrezioni che segnalavano “truppe russe alla periferia della capitale”, il presidente Zelensky ha fornito un bilancio provvisorio delle perdite umane, parlando “di 137 morti ucraini, fra civili e militari, e circa 50 invasori russi” mentre in mattinata altre fonti attribuite al governo ucraino riferivano di 800 russi caduti.

Il capo di stato maggiore della Difesa ucraino, generale Valery  Zaluzhny (nella foto sotto). ha detto che i russi hanno perso in combattimento nel primo giorno di guerra 30 carri armati, 130 veicoli corazzati, 5 aerei e 6 elicotteri: numeri smentiti da Mosca.

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Zelensky ha dichiarato lo stato di mobilitazione generale, facendo anche distribuire 10.000 fucili ai civili per difendere Kiev decretando inoltre “il divieto per tutti i maschi dai 16 ai 60 anni di lasciare il paese”, affinchè partecipino alla lotta contro l’invasore. In nottata, verso le 2.00 del 25 febbraio, mentre scriviamo queste righe, Zelensky informava che sarebbe rimasto al suo posto nonostante l’ingresso a Kiev di truppe russe, sebbene da Washington gli americani stimassero fosse in corso l’accerchiamento della città.

Il presidente ucraino, inoltre, denunciava drammaticamente che “gruppi di sabotatori russi sono entrati a Kiev, con l’obiettivo di distruggere l’Ucraina politicamente, eliminando il capo dello stato. Secondo le nostre informazioni il nemico ha me come obiettivo numero uno, la mia famiglia come secondo obiettivo. Rimango nella sede del governo insieme ad altri”.

Al netto del linguaggio propagandistico inevitabile soprattutto in guerra, questo  concorderebbe con l’ipotesi più plausibile formulata in queste ore dalla maggior parte degli analisti, cioè il fatto che Putin non intenda conquistare l’intera Ucraina ma imporre un cambio di regime rovesciando l’attuale governo, dopo aver demolito le forze armate del paese, in modo da evitare o ridurre al massimo eventuali sacche di resistenza più prevedibili nelle regioni occidentali come quella di Lvov, dove peraltro un eventuale movimento di resistenza antirusso potrebbe essere rifornito di armi dalla NATO attraverso la frontiera polacca.

 

Sbarchi diversivi

La confusione regna ancora sovrana e non è facile capire cosa sta succedendo davvero sul campo. Di certo, lo stesso Ministero degli Interni ucraino aveva fin dalla mattinata del 24 febbraio lanciato l’allarme sul rischio di infiltrati e sabotatori russi o filorussi. Sui social network è stato diffuso l’invito ai cittadini ucraini a segnalare tutti i possibili sospetti telefonando al numero speciale 102. Secondo il Ministero, addirittura, ha invitato a stare attenti a persone che indossano elementi di vestiario di colore rosso su una tuta mimetica.

Nelle stesse ore nel porto di Odessa è stato condotto, dopo il fuoco di preparazione con i missili da crociera Kalibr, un attacco anfibio da parte delle truppe scelte dell’810a Brigata di Fanteria di Marina (Morskaja Pechota), che si era già distinta in Siria fra il 2015 e il 2018 contro l’ISIS, sotto il comando del colonnello Dimitri Uskov, e che ora sarebbe comandata dal colonnello Alexei Sharov.

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Non si sa se per approdare abbiano usato navi da sbarco come le classi Ropucha o Gren, oppure grossi hovercraft del tipo Zubr. Sbarchi sono avvenuti anche a Mariupol, dove la resistenza ucraina sarebbe molto accanita, tanto che si sono udite “centinaia di esplosioni”, segno di una battaglia accanita.

Del resto, Mariupol, è un obiettivo di valore strategico per i russi che con la sua conquista toglierebbero agli ucraini lo sbocco sul Mare D’Azov e il conseguimento della continuità territoriale fra la Russia e l’istmo della Crimea.

La città si troverebbe attaccata da due direttrici: dalle truppe russe che arrivano dal mare e da quelle, affiancate dalle milizie di Donetsk e Lugansk, che avrebbero già sfondato il fronte del Donbass, per prendere la città portuale alle spalle, dall’entroterra.

Uno sbarco russo si è verificato anche sulla piccola Isola dei Serpenti, occupata verso la serata di ieri dopo che era stata circondata da navi della Flotta russa del Mar Nero e cannoneggiata. Non si può dire quanto l’Ucraina possa resistere ancora alle zampate dell’orso russo, se ore o giorni. Da Washington il Pentagono stima: “Ci aspettiamo diverse fasi nell’attacco. Siamo insomma solo all’inizio, a meno di una resa, perché l’offensiva mira a decapitare il governo di Kiev”.

