La nuova guerra tra Houthi e sauditi tra offensive terrestri e logoramento missilistico

di Gabriele Repaci *
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha progressivamente esteso le proprie conseguenze ben oltre il territorio iraniano, coinvolgendo diversi teatri del Vicino Oriente e del Golfo Persico e aggravando le tensioni lungo alcune delle principali rotte energetiche e commerciali internazionali.
Tra i fronti interessati dall’inasprimento delle ostilità, quello yemenita ha conosciuto dall’inizio di settembre una delle più rapide evoluzioni sul piano militare, con la ripresa di operazioni terrestri su più direttrici, l’intensificazione dei bombardamenti sauditi e una crescente campagna missilistica e con velivoli senza pilota contro obiettivi militari, energetici e infrastrutturali dell’Arabia Saudita. L
a posta in gioco non è soltanto il controllo di alcune posizioni nello Yemen, ma la capacità di costringere Riyadh a combattere contemporaneamente una guerra terrestre oltreconfine e una guerra difensiva sul proprio territorio. La combinazione tra pressione sulle vie di comunicazione, attacchi alle retrovie e minaccia missilistica punta a disperdere le risorse saudite e a trasformare la superiorità tecnologica del Regno in un vantaggio sempre più difficile da tradurre in risultati militari decisivi.
Taiz: la battaglia per le vie di comunicazione
La battaglia per Taiz costituisce uno dei principali punti di convergenza delle operazioni terrestri nello Yemen. La città, situata tra gli altopiani dell’interno e le direttrici che conducono verso Aden e la costa del Mar Rosso, rappresenta un nodo di comunicazione la cui importanza supera il semplice valore territoriale.
Per Ansar Allah, meglio noto come Houthi, esercitare una pressione crescente su Taiz significa minacciare i collegamenti tra le forze governative dislocate nelle province sudoccidentali, ostacolarne i rifornimenti e costringerle a destinare uomini e mezzi alla difesa di un settore particolarmente esteso. Per le forze sostenute dall’Arabia Saudita, mantenere aperte le vie di accesso alla città è invece indispensabile per conservare la libertà di movimento e impedire che le posizioni difensive vengano progressivamente isolate.

Dall’inizio di settembre, l’intensificazione dei combattimenti ha interessato diverse direttrici della provincia. Sul fronte occidentale, le operazioni si sono concentrate nell’area di Jabal Habashi, al-Kadaha e Maqbanah, mentre più a sud la pressione si è estesa verso al-Wazi’iyah e le comunicazioni con al-Turbah.
L’importanza di queste località risiede soprattutto nella possibilità di controllare o minacciare le strade che collegano Taiz alle altre aree governative. Le avanzate annunciate dalle parti, tuttavia, non consentono sempre di stabilire con precisione l’estensione delle conquiste né la loro effettiva stabilità.
La situazione appare particolarmente delicata lungo gli accessi meridionali e occidentali della città. I combattimenti segnalati ad al-Misrakh, al-Aqrud, al-Shaqab e sulle pendici di Jabal Sabir indicano il tentativo di modificare gli equilibri nelle posizioni sopraelevate che dominano le comunicazioni verso sud. Sul versante occidentale, Wadi al-Dhabab, al-Siyahi e Jabal Han costituiscono altrettanti punti di interesse militare. In un territorio caratterizzato da rilievi accidentati e percorsi obbligati, il possesso delle alture può consentire di osservare i movimenti avversari, dirigere il tiro dell’artiglieria e rendere rischioso il transito dei convogli anche senza occupare materialmente le strade.
Le fonti governative hanno riferito di contrattacchi e della riconquista di alcune posizioni, mentre Ansar Allah ha continuato a esercitare pressione su più settori del fronte. Occorre però distinguere tre condizioni operative differenti: l’accerchiamento di una città, l’interdizione delle sue vie di comunicazione mediante il fuoco e l’interruzione effettiva dei collegamenti.

La prima implica che le forze attaccanti abbiano raggiunto posizioni tali da circondare il centro abitato; la seconda può essere ottenuta anche senza una presenza continuativa sulle strade, attraverso artiglieria, mortai e altri sistemi d’arma; la terza richiede invece la capacità di impedire stabilmente il passaggio di uomini, mezzi e rifornimenti. Nel caso di Taiz, le notizie relative all’interruzione di alcune direttrici e alle difficoltà di approvvigionamento dimostrano un aggravamento della pressione militare, ma non sono sufficienti, da sole, a stabilire che ogni accesso alla città sia stato definitivamente chiuso.
L’obiettivo delle operazioni non sembra dunque limitarsi alla conquista immediata del centro urbano. La pressione simultanea su più direttrici può obbligare i difensori a disperdere le proprie riserve, ridurre la possibilità di concentrare forze per un contrattacco e aumentare la dipendenza da collegamenti sempre più vulnerabili. La conformazione del terreno favorisce inoltre una guerra di posizione nella quale anche progressi territoriali relativamente modesti possono produrre conseguenze operative significative, soprattutto quando interessano incroci, passi montani e punti di osservazione.

