Tanto tuonò che piovve

 

 

 

Tanto tuonò che piovve. La frase proverbiale, che qualcuno attribuisce addirittura a Socrate, ben si presta a valutare le ultime notizie circa l’impegno militare italiano nella Penisola Arabica. Del resto lo stesso titolo lo ebbe un editoriale del 2021 che si occupava, guarda caso. sempre di armamenti italiani e Yemen.

Oggi questo titolo è di nuovo “riciclabile” poiché si sono concretizzati rischi e minacce che non era difficile mettere in preventivo come aveva fatto il nostro web-magazine.

Ieri il ministero della Difesa ha reso noto voler valutare l’attivazione di una missione navale nazionale per la scorta ai mercantili in transito nello Stretto di Bab el Mandeb dopo che le milizie del movimento Ansar Allah dell’etnia Houthi hanno assunto il controllo dell’intera costa yemenita e delle isole sul Mar Rosso.

Oggi è stato reso noto che un aereo da combattimento italiano Eurofighter Typhoon appartenente al dispositivo Task Force Air – Arabia schierato nella base di Taif è stato danneggiato dai bombardamenti Houthi sulla base saudita utilizzata da Riad per bombardare lo Yemen.

Uno scenario che Analisi Difesa aveva prefigurato già il 3 agosto scorso con un editoriale dal titolo eloquente “L’Italia rischia di farsi coinvolgere nella guerra in Medio Oriente“ e di nuovo due giorni or sono con un video commento sul canale You Tube “La Penna nel Fianco” intitolato “I nostri aerei nella guerra degli altri”.

 

L’antefatto

A inizio agosto grazie agli articoli di Fausto Biloslavo su Il Giornale vennero alla luce due nuove missioni militari italiane di cui non erano stati forniti i dettagli, nate dal ridispiegamento delle forze schierate in Iraq (Esercito) e in Kuwaiy (Aeronautica) per l’Operazione alleata a guida statunitense Inherent Resolve, di supporto al governo iracheno contro la presenza delle milizie dello Stato Islamico (ISIS).

L’evacuazione di quelle forze italiane si rese necessaria nel marzo scorso a causa dei bombardamenti iraniani successivi all’attacco israelo-americano contro Teheran: attacchi che prendevano di mira le basi utilizzate dagli statunitensi in cui erano schierati anche gli italiani.

L’evacuazione delle forze italiane portò in realtà alla nascita di due differenti e nuove missioni mai dibattute pubblicamente né approvate in Parlamento.

La Task Force Air- Arabia contribuisce con 400 militari alla difesa aerea e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo con un E-550A CAEW, velivolo avanzato di sorveglianza, comando e controllo in grado di identificare e tracciare potenziali minacce aeree, quattro caccia bombardieri Eurofighter F-2000 A, un velivolo C 130J per missioni di trasporto tattico, collegamento con le basi in Medioriente, come quella di Gibuti sul Mar Rosso e con funzioni di evacuazione sanitaria (Medevac).

La Task Force Land dell’Esercito, con 260 uomini e assetti per la difesa aerea dislocati in Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti tra cui una batteria missilistica SAMP-T (in Arabia), due radar Kronos (in Arabia Saudita e Bahrein) oltre a una batteria di cannoni a tiro rapido Skynex con munizioni a frammentazione AHEAD anti-drone e anti-missile, sistemi d’arma già distintisi nel conflitto in Ucraina da pochi mesi consegnati e dislocati negli Emirati Arabi Uniti.

Assetti che sono stati chiesti all’Italia dalle monarchie arabe durante la guerra tra USA/Israele e Iran della scorsa primavera che ha visto i vettori di Teheran colpire basi americane e obiettivi ne paesi arabi del Golfo. Ulteriori dettagli sulle due missioni potete leggerli nel link riportato sopra.

Il 3 agosto Analisi Difesa espresse alcune considerazioni:

  • Evacuare in Arabia Saudita il contingente italiano schierato in una base kuwaitiana e una irachena utilizzate anche da forze statunitensi e per questo colpite dagli iraniani è cosa ben diversa dal predisporre un dispositivo da combattimento aereo e antiaereo nazionale da schierare al fianco dei sauditi contro gli Houthi yemeniti e degli emiratini per difendersi da droni e missili iraniani. L’attuale missione appare del tutto nuova e comporta una buona dose di rischi che i militari italiani si trovino coinvolti nel conflitto contro l’Iran e i suoi alleati regionali. La mobilitazione di forze aeree italiane riguarda la minaccia degli Houthi yemeniti rivolta oggi all’Araba Saudita e alle sue navi nell’ambito della rivitalizzazione di uno scontro che oppone Riad al movimento Ansar Allah fin dal 2015.

