Le nuove alleanza regionali in Europa indeboliscono la NATO

 

 

 

Il 15 agosto, nel giorno della Festa delle Forze Armate, Donald Tusk parlando da Gdynia, sul Baltico, ha affermato che la Polonia sta costruendo “una versione moderna di un’alleanza regionale” con Svezia, Norvegia, Finlandia, Lituania, Lettonia ed Estonia, “con la partecipazione attiva di danesi, britannici e tedeschi”, perché “questa regione, dove la Russia rappresenta una tale minaccia, sia sicura”.

Il premier polacco non ha messo in discussione l’appartenenza alla NATO, ma le sue parole suggeriscono che per Varsavia la garanzia dell’articolo 5, da sola, non basta più.

La proposta ha una storia. Negli ultimi diciotto mesi la Polonia ha firmato il trattato di Nancy con la Francia (maggio 2025) e il trattato di Northolt con il Regno Unito (maggio 2026). Con la Germania il percorso è stato più difficile. L’accordo del giugno 2026 sulla cooperazione nella difesa è stato ridotto a un’intesa tra ministeri, perché un vero trattato non avrebbe superato il vaglio del presidente Karol Nawrocki.

Il ministro degli Esteri Radosław Sikorski lo ha ammesso apertamente, spiegando che con un trattato tra Polonia e Germania “si scatenerebbe l’inferno”.

Qui sta il primo limite del progetto di Tusk. La Costituzione polacca richiede l’approvazione del Parlamento per alleanze e trattati militari, e il presidente, che considera gli Stati Uniti e non Berlino o Londra il partner di riferimento, può bloccarli. Il governo potrebbe ripiegare su intese non vincolanti, destinate però a durare quanto la sua maggioranza, forse fino alle elezioni dell’autunno 2027.

Di fatto, Nawrocki, parlando lo stesso giorno a Varsavia, ha indicato una linea diversa. “Tutte le chiavi della sicurezza polacca devono essere a Varsavia”, ha detto, aggiungendo che la Polonia non può affidare la propria sicurezza a decisioni prese “in altre capitali d’Europa, anche in quelle amiche”.

Il secondo pilastro di una possibile nuova architettura di sicurezza settentrionale è britannico. Il 29 aprile, al RUSI di Londra, il Primo Lord del Mare, ammiraglio Sir Gwyn Jenkins, ha presentato la Northern Navies Initiative, cioè la creazione di “una famiglia di flotte alleate” fra i dieci paesi della Joint Expeditionary Force, ovvero Regno Unito, Danimarca, Estonia, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia.

La forza dovrebbe essere addestrata secondo gli standard della Royal Navy, probabilmente guidata dal comando britannico di Northwood e, nelle parole di Jenkins, “concepita per combattere immediatamente se necessario, con capacità reali, piani di guerra reali e integrazione reale”.

Jenkins vorrebbe arrivare entro la fine dell’anno a una dichiarazione formale. L’area di interesse comprende il Grande Nord, l’Atlantico settentrionale e il Baltico, cioè le acque da cui passa la Flotta del Nord russa per raggiungere l’Atlantico e quelle che circondano Kaliningrad e San Pietroburgo. Jenkins ha precisato che l’iniziativa “non deve essere vista come separata dalla NATO” ma come “un mezzo per aiutare la NATO”. Resta il fatto che non è una struttura dell’Alleanza, che gli Stati Uniti non ne fanno parte e che il comando sarebbe esclusivamente britannico.

La Joint Expeditionary Force, nata nel 2014, offre il precedente. È una coalizione pure a guida britannica che può agire senza attendere il consenso dei trentadue alleati, e il vertice di Helsinki del 26 marzo l’ha definita “un ponte tra le operazioni nazionali e quelle della NATO”, con l’impegno a contrastare la flotta ombra russa e le minacce alle infrastrutture sottomarine. Mosca la legge in modo diverso.

Il 23 aprile, secondo quanto riportato da RIA Novosti e Kommersant, il viceministro degli Esteri Aleksandr Grushko ha denunciato esercitazioni della JEF con scenari di blocco e conquista della regione di Kaliningrad, giudicandole altamente provocatorie.

