Il prezzo della frattura: la guerra russo-ucraina e il conto pagato dall’economia europea

Dal deposito Liqui Moly distrutto a Kiev al gas, alle fabbriche, ai salari e ai bilanci pubblici: dal 2022 la guerra ha ridisegnato gli equilibri economici del continente. L’Europa ha ridotto la dipendenza energetica dalla Russia, ma il prezzo della separazione si misura nella competitività industriale, nei conti pubblici e nel potere d’acquisto. L’Italia, che prima del conflitto importava da Mosca circa il 40% del proprio gas, è tra i Paesi più esposti alle conseguenze di questa trasformazione
Un magazzino brucia a Kiev e, per qualche ora, il confine tra economia e guerra diventa meno nitido. Nella notte del 5 agosto un attacco russo contro la capitale ucraina ha distrutto anche un deposito nel quale erano custoditi prodotti della tedesca Liqui Moly, azienda di Ulm specializzata in oli motore, lubrificanti, grassi e additivi per autoveicoli.
Il giorno seguente, la Deutsche Presse-Agentur (dpa), in una ricostruzione pubblicata da WELT, ha precisato che l’immobile non apparteneva direttamente a Liqui Moly: era il deposito centrale di un distributore ucraino nel quale venivano conservati anche prodotti del marchio tedesco. Nessun dipendente è rimasto ferito, mentre i danni sono stati quantificati nell’ordine di alcuni milioni di euro. Il responsabile delle relazioni internazionali dell’azienda, Sina Ataei, ha commentato: “Sì, in un certo senso è naturalmente anche un attacco indiretto contro di noi”. Per ora non si pensa alla ricostruzione e l’azienda sta cercando soluzioni alternative per ripristinare le forniture.
Nello stesso articolo, dpa riferisce che il Ministero della Difesa russo aveva parlato di un attacco massiccio contro centri logistici e distributivi destinati a beni militari. Non esistono tuttavia, allo stato delle informazioni disponibili, elementi indipendenti che consentano di stabilire che quel preciso deposito Liqui Moly rientrasse tra gli obiettivi indicati da Mosca. Ed è qui che la storia si fa più interessante. Che cosa sappiamo, dunque, di Liqui Moly e delle forniture militari ucraine?

Iniziamo dai prodotti Liqui Moly, che compaiono effettivamente negli acquisti di unità militari ucraine. Il registro Prozorro documenta, ad esempio, una fornitura del 18 giugno 2025 all’unità A1796, nella regione di Žytomyr: quattro confezioni di grasso per il montaggio di iniettori e candelette, consegnate direttamente alla struttura militare. Si tratta di materiali normalmente civili, ma utilizzabili anche per la manutenzione dei mezzi delle Forze armate.
Al momento non è però possibile stabilire se il deposito colpito il 5 agosto rifornisse direttamente quelle unità. Resta un dato più ampio: dopo quattro anni e mezzo di conflitto, la logistica commerciale è sempre più intrecciata con quella militare.
La guerra dei magazzini
Lo dimostra ciò che sta accadendo anche dall’altra parte del fronte. Dal 18 luglio l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro i centri logistici di Wildberries, il maggiore operatore russo dell’e-commerce. Il 7 agosto Reuters, incrociando informazioni aziendali, fonti russe e immagini satellitari, ha calcolato che almeno venti strutture erano state danneggiate o distrutte, per oltre 1,18 milioni di metri quadrati di superficie logistica. Le conseguenze si stanno propagando ai venditori indipendenti e alle migliaia di piccole attività che dipendono dalla piattaforma.

Kiev accusa Wildberries di contribuire indirettamente all’apparato bellico russo; l’azienda e il Cremlino respingono questa ricostruzione. È quasi il riflesso speculare della controversia sui magazzini ucraini: Mosca sostiene di colpire reti attraverso le quali transiterebbero materiali utilizzabili dalle Forze armate; Kiev applica una logica simile alle infrastrutture commerciali russe che considera funzionali alla capacità economica e logistica del nemico.
