Mosca-Washington: il dopoguerra che continua

 

 

Dalla recente visita a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe alle aperture del presidente russo Vladimir Putin al forum economico di Vladivostok, fino alla doppia visita, a Mosca e a Kiev, degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, sprazzi di diplomazia sembrano muoversi, sebbene appaiano ancora prematuri.

Più che l’intransigenza dell’Unione Europea sembra, al momento, la flessibilità degli Stati Uniti la chiave per favorire una soluzione negoziata della guerra russo-ucraina, che ha ormai superato i quattro anni e mezzo di durata. Anche perché da Washington si ha una visione più globale dei rapporti di forza geopolitici e militari col gigante russo.

Il fronte ucraino, considerabile un “cuscinetto” arroventato fra le due sfere egemoniche, è per americani e russi solo una delle reciproche questioni sul tappeto, fra cui ad esempio gli armamenti strategici. Sembra quindi che, in forme meno evidenti e più sommesse, si assista semplicemente alla prosecuzione dello schema di base del dopoguerra, quando, dopo il 1945, gli Stati Uniti e la Russia, allora URSS, assursero ad arbitri del continente europeo, gli unici dalle cui decisioni o atteggiamenti, in ultima analisi, dipende ancora il destino dell’Europa.

 

Qualcosa si muove

Fra il 5 e il 6 settembre 2026, e nei giorni seguenti, la diplomazia è tornata in primo piano nel tentativo di risolvere la guerra russo-ucraina, grazie soprattutto ai rapporti diretti fra Mosca e Washington che hanno rilanciato la mediazione americana mediante la duplice visita, dapprima a Mosca, poi a Kiev, degli inviati speciali americani Steve Witkoff e Jared Kushner, quest’ultimo genero del presidente Donald Trump.

Missione tanto più importante, quanto più era la prima volta dall’inizio del conflitto che questi emissari della Casa Bianca si recavano nella capitale ucraina. In verità si tratta di sforzi ancora prematuri e che non hanno, al momento, portato a nulla di concreto, tanto che resta opinione generale che il conflitto durerà ancora a lungo, almeno fino all’inverno entrante.

Tuttavia la diretta concatenazione, nell’arco di poche settimane, fra la clamorosa visita a sorpresa a Mosca, il 25 agosto 2026, del direttore del maggior servizio segreto americano, la Central Intelligence Agency, John Ratcliffe, e il rapido aprirsi degli spiragli, anche da parte del presidente russo Vladimir Putin, per una soluzione negoziata, indica che la via della pace transita più facilmente nei bilaterali Mosca-Washington, allargati al bisogno in trilaterali con Kiev, relegando in secondo piano i paesi dell’Unione Europea, ancora prigionieri di una narrativa geopolitica ereditata dalla precedente amministrazione americana, quella di Joe Biden.

Del resto, ancora l’8 settembre il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato chiaramente che “la partecipazione dei paesi europei alle trattative potrebbe complicare il processo negoziale perché, a differenza degli americani, gli europei stanno effettivamente facendo di tutto per non permettere che questa guerra finisca”.

Mentre infatti i governi europei sembrano aver tenuto nei confronti del conflitto Kiev-Mosca un atteggiamento moralistico e di principio, tipico peraltro della filosofia di Bruxelles, che richiama la precedente amministrazione democratica USA, gli Stati Uniti di Trump sembrano mettere al primo posto il realismo geopolitico, almeno nel caso dei rapporti con il maggiore rivale in campo nucleare e aerospaziale, cioè la Russia, al netto quindi dei risaputi errori di valutazione relativi a tutt’altro scacchiere, cioè quello del Golfo Persico, dove la “Blitzkrieg” trumpiana dei primi mesi contro l’Iran si trascina ormai in una “strana guerra” a singhiozzo, senza sbocchi certi.

In serata, poi, è giunta notizia di una telefonata fra Trump e Putin piuttosto lunga, della durata indicata in circa un’ora. Il colloquio, per la maggior parte riservato, è stato reso noto nelle sue linee essenziali dal consigliere del Cremlino Yuri Ushakov (nella foto sotto), via agenzia TASS. Stando al funzionario russo, Trump ha detto a Putin che vorrebbe far finire la guerra in Ucraina al più presto possibile:

“A suo avviso, ciò avrebbe un impatto particolare sui legami commerciali ed economici, promettendo enormi benefici per entrambi i paesi. Donald Trump è desideroso di vedere una svolta durante la sua presidenza”. Il leader del Cremlino ha illustrato a quello della Casa Bianca “le prospettive di progresso sul campo di battaglia e del raggiungimento degli obiettivi prefissati”, in sostanza ribadendo che la Russia non arretra in Donbass. E ha assicurato che “la Russia non ha alcun piano aggressivo nei confronti dell’Europa” e che quindi “i miti sulla minaccia russa servono agli europei come pretesto per aumentare il sostegno all’Ucraina e le proprie spese militari”.

Ushakov ha anche riportato di un consolidato impegno per lo scambio di prigionieri Mosca-Washington, già sperimentato negli ultimi anni: “E’ stato concordato di proseguire il lavoro per risolvere le cosiddette questioni umanitarie, compresi gli scambi di persone detenute e condannate”. E inoltre il presidente russo ha riconosciuto gli sforzi della first lady Melania Trump “per il ritorno alle proprie famiglie sia dei bambini russi sia di quelli ucraini”.

Sempre l’8 settembre, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato all’agenzia Ukrinform che attorno al 20 settembre dovrebbe avere un colloquio diretto con Trump, sulla cui base ci si aspetta l’agognato trilaterale con Putin possibilmente nel corso dell’autunno: “Lavoreremo tutti per preparare e avvicinare un incontro trilaterale tra Ucraina, Russia e America. Se tutte le parti saranno d’accordo, vogliamo farlo anche in autunno. Se sarà a settembre, sarà fantastico. Prima sarà, meglio sarà”.

