Dallo strike all’interdizione: il sistema operativo dei droni sul fronte ucraino

 

 

L’articolo si pone l’obiettivo di esaminare il modo in cui i sistemi senza pilota incidono concretamente sulla condotta delle operazioni belliche nel conflitto russo-ucraino, analizzandone il ruolo nel ciclo che collega ricognizione, acquisizione del bersaglio, attacco, valutazione degli effetti e condizionamento della libertà d’azione avversaria.

 

La guerra dei droni in Ucraina viene raccontata sui social-media soprattutto attraverso i suoi ultimi secondi. Un veicolo compare sullo schermo, il reticolo si stabilizza, il drone accelera e l’immagine si interrompe al momento dell’impatto. La sequenza sembra completa, ma in realtà mostra soltanto la fase terminale di un processo molto più lungo.

Non rivela chi abbia individuato il bersaglio, quanto tempo sia stato necessario per seguirlo, quali collegamenti abbiano consentito di raggiungerlo, quanti tentativi siano falliti né, soprattutto, se quell’impatto abbia prodotto un effetto militare duraturo sul nemico.

Tra lo strike registrato e il risultato operativo esiste però una distanza decisiva. Un mezzo colpito può essere recuperato, una strada riaperta, una posizione rifornita attraverso un itinerario alternativo. Al contrario, un attacco che non distrugge completamente il bersaglio può bloccare un convoglio, costringere il personale ad abbandonare il veicolo, ritardare un’evacuazione o interrompere per ore il collegamento con una posizione avanzata.

 

Il video mostra l’impatto, ma non dimostra ancora il risultato operativo

È proprio in questa distanza, tra l’evento visibile e l’effetto meno spettacolare ma militarmente più importante, che si misura il reale valore dei droni sul campo di battaglia. In questo articolo si analizzano le varie fasi e si valutano le reali condizioni in cui operano i droni.

La trasformazione intervenuta sul fronte ucraino non consiste soltanto nella diffusione di piattaforme relativamente economiche capaci di colpire mezzi molto più costosi. Difatti, iI cambiamento più profondo riguarda la nascita di un sistema nel quale ricognizione, comunicazioni, operatori, software, guerra elettronica, logistica e fuoco vengono collegati in un ciclo pressoché continuo. Il drone d’attacco quindi rappresenta soltanto l’elemento terminale di questa architettura.

Prima dello strike esiste quasi sempre una fase di costruzione del bersaglio. Un operatore ricognitore individua un movimento, ne verifica la natura e cerca di comprenderne la funzione. Un autocarro osservato una sola volta può costituire un obiettivo occasionale ma lo stesso veicolo rilevato ripetutamente lungo una determinata direttrice può invece rivelare una rotta logistica, un punto di scarico, un deposito temporaneo o l’ubicazione di una posizione avanzata. Il valore dell’informazione non risiede quindi soltanto nell’oggetto individuato, ma nel modello di attività che esso permette di ricostruire.

Quando il bersaglio viene assegnato a una squadra d’attacco entrano in gioco la distanza, il profilo del terreno, l’autonomia della batteria o della lunghezza della fibra ottica impiegata, le frequenze disponibili, la presenza di disturbatori (i cosiddetti jammer), l’eventuale necessità di impiegare un ripetitore e la tipologia della carica. Un drone FPV (dall’inglese First Person View, “visuale in prima persona”) diretto contro un veicolo leggero non viene necessariamente configurato nello stesso modo di un sistema destinato a colpire una postazione coperta, un’antenna o un mezzo corazzato. Anche la traiettoria costituisce parte integrante dell’attacco.

Una rotta diretta riduce il tempo di volo, ma può attraversare il settore maggiormente esposto al disturbo elettronico. Un avvicinamento basso e indiretto può sfruttare la vegetazione e le irregolarità del terreno, aumentando però il consumo energetico, la difficoltà di guida e il rischio di perdere il collegamento. Il drone non viene dunque semplicemente lanciato verso un bersaglio. Viene inserito in un ambiente elettromagnetico e tattico che deve essere studiato, aggiornato e continuamente reinterpretato.