Perché una guerra moderna non consuma soltanto missili e munizioni: ha bisogno di carburante, pneumatici, oli, semiconduttori, camion, server, assicurazioni, software, credito e depositi. È attraverso questa lente che il caso Liqui Moly assume un significato molto più ampio: mostra quanto l’economia sia entrata nel conflitto e quanto, a sua volta, il conflitto sia penetrato nell’economia.
Prima del 2022: due economie complementari
Alla vigilia della guerra Europa e Russia non erano semplicemente due grandi economie confinanti. In numerosi settori erano complementari. Secondo i dati della Commissione europea, nel 2021 gli scambi di merci tra UE e Russia valevano 257,5 miliardi di euro. Nel 2025 erano scesi a 58,1 miliardi e Mosca rappresentava ormai appena l’1,1% del commercio estero di beni dell’Unione.
Il cuore di quella relazione era l’energia. Eurostat calcola che nel 2021 la Russia fornisse il 44% del gas naturale importato dall’UE, il 28% del petrolio greggio e il 52% dei combustibili fossili solidi acquistati fuori dall’Unione. Mosca disponeva di gas, petrolio, carbone e materie prime; l’Europa esportava macchinari, tecnologia, prodotti industriali, servizi e capitali. Per economie manifatturiere come Germania e Italia, inoltre, il gas russo arrivava attraverso infrastrutture già ammortizzate e contratti costruiti nell’arco di decenni.
Questa interdipendenza conteneva una vulnerabilità strategica, resa evidente dagli eventi del 2022. Ma possedeva anche un valore economico che rischia di scomparire quando il passato viene letto esclusivamente attraverso le categorie politiche del presente.
2022: quando saltò l’equilibrio energetico
Le tensioni erano cominciate prima dell’invasione. Già nell’autunno 2021 i flussi russi verso l’Europa si erano ridotti e gli stoccaggi erano relativamente bassi. Poi arrivarono il 24 febbraio, le sanzioni occidentali, le contromisure russe, la contrazione delle forniture, la crisi di Nord Stream e la decisione europea di accelerare l’uscita dalla dipendenza da Mosca.
La conseguenza fu immediata. Francesco Chiacchio, Roberto De Santis, Vanessa Gunnella e Laura Lebastard, in un’analisi pubblicata nel Bollettino economico BCE n.1 del 2023, hanno calcolato che tra settembre 2021 e ottobre 2022 i prezzi energetici al consumo nell’area euro aumentarono del 49,5%, quelli alla produzione del 93,4%.
A quel punto non rincarava soltanto il gas. Rincaravano anche vetro, acciaio, carta, ceramica, fertilizzanti, chimica, trasporti, elettricità e alimentari. La guerra arrivò nelle economie europee senza attraversarne militarmente le frontiere. Passò attraverso il contatore.

L’aumento dei costi si trasferì sui prezzi, erose il potere d’acquisto e contribuì alla stretta monetaria della BCE. Al gas più caro si aggiunse così il costo del denaro: mutui più onerosi, credito più difficile per le imprese, investimenti rinviati. Attribuire tutta l’inflazione alla guerra sarebbe però scorretto. L’economia mondiale usciva dalla pandemia e soffriva ancora delle strozzature nelle catene di approvvigionamento. Ma la rottura dell’equilibrio energetico europeo amplificò una pressione già presente.
La stessa analisi della BCE mostra un fenomeno meno visibile delle chiusure aziendali: nei comparti ad alta intensità energetica, nel 2022 il rapporto tra importazioni e produzione aumentò mediamente dell’11% rispetto ai settori meno energivori. In altre parole, con l’energia più costosa, una parte della produzione interna fu sostituita da merci importate a prezzi più convenienti. Il capannone può restare aperto e il marchio continuare a esistere, ma una porzione della produzione può essersi già spostata altrove.
L’Europa ha retto. Ma a quale prezzo?
Le previsioni più cupe del 2022 non si sono avverate. L’Europa non è rimasta senza gas, ha evitato il razionamento generalizzato e ha trovato rapidamente fornitori alternativi. Resistere a una crisi, però, non significa attraversarla senza conseguenze.