E poche ore dopo, il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhiy Tykhyi, ha diramato un comunicato di tal fatta: “Posso confermare che è stato raggiunto un accordo preliminare per un incontro Trump-Zelensky entro la fine del mese”.

Lo stesso giorno, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, a margine di un vertice a Mosca col collega saudita Faisal bin Farhan Al Saud ha ribadito la posizione russa, orientata ovviamente, non solo a non gettare al vento quattro anni di campagna militare e di conquista territoriale, ma anche a ripristinare per la Russia condizioni di sicurezza di lungo periodo: “Siamo sempre pronti ad accoglierli, a patto che si basino sulla comprensione delle cause profonde e che portino ad accordi su come eliminare le cause principali dell’attuale crisi Ucraina, che l’Occidente ha creato con le proprie mani”.

Il governo di Mosca, infatti, non si stanca di ripetere da anni che alla base del conflitto c’è la, perlomeno percepita, minaccia dell’allargamento a Est della NATO che avrebbe potuto presto includere anche Kiev, fattore non negoziabile secondo il Cremlino per motivi militari e di vicinanza geografica a Mosca, come anche per l’appartenenza dell’Ucraina, nonché della Bielorussia, al millenario nucleo storico del “Russkij Mir”, il “mondo russo”.

Poche ore prima, in altra sede, Lavrov ha anche lodato, come riporta la TASS, il ruolo degli Stati Uniti asserendo: “Trump disse di dimenticare anche di provare a trascinare l’Ucraina nell’Alleanza Atlantica. E il secondo elemento della posizione degli Stati Uniti è il riconoscimento della realtà sul terreno. Tale realtà sul terreno che il presidente Trump e la sua squadra, per quanto ne so, riconoscono riguardano il popolo, la sua opinione, che è stata espressa nei referendum in Crimea, nelle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk e, ovviamente nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson”.

Se da un lato Zelensky, pur sperando in maggiori aiuti occidentali, militari ed economici, in vista dell’inverno, comprende di dover dare una chance ai tentativi americani di mediazione, anche per non ripetere l’errore di causare una rottura con Trump come quella vista in passato, in Ucraina prevale comunque una certa insofferenza perché si è ben compreso che gli Stati Uniti intendono, a differenza degli europei, riconoscere gran parte delle ragioni di Mosca.

Ciò perché, trattandosi in entrambi i casi di potenze egemoniche e totalmente autonome, America e Russia, pur rivali, concordano nel ribadire al mondo quella sorta di rispetto reverenziale legato al loro status. Washington e Mosca, in altre parole, sanno bene che un trilaterale con Kiev sarebbe automaticamente sbilanciato poiché l’Ucraina non può sperare di essere reputata del medesimo rango.

Ecco perché il 7 settembre il Kyiv Independent, da indiscrezioni di fonti vicine ai negoziatori, ha scritto che “Putin spera ancora di spezzarci quest’inverno e non è disposto ad accettare nulla”, spiegando che Kushner, più che Witkoff, starebbe cercando una soluzione per un cessate il fuoco “prima dell’inverno”, ma che Mosca non sarebbe disposta a “concessioni significative”.

Temendo una intensificazione della campagna militare russa in inverno, le fonti del Kyiv Independent hanno suggerito che la missione di Witkoff e Kushner a Mosca possa aver di fatto avallato le richieste russe: “La loro visita equivale a dire a Putin: Chiudiamo la questione; revocheremo le sanzioni e trasferiremo i vostri beni altrove prima che la situazione degeneri”.

 

Piani contrastanti

Che gli Stati Uniti, di fatto, possano con la loro pressione diplomatica imporre a Kiev una pace sfavorevole, assumendo i risultati dei combattimenti come metro principale, come del resto avviene in ogni guerra, non deve stupire.

Una grande potenza non sarebbe tale se non considerasse la forza militare un parametro fondamentale di successo e influenza. Riconoscere alla Russia le vittorie sul campo significa, da un certo punto di vista, ricordare anche agli europei che l’America, tutto sommato, è della stessa pasta, come s’è visto d’altronde nella pure avventata campagna militare contro l’Iran.

Ed è come se il tacito messaggio di Washington a Bruxelles sia anche che non v’è speranza, in un futuro prevedibile, per l’UE di smarcarsi dall’egemonia militare americana. Sulla stampa ucraina sono uscite il 6 settembre indiscrezioni che delineano una sorta di “nuovo piano Trump” per la pace in Ucraina, le quali possono essere lette in pratica come una sconfitta strategica per Kiev.

Secondo queste voci, non confermate da comunicati ufficiali, Witkoff e Kushner, arrivando a Mosca il 5 settembre, avrebbero delineato a Putin una serie di ghiotte concessioni in cambio della cessazione della guerra.

Anzitutto, si prevederebbe il ritiro totale delle truppe ucraine da quelle porzioni di Donbass ancora sotto il loro controllo, in particolare la catena di piazzeforti lungo l’asse Kramatorsk-Slovjansk, con in cambio la garanzia russa di non far ulteriormente avanzare le sue truppe oltre le zone appena evacuate dagli ucraini.

Verrebbe istituita una zona smilitarizzata affidata a un contingente di interposizione delle Nazioni Unite. E’ chiaro che su questo punto bisognerebbe poi chiedersi quale potrebbe essere la potenziale composizione del contingente ONU, il quale, per essere davvero neutrale fra Mosca e Kiev, dovrebbe comprendere intuibilmente nazioni considerabili equidistanti fra la NATO e la Russia.