 

  • Difficile far passare l’impegno delle forze aeree italiane schierate fino a ieri in Kuwait come consequenziale con quello del dispositivo basato in Arabia Saudita, dove è arrivato anche un aereo da allarme precoce E-550A CAEW a conferma della maggiore complessità della nuova missione. Il velivolo non era infatti stato assegnato precedentemente alla Task Force Air-Kuwait, a ulteriore riprova che la natura della missione in Arabia Saudita è ben diversa da quella in Kuwait, calibrata su un avversario ben più strutturato e su una minaccia ben più insidiosa (droni e missili) rispetto alle residue milizie dell’ISIS presenti in Iraq.

 

  • Legittimo che il governo possa aver deciso di assumere un ruolo più marcato nel conflitto contro l’Iran, in cui finora Roma però non si è fatta saggiamente coinvolgere, ma sarebbe stato più indicato dibatterlo pubblicamente, discuterlo in ambito governativo e farlo approvare dal Parlamento.

 

  • Tra i rischi facilmente ipotizzabili possiamo considerare che collaborare con i sauditi nelle operazioni sullo Yemen potrebbe indurre le milizie Houthi a lanciare droni e missili contro i mercantili italiani in transito nello Stretto di Bab el-Mandeb, con grave danno per i nostri armatori e per la nostra economia.

 

  • L’Iran e i suoi alleati potrebbero attuare rappresaglie contro i mercantili italiani in transito a Hormuz o colpire volutamente le basi che ospitano i nostri assetti militari con droni e missili da crociera e balistici.

 

I fatti di oggi

Ieril il ministero della Difesa ha emesso il comunicato che riportiamo qui sotto.

Il Ministro della Difesa, Onorevole Guido Crosetto, ha dato indicazioni al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Luciano Portolano, al Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio di Squadra Giuseppe Berutti Bergotto, e al Comandante del COVI, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Maria Iannucci, affinché in pieno coordinamento, effettuino un’attenta valutazione della situazione operativa e di sicurezza nel Mar Rosso e predispongano un piano volto a garantire il libero transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb delle navi di interesse nazionale che intendano attraversarlo.

Il Ministro ha inoltre chiesto di verificare se l’attuale quadro giuridico consenta, qualora necessario, di richiamare sotto comando nazionale capacità delle Forze Armate italiane già presenti nell’area e attualmente impiegate in altre operazioni, oppure se si renda necessaria una nuova e specifica autorizzazione del Parlamento, anche in virtù delle decisioni già adottate da alcuni Paesi alleati e partner.

L’obiettivo è assicurare la protezione del naviglio di interesse nazionale e contribuire alla tutela della libertà di navigazione, nel pieno rispetto del quadro normativo, del mandato parlamentare, degli impegni internazionali assunti e delle regole di ingaggio vigenti.

Sempre ieri Crosetto, intervenendo al Forum sulla Risorsa Mare a La Spezia ha annunciato, come riportava l’Ansa, di aver “deciso, con il capo di Stato maggiore, di non aspettare che sia Aspides a stabilire se le navi possono passare o meno. Probabilmente ci attiveremo in modo tale che le navi italiane possano iniziare a passare senza aspettare che la burocrazia europea si sommi alla nostra perché ritardare i tempi in casi come quello significa ritardare l’economia, significa aggravare problemi”.

Attualmente la Marina Militare schiera a Gibuti la FREMM Bergamini con i due cacciamine che avrebbero dovuto contribuire a sminare lo Stretto di Hormuz in caso di accordo di pace tra Teheran e Stati Uniti e qualora l’Iran avesse dato il via libera.

Oggi pomeriggio la Bergamini ha scortato il mercantile Jolly Oro della compagnia di navigazione Ignazio Messina & C., durante il transito dello Stretto di Bab el-Mandeb, in direzione nord. Lo ha reso noto la Marina Militare precisando che l’attività è stata svolta nell’ambito dell’operazione ASPIDES, peraltro pienamente attiva.

