A New Delhi i BRICS puntano sulla costruzione policentrica dell’ordine mondiale

La Dichiarazione di New Delhi del 2026 assume la multipolarità come un dato ormai acquisito della trasformazione dell’ordine internazionale e registra la crescente domanda di rappresentanza e autonomia del Sud globale. Il richiamo allo spirito di Bandung si accompagna alla richiesta di riforma delle istituzioni multilaterali e allo sviluppo di strumenti finanziari, tecnologici, infrastrutturali e cognitivi capaci di ridurre le dipendenze esistenti. Pur restando un raggruppamento eterogeneo e procedendo attraverso convergenze parziali, i BRICS appaiono così come uno dei laboratori della transizione in corso: dalla redistribuzione della potenza tra gli Stati alla progressiva formazione di un ordine mondiale policentrico
La Dichiarazione di New Delhi, adottata in occasione del XVIII Vertice dei BRICS, offre un osservatorio particolarmente significativo sulla trasformazione dell’ordine internazionale. Il documento New Delhi Declaration. Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability (New Delhi, 12 settembre 2026, parr. 1-2, 5-7. Il documento si compone di 140 paragrafi; tutti i richiami successivi si riferiscono a questo testo) posto sotto il tema Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability, registra il consolidamento di un raggruppamento ormai molto diverso da quello nato all’inizio del secolo come espressione delle principali economie emergenti. Il vertice cade nel ventesimo anniversario del gruppo e chiude una presidenza indiana che ha convocato oltre quattrocento riunioni in trenta città del paese.
I BRICS tendono oggi a configurarsi come uno dei luoghi nei quali prende forma la crescente domanda di rappresentanza politica, economica e culturale del Sud globale.
Il dato più immediato è l’assunzione della multipolarità come carattere della realtà internazionale contemporanea. La Dichiarazione parla esplicitamente delle «contemporary realities of the multipolar world» e collega la multipolarità alla possibilità, per i paesi emergenti e in via di sviluppo, di accrescere il proprio spazio d’azione. Il Sud globale viene definito un «driver for positive change» e i BRICS si attribuiscono il compito di rappresentarne le esigenze nella costruzione di un ordine internazionale più giusto, sostenibile, inclusivo, rappresentativo e stabile, fondato sul diritto internazionale.
Si tratta di un passaggio importante: la multipolarità non viene più presentata come uno scenario futuro o come un auspicio politico, ma assunta come un dato della fase storica attuale. Ciò che rimane aperto è la forma che questa redistribuzione della potenza finirà per assumere.

La crisi dell’universalismo e il pluralismo degli ordini
La Dichiarazione di New Delhi va letta nel contesto della progressiva erosione dell’ordine formatosi sotto prevalente egemonia occidentale dopo il 1945 e, in forma ancora più accentuata, dopo la fine del sistema bipolare.
Per circa tre decenni la superiorità materiale dell’Occidente è stata accompagnata dalla tendenza a presentare il proprio particolare assetto politico, economico e culturale come orizzonte normativo generale. La liberaldemocrazia occidentale, il mercato globale regolato secondo istituzioni modellate sulla distribuzione della potenza del secondo dopoguerra e una determinata concezione dei diritti e dello sviluppo hanno acquisito una funzione che oltrepassava il perimetro delle società nelle quali erano storicamente maturati.
Quella stagione appare oggi in evidente difficoltà. La contestazione che emerge dal Sud globale non consiste necessariamente nel rigetto delle istituzioni multilaterali o dei principi del diritto internazionale: la stessa Dichiarazione insiste sul ruolo centrale delle Nazioni Unite, sulla Carta dell’ONU, sui diritti fondamentali e sulla cooperazione multilaterale. Viene messa in discussione, piuttosto, la possibilità che un centro particolare continui a definire criteri, gerarchie e modalità di applicazione validi universalmente.
È significativo che New Delhi associ il rafforzamento della multipolarità al rispetto della «diversity of national systems and development pathways». La pluralizzazione della potenza tende così ad accompagnarsi a una pluralizzazione dei percorsi politici e di sviluppo.

