La guerra di Trump all’Iran: tempesta perfetta sull’Europa e sull’economia mondiale

“Stiamo parlando con loro (gli iraniani – NdR) proprio ora. Penso che stiano diventando sempre più seri col passare dei giorni. Forse per la ragione ovvia. Penso che stiano prendendo la situazione con la massima serietà che abbiamo visto finora. Ma questo non significa che arriveremo a un accordo”, ha detto il 23 luglio Donald Trump sottolineando che ”dobbiamo farlo nel modo giusto”. L’Iran era “un problema che ormai non c’è più, sta scomparendo giorno dopo giorno. Erano i prepotenti del Medioriente. Da adesso in poi non saranno più così prepotenti”.
Trump ha inoltre annunciato che i fondi iraniani congelati negli Stati Uniti saranno ora utilizzati per risarcire i danni alle navi danneggiate nel Golfo. “D’ora in poi, tutti i danni a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad esse correlata saranno pagati con denaro iraniano che gli Stati Uniti hanno in loro possesso e sotto il loro controllo“, ha scritto nella notte il presidente americano su Truth.
Il presidente statunitense ha precisato di non aver ancora preso una decisione riguardo “a un attacco più massiccio” mentre la nuova vampata di guerra tra USA e Iran ha raggiunto il 15° giorno, più della guerra del giugno 2025 tra Israele e Iran durata 12 giorni ma ancora lontana dalla Guerra dei 40 giorni che nella primavera scorsa ha visto contrapporsi l’asse Stati Uniti -Israele all’Iran.
La posizione iraniana
Gli obiettivi di Washington restano confusi mentre appare evidente la volontà iraniana di veder rispettato il suo status di potenza regionale emerso senza dubbio dai successi militari conseguiti contro i suoi avversari e dai punti dell’accordo finora rimasto lettera morta.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, ha avvertito ieri che un’eventuale prosecuzione delle operazioni militari americane contro l’Iran non farebbe altro che aumentare il costo politico per il presidente Donald Trump nel tentativo di raggiungere un accordo con Teheran.

“Le persone compromesse all’interno dell’amministrazione americana stanno nascondendo la testa sotto la sabbia“, ha scritto Araghchi in un messaggio pubblicato ieri su X. “L’aggressione insensata che sostengono farà soltanto sì’ che il presidente degli Stati Uniti paghi un prezzo ancora più alto per l’accordo che sta cercando di raggiungere”.
Il ministro iraniano, dopo aver incontrato l’omologo russo Sergei Lavrov al summit dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) in Kirghizistan, ha attribuito agli Stati Uniti la “violazione delle promesse e i crimini” che hanno portato alla situazione attuale nello Stretto di Hormuz sottolineando la “serietà dell’Iran nel campo della diplomazia” e la determinazione di Teheran “a difendere i propri interessi e la sicurezza nazionale, e a impedire agli Stati Uniti di utilizzare impropriamente lo Stretto di Hormuz per minacciare la sicurezza nazionale iraniana”.
Oggi Araghchi ha dichiarato che “l’Iran non accetterà un cessate il fuoco finché non saranno soddisfatte le sue richieste riguardo allo Stretto di Hormuz. Il problema non è la mancanza di mediatori: Pakistan e Qatar continuano a trasmettere messaggi, ma l’approccio degli Stati Uniti deve essere corretto”.
Gli stretti e il nucleare
Le dichiarazioni rilasciate da Donald Trump nei giorni scorsi non inducono certo all’ottimismo. Il 22 luglio durante un comizio in Georgia ha affermato che “non abbiamo bisogno di stretti. Non ci serve lo Stretto di Hormuz, siamo lì perché dobbiamo farlo. Non possiamo lasciare che l’Iran abbia un’arma nucleare”.
Quindi gli Usa avrebbero scatenato la guerra nel Golfo solo per impedire che Teheran sviluppasse l’arma atomica?