Si pensa che il piano comprenda anche l’impegno ucraino a ridurre il proprio esercito a soli 60.000 soldati e a rinunciare a tentare in futuro di recuperare con la forza i territori conquistati dai russi.

Altro elemento essenziale sarebbe il sancire per l’Ucraina uno status neutrale perenne da inserire nella Costituzione, con la rinuncia ad aderire alla NATO o ad altre coalizioni. L’Ucraina dovrebbe andare a nuove elezioni entro 100 giorni dalla firma dell’accordo, da approvare anche tramite referendum, per quanto l’instabilità politica interna potrebbe portare a far incagliare il processo di revisione della Costituzione implicito nel cessate il fuoco. Il nuovo governo di Kiev dovrebbe infine firmare un trattato di pace da ratificare tramite l’ONU.

Si tratta, beninteso, di indiscrezioni non confermate da alcun organo ufficiale. Ma sebbene alcuni singoli dettagli possano parere irrealistici, come, ad esempio, la pretesa esagerata che l’Ucraina, il cui territorio, per paragone, è più esteso di quello della Francia e ha confini molto lunghi, possa limitare a soli 60.000 uomini le sue truppe, nello spirito complessivo questo vagheggiato piano riflette la preoccupazione americana di disinnescare questo ormai incancrenito fronte di tensione tra NATO e Russia riconoscendo alla seconda l’accoglimento delle sue istanze sostanziali, ovvero l’andare alle radici di una crisi partita fin dal 2014 con la rivolta di piazza Maidan a Kiev.

Gli Stati Uniti, tuttavia, non si sfilano certo dal Gruppo di contatto per l’Ucraina, a cui promettono ulteriori aiuti, non senza mirare a introiti supplementari per le proprie industrie della Difesa.

Nella riunione tenutasi l’8 settembre del Gruppo di Contatto, a cui ha partecipato anche il segretario della NATO Mark Rutte, Washington era rappresentata dal sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, che prendendo a pretesto gli allarmi d’intelligence sul rischio di un prolungarsi del conflitto ha invitato gli stati europei a spendere ancor più per armamenti da cedere a Kiev secondo il programma PURL, cioè il Prioritized Ukraine Requirements List in base al quale i governi UE/NATO comprano di tasca propria armi prevalentemente USA da rigirare all’Ucraina, o per le proprie stesse forze armate.

E’ sembrato contrastare con le ambizioni da paciere di Trump, l’appello dell’alto funzionario del Pentagono: “La Russia sta ricostituendo le proprie forze armate e la propria capacità industriale nel settore della difesa. Dobbiamo essere pronti ad affrontare un conflitto di lunga durata e a soddisfare le esigenze dell’Ucraina nei mesi e negli anni a venire”.

E poi “dobbiamo inoltre essere preparati anche ad altre possibili eventualità: questa realtà rende ancora più importante che l’Europa continui a sostenere l’Ucraina, accelerando al contempo il proprio riarmo e la propria reindustrializzazione”.

Ma Colby ha riservato una velata frecciata alla volontà UE di privilegiare il “buy European”, ovvero l’acquisto di armamenti principalmente realizzati in Europa, dunque facendo mancare preziosi introiti ai colossi dell’apparato industrial-militare statunitense: “sottolineo che dobbiamo pianificare e attuare i nostri investimenti sulla base dell’efficacia militare, non di obiettivi secondari, seppure riconosciamo che gli investimenti nella base industriale europea siano naturali e pratici”.

Il sottosegretario americano ha esortato a “non allentare gli sforzi” poiché “gli Stati Uniti sono pronti a continuare a sostenere questo impegno e stiamo consentendo agli alleati e ai partner di procurare all’Ucraina capacità di altissimo livello, tra cui sistemi di intercettazione per la difesa aerea”.

Per il vicesegretario americano, “è necessario mantenere e aumentare la copertura delle esigenze urgenti dell’Ucraina sul campo attraverso l’iniziativa PURL”.

Specificando che dal varo di questo programma, nel luglio 2025, ha fornito circa il 75% dei missili destinati alle batterie Patriot ucraine e il 90% delle munizioni utilizzate dagli altri sistemi di difesa antiaerea. L’auspicio di Colby per “un flusso ininterrotto di munizioni e di mezzi fondamentali indispensabile per consentire alle forze ucraine di mantenere la linea del fronte e impedire ulteriori avanzate russe”, dà tutta la misura della convenienza americana a ravvivare un meccanismo che assicura a colossi d’oltreoceano come General Dynamics, Lockheed Martin, Raytheon, Boeing eccetera, un flusso costante di commesse europee i cui materiali tuttavia non vanno a beneficio degli eserciti UE.

La riunione del Gruppo di contatto dell’8 settembre, peraltro, è stata accompagnata non solo dall’annuncio britannico di un investimento da 100 milioni di sterline in droni e missili per Kiev e da quello tedesco di nuove forniture di Patriot PAC-2, ma anche dalla pretesa del ministro della Difesa ucraino Yevhenii Khmara di ricevere ulteriori 23 miliardi di euro aggiuntivi rispetto al pacchetto da 70 miliardi stabilito in precedenza.

E che i governi UE decidano di sganciare questo nuovo assegno “entro novembre”: “Il deficit complessivo nel settore della difesa ucraina ammonta a 23 miliardi di euro: questi fondi ci consentiranno di finanziare i droni per garantire una fornitura stabile nel 2026 e all’inizio del 2027. Fino al 90% del nostro successo sul campo di battaglia è dovuto ai droni: vi chiedo di prendere le decisioni finanziarie necessarie entro novembre, in modo da poter vedere i risultati sul campo di battaglia già quest’inverno”.