Un operatore trasporta un drone FPV controllato mediante fibra ottica. Il collegamento fisico riduce la vulnerabilità al disturbo radio, ma introduce nuovi vincoli di peso, autonomia, manovrabilità e logistica. Fonte: militarnyi.com

 

Il drone d’attacco è soltanto l’elemento terminale di un sistema integrato

Individuazione, classificazione, assegnazione, attacco, valutazione del danno ed eventuale nuovo ingaggio formano, così come anticipato, un vero e proprio ciclo sensore-effettore (nel linguaggio tecnico-militare, l’effettore è il mezzo che produce materialmente l’effetto sul bersaglio) nel quale il vantaggio appartiene alla forza capace di comprimere i tempi decisionali senza degradare la qualità delle informazioni.

Una formazione dotata di migliaia di droni, ma incapace di localizzare correttamente gli obiettivi, distribuire le coordinate, coordinare le frequenze o verificare i risultati, può risultare meno efficace di un’organizzazione numericamente inferiore ma meglio integrata.

In sintesi, il volume dei sistemi disponibili conta, ma non è sufficiente. Occorrono operatori addestrati, tecnici in grado di adattare rapidamente le piattaforme, collegamenti resilienti, procedure per evitare la duplicazione degli ingaggi e un comando capace di decidere quale effettore impiegare contro ciascun bersaglio.

 

Il vantaggio appartiene  ma a chi completa  il ciclo sensore-effettore

L’impatto sul bersaglio, in questa prospettiva, non conclude la missione. Introduce una nuova fase dell’operazione. Dopo lo strike occorre stabilire non soltanto se il drone abbia raggiunto il bersaglio, ma che cosa sia effettivamente cambiato. Un mezzo immobilizzato rappresenta una perdita diversa da un mezzo distrutto.

Se si trova in una zona protetta può essere recuperato e riparato. Se rimane esposto lungo una strada stretta, sotto l’osservazione persistente di un ricognitore, l’immobilizzazione può produrre conseguenze superiori alla distruzione di un veicolo isolato. Oppure, il mezzo bloccato può ostruire il passaggio, obbligare gli altri veicoli a rallentare, costringere il personale a scendere e rivelare l’importanza della direttrice.

In quel momento il bersaglio non è più soltanto il veicolo, ma tutto ciò che il nemico deve fare per rimuoverlo, proteggerlo o aggirarlo. In alternativa, un secondo drone può colpire il trattore di recupero, un altro il personale intervenuto, mentre il ricognitore continua a sorvegliare la zona. Lo strike iniziale diventa così il punto d’ingresso in una sequenza di interdizione.

 

Lo strike efficace costringe l’avversario a modificare il proprio comportamento

Un impatto tecnicamente riuscito può quindi essere operativamente irrilevante, mentre un attacco incapace di provocare una distruzione completa può conseguire un risultato importante. La distinzione tra impatto, danneggiamento, perdita di mobilità, perdita della capacità di svolgere la missione e distruzione irreversibile non è puramente terminologica. Determina il modo in cui deve essere valutata l’efficienza dell’intero sistema.

Il video di un’esplosione, come spessissimo appare sui social, non dimostra automaticamente una perdita definitiva. Il mezzo potrebbe essere stato già abbandonato, colpito in precedenza oppure recuperato in un momento successivo. Al contrario, un veicolo apparentemente poco danneggiato potrebbe essere diventato inutilizzabile per la rottura di un componente essenziale, per la perdita dei sistemi di osservazione o per l’impossibilità di raggiungerlo in sicurezza. Il dato decisivo non è quindi il numero degli impatti, ma la modificazione concreta della capacità avversaria.