Eppure nella primavera scorsa Trump e Benjamin Netanyahu definirono tra gli obiettivi anche la caduta della Repubblica Islamica Iraniana e la fine del programma missilistico di Teheran. Obiettivi entrambi falliti e tenuti fuori non a caso dall’accordo di pace che invece prevedeva la rinuncia iraniana al nucleare militare. Accordo che ora l’Iran, dopo le pesanti incursioni americane, ha stracciato dichiarandolo nullo.
L’impressione quindi che il programma nucleare sia solo un pretesto per mettere a ferro e fuoco il Golfo bloccandone o ostacolandone l’export energetico esce ulteriormente rafforzata anche alla luce di alcune considerazioni.
Certo Teheran dispone di 410 chili di uranio troppo arricchito per uso civile ma troppo poco per produrre armi atomiche; finora però sia Teheran che l’ONU e persino l’intelligence americano hanno negato vi siano indizi che l’Iran stia dotandosi di armi nucleari.

Lo stesso Trump ha inoltre affermato in almeno tre occasioni negli ultimi 14 mesi di aver distrutto con i bombardamenti il programma atomico di Teheran. Tutta fuffa o memoria corta?
Se il nucleare iraniano è solo un pretesto per la guerra resta aperta l’ipotesi che il vero obiettivo di Trump sia mettere le mani sul petrolio iraniano, o almeno una parte di esso. Come è riuscito a fare con il greggio del Venezuela in seguito al rapimento del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie e ai raid su Caracas anche se l’Iran si sta rivelando un avversario ben più ostico del paese sudamericano.
Il nucleare “buono” dei sauditi
Inoltre l’accordo per decine di miliardi di dollari reso noto nei giorni scorsi tra USA e Arabia Saudita per la consegna a Riad di un programma nucleare ad uso civile riapre la questione dei pesi e misure diverse adottate dagli USA e dai suoi alleati.

Anche Riad potrà avere un programma atomico a uso civile anche se i sauditi sono già potenzialmente dotati di armi atomiche: quelle pachistane realizzate con i petrodollari sauditi e che secondo molte indiscrezioni, in base all’alleanza strategica tra Riad e Islamabad, verrebbero montate in caso di necessità sui missili balistici cinesi a medio raggio Dong Feng 21 che i sauditi hanno acquisito in decine di esemplari. Tali vettori ufficialmente sono stati modificati per non imbarcare testate atomiche ma è difficile credere che i tecnici pakistani, che hanno installato sulle testate sui missili balistici derivati dai Nodong e Taepodong nordcoreani, non possano installarle sui DF-21.
L’Iran si trova quindi circondato, geograficamente e geopoliticamente, da potenze nucleari: Stati Uniti, Israele, Pakistan e potenzialmente Arabia Saudita.
L’intesa tra Mohamed bin Salman e Trump dovrebbe consentire a Riad di arricchire uranio e trattare plutonio sul proprio territorio. Quindi i missili balistici e i programmi atomici iraniani sono cattivi e quelli sauditi buoni?
Se l’Iran è un regime dispotico a Riad non regnano certo democrazia né i diritti civili e politici mentre quelli umani non godono di grandi attenzione. Oltre un anno di guerra nel Golfo e la devastazione delle basi americane nelle monarchie arabe avrà però come conseguenza probabile la corsa all’atomo (ufficialmente a uso civile) in tutta la regione, inclusi ovviamente gli Emirati Arabi Unti, rivali dell’Iran ma anche dei sauditi.
Gli USA non possono proteggere gli alleati arabi
Anche perché Trump ha dimostrato di non poter proteggere i suoi alleati né i suoi soldati in Medio Oriente dai missili e dai droni iraniani. Anzi, la gran parte delle operazioni aeree statunitensi prendono il via da basi in Giordania e Israele, quindi da posizioni più arretrate e meno esposte al fuoco iraniano rispetto alle basi nelle monarchie arabe del Golfo.
Circa le operazioni militari, il 23 luglio Trump ha dichiarato ad Axios che sta valutando “un attacco massiccio” contro l’Iran, un attacco “più vasto di qualsiasi altro“, aggiungendo: “Sono vicino a una decisione“.

Quanto al ruolo di Israele, “se glielo chiedessi si unirebbe in due minuti” all’eventuale attacco. Ma “non abbiamo bisogno di nessuno” per lanciare una nuova operazione, ha aggiunto. Il presidente Usa ha ribadito che l’Iran “vuole negoziare“, ma al momento non è pronto a fare un accordo. “Non hanno ancora sofferto abbastanza”, ha commentato.
Una ulteriore recrudescenza della guerra potrebbe in realtà far tramontare ogni ipotesi di accordo, specie dopo i gravi danni subiti dalle basi americane nel Golfo con la distruzione di postazioni antimissile THAAD in Giordania e di Patriot e Himars/ ATACMS in Kuwait e con i lanci precisi di missili balistici iraniani contro una decina di basi segrete della CIA in diversi paesi arabi della regione.

