La guerra contro l’Iran svela i limiti della potenza americana?

La vera fragilità degli Stati Uniti in questa guerra non è la mancanza di mezzi in senso assoluto, ma la crescente sproporzione tra ambizione strategica, disponibilità materiale e capacità di sostenere un conflitto lungo. Il problema si manifesta anzitutto sul piano logistico ed economico: gli intercettori e i sistemi americani costano da dieci a cento, fino a mille volte più dei droni e dei missili impiegati dall’Iran.
Questo significa che il rapporto tra spesa e rendimento si sta capovolgendo. Washington può anche conservare una superiorità tecnica, ma la paga a un prezzo tale da rendere sempre più difficile la durata. Quando la risposta costa infinitamente più dell’attacco, la superiorità rischia di trasformarsi in una trappola.
Il complesso militare-industriale
Per capire questa crisi bisogna tornare alla genesi del sistema americano. Il complesso militare-industriale nasce tra il 1939 e il 1940, quando gli Stati Uniti comprendono che la loro tradizionale struttura militare da tempo di pace è troppo ridotta per affrontare una guerra mondiale.
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La funzione originaria era semplice e formidabile: trasformare in tempi brevi una grande potenza economica in una macchina bellica capace di mobilitare risorse gigantesche. Era già accaduto durante la guerra civile americana, quando un esercito minuscolo fu ampliato fino a mobilitare quasi due milioni di uomini; accadde di nuovo nella Seconda guerra mondiale contro Germania e Giappone.
Ma col passare dei decenni il meccanismo ha cambiato natura. L’avvertimento di Eisenhower nel 1960 non riguardava soltanto il rischio per le libertà pubbliche: riguardava il fatto che il complesso militare-industriale avrebbe potuto smettere di lavorare prioritariamente per l’efficacia sul campo e iniziare invece a lavorare per la propria riproduzione. È esattamente ciò che oggi appare.

La guerra del Vietnam, in questa lettura, segna una svolta: da quel momento una parte crescente dell’apparato della difesa non punta più in primo luogo a produrre sistemi realmente decisivi, ma a generare profitto, proroghe, finanziamenti e nuove rendite.
Gli esempi evocati sono eloquenti: il caccia F-35 e il cacciatorpediniere stealth Zumwalt, pensato in quindici esemplari e ridotto infine a tre, diventano il simbolo di un’industria che non costruisce per vincere, ma per continuare a finanziare sé stessa. Non è un dettaglio tecnico: è il segno che la logica della rendita ha preso il sopravvento sulla logica dell’efficacia.
La rendita industriale divora la strategia
Il meccanismo politico che sostiene questa degenerazione è altrettanto importante. Dirigenti e funzionari ruotano tra Pentagono, ministeri e grandi imprese della difesa; quando cambia l’amministrazione, rientrano nelle aziende, poi tornano negli apparati pubblici e orientano nuovamente leggi e commesse. In questo circuito, l’efficienza del materiale acquistato diventa secondaria rispetto alla protezione degli interessi del sistema.
L’episodio ricordato sul Congresso americano è rivelatore: un parlamentare ammette di votare comunque i rifinanziamenti del programma F-35, pur sapendo che non funziona come promesso, perché nella sua circoscrizione lavorano centinaia o migliaia di persone legate a quella filiera. In altre parole, la decisione non dipende dalla validità strategica del programma, ma dalla sua utilità elettorale. Così la guerra viene subordinata alla geografia della rendita.

In questo quadro si inserisce anche il richiamo a un atto presidenziale del 2026 volto a colpire la distribuzione di dividendi e le operazioni finanziarie delle imprese del settore: un segnale che una parte del potere politico americano percepisce ormai il sistema come una macchina quasi mafiosa, capace di assorbire fondi pubblici senza garantire né i tempi, né la qualità, né le quantità richieste dallo Stato federale.
È qui che il nodo industriale si trasforma in nodo strategico: come si può elaborare una vera strategia di guerra se i mezzi materiali non bastano, non perché siano cattivi, ma perché sono pochi, costano troppo e arrivano tardi? Gli Arrow e i THAAD vengono descritti come buoni sistemi, ma insufficienti in numero e gravati da costi enormi. La guerra, allora, non è frenata dall’assenza di qualità, ma dalla scarsità quantitativa prodotta da un modello industriale divenuto disfunzionale.
L’illusione americana della campagna breve
Da qui nasce l’illusione di poter risolvere il confronto con l’Iran attraverso una campagna di bombardamenti relativamente breve, come se bastasse colpire duro e abbastanza a lungo da piegare la volontà politica del nemico. Il modello implicito è quello della Serbia nel 1999: bombardare, logorare, costringere alla resa. Ma il paragone è profondamente sbagliato. La Serbia usciva da dieci anni di guerre, aveva capacità limitate, e soprattutto non era in grado di colpire in profondità i Paesi aggressori.
L’Iran invece dispone di mezzi per attaccare infrastrutture avversarie, ha una profondità territoriale incomparabile, una popolazione di circa novanta milioni di abitanti ed è preparato da tempo allo scontro. Pensare che bastino settanta giorni di raid, o anche cento, per ottenere il collasso di Teheran significa non comprendere né la scala né la natura del conflitto.

