La guerra all’Iran è un’opportunità per Zelensky ma rischia di coinvolgere anche gli europei

La carenza di scorte di missili antimissile sembra penalizzare ancora una volta le opzioni militari statunitensi nelle operazioni contro l’Iran e costituisce uno degli elementi che ostacolano il riavvio di operazioni di combattimento su larga scala.
Ieri il New York Times ha scritto che il presidente Donald Trump ha accantonato, almeno per ora, i piani per un’escalation militare americana contro l’Iran, preoccupato che un’intensificazione della guerra possa pericolosamente ridurre le già scarse scorte del Pentagono di intercettori antimissile Patriot, THAAD e altre munizioni per la difesa aerea in Medio Oriente.
Problema peraltro già emerso nella Guerra dei 40 giorni della scorsa primavera al punto che a molti clienti esteri dell’industria statunitense è stato comunicato che dovranno attendere alcuni anni prima di ricevere i missili Patriot e altre forniture già ordinati.
Trump, nel corso di una intervista al Wall Street Journal, ha smentito quanto riferito dal NYT: “Abbiamo molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e molte più di quelle di cui abbiamo bisogno”.

Dopo la sospensione dei raids americani sull’Iran (e delle rappresaglie iraniane sulle basi statunitensi nel Golfo) con l’obiettivo di facilitare la ripresa dei negoziati, il centro studi americano Institute for the Study of the War (ISW) ha fatto il punto sulle operazioni delle ultime due settimane.
“L’attuale livello e tipologia degli attacchi statunitensi non sono probabilmente riusciti a influenzare in modo significativo la volontà del regime iraniano di perseguire e garantire con la forza i propri obiettivi strategici, incluso il controllo a lungo termine dello Stretto di Hormuz”, ha scritto ieri l’ISW.
“Gli Stati Uniti hanno colpito circa 1.000 obiettivi tra il 12 e il 24 luglio, rispetto ai 13.000 colpiti nei 38 giorni della prima fase della guerra, tra marzo e aprile. Gli Stati Uniti non hanno condotto attacchi in Iran dal 24 luglio, ma hanno mantenuto il blocco navale dei porti e delle navi iraniane. In questa fase della guerra, gli Stati Uniti hanno preso di mira principalmente obiettivi militari come radar costieri e basi di lancio per droni”.

L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Central Command, ha raccomandato lo stop dei bombardamenti nell’area dello Stretto di Hormuz “per raggiunti limiti della sua efficacia”. La sua posizione, unita a quelle di altri consiglieri, ha influito sulla decisione presa venerdì dal presidente Donald Trump di sospendere gli attacchi Usa all’Iran. Si è trattato del riconoscimento, da parte dei consiglieri militari e civili del tycoon, dei limiti dell’azione manu militari, e nello specifico della campagna di attacchi aerei.
Cooper aveva riferito che due settimane di attacchi nell’area dello Stretto di Hormuz avevano ridotto significativamente la capacità dell’Iran di colpire le navi facendo notare che gli obiettivi designati per i bombardamenti erano stati in gran parte esauriti. Un possibile passo successivo, con azioni ad ampio raggio, avrebbe portato a colpire il restante 20% di obiettivi individuati dai militari Usa non neutralizzati durante l’operazione Epic Fury. Pertanto, alla luce di tali scenari, non aveva senso proseguire la campagna di bombardamenti portata avanti per 13 giorni consecutivi.
Un sondaggio CBS News/YouGov condotto su un campione di 2.193 persone. indica che il 76 per cento degli intervistati ritiene che il conflitto contro l’Iran abbia presentato maggiori difficoltà rispetto alle aspettative della Casa Bianca, mentre il 20 per cento ritiene che stia procedendo come previsto e appena il 4 per cento afferma che si sia rivelato più semplice del previsto.
Quanto alla prospettiva del conflitto, il 37 per cento degli intervistati ritiene che durerà ancora per mesi, il 21 per cento prevede che si protrarrà per anni, mentre circa un terzo non sa esprimere una previsione. Inoltre, circa due terzi dei cittadini Usa ritengono che Trump dovrebbe porre fine alla guerra il prima possibile, mentre un terzo è favorevole a proseguire le operazioni finche’ l’Iran non farà ulteriori concessioni.
La guerra nel Golfo rappresenta una crisi penalizzante sul piano militare anche per l’Ucraina e i suoi alleati europei: impegna gli Stati Uniti distraendoli dalla guerra russo-ucraina e sta esaurendo le scorte di munizioni pregiate di Washington, soprattutto di vettori anti-missile, proprio mentre Kiev non ha più nulla da opporre ai missili balistici russi che bersagliano il territorio ucraino.
La guerra tra USA e Iran costituisce anche un’opportunità per Zelensky, che sembra voler cogliere a tutti i costi, specie ora che, con il recente rimpasto di governo, si è liberato di figure che potevano osteggiarlo, criticarne le decisioni o anche solo ricordargli che il suo mandato è scaduto da oltre due anni.
Il 25 luglio scrivevamo su Analisi Difesa che “in cerca di gloria, o forse solo per compiacere Trump, sembra essere anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che oggi ha riferito di attacchi lanciati la scorsa notte contro “obiettivi in diverse regioni della Russia che alimentano questa guerra” e contro navi per il trasporto di materiale militare legato all’Iran nel Mar Caspio. “Abbiamo inoltre ottenuto risultati molto importanti con attacchi a lungo raggio nel Mar Caspio, tra cui navi utilizzate per il trasporto di materiale militare che vedono coinvolto l’Iran, e una nave da guerra“.
In effetti ieri l’Iran ha accusato l’Ucraina di aver attaccato sabato una delle sue navi mercantili nel Mar Caspio, uccidendo un marinaio e ferendone un altro, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale IRNA.
Secondo la fonte, che cita il ministero degli esteri iraniano, l’attacco di sabato mattina ha provocato un’esplosione a bordo dell’imbarcazione. “L’attacco perpetrato dal regime ucraino contro una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio, esplicitamente rivendicato dal capo di tale regime, dimostra il persistente atteggiamento irrazionale e ostile del regime ucraino” nei confronti dell’Iran, ha protestato il ministero aggiungendo che la Repubblica Islamica “non è mai intervenuta nel conflitto tra Russia e Ucraina“,
L’attacco ucraino contro una nave mercantile iraniana avvenuto ieri “non può rimanere impunito” ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Il ministro ha scritto su X che l’attacco è stato “una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite, compiuta su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra”.