Il confronto Russia-Ucraina è impari fin dall’inizio e la superiorità aerea russa, nonché la distruzione preventiva dei centri di comando, controllo e comunicazione, rende molto difficile resistere per le forze di Kiev, che pure a terra non sarebbe, sulla carta, trascurabile.

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L’Esercito Ucraino schiera circa 160.000 soldati, ma le riserve supererebbero i200.000 uomini. Al fronte, come si è detto, i russi schiererebbero 200.000 uomini, di cui oltre 150.000 in avanzata dai tratti di frontiera russo-ucraina e ben 30.000 dalla sola Bielorussia, ma si sa che l’Armata Russa conta in totale 800.000 uomini con riserve valutate in 2 milioni. La componente corazzata ucraina è importante, con 1.100 carri armati (ma molti sono nei depositi) e del resto lo stesso ambiente geografico delle pianure ucraine, rende quello scacchiere ideale per la guerra di carri.

Come noto, quelli di Kiev hanno ereditato dall’ex-URSS molti tank e in più lo stabilimento Malyshev di Kharkiv, storicamente “cuore” dell’industria carristica sovietica. Oltre ai T-64 e T-72, gli ucraini hanno anche qualche centinaio di T-80 e anche i T-84, questi di progetto locale. Salvo piccole differenze sono carri dello stesso tipo di quelli schierati da Mosca, salvo il T-84. Al crollo dell’URSS nel 1991, in Russia restarono le due “fucine” più importanti di carri, la Ural Vagon Zavod di Nizhny Tagil e la Omsk Trans Mash di Omsk, localizzate nelle remote e protette regioni al di là dei monti Urali.

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Anche Mosca schiera molti T-72 delle versioni più aggiornate, che numericamente è ancora il tipo più importante, aggiornati coprendo scafo e torretta con tipo sempre più efficaci di piastrelle esplosive che fungono da “corazza reattiva”, cioè esplodono quando impatta su di esse di un’arma anticarro, il che ne abbatte l’energia cinetica.

La Russia ha anche T-80, come gli ucraini, e T-90 (fornito anche all’India e all’Egitto) mentre il nuovo T-14 Armata, comparso per la prima volta in pubblico alla parata sulla Piazza Rossa del 2015 ma in servizio in soli 100 esemplari per i test valutativi presso la 2a Divisione Taman della Guardia e che non sembra essere stato inviato al fronte.

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Mosca avrebbe fra 2.500 e 3.000 carri armati in servizio più migliaia di altri immagazzinati in riserva. In totale, in caso ipotetico di una guerra generale, come potrebbe essere contro la NATO o, in un futuro ipotetico, contro la Cina, la Russia potrebbe schierare oltre 10 mila carri da battaglia.

Contro la doppia corazza (quella dello scafo e quella reattiva) dei tank russi, gli americani hanno fornito all’Ucraina missili anticarro FGM-148 Javelin a doppia carica cava disposta in tandem, la prima per distruggere la piastrella reattiva, la seconda per penetrare lo scafo o la torretta, del carro.

Nonostante, in linea teorica, un confronto terrestre di fanterie e di carri fra russi e ucraini, possa essere un po’ più equilibrato, il dominio russo dell’aria e le disarticolazioni preventive di reti e infrastrutture ucraine rendono chiaramente ardua una resistenza protratta all’invasione.

 

La NATO rinforza i partner dell’Est

In tutto questo dramma, Stati Uniti, NATO e Unione Europea si sono trovati a fare la voce grossa, evitando ovviamente di intervenire militarmente nel conflitto in Ucraina, trovandosi divisi sul tipo e la pesantezza delle sanzioni economiche da comminare alla Russia ma soprattutto abbandonando di fatto Kiev al suo destino dopo averla illusa per anni col sogno dell’integrazione in Occidente.

Per salvare la faccia, il segretario della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg dichiarava: “Non ci sono truppe NATO in Ucraina al momento, non abbiamo nè piani nè intenzioni di dispiegare le truppe NATO in Ucraina ma stiamo incrementando truppe nella parte orientale dell’Alleanza in territorio NATO. L’Ucraina è un partner di valore, ma non abbiamo truppe e non abbiamo piani di inviare truppe in Ucraina”.

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Poche ore dopo, a mezzanotte e mezza del 25 febbraio, Zelensky, sentendosi sempre più assediato nella capitale, proclamava, comprensibilmente: “Chi è pronto a combattere con noi? Io non vedo nessuno. Chi è pronto a dare all’Ucraina la garanzia di un’adesione alla NATO? Tutti hanno paura!”.