Nella consultazione sull’area euro conclusa il 13 luglio 2026 e pubblicata tre giorni dopo, il Fondo monetario internazionale ricostruisce una crescita del PIL dello 0.5% nel 2023, dell’1% nel 2024 e dell’1,4% nel 2025. Per il 2026 prevede lo 0,9%, pur sottolineando che oggi il principale fattore di rischio congiunturale è diventato il nuovo shock energetico legato alla guerra mediorientale. L’Europa, dunque, non è crollata. Ha però attraversato anni di crescita molto debole, mentre una parte della manifattura più esposta all’energia perdeva terreno.
Dal gas russo al GNL: la dipendenza cambia forma
La risposta europea è stata una diversificazione rapidissima. Secondo Eurostat, nel 2025 gli Stati Uniti fornivano il 56% del GNL importato dall’UE, davanti alla Russia, ancora al 13,9%, e al Qatar. Nel gas allo stato gassoso dominava invece la Norvegia con il 52,1%, seguita dall’Algeria con il 17,4% e dalla Russia con il 10,4%. Il rischio di dipendere da un unico grande fornitore è quindi diminuito. Ma il GNL risponde a una logica diversa: viaggia per nave ed è contendibile sul mercato mondiale. Europa e Asia possono competere per gli stessi carichi e una crisi a migliaia di chilometri di distanza può riflettersi rapidamente sul prezzo pagato a Rotterdam o Milano. È ciò che sta accadendo nel 2026.

Il 6 agosto scorso, Reuters ha rilevato che gli stoccaggi europei erano pieni per meno del 58%, il livello più basso per questo periodo dell’anno dall’inizio delle serie nel 2011. Il gas europeo viaggiava intorno ai 53 euro per MWh e la maggiore dipendenza dal GNL esponeva il continente alla competizione internazionale per le forniture. La vulnerabilità energetica, insomma, non è scomparsa: ha cambiato forma. Resta, però, il nodo del prezzo. È qui che la questione diventa industriale.
Nel discorso pronunciato a un anno dal proprio rapporto sulla competitività europea, Mario Draghi ha sintetizzato il divario con gli Stati Uniti in poche parole: “I prezzi del gas naturale nell’Unione europea sono ancora quasi quattro volte più alti rispetto agli Stati Uniti. I prezzi dell’elettricità per l’industria sono, in media, più che doppi”. Per un ufficio può essere un costo assorbibile; per un’acciaieria, una vetreria, un impianto chimico o una fabbrica di fertilizzanti può segnare la differenza tra produrre in Europa o acquistare altrove. Il nodo, dunque, non è soltanto la disponibilità dell’energia alternativa, ma il suo costo per l’industria europea.
Il conto dei bilanci pubblici
Quando le bollette esplosero, i governi europei intervennero per impedire che tutto il rincaro ricadesse sulle famiglie e sulle imprese. Nel rapporto sui sussidi energetici pubblicato il 29 gennaio 2025, la Commissione europea calcola che gli aiuti al settore siano passati da 213 miliardi di euro nel 2021 a 397 miliardi nel 2022, per poi scendere a 354 miliardi nel 2023. Le sole misure straordinarie contro il caro-energia valsero circa 187 miliardi nel 2022 e 145 nel 2023.
A queste risorse si aggiunge il sostegno destinato direttamente all’Ucraina. Secondo la Commissione europea, dall’inizio della guerra UE e Stati membri hanno mobilitato complessivamente 216,7 miliardi di euro tra aiuti economici e umanitari, assistenza militare, sostegno ai rifugiati, prestiti e altre forme di finanziamento. Non significa che questi miliardi siano stati semplicemente “spesi e persi”: una parte è costituita da prestiti, un’altra finanzia acquisti e produzioni che ricadono anche sull’economia europea.
Ma il punto è un altro: risorse pubbliche prima destinabili ad altri capitoli sono state indirizzate, in misura crescente, verso il sostegno a Kiev e le conseguenze della guerra. È così che il conflitto entra nei bilanci: restringendo inevitabilmente lo spazio disponibile per altre scelte, spesso prioritarie.