Araghchi ha aggiunto di aver “chiarito” al responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, e al ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, durante alcune telefonate, che “ciò che ha fatto quel parassita di Kiev non può rimanere senza risposta”.
Teheran ha descritto l’attacco alla sua nave come un atto di aggressione e ha affermato che difenderà i suoi interessi e la sua sicurezza nazionale, accusando al contempo Kiev di voler estendere la guerra in Ucraina. Il Ministero degli Esteri iraniano ha convocato l’incaricato d’affari ucraino a Teheran per esprimere la propria protesta per quello che ha definito un attacco “ostile e criminale”, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale iraniana IRNA.
Ucraini e iraniani non si sono mai scontrati direttamente ma nell’ambito dell’intesa ad ampio spettro tra Teheran e Mosca gli iraniani hanno fornito ai russi i droni a lungo raggio Shahed, prodotti (Geran-2), modificati e migliorati in Russia.
Durante la “Guerra dei 40 giorni” che in primavera ha opposto USA e Israele all’Iran, l’Ucraina ha fornito consulenza e droni intercettori ad alcune nazioni arabe del Golfo impegnate a fronteggiare missili e droni iraniani diretti per lo più a bersagliare le basi statunitensi nel Golfo.

Zelensky sembra guardare alla saldatura tra la guerra nel Golfo e quella in Ucraina, puntando probabilmente a riguadagnare il supporto diretto degli Stati Uniti e a ingraziarsi le monarchie arabe del Golfo.
Il presidente ucraino, in un post su X, ha evidenziato che l’Ucraina ha registrato una sorveglianza satellitare russa attiva nel Golfo Persico e sulle basi USA sin dall’inizio di luglio. Le immagini satellitari sarebbero state trasferite all’Iran per coordinare i raid — tra cui quelli che il 19 e 20 luglio hanno interessato quattro basi aeree in Bahrain, Giordania e Kuwait — e per valutarne i danni successivi.
Con questa dichiarazione Zelensky sembra voler suggerire a Trump un approccio più duro verso Mosca dopo che il presidente statunitense ha affermato di credere alle assicurazioni di Vladimir Putin sulla non-ingerenza di Mosca nel conflitto nel Golfo.
Da un lato Zelensky ha tutto l’interesse a insistere sul supporto russo all’Iran nelle operazioni contro gli Stati Unti, dall’altro punta a provocare l’Iran con l’attacco dei droni alle sue navi nel Mar Caspio per determinare una reazione dei pasdaran: entrambe le iniziative puntano a collegare in modo sempre più stretto i due conflitti.
Del resto i pasdaran stanno minacciando alcune nazioni europee e Israele per il supporto offerto a Washington nelle operazioni militari.