Raid di precisione che mettono in forte imbarazzo Washington, dove qualcuno ipotizza l’aiuto dei satelliti dell’intelligence e dei sistemi guida per droni di Mosca a supporto dei pasdaran. Indiscrezioni diffuse da fonti sentite da Reuters ma che “non meritano commenti” secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.
Gli analisti americani ritengono che per colpire gli uffici della CIA in Arabia Saudita siano stati usati due droni del tipo iraniano Shahed ma nella versione potenziata in Russia, con un sistema di navigazione satellitare il Kometa-M molto più preciso e difficile da disturbare rispetto a quello prodotto da Teheran.
Non sarebbe certo una novità dal momento che il Kometa-M è stato impiegato già nei mesi scorsi dai droni Shahed iraniani lanciati contro le basi statunitensi in Medio Oriente. Neppure un eventuale aiuto russo (o cinese) all’Iran dovrebbe stupire: in fondo USA ed europei aiutano da anni con informazioni e supporto satellitare gli ucraini a colpire in profondità la Russia anche con l’impiego armi occidentali.
Diversi osservatori, anche al Pentagono, mettono poi in luce i limiti dell’offensiva statunitense già in primavera manifestatisi con la carenza di missili da crociera e soprattutto da difesa antimissile (Patriot, THAAD e Standard). In pochi mesi le scorte non sono state certo ripianate e ulteriori settimane di guerra con elevati consumi di munizioni pregiate rischiano di svuotare i depositi statunitensi.
Arabi (e ucraini?) contro l’Iran
Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, per la prima volta aerei di Bahrein e Kuwait hanno segretamente attaccato obiettivi in Iran all’inizio di luglio.
Le fonti hanno sottolineato che questa svolta rappresenta un “segnale della difficile posizione in cui si trovano gli Stati arabi”. Gli attacchi aerei avrebbero colpito depositi di droni e missili e altri siti militari. Gli Emirati Arabi Uniti – che avevano già attaccato l’Iran più volte nella fase iniziale del conflitto – avrebbero fornito informazioni di intelligence sugli obiettivi e copertura aerea difensiva per gli attacchi.

In cerca di gloria, o forse solo di compiacere Trump, sembra essere anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che oggi ha riferito di attacchi lanciati la scorsa notte contro “obiettivi in diverse regioni della Russia che alimentano questa guerra” e contro navi per il trasporto di materiale militare legato all’Iran nel Mar Caspio. “Abbiamo inoltre ottenuto risultati molto importanti con attacchi a lungo raggio nel Mar Caspio, tra cui navi utilizzate per il trasporto di materiale militare che vedono coinvolto l’Iran, e una nave da guerra“.
Stati Uniti e Regno Unito vogliono convocare la settimana prossima a Londra una conferenza di alto livello su una potenziale coalizione internazionale per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz, ha scritto ieri Axios citando due diplomatici europei e altre due fonti al corrente dei fatti.
Il giornale web sostiene che l’evento potrebbe riunire ministri della Difesa e i vertici militari dai paesi occidentali e di quelli della regione mediorientale, forse nel tentativo di costituire una Coalizione anti iraniana. Pentagono, Casa Bianca e ambasciata britannica a Washington non hanno rilasciato dichiarazioni in proposito.
Lo scenario di una guerra prolungata nel Golfo favorirà l’incremento dell’export petrolifero statunitense ma rappresenta un incubo per i paesi del Golfo e per le economie mondiali e in particolare quelle asiatiche ed europee.

Il 23 luglio una nota congiunta dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) e la Giordania invitava il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad “adottare urgentemente una risoluzione che chieda l’immediata cessazione degli attacchi iraniani e riconosca il diritto delle nazioni colpite a difendersi”.
I Paesi arabi firmatari hanno inoltre sottolineato il loro ”fermo impegno a favore della libertà e della sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz e nello Stretto di Bab el-Mandeb, nonché per il mantenimento della sicurezza e della stabilità regionale”.
”Esprimiamo la nostra totale solidarietà – recita la nota congiunta – con il Regno dell’Arabia Saudita ed il nostro pieno sostegno a tutte le misure legittime che sta adottando per tutelare la propria sovranità, sicurezza, stabilità e integrità territoriale”.
Se gli Houthi tornano in campo
Il documento evidenza i rischi di allargamento con l’apertura di un ennesimo fronte dopo i bombardamenti degli aerei sauditi sulla capitale yemenita Sanaa e la risposta delle milizie Houthi che hanno colpito con missili e droni il territorio del regno e due petroliere saudite nel Mar Rosso.