Il punto decisivo è proprio questo: nel 1999 Belgrado poteva difendersi, ma non aveva quasi la possibilità di portare il conflitto nel territorio degli aggressori. L’Iran invece questa possibilità ce l’ha, e la esercita. Può colpire infrastrutture, aumentare i costi per l’avversario, imporre una guerra di logoramento. Per questo la promessa di una guerra rapida appare velleitaria.
Le formule cambiano continuamente: prima quattro giorni, poi una settimana, poi dieci giorni, poi due mesi, ora cento giorni. Ma quando la durata prevista si allunga di continuo, il messaggio reale è uno solo: non esiste un piano coerente, esiste un’improvvisazione che si corregge strada facendo.
La regionalizzazione del conflitto e il ritorno di Hezbollah
La crisi, inoltre, non resta confinata all’asse Washington-Teheran. La guerra si è già regionalizzata di fatto. Hezbollah è tornato in conflitto con l’esercito israeliano, e questo da solo basta a demolire l’idea di un’operazione limitata e rapida. Non si è più davanti a un semplice duello bilaterale, ma a una crisi che può coinvolgere simultaneamente Iran, Israele, Libano, Iraq, Siria e l’intero spazio della proiezione regionale sciita e anti-israeliana. In questo scenario ogni calcolo lineare crolla, perché l’attore colpito non risponde soltanto con mezzi propri ma attraverso una profondità strategica costruita nel tempo.
La scorciatoia della guerra civile
A questa impasse si aggiunge una seconda illusione: quella della decapitazione politica e della destabilizzazione interna. L’idea sarebbe semplice: colpire i vertici, fomentare una guerra civile, utilizzare minoranze e gruppi periferici come leva per spezzare la Repubblica islamica dall’interno.
Ma anche qui la lettura proposta è tagliente: la decapitazione non basta, perché in un Paese di novanta milioni di abitanti una leadership può sempre essere sostituita. Uccidere i vertici non significa distruggere la struttura. Gli israeliani possono anche sostenere che continueranno a colpire senza tregua, ma un sistema statale di quelle dimensioni non si dissolve automaticamente sotto la pressione aerea.
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Ancora più fragile appare l’ipotesi di usare i curdi come strumento di frattura. Qui il richiamo storico è preciso e severo: nel 1991 i curdi iracheni furono incoraggiati a muoversi contro Saddam, salvo poi essere esposti alla repressione. L’avvertimento è evidente: riproporre oggi qualcosa di simile sul lato iraniano significherebbe vendere ai curdi una promessa che potrebbe trasformarsi in un massacro.
E il contesto è persino più difficile, perché l’esercito iraniano viene descritto come ancora integro in termini di uomini, anzi forse più determinato che mai. Se gruppi curdi dovessero alzare il livello dello scontro, si troverebbero davanti non uno Stato crollante, ma un apparato militare compatto e radicalizzato dall’aggressione esterna.
Lo stesso discorso vale per il Belucistan iraniano. Pur in presenza di tensioni e di conflitti aperti con il potere centrale, affiora l’idea che di fronte a un’aggressione straniera anche elementi ostili a Teheran possano scegliere la solidarietà nazionale.
È un meccanismo classico, e spesso sottovalutato in Occidente: la pressione esterna, anziché disgregare uno Stato complesso, finisce per ricompattare pezzi che in tempo ordinario restavano divisi. La guerra non indebolisce automaticamente il regime; talvolta gli fornisce la legittimazione della sopravvivenza. In questo senso la strategia americana rischia di produrre l’esatto contrario dell’obiettivo dichiarato: invece di aprire faglie interne, le sigilla.
Turchia: il convitato di pietra
Ed è qui che entra in scena la Turchia, che non è un dettaglio marginale ma uno dei cardini nascosti dell’intera crisi. Qualunque tentativo di utilizzare i curdi iraniani come leva destabilizzante si scontrerebbe prima o poi con Recep Tayyip Erdogan.