La risposta governativa si è concentrata sulla difesa delle posizioni dominanti e su operazioni volte a contenere le avanzate avversarie. Le notizie diffuse nei primi giorni di ottobre hanno descritto un ampliamento dei combattimenti nel settore sudoccidentale e l’avvio di controffensive sostenute dall’aviazione saudita. Anche in questo caso, tuttavia, le dichiarazioni sulla riconquista di determinate località devono essere distinte dalle prove di un controllo territoriale effettivo e duraturo.
L’elemento decisivo, nelle prossime fasi della battaglia, sarà quindi la capacità delle forze governative di mantenere percorribili le comunicazioni con Aden e di conservare un sistema difensivo sufficientemente continuo intorno a Taiz. Per Ansar Allah, viceversa, il successo operativo non dipenderà necessariamente dall’occupazione della città: anche una pressione prolungata sulle vie di accesso potrebbe imporre all’avversario un consumo crescente di risorse e limitarne la capacità di condurre operazioni offensive su altri fronti.
La costa del Mar Rosso: Mokha, Dhubab e la battaglia per Bab el-Mandeb
Se Taiz costituisce uno dei principali nodi delle comunicazioni terrestri dello Yemen sudoccidentale, la fascia costiera compresa tra Mokha, Dhubab e Bab el-Mandeb rappresenta il settore nel quale le operazioni militari assumono una dimensione strategica più ampia. Il controllo di quest’area non riguarda soltanto le comunicazioni tra le province di Taiz e Lahij, ma anche la possibilità di esercitare una pressione diretta su uno dei principali passaggi marittimi tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. La conformazione del territorio, caratterizzata da una stretta fascia litoranea e da rilievi che dominano le vie di accesso, rende inoltre particolarmente importante il possesso delle alture retrostanti.
Nel corso di settembre, Ansar Allah ha rivendicato avanzate lungo la costa occidentale, minacciando le posizioni delle forze governative e dei reparti sostenuti dall’Arabia Saudita. La pressione su Dhubab e sulle direttrici che conducono verso Mokha ha assunto un’importanza particolare perché un’eventuale presenza stabile in questo settore consentirebbe di minacciare i collegamenti costieri e di avvicinare ulteriormente sistemi d’arma terrestri alle rotte di navigazione. La conquista di singole località, tuttavia, non equivale automaticamente al controllo dell’intero tratto costiero, né tantomeno dello stretto.
La risposta delle forze governative si è sviluppata nei primi giorni di ottobre attraverso una controffensiva sostenuta dall’aviazione saudita. Il 5 ottobre, fonti militari e governative citate da Reuters hanno annunciato la conquista di ampie porzioni del distretto di Dhubab, presentandola come un risultato decisivo per il recupero delle posizioni perdute nelle settimane precedenti.

La ricostruzione, tuttavia, proveniva principalmente dalle forze impegnate nei combattimenti ed è stata contestata da fonti vicine ad Ansar Allah. Reuters ha potuto verificare parzialmente la localizzazione di immagini diffuse dai reparti governativi, ma non la data della loro registrazione né l’effettiva estensione delle conquiste. Non è quindi possibile considerare definitivamente accertato il pieno controllo governativo di Dhubab.
La difficoltà di ricostruire l’andamento delle operazioni emerge anche dall’esame delle immagini satellitari. Un’analisi pubblicata il 10 ottobre da Misbar, attraverso Al Araby TV, ha individuato modifiche ad alcuni percorsi terrestri nelle vicinanze di Bab el-Mandeb, confrontando immagini Sentinel-2 del 1° e del 6 ottobre. Le variazioni riguardavano anche tracciati prossimi alle alture che circondano l’aeroporto di Dhubab. Si tratta di elementi utili per individuare possibili cambiamenti nella mobilità delle forze sul terreno, ma insufficienti per attribuire con certezza i lavori a uno degli schieramenti o stabilire chi controllasse le posizioni interessate.
La battaglia si è estesa anche alle alture di Kahbub, nel settore che collega la costa alla provincia di Lahij. Queste posizioni rivestono un’importanza militare considerevole perché consentono di osservare le direttrici di movimento e di esercitare pressione sulle comunicazioni tra l’entroterra e il litorale. I reparti governativi, comprese le Southern Giants Brigades, hanno riferito di combattimenti e contrattacchi contro le forze di Ansar Allah. Le dichiarazioni relative al respingimento degli assalti e alle perdite inflitte all’avversario devono tuttavia essere considerate come resoconti delle parti belligeranti, riportate da Al-Arabya, in assenza di riscontri indipendenti sufficienti.

L’importanza operativa della fascia costiera deriva soprattutto dalla relazione tra il controllo del terreno e la capacità di interdizione. Occupare una posizione sul litorale non significa necessariamente poter impedire il passaggio delle navi, così come controllare un’altura non garantisce automaticamente il dominio sulle acque circostanti. Per esercitare una minaccia continuativa sul traffico marittimo occorrono sistemi d’arma adeguati, capacità di individuazione e identificazione dei bersagli, collegamenti efficienti e la possibilità di mantenere operative le postazioni nonostante gli attacchi avversari. Viceversa, missili e velivoli senza pilota dotati di gittata sufficiente possono consentire di minacciare la navigazione anche da posizioni relativamente distanti dalla costa.
La distinzione è essenziale per valutare il significato della battaglia di Bab el-Mandeb. Lo stretto non può essere considerato chiuso soltanto perché una delle parti dispone della capacità di colpire le navi in transito. L
‘interdizione marittima può assumere intensità differenti: dalla minaccia che induce gli armatori a modificare le rotte fino all’interruzione effettiva e prolungata dei passaggi. Nel caso yemenita, le difficoltà di navigazione e l’aumento dei rischi non hanno determinato la cessazione completa del traffico.

Secondo Lloyd’s List, nel terzo trimestre del 2026 sono transitate attraverso Bab el-Mandeb 144 navi specializzate nel trasporto di autoveicoli e autocarri, con un incremento di quasi il 150% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La ripresa è stata trainata soprattutto dagli operatori cinesi, mentre diverse compagnie europee e giapponesi hanno continuato a preferire la circumnavigazione dell’Africa. Il dato riguarda una specifica categoria di naviglio e non descrive, da solo, l’andamento complessivo dei traffici, ma conferma che la navigazione attraverso lo stretto è proseguita nonostante l’instabilità militare.
Sul piano strategico, l’obiettivo delle operazioni lungo la costa non deve quindi essere individuato esclusivamente nella conquista di Mokha o Dhubab. Il possesso delle alture, il controllo delle strade costiere e la possibilità di minacciare le installazioni militari e il traffico commerciale costituiscono fattori complementari. Per le forze governative, mantenere aperte le comunicazioni tra Aden, Lahij e Mokha significa conservare la possibilità di rifornire e rafforzare i reparti schierati sul litorale. Per Ansar Allah, una pressione continuativa su queste direttrici potrebbe invece costringere l’avversario a disperdere ulteriormente le proprie risorse, mentre la minaccia contro la navigazione amplificherebbe le conseguenze della guerra oltre i confini dello Yemen.