Poche ore dopo il presidente ucraino ha dichiarato che “l’Ucraina è rimasta sola, il mondo guarda cosa sta accadendo qui da lontano” aggiungendo che “mentre le forze russe sono a poche decine di chilometri da Kiev. le sanzioni non sono riuscite a convincere la Russia a desistere”.

L’Alleanza Atlantica, paventando una improbabile estensione del conflitto, ha mosso ulteriori truppe per rassicurare soprattutto i suoi membri dell’Est, come la Polonia Estonia, Lettonia e Lituania. E’ vero che la possibilità di incidenti di frontiera fra truppe, ma soprattutto fra navi e aerei di Russia e NATO resta, ed è grottescamente facilitata dall’assenza di canali di comunicazione tattica in tempo reale fra i comandanti sul campo delle due parti.

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Canali di sicurezza che esistevano ma sono stato sciaguratamente eliminati nel quadro delle sanzioni del 2014 alla Russia a causa dell’annessione della Crimea. E’ comunque molto improbabile che ci possa essere un vero scontro militare, al momento attuale, fra NATO e Russia, salvo madornali errori di valutazione. La NATO ha mosso nuove forze, ma per “fare presenza” e mostrar bandiera mentre l’Ucraina viene travolta.

“Abbiamo oltre 100 aviogetti in massima allerta che proteggono il nostro spazio aereo e oltre 120 navi alleate in mare dal Nord al Mediterraneo”, ha detto Stoltenberg ma nessuno di questi mezzi aiuta gli ucraini.

Il segretario alla Difesa statunitense ha ordinato l’invio in Europa di ulteriori 7.000 soldati americani, stando al “New York Times”. In particolare arriverà in Germania una brigata corazzata munita dei carri pesanti M1A2 Abrams. Diventeranno così 14.000 i soldati americani aggiuntivi arrivati nel nostro continente da quando alla Casa Bianca regna l’amministrazione di Joe Biden, il che porta a circa 92.000 uomini le truppe americane in Europa.

Già 800 soldati americani della 173a Airborne Brigade, sono stati spediti per via aerea in Lettonia dalla loro consueta base italiana, la caserma “Ederle” di Vicenza. Gli inglesi hanno altri 800 soldati in Estonia e la Germania 350 in Lituania.

Ferve anche l’attività aerea. Dalla base friulana di Aviano, i caccia F-16 del 31° Wing dell’USAF, decollano ogni giorno per pattuglie CAP (Combat Air Patrol) fin sopra la Romania. Caccia F-15 del 48° Wing sono stati dislocati a Lask, in Polonia, mentre i 4 grossi Boeing B-52 che da metà febbraio sono stati rischierati sulla base britannica di Fairford hanno compiuto voli sull’Europa Centrale, atterrando anche nella base di Ostrava, nella Repubblica Ceca.

Otto caccia americani F-35 sono stati spostati dalla base di Spangdahlem, in Germania, fino in Lettonia, mentre altri due F-35 dell’USAF sono appena giunti in Romania. In Estonia arriveranno presto 20 elicotteri da combattimento AH-64 Apache. Da Sigonella, in Sicilia, la sera del 24 febbraio era decollato ancora un drone da ricognizione strategica americano RQ-4 Global Hawk destinato con un lungo volo a portarsi fin sul Mar Nero per monitorare la situazione.

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In Romania, caccia Eurofighter Typhoon italiani e tedeschi intensificano i voli di sorveglianza, mentre F-16 rumeni hanno intercettato e fatto atterrare un Su-27 ucraino il cui pilota era fuggito dal paese invaso.

Quanto all’Italia, in Lettonia avremmo attualmente 250 alpini e 750 bersaglieri con 5 carri armati Ariete e altri mezzi, ma altri 250 soldati sono pronti per partire per Polonia e Romania. L’effetto più immediato dell’offensiva di Putin sembra essere quello di aver permesso alla NATO di serrare le sue file, confermando che, nell’ottica degli Stati Uniti, si aveva bisogno, per rivitalizzare l’alleanza, di riportare in auge un nemico, dopo averlo estenuato e provocato per anni, fino portarlo a questa reazione muscolare.

Ma a parte il clamore del momento, le pesanti conseguenze economiche delle nuove sanzioni alla Russia finiranno ancora per alimentare negli europei dubbi e incertezze per il fatto di dover pagare in prima persona per il fuoco di una crisi su cui ha soffiato Washington.

 

Foto: Min. Difesa Russo, Min. Difesa Ucraino, Twitter, Michael Koffman, RIA Novosti, Difesa.it e Alberto Scafella

 

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Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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