La ragione è evidente: Ankara non può accettare che la questione curda venga trasformata in uno strumento geopolitico capace di incendiare ulteriormente l’area, perché ciò avrebbe ricadute dirette sulla sicurezza turca. In questa chiave il fattore turco non è soltanto una variabile diplomatica: è un limite strategico imposto a Washington e a Tel Aviv.
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Il passaggio più rilevante è che, nel momento in cui la situazione iraniana si sarebbe maggiormente cristallizzata, i servizi turchi avrebbero perfino fornito informazioni direttamente ai servizi iraniani per contenere una parte delle dinamiche curde.
È un elemento cruciale perché rivela una convergenza tattica tra Ankara e Teheran su un punto decisivo: impedire che il dossier curdo venga usato come detonatore di una trasformazione regionale incontrollabile. In altre parole, la Turchia può restare rivale dell’Iran su molti terreni, ma non per questo accetta che altri ridisegnino lo spazio anatolico-mesopotamico attraverso la destabilizzazione curda.
Perché Erdogan non resterebbe neutrale
C’è poi una valutazione ancora più profonda. Erdogan, in questa ricostruzione, avrebbe compreso un messaggio strategico più ampio: dopo l’Iran, il prossimo bersaglio potenziale potrebbe essere la Turchia, poi l’Egitto, poi l’Algeria. Che questa gerarchia sia percepita come reale o come minaccia implicita, l’effetto politico è lo stesso: Ankara non può guardare alla distruzione dell’Iran come a un vantaggio automatico, perché potrebbe leggerla come il precedente di un futuro ridisegno coercitivo dell’intera regione. È qui che il calcolo turco cambia segno.
Se il conflitto contro Teheran viene visto come il primo atto di una più ampia offensiva di riassetto regionale, allora la Turchia è spinta a frenare, non ad assecondare, la spirale.
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In più Erdogan mantiene un rapporto di lavoro con Vladimir Putin. Questo aggiunge un ulteriore livello geopolitico: irritare Ankara significa rischiare di rafforzare l’intesa tattica tra Turchia e Russia su un dossier che tocca direttamente la stabilità mediorientale e caucasica. Una guerra pensata per isolare Teheran potrebbe così produrre un effetto opposto, cioè avvicinare attori che non vogliono essere i prossimi nella lista e che vedono nella sopravvivenza dell’Iran un argine, o quantomeno un precedente da non abbattere troppo facilmente.
Se non c’è una strategia, c’è solo una fuga in avanti
La conclusione è netta. Non emerge una grande strategia americana, ma una successione di adattamenti improvvisati. I tempi cambiano, gli obiettivi si allungano, la promessa della guerra breve si allontana, mentre il sistema industriale che dovrebbe sostenerla appare logorato da costi, inerzie e rendite.
Sul piano militare, l’Iran non è un bersaglio paragonabile alla Serbia; sul piano politico, la decapitazione e la destabilizzazione interna non garantiscono nulla; sul piano regionale, Hezbollah e la rete degli alleati trasformano il conflitto in una crisi estesa; sul piano geopolitico, la Turchia può diventare un fattore di blocco decisivo contro qualsiasi uso destabilizzante della questione curda.

Resta allora l’ultimo paradosso. La retorica americana continua a presentare la guerra come una missione di liberazione, come se bombardare, colpire, distruggere e destabilizzare fosse il prezzo inevitabile della salvezza altrui. Ma quando una potenza arriva a giustificare la devastazione come condizione della libertà, significa che si è già separata dalla realtà politica del conflitto. Ed è per questo che il problema degli Stati Uniti, oggi, non è la carenza di forza. È qualcosa di molto più grave: la disconnessione tra la forza di cui dispongono, la strategia che dicono di avere e il mondo reale in cui pretendono di imporla.
Foto: Anadolu, FARS, Casa Bianca e US Department of War
Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli
Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.