La battaglia per Bab el-Mandeb assume pertanto una duplice dimensione: terrestre, perché riguarda il controllo delle comunicazioni e delle posizioni dominanti; marittima, perché la vicinanza a una rotta commerciale di importanza mondiale accresce il valore strategico anche di progressi territoriali limitati. Il risultato delle operazioni dipenderà soprattutto dalla capacità dei contendenti di consolidare le posizioni conquistate e di mantenerne il controllo nel tempo, più che dalla successione di annunci relativi alla presa o alla perdita di singole località.
Shabwa e Marib: colpire le retrovie governative
L’intensificazione delle operazioni militari nello Yemen non si limita alle direttrici terrestri di Taiz e della costa del Mar Rosso. Un altro elemento della strategia di Ansar Allah consiste nella capacità di colpire le retrovie avversarie, prendendo di mira installazioni militari, centri di addestramento e infrastrutture necessarie al sostegno delle operazioni. L’obiettivo non è necessariamente ottenere un’immediata conquista territoriale, ma compromettere la capacità delle forze governative di ricostituire i reparti, organizzare nuove offensive e mantenere un flusso regolare di uomini e materiali verso il fronte.
L’episodio più significativo di questa fase si è verificato il 19 ottobre nella provincia meridionale di Shabwa, dove un attacco missilistico ha colpito il campo di al-Alam, utilizzato per l’addestramento di personale delle forze di sicurezza governative. Secondo le autorità locali, tre missili balistici hanno raggiunto l’installazione mentre era in corso un’attività addestrativa. Il governatore Awad al-Wazir ha comunicato un bilancio di 58 morti, oltre 200 feriti e 14 dispersi. Reuters ha verificato la provenienza dalla provincia di Shabwa di immagini che mostravano feriti e corpi sul terreno, ma il bilancio delle vittime rimane quello fornito dalle autorità yemenite, non un conteggio indipendente dell’agenzia.

Anche l’Associated Press ha documentato l’attacco, riportando inizialmente almeno 53 morti e circa 200 feriti sulla base delle informazioni diffuse dalle autorità governative. Ansar Allah ha riconosciuto di aver colpito il campo, sostenendo che la struttura fosse utilizzata da forze legate alla coalizione saudita. Le autorità yemenite hanno invece sottolineato che vi si trovavano soprattutto nuove reclute destinate alle forze di sicurezza. Le due ricostruzioni divergono dunque sulla natura del personale presente, mentre l’impiego di tre missili balistici risulta dalle dichiarazioni delle fonti militari governative.
Dal punto di vista operativo, l’attacco rivela la vulnerabilità delle concentrazioni di personale nelle retrovie. I centri di addestramento costituiscono obiettivi particolarmente delicati perché raccolgono un numero elevato di uomini in spazi relativamente circoscritti, spesso con una protezione inferiore rispetto a quella delle principali basi aeree o installazioni strategiche. Un attacco riuscito può provocare perdite immediate, interrompere i programmi di formazione e obbligare i comandi a rivedere l’organizzazione delle strutture, disperdendo il personale e rafforzando le misure di protezione.
Il danno militare non può tuttavia essere misurato soltanto attraverso il numero delle vittime. Per stabilire se l’attacco di al-Alam abbia effettivamente compromesso la capacità operativa governativa occorrerebbe conoscere la consistenza dei reparti in formazione, la durata dei programmi addestrativi, la disponibilità di strutture alternative e il tempo necessario a sostituire il personale perduto. In assenza di questi elementi, sarebbe improprio dedurre automaticamente dalle perdite umane un indebolimento proporzionale delle forze schierate al fronte.

La posizione geografica di Shabwa contribuisce a spiegare il rilievo dell’episodio. La provincia si trova tra le regioni meridionali e quelle orientali dello Yemen e comprende direttrici di comunicazione che collegano le aree governative con Marib. Quest’ultima riveste un’importanza particolare per la presenza di infrastrutture energetiche, collegamenti stradali e installazioni militari. La possibilità di colpire obiettivi situati nelle retrovie meridionali amplia quindi il problema della sicurezza ben oltre le immediate vicinanze della linea del fronte.
Marib rappresenta inoltre un settore nel quale la guerra conserva una propria dimensione terrestre. Le forze governative hanno annunciato in ottobre operazioni offensive contro posizioni di Ansar Allah, presentandole come parte di un tentativo più ampio di recuperare l’iniziativa. Le notizie relative ai progressi territoriali devono essere valutate con prudenza, poiché provengono in larga misura dai comandi impegnati nei combattimenti.
La provincia rimane comunque importante per la possibilità di collegare le operazioni condotte nell’interno con quelle sviluppate lungo le direttrici meridionali.
L’impiego di missili balistici contro installazioni nelle retrovie introduce un ulteriore problema per le forze governative. La distanza dalla linea del fronte non costituisce più, da sola, una garanzia di sicurezza. Basi, depositi, centri di comando e strutture addestrative possono essere esposti ad attacchi anche quando le forze avversarie non dispongono della capacità di raggiungerli mediante una manovra terrestre. Ne deriva la necessità di destinare risorse alla difesa e alla dispersione delle installazioni, sottraendole potenzialmente ad altri impieghi.