Il ritorno di Bandung
Uno dei passaggi politicamente e simbolicamente più rilevanti è il richiamo alla Conferenza afro-asiatica di Bandung del 1955. La Dichiarazione ricorda esplicitamente i principi di uguaglianza, indipendenza, non-intervento e beneficio reciproco e afferma che lo «spirito di Bandung» continua a costituire un riferimento per la costruzione di un sistema multilaterale più equo, inclusivo e rappresentativo.
Poco prima, il testo saluta la risoluzione con la quale l’Assemblea generale ha qualificato la tratta degli africani come il più grave crimine contro l’umanità e chiede la piena attuazione della risoluzione destinata a eradicare il colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Il richiamo alla conferenza del 1955 si colloca dunque entro una rivendicazione che resta storica e giuridica, non soltanto rievocativa.
Il riferimento non è rituale. Bandung rappresentò il tentativo di sottrarre i paesi asiatici e africani alla necessità di collocarsi integralmente entro uno dei due campi della Guerra fredda, e la questione centrale riguardava l’autonomia: la possibilità di partecipare alla politica mondiale senza assumere come proprie categorie e priorità elaborate altrove.
Settant’anni dopo, il problema riemerge in condizioni profondamente mutate. Il sistema non è più bipolare e molti degli Stati che allora appartenevano alle periferie dispongono oggi di risorse economiche, demografiche, tecnologiche e militari molto maggiori.
L’autonomia non riguarda più soltanto il non-allineamento diplomatico: investe la finanza, le infrastrutture, le tecnologie, l’energia, le catene logistiche, la conoscenza e, sempre più, la capacità di definire autonomamente le categorie attraverso le quali interpretare il mondo. Il richiamo a Bandung acquista così un valore contemporaneo: riafferma la ricerca di margini autonomi di scelta nelle mutate condizioni dell’ordine internazionale.

Riformare l’ordine esistente
I BRICS, almeno nella Dichiarazione di New Delhi, non propongono l’abbattimento delle istituzioni internazionali esistenti, ma chiedono di modificarne la distribuzione interna del potere. La riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve ampliare la rappresentanza di Africa, Asia e America Latina, e Cina e Russia ribadiscono il sostegno alle aspirazioni di India e Brasile a svolgere un ruolo maggiore nell’ONU, compreso il Consiglio di Sicurezza.
Analoga è la posizione nei confronti delle istituzioni di Bretton Woods. Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale non vengono respinti: viene chiesto che quote, diritti di voto, governance e meccanismi di selezione dei vertici riflettano il peso assunto dalle economie emergenti nell’economia mondiale.
La stessa impostazione compare sul terreno commerciale. La Dichiarazione difende l’Organizzazione mondiale del commercio, ne chiede il ripristino del meccanismo vincolante di risoluzione delle controversie e la nomina dei membri mancanti dell’organo d’appello; nello stesso tempo registra con favore l’estensione da parte cinese del regime a dazio zero a cinquantatré paesi africani, una misura che opera al di fuori del quadro multilaterale e ne compensa di fatto la paralisi. Al G20 viene attribuito il ruolo di sede primaria della cooperazione economica internazionale, con il compito esplicito di favorire un mondo multipolare.
Questa posizione merita attenzione perché evita una lettura troppo schematica dei BRICS come fronte semplicemente antagonista dell’Occidente. Il processo in atto appare più complesso: da una parte si rivendica la trasformazione delle istituzioni esistenti, dall’altra vengono costruiti strumenti che possono progressivamente ridurre la dipendenza da quelle stesse istituzioni. Riforma e autonomia procedono insieme.

Dalla multipolarità al policentrismo
È a questo livello che la Dichiarazione di New Delhi assume, a mio avviso, il suo maggiore interesse geopolitico. Il documento utilizza il concetto di multipolarità, che descrive però soprattutto la distribuzione della potenza tra gli Stati; se ci si limita a questa categoria, si rischia di non cogliere interamente la trasformazione in corso.
Ciò che emerge dalla Dichiarazione è infatti una trama sempre più articolata di istituzioni, meccanismi di pagamento, reti tecniche e organismi di cooperazione, che contribuiscono progressivamente alla formazione di spazi capaci di produrre decisioni, connettività, conoscenza e margini di azione.
È qui che la nozione di policentrismo può risultare più adeguata. Un ordine policentrico non coincide semplicemente con un sistema nel quale esistono più grandi potenze: esso comprende Stati, grandi spazi, organizzazioni internazionali e regionali, reti infrastrutturali, circuiti finanziari, piattaforme tecnologiche e centri di produzione della conoscenza. La distribuzione della potenza diviene quindi anche distribuzione della capacità di organizzare lo spazio e di costruire le condizioni materiali per un’azione autonoma. La Dichiarazione offre numerosi esempi di questa tendenza.

