Sopravviverà l’Occidente?

 

 

Una delle prime apparenti conseguenze dell’ascesa al potere di Donald Trump negli Stati Uniti è stata la fine del cosiddetto “Occidente “, un nome che più o meno dall’inizio della Guerra Fredda designava l’insieme di quegli Stati che condividevano la massa dei valori costitutivi fondamentali, opponendosi nel contempo come prima conseguenza, ad un “Oriente” in cui, specie nel caso sovietico ed in quello cinese, le regole ed i riferimenti erano ben diversi.

Uno dei frutti dell’affermarsi della idea di “Occidente “, un Occidente inizialmente limitato agli USA da un lato e dall’altro agli Stati europei che avevano avuto la fortuna di rimanere dalla “parte giusta” della Cortina di Ferro ai tempi della divisione di Yalta ma destinato col tempo ad estendersi a chi anche in altre parti del mondo, condividesse i medesimi valori fondamentali era stata la creazione della Alleanza Atlantica, autorevolmente rappresentata dalla NATO, suo braccio armato.

Vi è da sottolineare comunque come due anni fa, al momento della elezione che indicò Donald Trump come nuovo Presidente degli Stati Uniti, la idea stessa di Occidente fosse già da parecchio tempo in una crisi che si rivelava ogni giorno più acuta e più pericolosa.

I motivi di una situazione del genere erano molteplici.

Da un lato infatti l’idea stessa di Occidente contrastava con quella di “globalizzazione” che si pensava potesse rimanere, dopo essersi affermata ovunque, il mantra determinante per il futuro della umanità.
D’altro canto poi la membership originaria dell’Occidente rischiava sempre di essere collegata nella memoria collettiva di tutto il mondo a quei secoli di dominio “dell’uomo bianco” che erano costati moltissimo in termini di lutti, violenze e spoliazioni a tutte le altre etnie del globo.

Infine la coesione dei paesi del cosiddetto Occidente, specie quella che univa Stati Uniti e paesi della Unione Europea, si era allentata progressivamente con lo spegnersi dell’allarme e della paura connessi al confronto con l’Unione Sovietica.

Non c’era più rischio e allora perché investire, per mantenere qualcosa che in fondo apparteneva al passato, delle risorse che avrebbero potuto essere usate altrove molto più efficacemente?
Un elemento questo che dall’Occidente allargava la crisi anche alle sue propaggini, vale a dire l’Alleanza Atlantica e la NATO assieme a lei.

Sulla crisi galoppante dell’Occidente, nonché di una Alleanza Atlantica troppo asservita agli USA per riuscire a portare avanti il rinnovamento che i tempi rendevano indispensabile e, nel contempo, semi paralizzata da scarsità di mezzi e dissidenze interne, il Presidente Trump è intervenuto quasi con immediatezza con lo stile e la grazia di un bufalo impazzito che di norma gli sono propri.

La sua offensiva ha investito contemporaneamente l’Alleanza nel suo complesso, nonché i singoli paesi che ne facevano parte, compresa la nostra Italia che pure all’inizio era sembrata aver successo con l’idea della sua Presidente del Consiglio offertasi di fungere da intermediario fra i due lati dell’oceano.

Nella visione iniziale di Trump , la NATO appariva quale un Ente parassitario – una caratteristica che nella mentalità di Mr. President accomunava tutti i grandi Enti multilaterali, primi della lista in assoluto le Nazioni Unite e l’Unione Europea – votato a drenare in continuazione risorse degli Stati Uniti senza che fosse stata  mai realizzata una adeguata “ suddivisione dell’onere “ ( burden  sharing in inglese) fra tutti coloro che fruivano del clima collettivo di sicurezza in cui la NATO ancora riusciva a far vivere gli Stati membri.

Secondo la prassi americana, il calcolo del Presidente era in ogni caso falsato da due argomenti che gli USA non hanno mai voluto affrontare, vale a dire il reale costo (in ogni senso) di accettare sul proprio territorio lo schieramento di truppe e mezzi che in caso di guerra avrebbero indotto l’avversario a trasformarlo in un deserto nucleare, nonché il costante rifiuto di Washington di associare a qualsiasi cambiamento del Burden sharing corrispondenti adeguamenti del “Power sharing“ , cioè della distribuzione interna del potere nella Alleanza.

In un certo senso nell’insistere sul tasto del “ burden sharing “ il Presidente è risultato relativamente fortunato, anche perché il suo messaggio è stato più che agevolmente recepito da paesi spaventati dal proseguimento di quel conflitto fra Russia ed Ucraina che rischia in continuazione di debordare, o per incidente o per calcolo, oltre le  frontiere dei due paesi in confronto.

Gli stanziamenti dei paesi NATO per la difesa sono così aumentati di una cifra che se esaminata paese per paese può sembrare non ragguardevole ma che nel suo complesso risulta più o meno equivalente al bilancio militare attuale di una grande potenza come la Cina.

Un successo questo che però non è bastato a calmare i bollori del Commander in Chief  USA, che dopo la prima fase del controverso confronto con un Iran (che è riuscito tra l’altro a contenere efficacemente l’offensiva di quella che viene considerata la più potente forza militare del mondo), ha tentato subito di scaricare il proprio clamoroso fiasco accusando i suoi alleati NATO di non essere tempestivamente ed efficacemente intervenuti in aiuto delle forze americane, impantanate ad Hormuz e dintorni.

Dimenticanza del fatto che l’Alleanza Atlantica è solo alleanza difensiva e che non sempre si riesce a vendere come “difesa legittima “un attacco preventivo?  Oppure l’arroganza di chi considera un patrimonio comune unicamente come cosa propria, sentendosi libero di disporne a piacimento?

Qualsiasi sia l’ipotesi giusta, una di queste due o magari una terza o una quarta ciò che emerge chiaramente da quanto è successo è il fatto che tanto per gli Stati Uniti quanto per noi sarebbe veramente “cosa buona e giusta“ il fatto che il concetto di Occidente non fosse realmente definitamente morto ma che esso potesse essere rivitalizzato in una maniera più idonea alle situazioni ed ai tempi.

Se fino ad ora sono stati gli USA ad aver bisogno di noi, facendo appello ad una solidarietà che tra l’altro proprio il loro Presidente aveva avuto cura di distruggere, è anche possibile che domani – nel costante allargamento di questa terribile terza guerra mondiale a pezzi che sta già superando la durata della Seconda Guerra Mondiale – i poli risultino del tutto invertiti.

Saremmo in quel caso noi a ricercare l’aiuto degli Stati Uniti, gestiti – almeno si spera – da un Presidente più coerente in politica estera di quello attuale ….ed in quel caso sarebbe veramente bene che l’Occidente potesse presentare un fronte coeso e alla altezza delle sue notevoli possibilità!

Foto Casa Bianca

 

 

Giuseppe CucchiVedi tutti gli articoli

Entrato alla Scuola Militare di Napoli nel 1955, il Generale Cucchi ha avuto una lunghissima carriera conclusa nel 2008 come Direttore Generale dell'Intelligence Nazionale. Dopo il definitivo pensionamento ha lavorato due anni per le Nazioni Unite come esperto nell'ambito della crisi del Mali/Sahel. Ha insegnato management alla Università LUISS di Roma ed alla Business School della Università di Bologna.

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