Ieri le forze aeree saudite hanno colpito le infrastrutture di telecomunicazione nella città portuale di Hodeida, controllata dai ribelli, e sull’isola di Kamaran. “Un’aggressione saudita, con una serie di attacchi aerei, ha colpito le infrastrutture dell’autorità per le telecomunicazioni”, ha affermato il canale televisivo Al-Masirah, aggiungendo che gli attacchi hanno preso di mira anche l’isola di Kamaran nel Mar Rosso.

In precedenza i sauditi avevano bombardato Sanaa e oggi gli Houthi hanno risposto con un attacco missilistico nel sud-ovest dell’Arabia Saudita, colpendo obiettivi nella città di Jazan.
“Abbiamo preso di mira due petroliere saudite, chiamate Encelia e Layla, per aver violato il blocco imposto dalle forze armate“, ha dichiarato mercoledì Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi.
L’agenzia di stampa saudita ha precisato che gli attacchi sono stati condotti “utilizzando diversi missili balistici e da crociera, nonché droni“, e hanno provocato incendi sulle navi. La milizia Houthi nota come Ansar Allah, ha costretto una decina di navi ad abbandonare le loro rotte e a tornare indietro.
Nonostante gli attacchi il traffico nello Stretto di Bab el-Mandeb sembra restare invariato o subire solo un lieve calo ma il rischio che gli Houthi possano tornare a colpire navi di diverse nazionalità potrebbe riproporre gli scenari degli anni scorsi col 70 per cento del traffico navale dirottato sulla rotta che circumnaviga l’Africa con grave danno per i porti del Mediterraneo.
L’impatto sull’economia
L’annuncio dei ribelli yemeniti Houthi di un embargo navale contro l’Arabia Saudita eliminerebbe una rotta vitale per le esportazioni di greggio, saldando i due fronti degli Stretti.

“Il blocco in simultanea degli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb” – sottolinea una fonte diplomatica – può mettere in ostaggio il commercio globale e spingere il mondo verso una crisi energetica ancora più profonda”.
“L’impatto sarà massiccio nel primo mese e ricadrà per la maggior parte sui flussi sauditi”, sottolinea Matt Smith, analista di Kpler. La minaccia rischia di congelare un ulteriore 7% della produzione mondiale e costringe le petroliere a circumnavigare l’Africa.

Quindi fino al 30% del greggio in meno sui mercati. I numeri elaborati da Kpler delineano una paralisi logistica senza precedenti, un imbuto capace di strozzare i rifornimenti verso Occidente e Asia. Le cifre aggiornate a luglio fotografano il collasso
Lo Stretto di Hormuz, snodo da 20 milioni di barili al giorno di media tra il 2021 e il 2025, ha visto crollare i transiti a soli 3,9 milioni da marzo a causa del conflitto iraniano.
Questa frenata aveva ridato centralità a Bab el-Mandeb, risalito a 7,1 milioni di barili quotidiani negli ultimi mesi dopo il crollo a 4,5 milioni patito durante la prima crisi del Mar Rosso.
Ora la chiusura del cancello meridionale azzera l’alternativa principale e si somma al declino del Canale di Suez, passato dai 6,5 milioni del biennio 2022-2023 agli attuali 2,6 milioni.

Gli Houthi, alleati dell’Iran, potrebbero rinnovare una simile minaccia in caso di recrudescenza degli attacchi statunitensi a Teheran, con effetti devastanti per le economie di Europa e Asia. Perchè se è vero che agli Stati Uniti importa poco degli Stretti, qualcuno dovrebbe ricordare agli “alleati” americani che “choke points” di Hormuz e Bab el-Mandeb restano fondamentali per l’Europa, i paesi del Mediterraneo e per le economie asiatiche.
L’Iran ammonisce gli alleati degli USA
La sfiducia in Trump e negli Stati Uniti serpeggia non certo da oggi anche in Europa, dove però ci si limita a chiedere la “de-escalation” del conflitto mentre l’Iran minaccia di colpire come bersagli legittimi le basi europee utilizzate dai velivoli statunitensi.
Il 23 luglio i Guardiani della rivoluzione islamica hanno affermato che “qualsiasi base utilizzata per attaccare il territorio iraniano è un nostro obiettivo legittimo”, dopo aver sostenuto che gli Stati Uniti hanno iniziato a “usare i bombardieri B-1 decollati dalla base britannica di Fairford, nel Regno Unito”.

