La rabbia sociale e il fallimento della politica

di Marco Pondrelli – Marx 21
«Adesso immaginate che quella bambina sia bianca». È con questa frase, nel film Il momento di uccidere, che Matthew McConaughey cerca di convincere una giuria di bianchi ad assolvere il suo cliente, un uomo afroamericano che ha ucciso gli assassini della figlia. Per scardinare i pregiudizi dei giurati, l’avvocato li costringe a cambiare prospettiva: immaginare la stessa vicenda, ma con una bambina bianca al posto di quella nera.
Proviamo a fare lo stesso esercizio con quello che sta accadendo in Europa, dalla Francia all’Italia, dal Portogallo al Belgio, fino all’Albania e alla Grecia. Immaginiamo che le stesse proteste si verifichino in Russia. Se gli studenti scendessero in piazza e il governo rispondesse proclamando il coprifuoco o chiamando l’esercito, se gli scaffali dei supermercati si svuotassero perché gli autotrasportatori si fermano a causa del costo del carburante, quale sarebbe la reazione dei nostri giornali e dei nostri telegiornali?
Probabilmente assisteremmo a un racconto molto diverso da quello riservato alle proteste europee. Le analisi non si soffermerebbero soltanto sulle vetrine distrutte, ma indagherebbero la crisi economica, una generazione senza futuro, le condizioni drammatiche delle scuole e delle università, il problema abitativo. Si parlerebbe di un Paese in crisi, della rabbia sociale e delle responsabilità di chi governa.
Nessuno vuole difendere le violenze. È però singolare vedere politici che giustificano il genocidio a Gaza indignarsi per le vetrine infrante. Condannare gli atti di violenza non può significare rinunciare a comprenderne le cause. La questione è capire che cosa stia succedendo nelle nostre società e perché la politica non riesca a dare risposte.
La crisi che attraversiamo, del resto, ha radici ben più profonde e lontane delle guerre in Ucraina e in Iran. Riguarda le condizioni materiali di vita, le prospettive delle nuove generazioni e la crescente difficoltà di immaginare un futuro migliore. I dati aiutano a comprendere la portata del problema. Riccardo Sorrentino, sul Sole 24 Ore, ha richiamato l’attenzione sulla condizione degli adolescenti francesi: «per i liceali i problemi sono tragici: il 20% ha avuto, nel 2024, pensieri suicidari, il 15% ha provato a uccidersi almeno una volta nella vita, il 3% è finito in ospedale. Il 19% ha un rischio elevato di depressione».
In Italia il quadro non è meno preoccupante. L’ex ministro Enrico Giovannini ha scritto su Avvenire che «in Italia, ci ha detto l’Istat una settimana fa, abbiamo 1,1 milioni di poveri assoluti con meno di 18 anni, il 12,5% dei minori residenti in Italia».
Se un tempo era possibile guardare al futuro con una ragionevole fiducia, oggi per molti giovani il futuro è diventato una fonte di paura. È questa una delle ragioni profonde delle proteste, come ha spiegato a Il Fatto Quotidiano il politologo francese Olivier Roy: «ciò che spinge tutti questi giovani a manifestare è l’aumento esponenziale del divario tra ricchi e poveri, la sensazione di non avere un futuro, di non avere la prospettiva di una vita decente e di non essere rispettati dal sistema».
Non è un caso che in Italia, nella prima parte del 2026, le nascite siano diminuite dell’1,1%. Chi si riempie la bocca dei valori della famiglia tradizionale finisce, nei fatti, per contribuire a distruggerne le condizioni materiali di esistenza, attraverso politiche che non garantiscono ai giovani un lavoro stabile, un reddito adeguato e la possibilità di costruirsi una vita autonoma.
È questo il filo che lega proteste diverse, dagli autotrasportatori agli studenti: una crisi sociale a cui la politica non riesce a dare risposte. Le rivendicazioni possono essere differenti, così come le forme della protesta, ma dietro emerge una domanda comune di sicurezza economica, dignità e futuro.
All’inizio degli anni Novanta si guardava agli Stati Uniti come a un modello da imitare. Oggi possiamo vedere dove ci ha condotti quell’esempio: negli USA, quando il malessere sociale esplode nelle strade e le città vengono attraversate da rivolte e devastazioni, la risposta è spesso l’intervento della Guardia Nazionale. Un sistema incapace di affrontare le cause del disagio e pronto a ricorrere alla forza per contenerne le conseguenze. È questo il modello che abbiamo inseguito e che oggi sembra presentare il conto anche in Europa. Quello che manca negli Stati Uniti e in Italia è la rappresentanza politica del disagio.
In Italia e in Europa, la forza storica del movimento operaio è stata proprio quella di trasformare la rabbia sociale in organizzazione, la protesta in rivendicazione e la rivendicazione in proposta politica. Non si trattava di negare i conflitti, ma di dare loro una prospettiva, costruendo strumenti collettivi capaci di incidere sui rapporti di forza e sulle decisioni delle istituzioni.
Oggi questa capacità si è fortemente ridotta, anche perché si è ristretto lo spazio democratico a disposizione delle forze popolari. Il Parlamento appare sempre più impermeabile alla questione sociale: si parla di imprese e di competitività, mentre la povertà, il lavoro povero e le difficoltà quotidiane di milioni di persone restano ai margini del dibattito. Eppure è proprio da queste condizioni che nasce una parte importante della rabbia che attraversa le nostre società.
Il problema, dunque, non è soltanto come raccontiamo le proteste, ma se siamo ancora capaci di ascoltare ciò che ci stanno dicendo. E soprattutto se esistono forze politiche in grado di trasformare quel malessere in un progetto di cambiamento. Perché, se ci limitassimo a condannare le vetrine infrante senza interrogarci sulle ragioni di chi scende in piazza, finiremmo per lasciare irrisolte le cause della crisi.
Vignetta di Alberto Scafella
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