È proprio nella logistica che questa differenza tra distruzione apparente ed effetto reale emerge con maggiore chiarezza. Ogni posizione avanzata necessita continuamente di munizioni, acqua, viveri, batterie, materiali per le fortificazioni, personale di rinforzo e possibilità di evacuare i feriti o recuperare i mezzi danneggiati. Nessuna postazione può mantenere a lungo la propria capacità di combattimento se viene separata dal sistema che la alimenta. Questo fattore produce un vantaggio per chi attacca l’avversario con i droni.

Un operatore FPV ucraino in una posizione protetta. L’efficacia dipende non soltanto dalla piattaforma, ma dall’addestramento, dai collegamenti, dall’individuazione del bersaglio e dalla rapidità del processo decisionale. Fonte: report.if.ua.

La pressione esercitata dai droni aumenta proprio negli ultimi chilometri. Nelle retrovie un carico può essere trasportato da un autocarro convenzionale. Avvicinandosi alla linea di contatto, tuttavia, i mezzi più grandi diventano troppo visibili, le soste troppo prevedibili e gli itinerari più facilmente ricostruibili.

Il carico deve allora essere frammentato. Come spesso si nota nei video diffusi sul web, le munizioni vengono trasferite su veicoli civili, quad o motocicli. Nei tratti più esposti possono essere trasportate a piedi oppure affidate a multicotteri e veicoli terrestri senza equipaggio. Le consegne vengono concentrate nelle ore notturne, durante la presenza di nebbia o in condizioni meteorologiche che riducono l’efficacia dell’osservazione.

La frammentazione quindi diminuisce la perdita provocata da un singolo attacco, ma moltiplica i viaggi, aumenta il personale necessario e allunga i tempi del rifornimento.

Una squadra prepara un drone FPV e i collegamenti necessari all’impiego. Sensori, operatori, ripetitori, guerra elettronica e comando concorrono alla riuscita della missione. Fonte: Le Point (lepoint.fr)

 

L’interdizione richiede la riduzione del flusso di una rotta al di sotto delle necessità operative  

Una postazione sul fronte può continuare a ricevere alcuni rifornimenti e risultare ugualmente indebolita. Può disporre di meno munizioni per respingere un assalto, di meno batterie per alimentare i propri droni e di meno materiali per riparare le fortificazioni.

Le rotazioni vengono quindi rinviate, i feriti rimangono più a lungo nei punti di stabilizzazione e i mezzi danneggiati non vengono recuperati. Il principale effetto operativo del drone può pertanto non coincidere con la distruzione del singolo sistema, ma con la progressiva separazione di una posizione dal sistema logistico che la mantiene in vita. L’interdizione acquista profondità proprio quando l’osservazione prosegue anche dopo l’attacco.

Il nemico cambia strada, modifica gli orari, riduce le dimensioni dei convogli e trasferisce i materiali in nuovi punti di scarico. Ogni adattamento produce però ulteriori segnali come tracce sul terreno, concentrazioni temporanee di mezzi, crescita del traffico notturno, apparizione di antenne, ripetitori o squadre incaricate del trasbordo. La competizione assume così una forma iterativa.

Cosa significa? Una rotta viene scoperta e colpita, oppure il difensore ne apre una seconda, o in alternativa i ricognitori cercano di individuarla, gli operatori modificano frequenze e profili di volo, la guerra elettronica si adatta, vengono spesso introdotte reti, schermature e nuovi sistemi di intercettazione.

 

Il bersaglio non è il veicolo colpito, ma la rete logistica costretta a recuperarlo o sostituirlo

Da queste condizioni cosa si deduce? Nessuna soluzione conserva a lungo la propria efficacia. Il sistema operativo dei droni non rappresenta più un’architettura statica, ma un ciclo continuo di osservazione, azione, reazione e nuovo adattamento.

Questa dinamica è particolarmente evidente nella competizione per il controllo del collegamento tra operatore e piattaforma. Gli FPV tradizionali a radiofrequenza conservano vantaggi rilevanti: costo relativamente contenuto, elevata manovrabilità, semplicità produttiva e possibilità di modificare rapidamente trasmettitori, ricevitori e bande utilizzate. Essi rimangono però vulnerabili al disturbo, alla perdita del segnale, all’individuazione delle emissioni e all’attacco contro gli operatori o i ripetitori.