Questa forma di pressione assume un significato ancora maggiore se considerata insieme alle operazioni condotte a Taiz e lungo la costa occidentale. Mentre i combattimenti terrestri obbligano le forze governative a mantenere presidi e riserve su più direttrici, gli attacchi in profondità possono colpire proprio le strutture necessarie a sostenere quello sforzo. La combinazione delle due modalità operative mira a rendere più onerosa la prosecuzione della guerra, anche senza produrre conquiste territoriali immediate.
Resta tuttavia da stabilire se Ansar Allah disponga delle risorse necessarie per mantenere una campagna di attacchi sufficientemente intensa e prolungata da incidere in maniera decisiva sulla capacità di ricostituzione delle forze avversarie. Un singolo attacco, per quanto sanguinoso, non dimostra di per sé l’esistenza di un’efficace strategia di interdizione delle retrovie. Per valutarne i risultati sarà necessario osservare la frequenza delle operazioni successive, la scelta degli obiettivi e l’effettiva capacità governativa di continuare ad addestrare, equipaggiare e trasferire nuovi reparti.
La guerra missilistica contro l’Arabia Saudita
La dimensione più evidente della nuova fase del conflitto yemenita è rappresentata dalla campagna di attacchi missilistici e con velivoli senza pilota condotta da Ansar Allah contro il territorio saudita.
A differenza delle operazioni terrestri, concentrate soprattutto nelle province occidentali e meridionali dello Yemen, questa forma di guerra consente di colpire obiettivi situati a centinaia di chilometri dal fronte, costringendo Riyadh a destinare una parte considerevole delle proprie risorse alla protezione di aeroporti, installazioni militari e infrastrutture energetiche. Il problema per l’Arabia Saudita non consiste soltanto nell’intercettare i vettori in arrivo, ma nel garantire una difesa sufficientemente estesa e continuativa a un territorio vastissimo, caratterizzato dalla presenza di numerosi obiettivi strategici.

Gli aeroporti costituiscono uno dei bersagli principali. Già nei primi giorni di ottobre le autorità saudite avevano denunciato attacchi contro gli scali di Riyadh e Abha, ma è stato il bombardamento del 10 ottobre contro l’aeroporto internazionale King Khalid della capitale a segnare un salto di gravità. Secondo il bilancio iniziale comunicato dalle autorità, l’attacco ha provocato almeno 13 morti e oltre 300 feriti, oltre a gravi interruzioni del traffico aereo. Il giorno successivo un nuovo attacco contro il Terminal 4 ha causato un morto e undici feriti. Ansar Allah ha rivendicato le operazioni e annunciato che gli aeroporti sauditi avrebbero continuato a costituire possibili bersagli.
Dal punto di vista militare, la scelta degli aeroporti risponde a una logica che supera il danno materiale prodotto dai singoli attacchi. Gli scali civili e militari costituiscono infrastrutture difficili da proteggere integralmente, sia per le loro dimensioni sia per la necessità di mantenere operative piste, terminali e collegamenti. Anche un attacco che non distrugga strutture essenziali può provocare la sospensione dei voli, la chiusura temporanea dello spazio aereo e l’impiego di ulteriori mezzi di difesa. La ripetizione degli attacchi può quindi produrre effetti cumulativi superiori al danno causato da ciascun vettore.
La campagna ha interessato anche il settore energetico. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre è stato colpito il complesso della Saudi Aramco a Dhahran, nella provincia orientale del Regno. Il ministero saudita dell’Energia ha confermato un incendio di entità limitata, senza vittime, mentre fonti citate da Reuters hanno riferito danni ai piani superiori di un edificio amministrativo.
La coalizione saudita ha sostenuto di aver intercettato un missile nella zona, attribuendo alcuni danni alla caduta dei frammenti. Le informazioni disponibili consentono dunque di accertare che il complesso è stato interessato da un attacco e che si sono verificati danni, ma non di ricostruire con assoluta certezza il rapporto tra l’impatto diretto di un missile e gli effetti di un’eventuale intercettazione.

La scelta di Dhahran riveste un significato particolare. Il complesso ospita funzioni amministrative e di coordinamento della Saudi Aramco, società dalla quale dipende una parte fondamentale dell’economia saudita. Colpire un’infrastruttura di questo tipo non significa necessariamente interrompere la produzione petrolifera, ma dimostrare la vulnerabilità di un sistema industriale distribuito su un territorio molto ampio. Raffinerie, terminali di esportazione, oleodotti, impianti di estrazione e centri di comando costituiscono infatti un insieme di obiettivi che non possono essere protetti tutti con la medesima intensità.
Il 19 ottobre Ansar Allah ha inoltre rivendicato una serie di attacchi contro installazioni energetiche e aeroportuali, indicando tra gli obiettivi un impianto della Saudi Aramco a Yanbu, il giacimento petrolifero di Shaybah e gli aeroporti di Riyadh e Abha. Le autorità saudite non hanno fornito un’immediata conferma degli episodi e Reuters ha dichiarato di non aver potuto verificare indipendentemente le rivendicazioni. Non è quindi possibile attribuire a queste operazioni danni materiali specifici in assenza di ulteriori riscontri.
L’estensione geografica degli obiettivi dichiarati costituisce tuttavia un elemento significativo della strategia annunciata da Ansar Allah. Yanbu si trova sulla costa del Mar Rosso, mentre Shaybah è situata nel settore sudorientale dell’Arabia Saudita, in prossimità del deserto del Rub’ al-Khali. La distanza tra questi obiettivi impone al sistema difensivo saudita di affrontare minacce provenienti da direzioni differenti, aumentando la complessità della sorveglianza e della distribuzione dei mezzi antiaerei. Anche quando gli attacchi vengono intercettati, la necessità di mantenere una protezione permanente su numerose installazioni può determinare un crescente consumo di risorse.