Da un lato, quindi, l’amministrazione Trump è impegnata a cercare una via d’uscita al conflitto russo-ucraino, per ricostruire con Mosca un modus vivendi che era stato abbastanza soddisfacente durante gli anni del primo mandato trumpiano alla Casa Bianca.

Ciò, principalmente, nella speranza di tenere a bada la Russia con la tradizionale deterrenza, ma senza mantenere acceso un pericoloso focolaio di guerra “calda” nel cuore d’Europa, proprio sul limitare dell’Alleanza Atlantica. Dall’altro lato Washington intende sfruttare il più possibile la situazione a beneficio delle proprie industrie, anche per avviare economie di scala che permettano gradualmente di espandere la base industriale USA in termini di missili e munizioni ad alta tecnologia ovviando così alla carenza di armamenti causata dal loro consumo nel Golfo Persico.

I timori di un prolungarsi del conflitto hanno avuto buon gioco nello spingere gli Stati Uniti a rilanciare il loro piano diplomatico.

In particolare, può aver molto contribuito l’allarme lanciato dalla stessa intelligence militare ucraina, il GUR, il cui direttore, Oleg Ivashchenko, ha stimato, stando a un’intervista da lui rilasciata il 7 settembre a Ukrinform, che la Russia potrebbe combattere ancora per almeno altri due anni: “La Russia ha ancora risorse sufficienti per condurre una guerra contro l’Ucraina. Non escludiamo che queste risorse saranno sufficienti anche per il 2027 e il 2028. Per garantire che la Russia non disponga di tali risorse, è necessario un lavoro congiunto con i partner. Le sanzioni devono funzionare davvero. Sappiamo da quali paesi provengono i componenti elettronici, le macchine utensili e i prodotti chimici speciali destinati alla Federazione Russa”.

 

Missioni a Mosca e Kiev

Come si ricorderà, è stato l’arrivo a Mosca il 25 agosto scorso del capo della CIA John Ratcliffe, per una visita riservata e a sorpresa, a preparare la missione di Witkoff e Kushner, sebbene non sia trapelato alcun dettaglio ufficiale sulla sortita dell’alto funzionario americano.

Secondo quanto dichiarato il 26 agosto dal portavoce del Cremlino Peskov, Ratcliffe si sarebbe intrattenuto per circa 8 ore non con il presidente Putin, bensì con i vertici dei servizi segreti russi, intuibilmente il controspionaggio interno FSB, lo spionaggio estero SVR e l’intelligence militare GRU.

E’ stata poi Axios a riferire, il 30 agosto che Ratcliffe avrebbe proposto ai russi “un vertice trilaterale fra Trump, Putin e Zelensky”, stando a “due fonti informate sui colloqui”.

Per le fonti di Axios, la missione del direttore della Central Intelligence Agency “aveva anche l’obiettivo di verificare se i vertici dei servizi segreti russi potessero svolgere un ruolo nel convincere Putin a tornare al tavolo dei negoziati con l’Ucraina sotto la mediazione degli Stati Uniti”.

Negli stessi giorni, la CIA si sarebbe convinta a rilanciare il dialogo con la Russia partendo dalle informazioni secondo cui Putin sarebbe convinto che attualmente gli USA sono in una posizione debole a causa del pantano iraniano e dell’esaurimento degli arsenali.

Il 28 agosto, infatti, il Washington Post ha scritto che secondo il governo russo la guerra contro l’Iran avrebbe così tanto indebolito gli Stati uniti da offrire alla Russia un’opportunità per aumentare la pressione contro gli interessi americani e gli alleati di Washington in Europa.

Così avrebbe valutato la CIA poco prima di attuare la missione diplomatica di Ratcliffe a Mosca, stando a “due persone a conoscenza della questione”. Proprio il rischio che il Cremlino interpreti l’impegno militare americano in Medio Oriente come una finestra di opportunità sarebbe stato uno dei motivi della visita compiuta martedì da Ratcliffe nella capitale russa.

Dal canto suo, il capo della CIA avrebbe avvertito i russi che un’escalation della guerra in Ucraina, potrebbe essere controproducente, spingendo per reazione Trump ad avvicinarsi maggiormente a Zelensky.

La valutazione americana arriva dopo sei mesi di guerra contro l’Iran che hanno sottoposto a una forte pressione uomini, mezzi e soprattutto arsenali statunitensi. Le scorte di alcune delle armi più importanti sono state sensibilmente ridotte, in particolare quelle di intercettori per i sistemi di difesa aerea Patriot, ma anche di missili da crociera Tomahawk e di ATACMS, i missili tattici dell’Esercito richiesti anche sul fronte ucraino.

Gli Stati Uniti avrebbero inoltre perso circa un quarto della propria flotta di droni Reaper, velivoli dal costo di decine di milioni di dollari utilizzati per sorveglianza, ricognizione e acquisizione degli obiettivi.

L’Amministrazione Trump nega pubblicamente che esista una grave carenza di munizioni, ma allo stesso tempo il Pentagono ha esercitato forti pressioni sulle industrie della difesa per accelerare la produzione e ricostituire le scorte consumate in Medio Oriente.

Il problema ha cominciato a suscitare preoccupazioni anche tra gli alleati asiatici degli Stati uniti, che temono che il prolungamento del conflitto iraniano possa ridurre almeno temporaneamente la capacità americana di sostenere contemporaneamente la deterrenza nei confronti della Cina nell’Indo-Pacifico e quella nei confronti della Russia in Europa.