La recente diffusione dei sistemi a fibra ottica costituisce invece una risposta a questa vulnerabilità. Il collegamento fisico garantisce una trasmissione video stabile e rende inefficaci molte forme di disturbo radio. Il pilota può continuare a guidare il velivolo anche all’interno di aree caratterizzate da una forte densità di guerra elettronica. La fibra introduce a sua volta nuovi limiti, tra questi il peso della bobina, riduzione dell’autonomia utile, minore agilità, rischio che il cavo si impigli nella vegetazione o nelle strutture e maggiore complessità logistica.

Non si tratta dunque di una soluzione definitiva, ma dello spostamento della competizione su un terreno differente. Quando il jammer non può interrompere il collegamento, il difensore deve ricorrere maggiormente a reti, armi cinetiche, droni intercettori, occultamento e ricerca delle squadre di lancio.

 

La fibra ottica trasferisce la competizione dal dominio elettronico a quello cinetico e organizzativo

Una dinamica simile riguarda i ripetitori. Questi consentono di estendere la portata e di mantenere gli operatori in posizioni più protette, ma diventano nodi critici. Un ripetitore localizzato e distrutto può interrompere contemporaneamente l’attività di più squadre, rendendolo un obiettivo potenzialmente più redditizio del singolo FPV.

La resilienza dipende quindi dalla capacità di disperdere antenne, centri di controllo, operatori e collegamenti, riposizionandoli frequentemente e mantenendo configurazioni alternative pronte all’impiego. All’interno di questa competizione tecnica, Russia e Ucraina hanno inizialmente espresso modelli differenti, oggi sempre meno separabili.

L’Ucraina ha costruito una parte importante del proprio vantaggio attraverso l’iniziativa delle unità, il volontariato tecnologico, piccoli produttori, raccolte di fondi e un rapporto diretto tra sviluppatori e operatori del settore privato.

Le soluzioni vengono sperimentate al fronte, modificate rapidamente e talvolta acquistate senza attendere la conclusione di lunghi programmi statali. Questo modello ha favorito la velocità dell’innovazione, ma ha anche prodotto frammentazione. La moltiplicazione di piattaforme, batterie, testate, frequenze, software e stazioni di controllo può complicare manutenzione, addestramento, approvvigionamento e interoperabilità. Solo recentemente si è poi progressivamente indirizzata la sperimentazione e impiego delle fibre ottiche.

La Russia, più lenta nella fase iniziale, ha progressivamente ampliato e istituzionalizzato il proprio ecosistema dei droni, combinando produzione industriale statale, iniziative volontarie, laboratori vicini alle unità e crescente integrazione con artiglieria e ricognizione.

Cosa appare dunque sul fronte del confronto? La contrapposizione tra un’Ucraina innovativa e una Russia incapace di adattarsi risulta quindi fuorviante. Mosca ha osservato, replicato e in alcuni casi ampliato numerose soluzioni sperimentate sul campo. Il vero limite russo non risiede nell’assenza di innovazione, ma nella sua diffusione disomogenea tra reparti, industrie e livelli di comando.

Trasformare un adattamento locale in una capacità disponibile lungo centinaia di chilometri di fronte richiede produzione, addestramento, componenti, procedure e catene logistiche. Ciò che può funzionare in un reparto particolarmente competente non diventa automaticamente uno standard per l’intera forza. La struttura gerarchica, così come applicata dai russi, può facilitare la standardizzazione una volta assunta una decisione, ma può rallentare fortemente l’accettazione di soluzioni nate dal basso, soprattutto quando esse modificano competenze, catene di autorità o distribuzione delle risorse.

A ciò si aggiungono infine la competizione tra enti, industrie e organizzazioni volontarie, l’inerzia dottrinale e la difficoltà di formare in tempi brevi operatori, tecnici, analisti delle emissioni e comandanti capaci di interpretare i dati.