Del resto la strategia iraniana sembra improntata proprio a logorare, a colpi di missili, droni e crisi energetica, i rapporti tra gli USA e i loro alleati arabi ed europei.
“Volevano punire l’Iran ma hanno finito per punire sé stessi con il petrolio a tre cifre. Strategia da 10 e lode”, ha scritto ieri su X il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, dopo che il petrolio è tornato a toccare i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio.
Il post dal tono ironico è stato accompagnato anche dal meme di un ciclista che rappresenta l’economia statunitense mentre si mette da solo un bastone tra le ruote, finendo per cadere a terra.
Frenare Trump?
Considerati i rischi di escalation, forse non a caso il 23 luglio la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha votato una risoluzione per limitare i poteri del presidente Donald Trump sulla guerra contro l’Iran in assenza di un’approvazione del Congresso, segnando l’ultima delle contestazioni nei confronti della gestione del conflitto da parte del presidente.
Quattro repubblicani hanno votato insieme ai democratici a favore della misura, presentata dalla deputata democratica Pramila Jayapal. Il risultato del voto è stato di 214 a 208. La risoluzione della Camera, anche se venisse approvata dal Senato, non obbligherebbe l’amministrazione a porre fine alla guerra poiché le risoluzioni congiunte, che non vengono sottoposte al presidente per la firma o il veto, non hanno forza di legge.
Si tratterebbe comunque di una forma di grave sfiducia nei confronti di Trump. Tensioni si rilevano a Washington anche circa la trasparenza del Pentagono sulle perdite subite dalle forze armate statunitensi nel Golfo. Ieri i democratici della Commissione Forze armate del Senato degli Stati Uniti hanno chiesto ufficialmente chiarimenti al dipartimento della Guerra su come il Pentagono stia gestendo la comunicazione dei dati sulle vittime della guerra con l’Iran.

In una lettera inviata oggi, i 12 senatori hanno sottolineato che il “Defense Casualty Analysis System” (DCAS) del Pentagono “ha riportato cifre incoerenti sulle perdite, sollevando ulteriori interrogativi sulla trasparenza e sull’affidabilità delle comunicazioni e delle dichiarazioni pubbliche del dipartimento”.
Il portavoce capo del Pentagono, Sean Parnell, aveva dichiarato questa settimana che il sistema viene “aggiornato regolarmente online”, dopo le notizie secondo cui alcune informazioni sui feriti sarebbero state trattenute.
Tuttavia, il sistema indica attualmente solo 14 militari uccisi, mentre il bilancio reale è di 18. Inoltre, il sistema riporta che solo 420 militari sono rimasti feriti nel conflitto. Parnell ha attribuito la discrepanza a “temporanee interruzioni dei dati” in un messaggio pubblicato sui social media il 23 luglio. I parlamentari chiedono ora informazioni dettagliate sulle vittime della guerra con l’Iran, oltre a chiarimenti sulle procedure utilizzate per la raccolta e la trasmissione di questi dati al DCAS.
Ieri Ali Abdollahi, capo del comando generale congiunto iraniano Khatam al Anbiya, ha promesso di uccidere un membro delle forze statunitensi per ogni iraniano ucciso.
“Per ogni martire iraniano, un soldato americano sarà mandato all’inferno”. Il comandante ha lanciato un avvertimento agli Stati Uniti: “Vi abbiamo preparato biglietti gratuiti e diretti per l’inferno”.
Esperti indipendenti delle Nazioni Unite stimano in almeno 3.375 i civili iraniani uccisi e oltre 33 mila feriti nelle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele in Iran tra il 28 febbraio e l’inizio di aprile: tra le vittime figurerebbero quasi 500 donne.
Foto: Casa Bianca, US Dept. of War, Tasnim, Fars, Forze Armate Iraniane e DepositPhotos.com
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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