Italia: il Paese che aveva più da perdere sul gas
Per comprendere la portata della trasformazione basta guardare all’Italia. Nella Relazione annuale pubblicata nel 2024 sui dati del 2023, ARERA certifica che le importazioni russe di gas sono passate da 29,2 miliardi di metri cubi nel 2021 a 2,9 miliardi nel 2023. La quota di Mosca nella copertura del fabbisogno nazionale è crollata dal 40% al 4,7%.
Nello stesso periodo le importazioni di GNL sono cresciute di quasi il 70%, mentre aumentavano i flussi da Algeria e Azerbaigian. Dal punto di vista della sicurezza degli approvvigionamenti è stata una trasformazione impressionante; dal punto di vista economico, il passaggio è stato molto meno indolore.
Il consuntivo Istat per il 2022 fotografa bene quella stagione: inflazione media all’8,1%, la più alta dal 1985, con i prodotti energetici aumentati mediamente del 50,9%. La stessa rilevazione mostra inoltre che l’inflazione armonizzata colpì le famiglie con minore capacità di spesa per il 12,1%, contro il 7,2% di quelle più abbienti. La geopolitica percorse così migliaia di chilometri. Dal gasdotto alla centrale elettrica, dalla centrale al forno industriale, dal forno al prezzo del pane, fino ad arrivare allo stipendio.

Il recupero non è ancora completo. Nell’Employment Outlook pubblicato nel luglio 2026, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) rileva che nel primo trimestre dell’anno i salari reali italiani erano cresciuti dell’1,3% rispetto a dodici mesi prima, ma risultavano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021: il divario più ampio fra le maggiori economie dell’Organizzazione. Il PIL può tornare positivo molto prima del portafoglio ed è forse questa una delle misure più concrete del prezzo sociale degli ultimi anni.
Poi c’è l’industria. Istat ha chiuso il 2024 con una riduzione della produzione industriale del 3,5%. A dicembre, su base annua, i mezzi di trasporto segnavano -23,6%, tessile e abbigliamento -18,3%, metallurgia e prodotti in metallo -14,6%. Il 2025 ha arrestato quasi completamente la caduta, ma senza una vera ripartenza: nel consuntivo pubblicato l’11 febbraio 2026 Istat registra ancora un -0,2% annuo. E il 6 agosto Reuters, riferendo i nuovi dati Istat, ha segnalato un’ulteriore flessione dell’1% a giugno rispetto a maggio, decisamente peggiore delle attese.
Attribuire tutto alla guerra sarebbe metodologicamente scorretto. L’automotive sta attraversando una trasformazione profonda, la concorrenza cinese è cresciuta, la Germania ha sofferto una lunga debolezza industriale, i tassi hanno frenato gli investimenti e nel 2026 si è aggiunto il nuovo rincaro energetico provocato dal conflitto mediorientale. La guerra russo-ucraina non spiega tutto, ma l’aumento strutturale dei costi energetici ha aggravato quasi tutto.
Il 9 gennaio 2026 il Fondo monetario internazionale ha pubblicato il working paper ‘A Silver Lining? The European Energy Crisis through the Lens of Directed Technical Change’, firmato da Ting Lan, Manasa Patnam, Frederik Toscani e Claire Li. Gli autori stimano che l’aumento dei prezzi energetici seguito alla crisi del 2022 possa ridurre il livello del PIL potenziale dell’area euro di circa 0,8% entro il 2027 rispetto a uno scenario privo di quella perturbazione. Per l’Italia l’effetto stimato sale all’1,2%, contro lo 0,9% della Germania, lo 0,6% della Spagna e lo 0,4% della Francia.

Non significa che nel 2027 l’Italia “perderà” l’1,2% del PIL. Secondo il modello, l’economia sarà più piccola di quanto avrebbe potuto essere senza quella scossa. È una perdita difficile da fotografare: una fabbrica mai aperta non compare nelle statistiche delle chiusure; un investimento rinviato non lascia macerie.
La situazione attuale non è comunque quella di un Paese in recessione. Il 30 luglio Reuters, sulla base della stima preliminare Istat, ha riferito che nel secondo trimestre il PIL italiano è aumentato dello 0,2% sul trimestre precedente e dell’1% su base annua, risultati migliori delle attese degli economisti. Nelle proiezioni di giugno, Banca d’Italia stima una crescita dello 0,5% nel 2026, dello 0,4% nel 2027 e dello 0,9% nel 2028. La Commissione europea, nelle previsioni del 21 maggio, indica rispettivamente lo 0,5% e lo 0,6% per il 2026 e il 2027, con un debito pubblico destinato a salire dal 138,5% al 139,2% del PIL. Il nodo è il margine di manovra.