E’ su questa dispersione delle risorse americane che, secondo l’intelligence di Washington, potrebbe basarsi il calcolo del Cremlino. Una delle fonti citate dal Washington Post ha spiegato che la missione di Ratcliffe sarebbe stata meno legata alla convinzione che Putin si trovi “con le spalle al muro” per la mancata svolta militare in Ucraina e più alla necessità di contrastare la valutazione russa secondo cui gli Stati uniti sarebbero ormai troppo logorati per intervenire efficacemente in caso di una nuova escalation.

Contemporaneamente il Wall Street Journal aveva evidenziato il pericolo che lo sguarnire gli arsenali europei e asiatici a causa della guerra nel Golfo Persico avrebbe avuto pesanti conseguenze sulla capacità di deterrenza degli Stati Uniti verso Russia e Cina, facilitando l’opzione della trattativa come preferibile per smorzare le tensioni.

Secondo i funzionari sentiti dal Wall Street Journal, specialmente in Europa, le scorte americane di missili intercettori Patriot PAC-3 e missili tattici ATACMS sarebbero reputate “sotto il livello critico”.

Per la guerra in Iran, Washington ha trasferito verso il Medio Oriente armamenti da Giappone, Corea del sud e Germania. Secondo le fonti del WSJ, “per ricostituire alcune di queste scorte potrebbero essere necessari anni”. Verso il Medio Oriente sono stati inoltre trasferiti intercettori antimissile THAAD e sistemi antidroni Merops. La riduzione delle scorte ha costretto il Comando europeo degli Stati uniti a modificare alcuni piani operativi.

Funzionari dell’amministrazione ritengono inoltre che, nelle condizioni attuali, Washington non sarebbe in grado di attuare pienamente i piani di emergenza previsti per la difesa di Taiwan in caso di un’invasione cinese nel breve periodo. Dai dati di funzionari sentiti dal WSJ, entro metà luglio, gli Stati uniti avevano utilizzato circa 1.700 intercettori Patriot e oltre 200 missili dei sistemi Thaad contro missili iraniani.

Le navi della Marina americana avevano inoltre lanciato circa 150 missili Standard contro missili e droni di Teheran. Nello stesso periodo l’Iran avrebbe lanciato più di 1.500 missili balistici e circa 6.000 droni di grandi dimensioni.

E’ in questo contesto che, dopo il lavoro preparatorio di Ratcliffe, sono arrivati il 5 settembre all’aeroporto Vnukovo di Mosca, gli emissari americani Witkoff e Kushner.

Accolti sulla pista dal consigliere per gli investimenti esteri della presidenza e negoziatore russo, Kirill Dmitriev, sono stati da questo accompagnati al Cremlino, dove hanno infine incontrato Vladimir Putin.

L’incontro, a cui partecipavano anche Dmitriev e il consigliere Ushakov, sarebbe durato almeno tre ore. Trump aveva preannunciato che gli emissari avrebbero portato una proposta concreta, di cui però non sono stati divulgati dettagli e non si può dire quanto si identifichi col “piano Trump” tratteggiato nelle indiscrezioni stampa.

Si sa che Putin ha detto che “la situazione non è facile” e che ha ringraziato apertamente Trump per la sua “volontà di chiudere conflitto”.

E poi: “Pur essendo consapevole che, nel complesso, si trova in una situazione difficile, non ha comunque smesso di tentare di risolvere, di dare il suo contributo alla risoluzione del conflitto tra Russia e Ucraina. Oggi parleremo di tutte le sue componenti, di tutti i suoi aspetti”.

I russi hanno ribadito la volontà di raggiungere i loro obbiettivi sul campo, nonché la garanzia che l’Ucraina sia neutrale, per poter risolvere, dal loro punto di vista, i problemi di sicurezza sui confini che perdurano da anni.

A corollario, c’era anche la tregua di tre giorni proclamata da Russia e Ucraina riguardo ai rispettivi attacchi di droni o missili sulle regioni di Mosca e Kiev in concomitanza col viaggio di Witkoff e Kushner e al proposito Putin ha confermato: “Dalla mezzanotte non sono stati effettuati attacchi su Kiev.

Ho impartito i relativi ordini e, a partire dalla mezzanotte di oggi, tali attacchi su Kiev non sono stati eseguiti”.

Alto segno distensivo è stato il ringraziamento di Witkoff a Putin per la liberazione di un detenuto americano in Russia, l’ex marine statunitense Robert Gilman, condannato in Russia per violenza contro le forze dell’ordine, rilasciato lo scorso 11 agosto.

Putin dal canto suo ha pure usato parole estremamente distensive: “La qualità della mediazione e la fiducia in coloro che la conducono sono particolarmente importanti. Voglio dirvi che ci troviamo a nostro agio a lavorare con voi e che, senza dubbio, il nostro livello di fiducia in questo lavoro è molto alto”.

Intanto il viceministro degli esteri russo Sergei Ryabkov osservava: “La questione chiave è fino a che punto l’amministrazione statunitense sia disposta a investire nella ricerca di una soluzione reale all’attuale crisi, tenendo conto della situazione sul campo. Questa situazione non si sta evolvendo a favore di Kiev”.

Un appello al realismo che certamente sfondava una porta aperta nei confronti degli americani, non così per gli ucraini. Nel round del giorno successivo, 6 settembre, quando Witkoff e Kushner si son recati a Kiev, hanno informato Zelensky dell’andamento dei colloqui coi russi, assicurando poi il sostegno energetico statunitense all’Ucraina in vista del prossimo inverno.

A Kiev è stato gettato il seme degli auspicati colloqui trilaterali, sebbene il clima sembri ancora poco propizio, poiché Kiev spera sempre che con l’incremento degli aiuti militari europei possa guadagnare credito in termini di trattativa.