La questione riguarda soprattutto il rapporto tra il costo dei sistemi offensivi e quello dei mezzi impiegati per contrastarli. L’utilizzo di missili balistici, missili da crociera e velivoli senza pilota presenta caratteristiche differenti in termini di velocità, traiettoria, quota di volo e possibilità di individuazione. I missili balistici richiedono capacità di intercettazione specifiche, mentre i velivoli senza pilota e alcuni missili da crociera possono sfruttare quote relativamente basse e profili di avvicinamento più difficili da individuare. La contemporaneità di minacce differenti può complicare ulteriormente il lavoro delle difese.
L’Arabia Saudita dispone di sistemi antiaerei avanzati, ma la loro efficacia deve essere distinta dalla capacità di garantire una protezione estesa all’intero territorio nazionale. Secondo quanto riferito al Wall Street Journal da un alto funzionario statunitense informato sulle operazioni saudite, le difese del Regno avrebbero intercettato oltre il 90% dei missili di Ansar Allah diretti contro aree protette dai sistemi Patriot e da altri apparati antiaerei.
Lo stesso funzionario ha tuttavia precisato che più della metà degli attacchi condotti dalla ripresa delle ostilità ha interessato località prive di una protezione analoga. Il dato suggerisce che la principale vulnerabilità saudita non risieda necessariamente nelle prestazioni dei singoli sistemi, quanto nell’impossibilità di assicurare una copertura continua a tutti gli obiettivi potenziali.
La distribuzione delle infrastrutture energetiche, degli aeroporti e delle installazioni militari su un territorio vastissimo impone infatti una dispersione delle batterie antiaeree, mentre la provenienza delle minacce da più direzioni costringe Riyadh a ripartire le proprie risorse difensive.
A ciò si aggiunge, secondo gli esperti interpellati dal quotidiano statunitense, una carenza di missili intercettori, aggravata dalla necessità di fronteggiare contemporaneamente vettori balistici, missili da crociera e velivoli senza pilota. La possibilità di concentrare attacchi di natura differente contro uno stesso settore aumenta ulteriormente la complessità della difesa. Non disponiamo di dati pubblici sufficienti per stabilire l’entità delle scorte saudite o prevederne l’esaurimento, ma le informazioni raccolte dal Wall Street Journal indicano una difficoltà strutturale: mantenere elevata l’efficacia delle intercettazioni nelle aree protette, senza poter estendere la medesima protezione a tutte le infrastrutture vulnerabili.

Le conseguenze degli attacchi si manifestano anche sul piano economico. Secondo i dati della società di analisi aeronautica Cirium citati da Reuters, dal 8 ottobre oltre il 45% delle partenze programmate dagli aeroporti sauditi risultava cancellato. Un segnale particolarmente significativo è arrivato il 19 ottobre, quando gli organizzatori della Future Investment Initiative (FII), la principale conferenza internazionale sugli investimenti promossa dall’Arabia Saudita, hanno annunciato il rinvio al 2027 dell’edizione prevista dal 26 al 29 ottobre a Riyadh. L’evento, conosciuto anche come «Davos nel deserto», avrebbe dovuto riunire alcuni dei maggiori dirigenti della finanza internazionale, tra cui i vertici di Goldman Sachs, Standard Chartered e Citigroup. La decisione è intervenuta dopo settimane di attacchi contro infrastrutture saudite, in un contesto di crescenti preoccupazioni per la sicurezza dei partecipanti.
Il 20 ottobre le principali borse del Golfo hanno registrato ribassi, mentre il prezzo del petrolio ha risentito dei timori per la sicurezza delle infrastrutture regionali. Non tutti questi effetti possono essere attribuiti esclusivamente agli attacchi di Ansar Allah, poiché intervengono anche l’andamento generale della guerra e le aspettative dei mercati. Resta però evidente che la minaccia missilistica può produrre conseguenze rilevanti anche quando non determina un’interruzione documentata della produzione energetica.
Il significato strategico della campagna risiede pertanto nella capacità di trasferire una parte dei costi della guerra direttamente sul territorio saudita. Riyadh è chiamata a sostenere contemporaneamente le operazioni nello Yemen, la protezione delle proprie infrastrutture e il mantenimento di condizioni di sicurezza indispensabili al funzionamento dell’economia nazionale. Per Ansar Allah, la possibilità di continuare a minacciare obiettivi distribuiti su un’area così vasta costituisce uno strumento di pressione che non richiede necessariamente la distruzione sistematica delle installazioni prese di mira.
La riuscita di questa strategia dipenderà tuttavia dalla continuità degli attacchi, dall’effettiva disponibilità di missili e velivoli senza pilota e dalla capacità saudita di adattare il proprio dispositivo difensivo. Una campagna di logoramento non può essere giudicata soltanto sulla base degli episodi più spettacolari: il suo risultato si misura nel tempo, attraverso il rapporto tra risorse impiegate, danni prodotti e capacità dei contendenti di sostenere lo sforzo militare.
La risposta saudita: superiorità aerea e limiti delle controffensive
La ripresa delle operazioni militari su vasta scala ha riportato l’aviazione saudita al centro del conflitto yemenita. Di fronte alla pressione esercitata da Ansar Allah sulle comunicazioni terrestri, sulle posizioni governative e sulle infrastrutture del Regno, Riyadh ha intensificato i bombardamenti e il sostegno alle forze yemenite impegnate nelle controffensive. La superiorità aerea costituisce il principale vantaggio convenzionale dell’Arabia Saudita, ma la questione decisiva è se tale vantaggio possa essere trasformato in un controllo stabile del territorio.
L’esperienza delle precedenti campagne militari nello Yemen suggerisce che la distruzione delle posizioni avversarie e l’occupazione delle aree colpite costituiscono due problemi distinti, soprattutto quando le operazioni si svolgono in un ambiente montuoso e contro forze capaci di disperdersi, ripiegare e tornare a combattere.

La controffensiva avviata nei primi giorni di ottobre lungo la costa occidentale offre un esempio delle possibilità e dei limiti di questo dispositivo. Secondo le fonti militari governative citate da Reuters il 5 ottobre, le forze sostenute dall’Arabia Saudita avrebbero riconquistato ampie porzioni del distretto di Dhubab, con un consistente appoggio aereo della coalizione. Le stesse fonti hanno presentato l’operazione come un tentativo di respingere le avanzate compiute da Ansar Allah nel mese precedente e di ristabilire il controllo delle posizioni affacciate su Bab el-Mandeb. Le dichiarazioni sono state contestate dai mezzi d’informazione vicini ad Ansar Allah e l’agenzia non ha potuto accertare indipendentemente l’estensione dei progressi governativi. La controffensiva risulta dunque documentata come operazione militare, mentre il suo effettivo risultato territoriale richiede maggiori riscontri. (vedi Ghobari, Mohammed, e Timour Azhari. 2026. «Yemeni government forces seize strategic strait from Houthis»)
L’impiego dell’aviazione consente alle forze saudite di colpire concentrazioni di uomini, mezzi e artiglierie, ostacolare il movimento dei rinforzi e fornire appoggio ai reparti impegnati sul terreno. In condizioni favorevoli, i bombardamenti possono disorganizzare una difesa e creare le condizioni per una rapida avanzata. La loro efficacia dipende tuttavia dalla disponibilità di informazioni tempestive sugli obiettivi, dalla capacità di distinguere le posizioni militari da quelle civili e dal coordinamento con le unità terrestri. Contro forze disperse in piccoli reparti, protette dalla conformazione del terreno e capaci di modificare frequentemente le proprie posizioni, l’individuazione dei bersagli diventa particolarmente difficile.
La morfologia dello Yemen accentua queste difficoltà. Le montagne, le valli e i centri abitati distribuiti lungo percorsi tortuosi offrono numerose possibilità di occultamento e limitano la libertà di manovra dei mezzi corazzati. Una strada può essere resa temporaneamente percorribile dai bombardamenti senza che le alture circostanti siano state completamente sottratte all’avversario. Analogamente, la distruzione di una postazione non garantisce che le forze attaccanti possano occuparla e difenderla contro successive infiltrazioni. La superiorità aerea può quindi favorire una conquista, ma non sostituisce la presenza continuativa di reparti terrestri.