 

La Russia cerca di industrializzare l’adattamento, l’Ucraina tenta di standardizzare l’innovazione

Entrambe si muovono quindi verso modelli ibridi, cercando di correggere i limiti emersi durante il conflitto. Difatti, il tentativo ucraino di trasformare un ecosistema tecnologico nato dal basso in una capacità istituzionale ha avuto una delle sue principali espressioni nella figura di Mykhailo Fedorov.

Già giovane e intraprendente Ministro della Trasformazione Digitale e successivamente Ministro della Difesa, Fedorov ha cercato di trasferire al settore militare una cultura fondata sulla digitalizzazione dei processi, sulla sperimentazione rapida e sulla misurazione dei risultati.

Egli non ha creato da solo l’ecosistema ucraino dei droni, sviluppatosi attraverso l’interazione tra necessità operative, unità militari, volontari e industria privata, ma ha però contribuito a trasformare queste iniziative in un modello più ampio, nel quale i dati provenienti dal fronte avrebbero dovuto influenzare finanziamenti, procurement e distribuzione delle risorse.

La logica applicata era ridurre la distanza tra problema operativo, prototipo, sperimentazione, contratto e consegna. In un settore nel quale frequenze, sensori e contromisure possono diventare obsoleti in pochi mesi, il tempo di acquisizione rappresentava una variabile operativa e non soltanto amministrativa.

Primo piano di un drone FPV con bobina di fibra ottica. L’immunità al disturbo radio viene ottenuta al prezzo di maggiore peso, costo e complessità d’impiego. Fonte: MoD Ukraine 2 (militarnyi.com)

Questo approccio contiene però una vulnerabilità. Un sistema che assegna punti, finanziamenti o priorità sulla base degli strike registrati rischia di privilegiare ciò che può essere facilmente filmato e contabilizzato. Un impatto visibile genera un dato immediato.

L’interdizione di una strada, la rinuncia dell’avversario a effettuare una rotazione o la diminuzione del volume logistico producono effetti potenzialmente più importanti, ma risultano più difficili da attribuire a una singola unità.

 

Un sistema guidato dai dati è efficace soltanto se misura gli effetti militari reali e non ciò che risulta più facile filmare e contabilizzare.

La gestione del cosiddetto data-driven, spesso citato dai media, ossia un metodo in cui le decisioni vengono prese principalmente sulla base dei dati raccolti e analizzati, anziché affidarsi solo all’esperienza, all’intuizione o alle impressioni, può migliorare l’efficienza soltanto quando gli indicatori selezionati corrispondono agli obiettivi operativi reali. In caso contrario, può incentivare la quantità degli attacchi documentati, la duplicazione degli ingaggi o la scelta di bersagli facilmente verificabili a scapito di effetti meno visibili ma più decisivi.

La recente rimozione di Fedorov (nella foto sopra), decisa dal Presidente ucraino Zelensky (nella foto sotto), e il riassetto dei vertici ucraini con la rimozione tra l’altro del Comandante in Capo delle Forze Armate ucraine, Generale Oleksandr Syrskyi, devono essere letti anche alla luce di questa tensione. La questione non riguarda la prosecuzione dell’impiego dei droni, ormai irreversibile, ma il modo in cui l’Ucraina riuscirà a istituzionalizzare il proprio ecosistema tecnologico senza soffocare la rapidità di adattamento che ne ha costituito il principale vantaggio. I

l passaggio a una struttura più centralizzata potrebbe migliorare standardizzazione, interoperabilità e integrazione con la manovra terrestre. Potrebbe però rallentare la sperimentazione, privilegiare i grandi fornitori e ridurre l’autonomia delle unità. La sfida sarà combinare disciplina istituzionale e innovazione distribuita, evitando che l’una neutralizzi l’altra.

Le trasformazioni osservate recentemente in Ucraina non riguardano soltanto i due contendenti.