Al termine dei colloqui in Ucraina, il 6 settembre, Witkoff ha comunque ammonito entrambe le parti circa il fatto che per trovare un punto d’incontro occorre cedere su qualcosa: “Sarà necessario che entrambe le parti accettino dei compromessi e riducano le questioni in sospeso, e pensiamo di avere gli ingredienti per arrivarci. È molto difficile, ma siamo impegnati, ci teniamo e speriamo che tutto ciò porti a una soluzione diplomatica pacifica e di successo”.

Kushner gli ha fatto eco: “Gli Stati Uniti stanno lavorando alla stesura di un pacchetto di pace. Speriamo che colloqui tornino in formato trilaterale”. Zelensky, facendo probabilmente buon viso a cattivo gioco, sempre temendo che Washington penda più per le ragioni di Mosca, pur di stemperare la tensione globale, s’è limitato a commentare, dopo la fine del summit: “Confidiamo molto di poter raggiungere accordi con i nostri partner americani e contiamo sul sostegno dei nostri partner europei. Se la guerra continuerà in inverno, e al momento è questo lo scenario che si profila, le squadre mantengono comunque una valutazione positiva delle nostre prospettive future”.

 

Uno Zar “morbido”

Giusto un paio di giorni prima dell’arrivo a Mosca degli emissari di Trump, già Putin aveva lanciato notevoli segnali concilianti verso gli Stati Uniti. Al Forum Economico Orientale tenutosi a Vladivostok, il 3 settembre 2026 il presidente russo è tornato a parlare di una possibile pace con l’Ucraina evocando la mediazione degli Stati Uniti secondo il solco tracciato a partire dal vertice di Anchorage del 15 agosto 2025 fra lo “zar” e il presidente americano Donald Trump.

A una specifica domanda sulla “possibilità di colloqui di pace costruttivi con l’Ucraina”, il leader del Cremlino ha risposto senza esitazione: “C’e’ una possibilità? A mio parere, sì. La Russia e l’Ucraina dovrebbero essere le prime a raggiungere un accordo. La Russia è grata a tutti coloro che cercano di contribuire alla risoluzione del conflitto ucraino. Altri paesi, come gli Stati Uniti e la Cina, richiamano costantemente l’attenzione sulla questione e promuovono la risoluzione di questo problema, principalmente con mezzi pacifici, per quanto possibile. Ogni volta che incontriamo il presidente Xi Jinping, lui solleva costantemente questa questione. Ma in definitiva, il problema dovrebbe essere risolto principalmente dai paesi coinvolti nel conflitto. Questi sono la Russia e l’Ucraina”.

Il presidente russo ha fatto inoltre capire come i contatti con l’Ucraina ci siano, per quanto ardui, e vadano avanti in maniera riservata gestita direttamente dai servizi segreti: “I contatti esistono. Proseguono anche nelle modalità attuali, principalmente attraverso i servizi speciali”.

Ma ha anche precisato che la pretesa ucraina di interdire il traffico aereo civile sulla Russia con i droni costituisce un enorme ostacolo: “Abbiamo appena sentito parlare di minacce di attacchi contro aerei civili, il che è naturalmente una manifestazione di terrorismo di Stato. E questo complica, naturalmente, la possibilità di tenere colloqui di pace bilaterali”.

In quanto agli USA, ha rilevato che prosegua, seppure graduale, la relativa “distensione”, se raffrontata all’aperta ostilità sotto la precedente amministrazione di Joe Biden: “Siamo in contatto con l’amministrazione statunitense. E spero che questi contatti continuino. La Russia è favorevole al pieno ripristino delle relazioni con gli Stati Uniti. Tuttavia questo non dipende solo da noi, ma anche dalla controparte americana”.

In ciò giocherebbe molto il rapporto personale con Trump: “Il presidente Trump, per quanto capisco, lo sento e lo vedo, è orientato verso un lavoro positivo e costruttivo di questo tipo”.

Il messaggio è chiaro, l’uomo del Cremlino punta a trattare da una posizione di forza grazie alla mediazione USA vista come bilanciamento della sterile intransigenza dell’Unione Europea, che non è riuscita di fatto ad avviare alcuna trattativa realistica per la fine del conflitto, dato che appoggiare troppo apertamente una delle due parti significa già inficiare una propria ambizione a mediare.

Certo, gli Stati Uniti sono anch’essi alleati dell’Ucraina, oltre che fulcro della NATO, ma dalla loro particolare posizione egemonica possono permettersi di sondare Mosca con aperture giudicate perfino “scandalose” dagli alleati europei.

Da Washington, dato l’impegno planetario della superpotenza, vedono l’Ucraina solo come un dettaglio di un confronto più ampio con una Russia che pur logorata dal conflitto, resta una potenza temibile anche sull’onda delle più recenti tecnologie militari. E che per giunta è da anni ormai saldamente alleata della Cina, seppure più sotto la spinta di far fronte al comune avversario americano, che per più profonde affinità.

Come preparazione ai colloqui, peraltro, lo “zar” ha ostentato la sicurezza di chi, pur tra difficoltà, sa di poter comunque vincere il conflitto, seppure alla lunga.

Il che, però, non è un problema così grave per la Russia, che tradizionalmente ha sempre fatto del Tempo, oltre che dello Spazio, una delle sue risorse indistruttibili.

Se la campagna prolungata di attacchi di droni ucraini alle infrastrutture petrolifere russe è stata da ormai molte settimane il maggior “fiore all’occhiello” delle forze armate ucraine, ciò non ha impedito alle truppe russe di continuare ad avanzare lentamente sul fronte terrestre.