Quando si cresce dello zero virgola con un debito di queste dimensioni, ogni nuova crisi pesa di più. Pensioni, sanità, transizione energetica, PNRR, difesa, interessi e interventi sulle bollette competono per lo stesso spazio fiscale. È anche qui che si misura il costo economico del conflitto: nelle scelte che diventano più difficili perché le risorse non sono infinite.
Riprendere rapporti con Mosca: un dibattito che sta tornando
Per diversi anni ipotizzare un futuro ritorno, almeno parziale, del gas russo era quasi impronunciabile nel dibattito europeo.
Nel 2026 la questione è tornata sul tavolo. Lo scorso 13 aprile l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha invitato l’UE a riconsiderare il divieto progressivo delle importazioni russe, osservando che non era chiaro come sostituire circa 20 miliardi di metri cubi di gas in una fase già segnata dalle difficoltà provocate dalla guerra in Medio Oriente. Il giorno successivo Giorgia Meloni ha sostenuto invece che mantenere la pressione economica sulla Russia restasse uno degli strumenti fondamentali per favorire una soluzione del conflitto. Due posizioni che racchiudono il dilemma europeo: da una parte sicurezza politica e strategica, dall’altra sicurezza energetica e competitività industriale.
Già il 13 dicembre del 2024, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin aveva dichiarato che l’Italia non escludeva, una volta terminata la guerra, una ripresa delle importazioni di gas russo. Segno che, anche dopo aver ridisegnato la geografia degli approvvigionamenti, il vantaggio economico delle vecchie rotte non è stato completamente dimenticato.
Anche la Russia ha pagato la frattura
Il conto, naturalmente, non è stato soltanto europeo. Mosca ha perso gran parte del proprio principale mercato energetico, ha dovuto ridisegnare rotte commerciali e finanziarie, reindirizzare petrolio e materie prime verso l’Asia e sostituire tecnologie occidentali attraverso nuovi canali. Il 24 luglio di quest’anno, la Banca di Russia ha ridotto il tasso di riferimento al 14%, ma ha contemporaneamente portato la previsione d’inflazione al 6-7% e abbassato la stima di crescita del PIL allo 0-1%. Nello stesso comunicato l’istituto ha segnalato un netto peggioramento delle aspettative delle imprese sulla domanda futura.
A questa pressione si aggiungono gli attacchi ucraini contro il sistema energetico russo. L’8 agosto Reuters, citando lo Stato maggiore di Kiev, ha riferito che nella notte sono state colpite le raffinerie di Ilsky, nel territorio di Krasnodar, e di Syzran, nella regione di Samara, con incendi segnalati in entrambi gli impianti. È l’ultimo episodio di una campagna che negli ultimi mesi ha interessato ripetutamente raffinerie e infrastrutture petrolifere russe, introducendo un ulteriore fattore di pressione sulla produzione e sul mercato interno dei carburanti.
La guerra economica, quindi, non ha prodotto un vincitore senza costi: la Russia ha trovato nuovi acquirenti, l’Europa nuovi fornitori. Entrambe hanno dovuto ricostruire nuove rotte e nuovi rapporti commerciali.

Già nel giugno 2022 un gruppo di economisti di Banca d’Italia – Alessandro Borin, Francesco Paolo Conteduca, Enrica Di Stefano, Vanessa Gunnella, Michele Mancini e Ludovic Panon – aveva provato a simulare gli effetti delle restrizioni commerciali seguite all’invasione.
Lo studio, pubblicato nelle ‘Questioni di Economia e Finanza n.700’, concludeva che nel medio-lungo periodo i costi per i Paesi sanzionatori sarebbero potuti risultare relativamente contenuti grazie alla sostituibilità di fornitori e input. Ma avvertiva che nel breve periodo gli effetti sarebbero stati sensibilmente maggiori qualora la diversificazione delle fonti energetiche fosse risultata difficile.
