Neppure i britannici sono più disposti a difendere la Patria

 

 

In Gran Bretagna un sondaggio condotto da YouGov  su un campione di 2.300 persone in esclusiva per  SkyNews, rileva che solo il 6% dei cittadini britannici si arruolerebbe volontario per combattere se un’invasione del Regno Unito fosse imminente.

Un altro 14% sarebbe disponibile ad arruolarsi solo se venisse chiamato alle armi dalle autorità, mentre il 17% rifiuterebbe qualsiasi ordine di arruolamento per difendere il Paese. L’11 per cento non risponde e il 52% si dichiara non idoneo al servizio a causa dell’età o di problemi di salute.

Quindi solo il 20 per cento, un cittadino britannico su 5, sarebbe disposto ad arruolarsi o ad accettare la chiamata alle armi in caso di di attacco dall’esterno.

Per quanto riguarda la minaccia, il 29% ritiene probabile un attacco militare su vasta scala contro il Regno Unito entro il prossimo decennio ma il 51% lo considera improbabile.

Percentuali che sembrano indicare come gli allarmi lanciati da politici e vertici militari che paventano un attacco russo nel giro di pochi anni convincono un  numero limitato di cittadini mentre tale messaggio è stato ritenuto non credibile da oltre la metà.

Nel Regno Unito anche la fiducia nelle forze armate è bassa: il 53% non è convinto che possano difendere il Paese mentre solo il 38% crede che ne siano in grado e il 9 per cento non risponde. Un dato peraltro diffuso in Occidente come ha evidenziato il sondaggio effettuato in 7 nazioni dove solo in USA e Franca la fiducia nelle Forze Armate supera il 50 per cento.

Risulta poi contraddittorio che il 57% delle persone intervistate in Gran Bretagna affermi che il governo stia “spendendo troppo poco” per la difesa (solo il 6% degli intervistati ritiene che le spese militari siano eccessive) ma un’esigua minoranza in tutte le nazioni in cui è stato effettuato il sondaggio è disposta ad accettare tasse più elevate, maggiori prestiti o tagli ai servizi pubblici per finanziare un aumento delle spese per la difesa.

La Francia rappresenta la principale eccezione a questa tendenza, con il 53% disposto ad accettare tagli alla spesa sociale.

Basta ricordare come rispose meno di 50 anni or sono la società britannica all’invasione argentina delle Isole Falkland e alla successiva chiamata alle armi del premier Margareth Thatcher, per cogliere il patrimonio di patriottismo, credibilità e identificazione tra popolo e Forze Armate depauperato in pochi decenni.

Certo quella del 1982 era una guerra diversa in cui Londra aveva subito l’invasione di un suo territorio abitato da cittadini britannici ma è vero anche che quella era una Gran Bretagna diversa: c’era ancora la Guerra Fredda e la società era in larghissima misura omogenea e non ampiamente multi-etnica e multi-culturale come oggi.

Più della metà dei britannici non crede al rischio di un’invasione dall’esterno e del resto i sudditi di Re Carlo, come canadesi e francesi, ritengono che la minaccia principale sia oggi rappresentata dal cambiamento climatico: come dire che la martellante narrazione allarmistica ambientalista è stata così ben radicata nella società che neppure quattro anni e mezzo di propaganda anti-russa è riuscita a scalfirla.

YouGov ha effettuato un ampio sondaggio in sette nazioni (Polonia, Canada, Francia, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia) da cui è emerso che solo i polacchi considerano un attacco militare in cima alle possibili minacce, gli australiani temono maggiormente il terrorismo religioso, gli statunitensi l’estremismo politico mentre per i tedeschi la minaccia prioritaria è rappresentata dall’immigrazione di massa, percepita in modo rilevante anche in Polonia (33%) e nel Regno Unito (32%).

Una preoccupazione che deriva dall’evidente fallimento (non solo in Germania del resto) dei modelli di integrazione e che spiega il successo di Alternative fur Deutscheland, ma che evidenzia anche come la propaganda anti-russa dei partiti di governo non faccia breccia nei cuori e nelle menti di molti tedeschi: basti considerare che solo un 20 per cento dei 18enni che hanno ricevuto il nuovo questionario predisposto per i giovani che raggiungono l’età per il servizio militare è stato riconsegnato compilato.

Nel complesso il cambiamento climatico si classifica come la minaccia globale più grande o una delle più grandi in cinque dei sette paesi, con un picco del 48% in Francia mentre gli americani sono i più propensi a identificare l’estremismo politico come una minaccia importante (39%).