Pagamenti, valute e autonomia finanziaria
Particolarmente significativo è il lavoro avviato sui pagamenti transfrontalieri. La BRICS Payment Task Force sta studiando l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e di messaggistica finanziaria e la possibilità di aumentare l’utilizzo delle valute locali negli scambi e negli investimenti tra i membri. Il testo è prudente e riconosce che non esiste una soluzione valida per tutti i paesi; l’obiettivo dichiarato consiste in pagamenti più rapidi, meno costosi, accessibili, trasparenti e sicuri.
Non viene dunque annunciata una «moneta dei BRICS», come talvolta una rappresentazione eccessivamente semplificata lascia intendere. Il processo è più graduale e, sul piano strutturale, forse più significativo: costruire strumenti attraverso i quali una quota crescente delle relazioni economiche possa svolgersi senza dipendere integralmente dai circuiti finanziari dominanti. L’autonomia, in questo caso, nasce dall’infrastruttura prima ancora che dalla proclamazione politica.
Lo stesso significato assume la netta opposizione alle misure coercitive unilaterali e alle sanzioni secondarie non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza. La Dichiarazione le considera contrarie al diritto internazionale e sottolinea le conseguenze che esse possono produrre sul diritto allo sviluppo, sulla salute e sulla sicurezza alimentare delle popolazioni interessate. Il tema delle sanzioni si collega così direttamente a quello della vulnerabilità derivante dal controllo dei circuiti finanziari internazionali.
Infrastrutture e sovranità
Ancora più evidente è il significato geopolitico attribuito alle infrastrutture. La Dichiarazione considera i cavi sottomarini una componente fondamentale della connettività digitale e della resilienza delle reti, prende atto della conclusione di un documento di requisiti tecnici per una rete di comunicazione ad alta velocità tra i paesi BRICS e chiede che vengano ora individuati i passi successivi dello studio di fattibilità.
Non si tratta di un aspetto marginale, poiché le reti della comunicazione costituiscono ormai uno degli spazi nei quali si esercita la potenza: disporre di proprie connessioni, propri nodi e proprie capacità significa ridurre vulnerabilità strategiche e dipendenze.
La stessa logica compare nel settore digitale. Il documento parla esplicitamente della cooperazione verso un «sovereign and self-reliant digital ecosystem», fondato su infrastrutture pubbliche digitali resilienti, sicure e interoperabili. L’espressione è significativa, perché la sovranità non è più riferita soltanto al territorio o alle frontiere: si estende ai dati, alle reti, alla capacità computazionale, agli standard e agli strumenti attraverso i quali una società organizza la propria vita digitale.