Un ulteriore limite deriva dalla composizione delle forze che combattono contro Ansar Allah. Accanto alle unità dell’esercito governativo operano formazioni con differenti origini, strutture di comando e legami politici, comprese le Southern Giants Brigades e altri reparti sostenuti da potenze regionali. La disponibilità di uomini e mezzi non coincide necessariamente con la capacità di impiegarli secondo un piano operativo unitario. Il coordinamento tra queste forze richiede comunicazioni efficienti, una distribuzione chiara delle responsabilità e obiettivi condivisi. In mancanza di tali condizioni, anche un’offensiva sostenuta da un’intensa campagna aerea può perdere slancio dopo i primi progressi (vedi McDowall, Angus. 2026. «The war’s explosive new front»)
La questione assume particolare rilievo lungo le direttrici di Taiz e della costa occidentale. Le forze governative devono difendere contemporaneamente centri abitati, strade, passi montani e posizioni sopraelevate, mantenendo riserve sufficienti per contrastare nuove avanzate. Un eventuale successo presso Dhubab o Kahbub non elimina automaticamente la pressione sulle comunicazioni di Taiz, così come un contrattacco riuscito sulle alture meridionali non garantisce la sicurezza dei collegamenti con Aden. La dispersione delle operazioni su più settori obbliga i comandi a distribuire le risorse e rende difficile concentrare una forza superiore in un unico punto decisivo.
Le notizie diffuse il 20 ottobre descrivono un’intensificazione dei combattimenti su quattro direttrici principali nella provincia di Taiz: i settori orientale e occidentale della città, le aree meridionali ai piedi di Jabal Sabir e il prolungamento del fronte verso Kahbub. Le forze governative hanno rivendicato il respingimento di attacchi e il recupero di alcune posizioni, mentre Ansar Allah ha continuato a esercitare pressione su diversi settori. Nello stesso quadro, i comandi governativi hanno annunciato un numero molto elevato di attacchi contro obiettivi avversari e di perdite inflitte. Tali cifre, provenendo direttamente da una delle parti belligeranti e riprese da Al- Arabya, non possono essere assunte come bilanci indipendentemente accertati.
La molteplicità delle direttrici pone anche un problema logistico. Un’unità impegnata in un’offensiva deve poter ricevere munizioni, carburante, viveri e rinforzi attraverso collegamenti sufficientemente sicuri.
L’avanzata oltre le posizioni iniziali allunga le comunicazioni e può esporre i convogli ad attacchi provenienti dalle alture o dalle aree laterali. In un ambiente come quello yemenita, nel quale poche strade assumono un’importanza sproporzionata, il controllo delle vie di rifornimento può risultare più importante della conquista di una località isolata. Un reparto che raggiunga un obiettivo senza poter mantenere collegamenti regolari rischia infatti di trovarsi costretto a ripiegare oppure a destinare una parte crescente delle proprie forze alla protezione delle retrovie.

Il problema non riguarda soltanto l’esercito governativo. Anche Ansar Allah deve sostenere le proprie operazioni attraverso reti di rifornimento, trasferire uomini e materiali tra fronti distanti e proteggere le installazioni militari dai bombardamenti. La superiorità aerea saudita può rendere più onerosi questi movimenti, soprattutto quando le forze avversarie sono costrette a concentrarsi per preparare un’offensiva. Non sarebbe quindi corretto interpretare le difficoltà governative come prova di un’inefficacia generale dell’aviazione. Il suo contributo può essere decisivo per impedire sfondamenti, rallentare l’avversario e sostenere il mantenimento delle posizioni, anche quando non consente di ottenere conquiste territoriali durature.
Alla dimensione terrestre si aggiunge inoltre la necessità saudita di proteggere il proprio territorio dagli attacchi missilistici e dai velivoli senza pilota. Le forze armate del Regno devono quindi affrontare esigenze simultanee: sostenere le operazioni oltreconfine, difendere le installazioni nazionali e conservare riserve sufficienti per rispondere a ulteriori minacce. Non tutti questi compiti gravano sulle medesime unità, ma richiedono risorse finanziarie, capacità di comando, personale specializzato e un sistema logistico in grado di sostenere uno sforzo prolungato.
La capacità di Riyadh di modificare gli equilibri militari dipenderà pertanto non soltanto dal numero degli attacchi aerei effettuati, ma soprattutto dall’efficienza delle forze terrestri sostenute dalla coalizione. Per trasformare una superiorità tecnologica in risultati operativi occorrono reparti capaci di conquistare, presidiare e difendere le posizioni, mantenendo aperte le comunicazioni e coordinando le proprie azioni su fronti differenti. In assenza di tali condizioni, la guerra rischia di assumere le caratteristiche di un confronto di logoramento nel quale i bombardamenti impediscono all’avversario di conseguire successi decisivi, senza però consentire alle forze governative di riconquistare stabilmente i territori contesi.
I rinforzi stranieri: più uomini per fare cosa?
Le difficoltà incontrate dall’Arabia Saudita nel contenere gli attacchi contro il proprio territorio e nel sostenere le controffensive governative nello Yemen hanno riaperto la questione del coinvolgimento militare di altri paesi. Riyadh dispone di risorse finanziarie considerevoli e di forze armate equipaggiate con sistemi d’arma avanzati, ma deve affrontare contemporaneamente la difesa delle infrastrutture nazionali, la protezione dello spazio aereo e il sostegno a formazioni terrestri yemenite caratterizzate da capacità operative differenti. L’eventuale arrivo di rinforzi stranieri potrebbe alleggerire parte di questo impegno, senza tuttavia risolvere automaticamente i problemi che hanno limitato l’efficacia delle precedenti campagne militari.