In una ottica futura di potenziali conflitti che coinvolgerebbero nazioni occidentali si pongono interrogativi diretti anche alle Forze Armate europee e non solo, che rischiano di assimilare la lezione più superficiale del conflitto russo-ucraino, ossia acquistare grandi quantità di piccoli droni senza modificare l’architettura operativa, industriale e logistica nella quale dovranno essere impiegati.

L’esperienza ucraina suggerisce che gli UAV non possano essere concentrati esclusivamente in reparti specialistici. La ricognizione ravvicinata, l’attacco FPV e la protezione contro i droni dovranno essere disponibili a livelli molto bassi della catena di comando, pur rimanendo inseriti in reti superiori capaci di coordinare bersagli e flussi informativi. Ciò comporterà una revisione delle TTP – Tactics, Techniques and Procedures, le cosiddette Tecniche, Tattiche e Procedure.

Le unità dovranno saper operare in ambienti caratterizzati da disturbo sistematico del GPS, delle comunicazioni satellitari e delle trasmissioni video. Cambi di frequenza, antenne direzionali, ripetitori, navigazione autonoma, collegamenti cablati con fibra ottica e disciplina delle emissioni non potranno più essere competenze riservate a ristrette unità specialistiche.

Anche il procurement dovrà adattarsi. Programmi pluriennali concepiti per grandi piattaforme risultano poco compatibili con sistemi consumabili soggetti a cicli di obsolescenza molto rapidi. Saranno necessari lotti successivi, sperimentazione continua, contratti più flessibili e possibilità di modificare software, sensori e componenti durante la produzione. Non si tratterà dunque di rinunciare ai controlli o alla standardizzazione, ma di distinguere tra piattaforme strategiche destinate a rimanere in servizio per decenni e tecnologie che possono perdere efficacia nel giro di pochi mesi.

La dipendenza industriale, soprattutto in occidente, assumerebbe un peso crescente. Motori, batterie, sensori, moduli radio, microprocessori e ottiche costituiscono ormai elementi della resilienza militare. La ridotta produzione di fibra ottica costituirà uno dei deficit principali della catena di rifornimento. Un Paese capace di assemblare droni, ma privo dell’accesso ai componenti essenziali, potrebbe non sostenere a lungo un conflitto ad alta intensità. Le forze occidentali dovranno inoltre riconsiderare la sicurezza delle retrovie tattiche. Strade, depositi temporanei, officine, posti di comando, ambulanze e squadre di recupero possono essere osservati e colpiti a profondità crescenti.

La logistica dovrà diventare più dispersa, mobile, ridondante e meno prevedibile. Carichi più piccoli, percorsi variabili, punti di trasbordo occultati, riduzione delle soste e impiego di UAV e UGV nelle consegne più rischiose potranno diventare elementi ordinari della pianificazione. Reti, schermature, falsi bersagli, ricoveri e mimetizzazione multispettrale non dovranno essere considerati rimedi improvvisati, ma componenti strutturali della protezione.

Sul fronte prettamente operativo la disponibilità di immagini in tempo reale imporrà anche una riflessione sul comando. La possibilità di osservare direttamente gli eventi tattici può migliorare la consapevolezza situazionale, ma può favorire il sovraccarico informativo.

Un Comandante responsabile del Teatro Operativo potrebbe essere tentato di intervenire su azioni che dovrebbero rimanere affidate ai livelli subordinati, rallentando il processo decisionale anziché accelerarlo. Le procedure dovranno quindi stabilire con maggiore precisione chi possa accedere ai diversi flussi video, chi abbia l’autorità di assegnare un bersaglio e quali decisioni debbano restare decentralizzate.

Anche la misurazione dell’efficacia dovrà superare il semplice conteggio degli strike. Gli indicatori realmente utili dovrebbero includere il tempo durante il quale una rotta rimane inutilizzabile, la riduzione del traffico logistico, il ritardo delle rotazioni, l’indisponibilità effettiva dei mezzi, il consumo delle contromisure avversarie e la possibilità di sfruttare l’interdizione con la manovra.