Intelligenza artificiale e sovranità cognitiva
Anche l’intelligenza artificiale occupa uno spazio rilevante nella Dichiarazione. Essa viene considerata una grande opportunità per lo sviluppo economico e sociale, ma si sottolinea la necessità di assicurare ai paesi del Sud globale un accesso più ampio alle risorse necessarie e una partecipazione alla governance internazionale dell’IA.
La questione investe direttamente la sovranità cognitiva. Chi controlla le infrastrutture computazionali, i dati, i modelli, gli standard e gli strumenti attraverso i quali viene prodotta e organizzata la conoscenza dispone di una risorsa strategica destinata a incidere direttamente sui rapporti di potenza.
Esiste inoltre un livello ancora più profondo. La dipendenza cognitiva comincia quando una società interpreta sé stessa e il mondo attraverso categorie prodotte altrove, assumendole come neutrali o universali; la trasformazione policentrica richiede pertanto anche la capacità di produrre categorie proprie, adeguate alla propria esperienza storica e alle proprie esigenze.
Non sorprende, in questa prospettiva, che la Dichiarazione richiami i rischi di appropriazione o rappresentazione distorta di conoscenze, patrimoni e valori culturali scarsamente rappresentati nei dataset e nei modelli di intelligenza artificiale (Par. 120. Il passaggio figura nella sezione dedicata alla proprietà intellettuale, accanto alla questione della remunerazione dei titolari dei diritti).
La competizione tecnologica tende così a intrecciarsi con quella culturale. Il tema, del resto, non si esaurisce nella tecnologia. Il documento descrive i BRICS come un insieme di società e di civiltà differenti, richiama la Giornata internazionale per il dialogo tra le civiltà, propone di includere i sistemi di conoscenza tradizionali e indigeni fra i gruppi tematici della rete universitaria del raggruppamento e, con la Dichiarazione di Bhopal, chiede la restituzione ai paesi d’origine del patrimonio culturale, delle antichità e degli oggetti di valore spirituale e ancestrale.
Sono rivendicazioni che riguardano l’autorità di stabilire il valore dei beni culturali e di decidere dove essi debbano trovarsi, cioè una dimensione della potenza che la sola distribuzione interstatale non registra.
Energia e materie prime
Anche sul terreno energetico emerge una posizione distante dall’applicazione uniforme di un unico modello. La Dichiarazione riconosce gli obiettivi climatici, ma ribadisce che i combustibili fossili continueranno ad avere un ruolo importante, soprattutto nei paesi emergenti e in via di sviluppo, e che la transizione deve essere giusta, ordinata ed equa e tenere conto delle differenti condizioni e priorità nazionali. Il principio di neutralità tecnologica viene affermato esplicitamente, e fra le fonti riconosciute compaiono rinnovabili, bioenergia, fossili, nucleare, idroelettrico e idrogeno.
Questa impostazione riguarda anche i minerali critici: il documento afferma la sovranità degli Stati sulle proprie risorse e collega le catene di approvvigionamento alla creazione locale di valore e alla diversificazione economica dei paesi produttori. È un punto importante per il Sud globale, poiché l’accesso alle risorse non dovrebbe riprodurre la tradizionale divisione tra centri tecnologici e periferie fornitrici di materie prime.
Nella stessa cornice va letto il progetto di una BRICS Grain Exchange, che riguarda formalmente la sicurezza alimentare e la stabilità degli approvvigionamenti, ma introduce la possibilità di ulteriori circuiti di scambio e coordinamento in un settore decisivo della sicurezza nazionale.
Clima, commercio e la questione europea
Un passaggio poco commentato merita attenzione particolare, perché individua un destinatario preciso. La Dichiarazione denuncia il protezionismo esercitato sotto la copertura di obiettivi ambientali e si oppone alle misure unilaterali, punitive e discriminatorie non conformi al diritto internazionale, indicando fra queste i meccanismi di adeguamento del carbonio alla frontiera. Il riferimento è trasparente, poiché lo strumento di questo tipo oggi operativo è quello dell’Unione europea. Ne risulta un’accusa diretta: la regolazione climatica europea viene presentata come una barriera commerciale che trasferisce sui produttori del Sud il costo di una transizione decisa altrove.
Nello stesso documento i BRICS esprimono allarme per la crescita della spesa militare mondiale, giudicata sottrattiva rispetto al finanziamento dello sviluppo dei paesi più poveri. Lette insieme, le due prese di posizione indicano come il raggruppamento guardi oggi all’Europa: un’area che esporta regolazione senza negoziarla e che destina alla difesa risorse crescenti mentre la propria capacità di iniziativa economica si contrae.
Per l’Italia la questione è concreta. Un paese manifatturiero ed esportatore, dipendente dall’estero per l’energia e collocato sul Mediterraneo, ha interesse a che la pluralizzazione dei circuiti commerciali e finanziari sia praticabile anche per sé, e non soltanto subita come effetto dell’iniziativa altrui.
Il policentrismo non assegna a nessuno una collocazione favorevole per definizione: apre margini a chi disponga di una propria capacità di scelta e li restringe a chi si limiti a ratificare decisioni assunte in altre sedi. È su questo terreno, più che sull’adesione o sul rifiuto delle posizioni espresse a New Delhi, che si misurerà la capacità europea di stare in un sistema non più organizzato intorno a un unico centro.