E’ pur vero che i danni al settore petrolifero russo sono stati gravi e sufficienti a spingere il vice primo ministro Alexander Novak a confermare lo scorso 19 agosto che è iniziata l’importazione di carburanti dall’estero per supplire al deficit di capacità di raffinazione.

Putin, comunque, nel suo discorso da Vladivostok, ha minimizzato, parlando di un “10 % di raffinerie attualmente in manutenzione”.

Un probabile eufemismo per indicare la riparazione dei danni causati dalle incursioni dei velivoli senza pilota ucraini.

Così il presidente russo: “I lavori di riparazione delle raffinerie sono in corso. Ieri il ministro dell’Energia ha riferito che rimane complessivamente circa il 10 per cento dei lavori di manutenzione da completare, su circa il 10 per cento degli impianti. Le riparazioni procedono a un ritmo abbastanza rapido, credo che il restante 10 per cento lo ripristineremo nel più breve tempo possibile”. Giochi di parole per mostrare, almeno come facciata, che una delle maggiori fonti di reddito della Russia non è stata scalfita e che quindi ci si può presentare al tavolo negoziale a testa alta.

L’ex-agente del KGB ha inoltre ostentato sicurezza anche sul fronte squisitamente militare, non solo ribadendo che le truppe russe continuano a erodere le posizioni avversarie, avanzando lentamente, ma evidenziando che la Russia è assai meno logorata dell’Ucraina, specialmente sotto il profilo del potenziale umano.

Il che, pure, non guasta in vista di negoziati in cui Mosca vuol far chiaramente capire che è Kiev a non poter dettare condizioni, e non viceversa. Per quanto parlare di perdite, tra morti e feriti, sia sempre aleatorio data l’incertezza di cifre non confermate, conta il concetto espresso dal leader del Cremlino: “Le perdite del nemico aumentano di mese in mese. Il numero delle vittime è nettamente superiore al numero di persone che arrivano a seguito della mobilitazione forzata e di quelle che rientrano dagli ospedali. Ciò significa una perdita di 8.000-12.000 persone ogni mese”.

D’altro canto, ha ricordato i risaputi problemi di reclutamento dell’esercito ucraino, che spingono agli arruolamenti forzati, anche prelevando uomini in età militare nelle strade: “Qui non abbiamo problemi in termini di disponibilità di personale militare. I russi firmano i contratti volontariamente, a differenza di quanto accade in Ucraina, dove le persone, come cani randagi, vengono radunate e trascinate con la forza al fronte”.

Al contrario, dice Putin, la Russia non necessita di una mobilitazione generale, a dispetto di voce dei giorni precedenti: Non esiste oggi alcuno scenario che richieda una mobilitazione. Si tratta di un attacco informativo da parte del nemico in vista delle elezioni della Duma di Stato, nel tentativo di influenzarne l’esito”.

 

Oltre l’Ucraina

Tanta volontà di Trump e Putin di non esasperare la rivalità strategica globale fra USA e Russia, a costo di ridurre l’Ucraina a un cuscinetto senza voce in capitolo, si spiega ovviamente con la complessiva bilancia strategica tra le due potenze, sempre in bilico specialmente da quando lo scorso 5 febbraio 2026 è decaduto il trattato New START, che limitava il numero delle rispettive testate nucleari strategiche e che era l’ultimo importante trattato ad argine del riarmo rimasto fra di essi.

L’allarme più recente è stato lanciato il 7 settembre dalla Russia in riferimento allo schieramento in Norvegia, a Trondheim, dal 27 agosto scorso, di una batteria lanciamissili americana costituita da 4 celle di lancio Mk.41 in grado di lanciare sia missili antimissile SM-6, sia missili da crociera BGM-109 Tomahawk.

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha illustrato il punto di vista russo: “Consideriamo il dispiegamento in Europa di sistemi statunitensi in grado di lanciare missili a medio e corto raggio come un ulteriore passo nella serie infinita di azioni altamente destabilizzanti dei Paesi della NATO.

L’Alleanza non nasconde l’intenzione di acquisire la capacità di condurre attacchi missilistici in profondità nel territorio russo. I sistemi americani trasferiti in Norvegia utilizzano celle di lancio Mk-41 e possono impiegare diversi tipi di missili contro obiettivi terrestri e navali. Possono essere utilizzati per lanciare missili da crociera Tomahawk a lungo raggio e il loro dispiegamento in Norvegia consente di coprire un’ampia parte della Russia europea, compresa Mosca”.

Conclude la Zakharova: “Le installazioni potrebbero quindi essere utilizzate dalla NATO come strumento per azioni aggressive contro il nostro Paese e per raggiungere obiettivi strategici. Washington e Oslo non dovrebbero sorprendersi se nella risposta russa le forze di deterrenza attribuiranno particolare importanza ai siti di schieramento e comando dei sistemi americani e alle infrastrutture che li sostengono”.

Già il 21 agosto si segnalava, per contro, un’esercitazione della Flotta Russa del Pacifico, con partecipazione di grosse unità come l’incrociatore lanciamissili Varyag, ammiraglia della Flotta del Pacifico, e il sottomarino a propulsione nucleare Omsk, che hanno attuato lanci di missili antinave Bastion, diretti a bersagli simulati di “navi a 300 km di distanza”, presso le isole Curili, vicino ai confini col Giappone, suscitando le proteste di Tokyo.

E proprio mentre il settore del Pacifico si apprestava a restare sguarnito dato che la portaerei George Washington si stava dirigendo nel Mare Arabico per rimpiazzare la logorata portaerei Abraham Lincoln, diretta in California.

Fra il 24 e il 27 agosto, poi, riemergeva “l’incubo” del missile russo a propulsione atomica Novator 9M730 Burevestnik.