Sul piano politico l’Unione europea sembra schierarsi con Riad. “L’Unione europea condanna fermamente la campagna militare degli Houthi in Yemen e gli attacchi contro l’Arabia Saudita, compreso il recente attacco che ha preso di mira La Mecca, città santa per l’Islam. Esprimiamo la nostra piena solidarietà all’Arabia Saudita” ha scritto su X il portavoce del servizio diplomatico dell’Ue, Anwar El Anouni.

L’altro fatto che ha portato alla ribalta i rischi connessi con la missione militare italiana in Arabia Saudita è stato l’attacco con droni o missili che la notte scorsa ha colpito la base aerea King Fahd di Taif, 70 chilometri da La Mecca, dove è stato colpito un Typhoon dell’Aeronautica militare italiana.

La base del resto viene utilizzata dai Typhoon sauditi per bombardare lo Yemen. Il ministro Crosetto ha reso noto questa mattina che la base è stata oggetto nella notte di “diversi attacchi”. Un F-2000 italiano, che si trovava “all’interno della base ed in un’area decentrata”, è stato colpito.

Non risultano militari italiani coinvolti e, secondo il ministro, non sono stati registrati altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal personale nazionale. Crosetto ha chiesto ai vertici militari una nuova valutazione dell’evoluzione del quadro, delle condizioni del personale e delle possibili opzioni operative.

 

Considerazioni

L’attacco che ha danneggiato il Typhoon italiano conferma i rischi che avevamo già sottolineato il 3 agosto scorso e che abbiamo riportato all’inizio di questo articolo.

Circa la scorta navale ai mercantili, sarebbero una decina quelli appartenenti ad armatori italiani che hanno chiesto una scorta, va precisato che al momento non si segnalano minacce portate dalle milizie Houthi o da altre forze regionali contro il traffico navale.

Anzi, Ansar Allah ha reso noto che colpirà solo navi saudite e che non intende minacciare navi di diversa nazionalità.

In questo contesto non c’è nessuna urgenza né necessità di scortare i mercantili, nè con assetti navali nazionali né europei, anche se per prudenza appare saggio mantenere nell’area una o due fregate in grado di far fronte anche a evenienze diverse qualora il contesto dovesse mutare.

Del resto anche gli Stati Uniti hanno respinto l’ipotesi di intervenire in armi al fianco dei sauditi per non dover fronteggiare ulteriori sfide militari con gli Houthi con i quali Washington dovette scendere a patti nel 2025 dopo una lunga e inconcludente campagna militare.

Oggi sono oltre 1.200 al mese le navi che attraversano lo stretto di Bab el Mandeb, con un aumento del 28% di navi e del 43% di tonnellaggio rispetto all’estate 2025 ma con volumi di traffico del 39% sotto i livelli precrisi. Negli ultimi giorni le navi in transito sarebbero in media 27 al giorno riferisce un report dell’ANSA.

Che la situazione nello Stretto sia tranquilla per il traffico mercantile lo dimostra anche il fatto che in febbraio, quando la missione europea Aspides è stata prorogata per un anno,

A febbraio, quando è stata resa pubblica la proroga di un anno dell’Operazione Aspides, è stato annunciato anche un ulteriore compito assegnato alla flotta UE: raccogliere informazioni sulla “flotta ombra” di petroliere e mercantili che operano per conto della Federazione Russa.

Segnale inequivocabile che gli Houthi non sono, per il momento, una minaccia. Perché quindi andare a cercare guai schierando aerei militari italiani a Taif?

Peraltro l’Arabia Saudita dispone di circa 450 aerei da combattimento, più del doppio dell’Italia, ed è tra le prime nazioni al mondo per spese militari. Potrà avere bisogno di consiglieri per intelligence e dati satellitari come i 100/200 statunitensi che secondo CNN affiancano i vertici sauditi nei comandi operativi, ma di certo non soffre carenze numeriche.

Occorre infatti chiedersi quanto possa contribuire la presenza di aerei da combattimento e missili da difesa aerea italiani a Taif, al rischio che Ansar Allah consideri l’Italia co-belligerante al fianco di Riad. Eventualità che esporrebbe i mercantili degli armatori italiani al rischio di diventare un bersaglio e in tal caso scortarli non sarebbe più un’opzione ma una necessità.

Senza però dimenticare che negli anni scorsi molte navi militari di diversa nazionalità (incluse quelle francesi e statunitensi) hanno esaurito rapidamente le scorte di costosissimi missili e munizioni guidate scontrandosi con i missili e i droni a buon mercato lanciati dallo Yemen.

Foto: EUNAVFOR Aspides e Difesa.it

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).

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