Il caso più significativo è quello dell’Egitto. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione a fornire assistenza militare all’Arabia Saudita, qualora Riyadh ne facesse richiesta. La decisione segnerebbe un cambiamento importante rispetto alla prudenza mantenuta dal Cairo durante i primi mesi della guerra contro l’Iran. Le autorità egiziane non hanno però specificato quali unità potrebbero essere impiegate né se l’eventuale partecipazione comprenderebbe operazioni all’interno dello Yemen. Secondo gli analisti militari interpellati da Reuters, un intervento terrestre appare meno probabile rispetto all’invio di mezzi antiaerei, unità navali e personale specializzato nella protezione delle infrastrutture saudite.
Una partecipazione di questo tipo risponderebbe a esigenze operative precise. Il rafforzamento della difesa antiaerea potrebbe consentire di proteggere un numero maggiore di installazioni, riducendo la pressione sui reparti sauditi già impegnati. Il contributo della marina egiziana potrebbe invece concentrarsi sulla sorveglianza del Mar Rosso, sulla protezione del traffico commerciale e sulla sicurezza delle rotte verso il Canale di Suez. Per il Cairo, la libertà di navigazione attraverso Bab el-Mandeb costituisce infatti un interesse diretto, considerata l’importanza economica dei transiti attraverso Suez. La partecipazione egiziana potrebbe dunque assumere prevalentemente una funzione difensiva, senza comportare necessariamente l’apertura di un nuovo fronte terrestre.
Al 20 ottobre, tuttavia, nessun intervento era stato autorizzato dal Parlamento egiziano. La Camera dei rappresentanti ha rinviato al 26 ottobre il voto sulla richiesta presidenziale, dopo due sedute a porte chiuse. La Costituzione egiziana richiede una maggioranza qualificata dei due terzi per autorizzare l’impiego delle forze armate in missioni di combattimento all’estero, previa consultazione del Consiglio di difesa nazionale. Il rinvio riflette anche le perplessità sull’estensione dell’eventuale missione, sui costi e sui rischi per il personale militare.
L’ipotesi di un coinvolgimento egiziano richiama inevitabilmente il precedente dell’intervento disposto da Gamal Abdel Nasser durante la guerra civile yemenita del 1962–1967. In quell’occasione, l’impiego di un consistente contingente terrestre si trasformò in un impegno prolungato e oneroso, aggravato dalle difficoltà del terreno e dalla capacità delle forze monarchiche di continuare a combattere. Il paragone non deve essere spinto oltre misura: le condizioni politiche, gli armamenti e la natura del conflitto sono profondamente differenti.

Rimane però valida una considerazione militare fondamentale: la disponibilità di un grande esercito convenzionale non garantisce, di per sé, la capacità di condurre operazioni efficaci in un territorio montuoso contro un avversario radicato localmente. Inoltre, come osserva Shady Ibrahim in un’analisi pubblicata su Middle East Eye, un eventuale coinvolgimento diretto potrebbe esporre l’Egitto a rischi che andrebbero ben oltre le perdite militari.
Una partecipazione alle operazioni contro Ansar Allah potrebbe infatti provocare ritorsioni contro il traffico marittimo e le infrastrutture energetiche egiziane, compresi i terminali portuali e l’oleodotto Sumed. Anche senza colpire direttamente il Canale di Suez, la minaccia alla navigazione nel Mar Rosso potrebbe ridurne ulteriormente i transiti e le entrate, aggravando le difficoltà economiche del paese. Si tratta, naturalmente, di scenari ipotetici e non di operazioni annunciate da Ansar Allah. Il rischio principale sarebbe dunque quello di un progressivo ampliamento di una missione inizialmente concepita come difensiva, senza obiettivi politici e militari chiaramente delimitati né una strategia di disimpegno definita.
Un secondo elemento è rappresentato dalla cooperazione tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Il 5 ottobre i tre paesi hanno annunciato l’attivazione delle misure di difesa collettiva previste dall’accordo sottoscritto in agosto. L’intesa contempla la possibilità di mettere rapidamente a disposizione forze e capacità militari per sostenere la difesa saudita. Ciò non significa, tuttavia, che Islamabad e Ankara abbiano deciso di partecipare alle offensive terrestri nello Yemen. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha anzi escluso un ruolo offensivo diretto, indicando come possibili settori di cooperazione la difesa antiaerea, il sostegno tecnico e la guerra elettronica.
Il contributo pakistano e quello turco devono essere valutati soprattutto in rapporto alle rispettive specializzazioni. Il Pakistan dispone di forze armate numerose e di esperienza nella difesa del proprio territorio, ma un eventuale impiego in Arabia Saudita richiederebbe comunque la definizione di compiti precisi e di una struttura di comando adeguata. La Turchia potrebbe invece fornire capacità tecnologiche, sistemi senza pilota, strumenti di sorveglianza e personale specializzato. In entrambi i casi, la differenza tra sostenere la difesa saudita e partecipare alla guerra terrestre yemenita rimane sostanziale.