Nelle scorse settimane Teheran aveva messo in guardia l’Italia dall’offrire le basi sul suo territorio per le incursioni sull’Iran dopo che il segretario generale della NATO, Mark Rutte, aveva riferito a inizio luglio in una intervista a Fox News che dalle basi italiane erano decollati 500 aerei americani impegnati contro l’Iran.
Affermazione imprecisa e fuorviante, che avrebbe dovuto specificare che si trattava di atterraggi e decolli di voli logistici (cargo e tanker per lo più), non di missioni di combattimento ma che determinò minacce italiane all’Italia.
Ieri il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha ammonito Israele e il Regno Unito dal favorire e agevolare gli Stati Uniti nella guerra di aggressione contro l’Iran. Il portavoce dei Pasdaran, il generale di brigata Hossein Mohebi, ha affermato che Israele cerca di mantenere gli Stati Uniti impegnati nella regione influenzando il presidente americano Donald Trump e fornendo informazioni fuorvianti, “usando il potere americano per promuovere i propri obiettivi. Israele sa cosa gli faremmo se tornasse in guerra e concentrassimo i nostri sforzi contro di esso”, ha sottolineato.
Mohebi ha anche avvertito che il continuo supporto del Regno Unito alle operazioni dei bombardieri B-1 statunitensi (nella foto sotto), decollati dalla base britannica di Fairford, dopo che l’USAF ha sgomberato la base qatarina d al-Udeid, troppo esposta ai droni e ai missili iraniani, potrebbe rendere le basi aeree britanniche obiettivi legittimi.
Peraltro i pasdaran hanno affermato di aver distrutto 11 velivoli militari statunitensi durante l’ultima fase del conflitto con gli Stati Uniti, tra l’8 e il 22 luglio scorsi. Secondo Mohebbi, gli attacchi avrebbero colpito a terra un caccia F-15E Strike Eagle, un aereo da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon, un velivolo da trasporto C-17 Globemaster, otto aerocisterne e 17 droni da ricognizione e attacco.

“Recentemente, i bombardieri americani B-1 hanno operato da basi aeree britanniche. Se continueranno a collaborare, saranno considerati nostri obiettivi certi e legittimi. Abbiamo uno scenario specifico preparato per ogni situazione”, ha aggiunto Mohebi.
Minacce prese seriamente a Londra dove, secondo i rapporti raccolti dal quotidiano The Telegraph, l’Iran avrebbe infiltrato agenti e cellule nel territorio britannico, sfruttando le rotte clandestine dei migranti per preparare potenziali azioni di disturbo e ritorsione.
Queste reti avrebbero sfruttato piccoli attraversamenti in barca e rotte attraverso l’Europa orientale. Le operazioni sarebbero guidate dall’Unità 700, il braccio logistico e di contrabbando della Forza Quds, la divisione per le operazioni all’estero dei pasdaran.
Tra i nomi chiave emersi nei rapporti figura Abdolfattah Ahvazian, consigliere del comando sanzionato per attività di destabilizzazione. Secondo gli inquirenti, molte delle persone reclutate non sarebbero spie tradizionali e addestrate, bensì migranti a cui sarebbe stato offerto un passaggio più economico in cambio di futuri favori o compiti operativi.
L’obiettivo di Teheran potrebbe essere quello di colpire punti nevralgici, inclusa l’area di Downing Street, rendendo insicure le città britanniche e mettendo a dura prova la tenuta della sicurezza nazionale. L’Iran accusa apertamente Londra di essere “un architetto principale dell’instabilità” in Medio Oriente, complice delle recenti azioni congiunte condotte da Stati Uniti e Israele.
Di fronte ai cancelli della base di Fairford, i manifestanti della Campagna per il Disarmo Nucleare (CND) e di altri movimenti pacifisti si sono mobilitati chiedendo al nuovo Primo Ministro Andy Burnham di revocare immediatamente l’autorizzazione all’uso delle basi britanniche per le operazioni legate alla guerra di Donald Trump contro l’Iran.

Il Regno Unito ribadisce di consentire unicamente operazioni definite “difensive” (formula peraltro un po’ vaga) da parte del personale e dei velivoli statunitensi presenti sul proprio suolo, rifiutando di farsi trascinare direttamente nelle offensive militari contro Teheran.
Un coinvolgimento maggiore di Londra nel conflitto nel Golfo potrebbe emergere nei prossimi giorni dalla conferenza che Stati Uniti e Regno Unito vogliono convocare per valutare una potenziale coalizione internazionale per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz. Lo ha scritto Axios citando due diplomatici europei e altre due fonti al corrente dei fatti.
Il giornale sostiene che l’evento potrebbe riunire ministri della Difesa e i vertici militari dai paesi occidentali e di quelli della regione mediorientale, forse nel tentativo di costituire una Coalizione anti iraniana. Pentagono, Casa Bianca e ambasciata britannica a Washington non hanno rilasciato dichiarazioni in proposito. Ieri una petroliera è esplosa a contatto con una mentre cercava di uscire dallo Stretto di Hormuz, confermando che quell’aerea marittima è nuovamente minata.
La saldatura tra i due conflitti rischia di coinvolgere anche gli europei, in prima linea (si fa per dire….) al fianco dell’Ucraina ma che finora hanno evitato accuratamente di farsi coinvolgere nella guerra all’Iran nonostante le dure critiche di Trump agli alleati.
Foto: US Dept. of War, USAF,ARS, Forze Armate iraniane, e Presidenza Ucraina
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