Quattro anni dopo, una buona parte di quella sostituzione è avvenuta ed è proprio per questo che oggi la domanda può essere formulata con maggiore precisione: non se l’Europa fosse in grado di farlo – lo era – ma quanto sia costato farlo.
Dal gas ai magazzini
Ed eccoci di nuovo a Kiev, al deposito nel quale erano conservati oli e lubrificanti Liqui Moly. Il suo valore è minuscolo rispetto alle centinaia di miliardi attraversati in questa analisi. Eppure, è simbolico. Per molte imprese europee, fino a oggi, la guerra è stata soprattutto una presenza indiretta: nascosta nel prezzo dell’energia, nelle sanzioni, nei premi assicurativi, nei tassi d’interesse e nelle rotte commerciali diventate più lunghe.
Quando un magazzino viene distrutto, quella distanza scompare; occorre trovare nuove strutture, duplicare le scorte, cambiare trasportatori, modificare percorsi e assicurazioni. Moltiplicato per centinaia di aziende significa capitale immobilizzato, inefficienze e costi ulteriori. La logistica moderna cerca concentrazione, mentre la guerra impone dispersione. Sono due logiche opposte.
Il prezzo della frattura
Dal febbraio 2022 l’Europa ha mostrato una capacità di adattamento che molti sottovalutavano. Ha ridisegnato in pochi anni la propria geografia energetica, aumentato il ricorso al GNL, accelerato sulle rinnovabili e scongiurato i razionamenti temuti all’inizio della crisi. Ma la capacità di adattamento non cancella il conto economico di questa trasformazione. Gli scambi UE-Russia si sono ridotti a meno di un quarto dei livelli del 2021. Gli Stati hanno speso centinaia di miliardi per contenere le bollette. Una parte dell’industria energivora ha sostituito produzione europea con importazioni. In Italia i salari reali portano ancora la cicatrice dell’inflazione e la manifattura continua a procedere con fatica.

La Russia, a sua volta, ha perso il mercato più ricco e geograficamente più vicino e paga sanzioni, costi finanziari e la necessità di riorientare le proprie filiere. La frattura ha dunque ridimensionato una relazione dalla quale entrambi ricavavano vantaggi, pur in forme differenti. Questo non dimostra che le decisioni prese dopo il febbraio 2022 fossero evitabili, bensì qualcosa di più semplice: modificare per ragioni geopolitiche una geografia economica costruita in decenni ha inevitabilmente un prezzo.
Prima della guerra, le fabbriche europee avevano accanto uno dei maggiori produttori mondiali di energia e materie prime. Oggi una quota crescente di quelle risorse percorre distanze maggiori, attraversa mari e stretti, compete con la domanda asiatica e richiede infrastrutture nuove. Il sistema è più diversificato. Può essere politicamente più sicuro ma non è necessariamente più economico…
Quando arriverà il giorno della pace, l’Europa dovrà decidere se la propria sicurezza debba coincidere con una separazione economica permanente dalla Russia o se, in condizioni politiche completamente diverse, una parte di quella complementarità possa essere ricostruita. Le guerre finiscono e le mappe commerciali cambiano, ma le distanze restano e Mosca continuerà a trovarsi molto più vicina alle fabbriche europee di quanto lo siano il Texas, il Qatar o i terminali di GNL dall’altra parte degli oceani.
Foto: TASS, Gazprom, Rosneft, Ministero Difesa Ucraino, Presidenza Russa e Naftogaz
Lara BallurioVedi tutti gli articoli
Giornalista e analista geopolitica specializzata in Russia e Repubbliche dell'ex blocco sovietico. Esperta in comunicazione. Traduttrice, ghostwriter e docente di storytelling. Laureata in Lingua e Letteratura Russa presso l'Università "Maxim Gorkij" di Mosca, in giornalismo presso la Facoltà di Giornalismo della MGU di Mosca e poi in Lingue e Letterature Straniere e in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Torino, ha collaborato o collabora con numerose testate italiane e straniere tra cui Panorama, La Voce, Gazzetta Torino, VoceNews, Literaturnaja Gazeta e Junost.