Come abbiamo detto, i polacchi sono particolarmente preoccupati per un attacco militare da parte di stati ostili (43%), un dato non sorprendente vista la loro vicinanza all’Ucraina. Per ragioni probabilmente simili, anche il 35% dei tedeschi condivide questa preoccupazione mentre in Regno Unito, negli Stati Uniti, in Australia, in Canada e in Francia, questa percentuale si attesta tra il 13% e il 23%.

La ​​Russia è percepita come la maggiore minaccia alla pace globale in Polonia (59%), Germania (42%), Regno Unito (39%) e Francia (33%). Interessante notare anche come gli Stati Uniti siano considerati la maggiore minaccia alla pace globale dal 37% dei canadesi e dal 30% degli australiani, una percentuale superiore a quella di qualsiasi altro paese e che scende al 25% in Gran Bretagna, 22% in Germania al 19% in Francia eall’11% in Polonia per balzare inaspettatamente al 15% nell’opinione dei cittadini statunitensi.

Per questi ultimi quindi le minacce alla pace globale vengono prima di tutto dall’Iran (21%), dalla Russia (15%) poi dagli stessi Stati Uniti che risultano quindi più minacciosi della Cina (14%) mentre anche Israele rappresenta la più grave minaccia alla pace per l’11% degli intervistati.

Nelle sette nazioni interessate dal sondaggio la domanda sulla disponibilità ad arruolarsi in caso di guerra è stata posta a un campione di persone di età compresa tra i 18 e i 39anni: solo una percentuale di maschi compresa tra l’11% (i polacchi) e il 25% (gli australiani) si arruolerebbe volontario se la Patria fosse a rischio di invasione.

Solo tra il 21% (polacchi) e il 31% (australiani) accetterebbe di combattere se chiamato in servizio dalle autorità nazionali mentre tra il 31% e il 56% (tedeschi) si definisce malato o comunque non idoneo al servizio o afferma che non accetterebbe l’arruolamento obbligatorio. Sorprende anche che tra il 10% (australiani) e il 23% (polacchi) non rispondano alla domanda.

In questa determinata fascia d’età i risultati emersi in Gran Bretagna sono meno scoraggianti del sondaggio citato da SkyNews:  il 13% dei maschi britannici maggiorenni under 40 si arruolerebbe volontariamente, il 28% aspetterebbe di essere chiamato alle armi, il 20% non risponde, il 10% non si considera in condizioni fisiche di combattere e il 27% rifiuterebbe l’arruolamento.

Risultati deprimenti per governi impegnati da tempo a sostenere l’imminenza di un attacco russo: una narrazione poco credibile, mal supportata e contraddittoria (i russi vengono dipinti come incapaci di sconfiggere gli ucraini ma al tempo  potrebbero a invadere l’Europa?) e che evidentemente non fa breccia, neppure tra i militari in servizio considerato l’esodo dall’uniforme in atto da anni in tutto l’Occidente ma accentuatosi con la guerra in Ucraina.

L’Italia non è stata presa in esame dal sondaggio YouGov ma esattamente un anno or sono, il Rapporto CENSIS spiegava che per gli italiani le probabilità che la Penisola sarà coinvolta in un conflitto entro i prossimi cinque anni sono salite a quota 31 per cento. Se scoppiasse la guerra, neppure gli italiani correrebbero alle armi.

Solo il 16% si dichiarò pronto a combattere (tra gli uomini la percentuale sale al 21% e tra le donne scende al 12%). Il 39% invece protesterebbe in quanto pacifista mentre il 26% preferirebbe appaltare le operazioni militari e la difesa del territorio a soldati di professione e a contingenti di mercenari stranieri, da reclutare e stipendiare. Il 19% diserterebbe, si darebbe alla fuga pur di evitare il fronte.

Nel complesso i dati emersi sembrano indicare una limitata penetrazione della narrazione tesa a enfatizzare la minaccia russa sulle nazioni europee: un errore di valutazione che insieme alla crisi economica ed energetica e alle crescenti tensioni con la Casa Bianca rischia di rendere insostenibile anche sul piano politico i programmi di riarmo e più in generale di rafforzamento militare delle nazioni europee.

Al tempo stesso le contraddizioni emerse dalle risposte (necessità d spendere di più per la Difesa ma riluttanza a compiere sacrifici per consentirlo) sembrano dimostrare la scarsa percezione dei temi legati a difesa e sicurezza in ampie porzioni dell’opinione pubblica, oppure un calo rilevante della credibilità dei governi presso i propri cittadini.

In ogni caso appare chiaro che molti in Europa non sembrano in larga misura motivati a combattere per la Patria, non sono “pronti per la guerra” né tantomeno per una guerra contro la Russia. Meglio tenerne conto.

Immagini: British Army, SkyNews e YouGov

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).

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