 

Adattare strutture, procurement, logistica e procedure d’impiego ai potenziali nuovi conflitti.

Il trasferimento delle lezioni ucraine non potrà comunque essere meccanico. Gli eserciti occidentali dispongono di strutture, sistemi di comunicazione, disponibilità di fuoco, regole d’ingaggio e livelli di protezione differenti. Copiare la forma del singolo FPV avrebbe un’utilità limitata.

La lezione più importante riguarda piuttosto il metodo, ossia osservare rapidamente un problema, sperimentare una soluzione, distribuirla in quantità sufficienti, raccogliere i risultati e modificarla prima che l’avversario neutralizzi il vantaggio. I droni hanno reso più rischiose la concentrazione delle forze, la permanenza prolungata dei mezzi, l’apertura dei varchi, l’impiego delle riserve, il recupero e l’evacuazione sanitaria.

Essi hanno favorito dispersione, piccoli gruppi, infiltrazioni, mezzi leggeri, attività notturna e crescente attenzione all’occultamento. Però non hanno eliminato la necessità della manovra terrestre.

 

La tecnologia può isolare una posizione, ma solo la manovra terrestre può conquistarla

Difatti, un drone può individuare, colpire, interdire e isolare. Non può occupare stabilmente una posizione, mantenere il controllo del terreno, ripristinare una linea logistica o sostituire completamente fanteria, artiglieria e genio. Il successo dipende dunque dalla capacità di convertire l’interdizione in un’azione successiva. Una rotta chiusa ha valore se impedisce l’arrivo dei rinforzi durante un assalto.

Un mezzo immobilizzato produce un vantaggio se il nemico non può recuperarlo. Una posizione isolata diventa decisiva quando esiste una forza terrestre in grado di costringerla alla resa o all’abbandono.

Quindi concludendo si può affermare con ragionevole certezza che il numero degli strike non costituisce quindi una misura sufficiente dell’efficacia. Il parametro più utile è la capacità di trasformare la sorveglianza in interdizione, l’interdizione in isolamento e l’isolamento in un risultato terrestre verificabile. Distinguere quello che viene presentato nei social-media deve essere ben analizzato e valutato.

L’immagine che si interrompe al momento dell’impatto rappresenta dunque l’inizio, non la conclusione, dell’analisi. Il valore dello strike dipende da ciò che accade dopo. In termini valutativi, il vantaggio operativo non appartiene quindi a chi produce il maggior numero di strike, ma a chi riesce a convertirli con continuità in effetti cumulativi, persistenti e verificabili sulla capacità di combattimento dell’avversario.

Foto senza didascalia: Forze Armate Ucraine, Ukrainska Pravda, Presidenza Ucrana e TASS

 

Isidoro SantarpiaVedi tutti gli articoli

Classe 1966, è un analista ed ex militare, esperto di OSINT, intelligence e geopolitica, con oltre quarant'anni di esperienza professionale nel settore. È specializzato nell’area dell’ex Unione Sovietica, dell’Asia centrale e del Medio Oriente. Ha prestato servizio come coadiutore presso la Rappresentanza militare dell’Ambasciata d’Italia in Uzbekistan e ha svolto incarichi di ispettore per il controllo degli armamenti nell’ambito del Trattato CFE e del Documento di Vienna, operatore di bordo per il Trattato Open Skies e osservatore internazionale in missioni OSCE e ONU. Ha partecipato a missioni operative nei Balcani, in Iraq, Afghanistan, Libano e sul fianco orientale della NATO. Svolge attività di docenza nell’ambito di master universitari presso la LUM School of Management, collabora con la Fondazione Machiavelli ed è redattore del progetto editoriale Intelligence World su LinkedIn. È autore e curatore di studi e dossier dedicati alle capacità militari della Federazione Russa, all’impiego dell’OSINT e della TECHINT, alla disinformazione e alla guerra cognitiva.

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