Infatti, vari media come Barents Observer segnalavano indizi di un possibile nuovo test del Burevestnik, come noto un rivoluzionario ordigno da crociera a testata atomica in grado di volare per giorni o settimane di volo continuo tutt’attorno al globo e di attuare aggiramenti di portata planetaria per attacchi a sorpresa, passando da direzioni inaspettate rispetto alle prevalenti difese antimissile, per esempio sugli oceani aperti, sui deserti o dal Polo Sud.

Nel tardo agosto sono stati rilevati arrivi di aerei da trasporto militare e personale nella base artica russa di Rogachevo, nella Novaja Zemlja, proprio vicino al poligono di Pankovo dove sono già stati condotti test dell’incredibile arma, provata a partire dal 2019, e che nell’ottobre 2025 percorse sopra i mari artici circa 14.000 km in circuito chiuso, in un tempo dichiarato di 15 ore di volo, ma che potrebbe probabilmente fare il giro del mondo più volte, per totali 150.000 o 300.000 chilometri, a bassissima quota per eludere i radar.

Immagini satellitari mostrano gli aerei Ilyushin Il-976 SKIP da rilevamento radioattivo, per monitorare la traccia rilasciata dal motore del missile, e Beriev A-50U da sorveglianza radar, con la sua grossa, inconfondibile, antenna dorsale a foggia discoidale, detta “rotodome”.

In particolare, il gruppo di intelligence open source AviSector ha riferito al Barents Observer: “Abbiamo osservato una simile attività ancora in agosto. In particolare le nostre immagini satellitari indicano l’arrivo di un aereo A-50U e di due aerei Il-976 SKIP alla base aerea di Rogachevo”.

Già dal 16 agosto, intanto, ha iniziato le prove di mare il colossale sottomarino russo a propulsione nucleare Khabarovsk, vettore dei temibili siluri-droni strategici Status 6 Poseidon, accreditati di una testata nucleare subacquea della potenza vagheggiata fra 2, 10 o perfino 100 megatoni, si dice in grado di causare enormi maremoti che spazzino le coste americane in caso di conflitto nucleare senza restrizioni.

Varato nel novembre 2025 dai cantieri Sevmash di Severodvinsk, il mostro marino lungo 140 metri e con dislocamento di 10.000 tonnellate è in grado di portare fino a 6 Poseidon e si aggiunge a un’altra unità subacquea già operativa, il Belgorod, armata con i siluri dell’apocalisse.

Peraltro, il Khabarovsk verrà affiancato dal gemello Orenburg, tuttora in costruzione, il cui scafo è stato impostato nell’autunno 2025. In generale, poi, il 3 settembre il comando NATO di Brunssum, alias Joint Force Command Brunssum, ha annunciato via social network di aver rafforzato la sorveglianza antisom nell’Artico proprio per far fronte all’accresciuta attività della flotta strategica sottomarina russa, che proprio a Nordovest della Scandinavia, nel cosiddetto passaggio del GIUK Gap, trova il varco per calare dalle acque polari fino in pieno Atlantico: “Qualcosa si muove sotto la superficie. Sottomarini nucleari di nuova generazione capaci di assicurare significative capacità di attacco a lungo raggio e di interdizione marittima nell’Alto Nord. Possono essere invisibili sotto le onde. Ma non per noi. Li vediamo, seguiamo attentamente gli sviluppi e li prendiamo seriamente”.

Il comando Brunssum prevede il dispiegamento nella Flotta Russa del Nord di tre sottomarini multiruolo e tre fregate armati con missili ipersonici Zircon.

Il 30 agosto scorso, invece, è stata Mosca ad additare il riarmo americano, quando Andrei Belousov, ambasciatore del Ministero degli Esteri russo, ha detto a Russia Today e TASS che “le continue pressioni di Washington per discutere del disarmo o della trasparenza sull’arsenale nucleare non strategico russo servono unicamente a distogliere l’attenzione dai piani e dai programmi missilistici americani in Europa”.

Belousov ha aggiunto che l’eventuale riduzione o eliminazione delle armi tattiche russe aumenterebbe il rischio di un attacco nucleare da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, invitando l’Europa a comprendere i pericoli legati all’approccio pragmatista della politica di Washington.

Il riferimento è anche al fatto che gli Stati Uniti, dopo essere usciti già nel 2019 dal trattato INF che vietava le armi a medio raggio, hanno sviluppato sistemi come il Dark Eagle, ipersonco a medio raggio, o il Typhon, che lancia da terra i Tomahawk, intendendo schierarli nei prossimi anni In Europa (come una riedizione degli euromissili anni Ottanta).

Per non parlare dei sospetti russi, rilanciati da una decina d’anni, che le basi antimissile americane del sistema Aegis Ashore, a Deveselu, in Romania, e a Redzikowo, in Polonia, abbiano una parte dei silos armati in segreto non con gli antimissile, bensì con Tomahawk da attacco, probabilmente tornati alla testata nucleare come la versione Gryphon di 40 anni fa.

I missili a medio raggio, più vicini alle frontiere, riducono i tempi di reazione favorendo un primo attacco a sorpresa, oppure possono anche incentivare il rischio dello scoppio per errore di valutazione di una guerra nucleare.

E’ chiaro quindi che di fronte alla complessità e pericolosità dell’altalena tra equilibrio e squilibrio nel rapporto fra due potenze nucleari con capacità di proiezione globale, come Stati Uniti e Russia, la questione ucraina è solo uno dei nodi al pettine e quello che entrambi auspicano di poter risolvere al più presto per eliminare almeno un importante punto di attrito.

Foto: Ministero Difesa Russo, Presidenza Russa, Casa Bianca, US DoD, Presidenza Ucraina, TASS e Forze Armate Ucraine

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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