Decisioni, mandati e studi di fattibilità
La portata geopolitica di queste iniziative non deve tuttavia essere confusa con il loro attuale grado di realizzazione.
Una parte del documento registra strumenti già operativi: la Nuova Banca per lo Sviluppo, giunta al secondo decennio di attività; l’Accordo sulle riserve contingenti, per il quale si preannunciano emendamenti al trattato e un nono test run; la costellazione satellitare per il telerilevamento; il programma quadro per la cooperazione scientifica, attivo da dieci anni; il centro per le competenze industriali costituito con l’UNIDO.
Una parte molto più ampia ha invece natura di mandato, proposta o studio. La task force sui pagamenti è invitata a proseguire le discussioni, non a rendere operativo un sistema. La rete di cavi sottomarini non ha ancora superato la fase preliminare: è stato definito il quadro dei requisiti tecnici, mentre i passi successivi dello studio di fattibilità restano da individuare. La Grain Exchange resta oggetto di elaborazione quanto alle modalità di funzionamento. La nuova piattaforma di investimento procede attraverso un gruppo di studio i cui termini di riferimento sono in corso di definizione. Il centro di resilienza assicurativa e il laboratorio sul rischio sono formulati come ipotesi aperte alla partecipazione volontaria degli interessati. Il repertorio delle infrastrutture pubbliche digitali è una proposta.
La formula ricorrente, che associa la cooperazione alla base volontaria, alle circostanze nazionali e all’assenza di soluzioni valide per tutti, non costituisce una clausola di stile. Essa indica il livello effettivo di integrazione raggiunto, ossia un coordinamento che procede per convergenze parziali e sempre reversibili.
La distinzione non contraddice la lettura policentrica, ma ne precisa la scala temporale. Ciò che la Dichiarazione documenta non è un’architettura già funzionante: è la costituzione di un’agenda e di sedi tecniche stabili nelle quali quell’architettura viene progressivamente istruita. La differenza fra le due cose è quella che separa l’intenzione dalla capacità, e soltanto la seconda modifica i rapporti di forza.
Un processo ancora aperto
Sarebbe inoltre improprio interpretare il summit di New Delhi come la nascita di un blocco politico omogeneo. I BRICS comprendono paesi con sistemi politici, collocazioni geografiche, interessi strategici e relazioni internazionali differenti; tra alcuni membri esistono rivalità, divergenze e asimmetrie considerevoli, e lo stesso metodo del consenso limita inevitabilmente la possibilità di assumere posizioni comuni sulle questioni più controverse.
Sull’escalation in Asia occidentale e sulla crisi sudanese il testo rinvia alle rispettive posizioni nazionali dei membri, segno di un accordo raggiunto per sottrazione; sulla Palestina, al contrario, i paragrafi sono numerosi e circostanziati, e arrivano a chiedere la fine dell’occupazione illegale, la cessazione di ogni sfollamento forzato e l’adesione piena dello Stato di Palestina alle Nazioni Unite (Parr. 28 e 37 per il rinvio alle posizioni nazionali; parr. 30-34 per la Palestina).
. Il consenso, dunque, non è debole in modo uniforme: si assottiglia dove gli interessi dei membri divergono e regge dove convergono.
Questa eterogeneità, tuttavia, potrebbe costituire anche una delle caratteristiche del nuovo assetto. L’ordine che sta emergendo non sembra orientato necessariamente verso la formazione di due (o più) blocchi compatti sul modello della Guerra fredda: potrebbe svilupparsi attraverso geometrie variabili, cooperazioni selettive e appartenenze multiple. Uno Stato può partecipare a meccanismi occidentali in alcuni settori e contemporaneamente sviluppare cooperazioni con i BRICS, organizzazioni regionali o altri centri in campi differenti.
L’India costituisce forse l’esempio più evidente di questa logica. La sua autonomia strategica non coincide con l’equidistanza e nemmeno con il non-allineamento nella sua forma storica: consiste nella capacità di preservare margini di scelta all’interno di relazioni multiple. È una modalità di comportamento che, in un sistema di questo tipo, potrebbe diventare sempre più frequente.

La forma della transizione
La Dichiarazione di New Delhi non fonda un nuovo ordine internazionale; registra, piuttosto, il progressivo esaurimento della capacità di un unico centro di organizzare l’intero sistema e contribuisce alla costruzione degli strumenti destinati a rendere possibile una maggiore autonomia degli altri centri.
È precisamente in questo passaggio dalla redistribuzione della potenza alla costruzione di capacità autonome che la multipolarità tende ad assumere una forma policentrica. Il linguaggio della Dichiarazione rimane quello della multipolarità, mentre la pratica che essa descrive comincia a oltrepassarlo.
Il passaggio dall’ordine unipolare seguito alla Guerra fredda a una configurazione diversa non avviene attraverso un singolo atto costituente. Procede mediante una ricomposizione policentrica del mondo, sostenuta dallo sviluppo di strumenti finanziari, tecnologici, infrastrutturali e cognitivi propri, attraverso i quali nuovi soggetti acquisiscono la possibilità di produrre spazio politico, economico e culturale. La Dichiarazione di New Delhi non conclude questo processo, ma ne offre una delle rappresentazioni più nitide.
L’ultimo dei 140 paragrafi affida alla Cina la presidenza del 2027 e il vertice successivo. La prossima verifica riguarderà dunque la presidenza cinese, dotata di rilevanti capacità finanziarie e tecnologiche, e si misurerà su un punto preciso: quante delle iniziative oggi affidate a gruppi di studio e a task force avranno assunto, entro allora, una forma operativa.
Foto: BRICS
Tiberio GrazianiVedi tutti gli articoli
E' presidente di Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses. Attualmente insegna presso la Scuola di Dottorato Internazionale in "Diritto e mutamento sociale: le sfide della regolamentazione transnazionale" presso l'Università degli Studi Roma Tre. Nel 2011 ha fondato la rivista Geopolitica – Journal of Geopolitics and Related Matters, di cui è direttore responsabile. Dirige inoltre le seguenti collane accademiche: Giano – Affari Internazionali, Heartland – Storia e Teoria della Geopolitica e Orizzonti d'Eurasia – Storia, Politica ed Economia del Supercontinente.