Più controversa è l’ipotesi di un intervento siriano. Secondo quanto riferito da Axios il 7 ottobre, citando tre funzionari statunitensi, Riyadh e Damasco avrebbero discusso il possibile invio nello Yemen di un contingente compreso tra 10.000 e 20.000 militari. Tra le unità considerate figurerebbero la 90ª Divisione, dislocata nei pressi di Damasco, e l’84ª Divisione, presente nella Siria meridionale. Il presidente Ahmed al-Sharaa non avrebbe ancora assunto una decisione definitiva. Le informazioni descrivono pertanto un’ipotesi oggetto di consultazioni, non un trasferimento di truppe già avvenuto.
L’eventuale impiego di forze siriane solleverebbe problemi operativi considerevoli. Il nuovo esercito siriano è ancora impegnato in un processo di riorganizzazione e integrazione di formazioni provenienti da esperienze militari differenti. L’esperienza maturata durante la guerra civile siriana non può essere trasferita automaticamente al teatro yemenita, caratterizzato da condizioni geografiche, linee di comunicazione e modalità di combattimento specifiche.
L’inserimento di migliaia di uomini in un dispositivo già composto da forze eterogenee richiederebbe inoltre un sistema logistico capace di assicurare trasporto, rifornimenti, assistenza sanitaria, comunicazioni e coordinamento con l’aviazione saudita.
Come osserva Ahmad Sharawi in un’analisi pubblicata su Foreign Policy, l’invio di truppe siriane nello Yemen rischierebbe inoltre di compromettere la fragile stabilizzazione della Siria, esponendola a possibili ritorsioni da parte delle forze regionali alleate dell’Iran e trasformando la dipendenza economica e militare di Damasco dai propri partner, in particolare dall’Arabia Saudita, in un vincolo strategico, senza garantire risultati militari significativi contro Ansar Allah.
Il numero dei militari disponibili costituisce soltanto uno degli elementi necessari a valutare l’efficacia di un intervento. Un contingente può essere impiegato per presidiare installazioni, proteggere vie di comunicazione, sostenere operazioni offensive oppure sostituire reparti locali in compiti di sicurezza. Ciascuna di queste missioni richiede capacità differenti. L’invio di personale specializzato nella difesa antiaerea potrebbe produrre risultati relativamente rapidi nella protezione di obiettivi determinati; l’impiego di grandi unità terrestri in un’offensiva montana comporterebbe invece tempi di preparazione più lunghi e rischi molto maggiori.

Si pone inoltre il problema del comando. L’efficacia di un dispositivo multinazionale dipende dalla chiarezza delle responsabilità, dalla compatibilità delle comunicazioni e dalla capacità di coordinare le operazioni aeree e terrestri. La presenza contemporanea di reparti sauditi, forze governative yemenite e contingenti stranieri potrebbe aumentare la consistenza numerica dello schieramento, ma anche moltiplicare le difficoltà organizzative. Senza obiettivi comuni e una direzione operativa sufficientemente unitaria, l’afflusso di nuovi reparti rischierebbe di accrescere i problemi logistici anziché risolverli.
La domanda decisiva non è quindi quanti uomini l’Arabia Saudita possa ottenere dai propri alleati, ma per quali missioni intenda impiegarli. Se l’obiettivo è rafforzare la protezione del territorio saudita, l’assistenza tecnica, antiaerea e navale potrebbe contribuire a distribuire più efficacemente gli oneri della difesa.
Se invece Riyadh intende modificare gli equilibri terrestri nello Yemen, dovrà affrontare problemi ben più complessi: individuare obiettivi raggiungibili, assicurare la continuità dei rifornimenti, coordinare formazioni differenti e mantenere il controllo delle posizioni conquistate. In quest’ultimo caso, l’arrivo di nuovi contingenti non garantirebbe una soluzione rapida, ma potrebbe determinare un ulteriore ampliamento della guerra.
Una guerra di logoramento su più fronti
La nuova fase della guerra nello Yemen evidenzia come il confronto tra Ansar Allah e l’Arabia Saudita non possa essere valutato esclusivamente attraverso le conquiste territoriali. La pressione sulle comunicazioni di Taiz, i combattimenti lungo la costa del Mar Rosso, gli attacchi alle retrovie governative e la campagna missilistica contro il territorio saudita costituiscono operazioni differenti, ma accomunate dalla possibilità di costringere Riyadh a distribuire le proprie risorse su più fronti. Il loro effetto strategico dipenderà meno dalla conquista di singole posizioni che dalla capacità di mantenere nel tempo una pressione militare sufficientemente intensa da limitare la libertà d’azione dell’avversario.

L’Arabia Saudita conserva una netta superiorità in termini di aviazione, mezzi convenzionali e risorse economiche, ma deve tradurre questi vantaggi in risultati territoriali stabili attraverso forze terrestri caratterizzate da capacità e strutture di comando differenti. Ansar Allah, dal canto suo, può sfruttare la conformazione del terreno e la disponibilità di sistemi missilistici per compensare almeno parzialmente lo squilibrio convenzionale, senza tuttavia essere immune dalle perdite, dalle difficoltà logistiche e dagli effetti dei bombardamenti. Nessuno dei due schieramenti dispone quindi, sulla base degli elementi attualmente accertati, di una soluzione militare rapida e priva di costi elevati.
Il possibile intervento di altri paesi potrebbe modificare la distribuzione delle forze, ma non eliminerebbe necessariamente i problemi operativi che caratterizzano il conflitto. Rafforzare le difese saudite e conquistare stabilmente territorio yemenita sono obiettivi distinti, che richiedono strumenti e capacità differenti. La questione decisiva sarà dunque quale dei contendenti riuscirà a sostenere più a lungo il proprio sforzo militare senza compromettere la capacità di difendere le posizioni e le infrastrutture essenziali. È su questo terreno, più che attraverso singoli successi tattici, che potrebbe determinarsi l’evoluzione della guerra.
Foto: Forze Armate Yemenite, Operazione Aspides, Ansar Allah e Aeronautica Militare
Mappe: Institute for the Study of the War
*Gabriele Repaci, nato a Magenta il 7 luglio 1990, ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano. Giornalista pubblicista e analista geopolitico, si occupa principalmente del Vicino Oriente e del mondo musulmano, con particolare attenzione alle dinamiche politiche, storiche e strategiche della regione. Ha studiato arabo e turco, affiancando alla formazione accademica esperienze dirette sul campo. Collabora dal 2009 con Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici e ha scritto per diverse testate, tra cui InsideOver e Il Giornale. Nel 2025 ha pubblicato il volume Siria, crocevia della storia (Edizioni all’Insegna del Veltro).
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