Il rischio è concreto. Un’iniziativa nata per proteggere cavi e rotte commerciali può essere percepita come lo strumento per chiudere a Mosca l’accesso al Baltico, e in quel mare il confine tra controllo e blocco è molto sottile.

Poi c’è Washington. Dalla primavera di quest’anno il sottosegretario alla Difesa per la politica Elbridge Colby riunisce un gruppo ristretto di alleati, chiamato Gruppo di Bergen dalla città norvegese che ha ospitato il primo incontro.

Ne fanno parte Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia, Germania e Paesi Bassi, mentre Danimarca e Turchia hanno partecipato alla riunione tenuta a margine del vertice di Ankara a luglio. Il prossimo incontro è previsto in Polonia.

Colby ha spiegato di voler lavorare con gli alleati “che stanno rispettando rapidamente gli impegni di spesa dell’Aia”, cioè il 5% del PIL fissato nel vertice del 2025, e che “hanno la dimensione per contribuire e sono pronti a occuparsi di questioni pratiche”.

Sono rimasti fuori Regno Unito e Francia, le due potenze nucleari europee, le tre repubbliche baltiche, che pure sono tra i paesi che spendono di più per la difesa, e l’Italia. Secondo un alto funzionario europeo citato da Politico, all’ultima riunione si è parlato soprattutto di acquisti di equipaggiamenti statunitensi e di come sostenere l’industria americana.

Un diplomatico della NATO ha osservato che “tutto ciò che divide gli alleati in categorie, buoni e cattivi, non è utile e non cementa l’unità”, mentre un altro ha ammesso che “se fossi dei paesi baltici, ammetto che sarebbe tutto un po’ amaro”.

Il Gruppo di Bergen rivela la logica dell’attuale amministrazione americana. Gli Stati Uniti riducono la loro presenza diretta, ma non rinunciano a orientare le scelte europee. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa, il Pentagono sta valutando il ritiro di un terzo dei circa 68.000 militari presenti in Europa, con un’opzione più ampia che arriverebbe a 40.000, e la decisione sarebbe attesa entro il 6 novembre.

Tra le ragioni c’è il rifiuto di alcuni alleati di concedere le basi per le operazioni contro l’Iran, che Pete Hegseth ha definito “vergognoso”. Metà del contingente in Romania è già rientrata e cinquemila soldati stanno lasciando la Germania.

È’ un disimpegno selettivo, accompagnato da un sistema di premi e punizioni. Chi spende, compra americano e sostiene la linea di Washington entra nel circolo che conta, chi dissente resta fuori. Gli Stati Uniti esercitano così un’egemonia a distanza, con meno soldati sul terreno e più controllo sulle scelte politiche e industriali degli alleati.

La reazione degli esclusi mostra però che il modello incontra resistenze. “Le discussioni sul futuro della NATO e della sicurezza europea devono restare nella NATO”, ha detto un funzionario europeo. E ha aggiunto che “se c’è una guerra, avremo bisogno di tutti i paesi”.

Queste iniziative non sono isolate. La stessa NATO ha moltiplicato le missioni regionali, da Baltic Sentry, avviata nel gennaio 2025 dopo il danneggiamento dei cavi sottomarini, a Eastern Sentry, lanciata nel settembre successivo dopo l’incursione di droni russi in Polonia, fino ad Arctic Sentry, nata nel febbraio 2026.

L’Unione Europea lavora a un sistema di difesa antidrone lungo il fianco orientale. A questi si aggiungono formati più vecchi come il Northern Group, la cooperazione nordica NORDEFCO, i Nove di Bucarest, il Triangolo di Weimar e il gruppo dei cinque principali paesi europei, cioè Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito, oltre alla coalizione dei volenterosi per l’Ucraina.

Il risultato è una sovrapposizione di iniziative, con alcuni paesi presenti quasi ovunque e altri quasi da nessuna parte. Svezia, Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi siedono sia nella JEF sia nel Gruppo di Bergen. La Polonia, che non fa parte della JEF, è presente a Bergen, nei Nove di Bucarest, nel Triangolo di Weimar e nel gruppo dei cinque. Italia e Francia sono praticamente assenti dalle strutture settentrionali.

È la definizione di un’alleanza a geometria variabile caratterizzata dalla competizione per la leadership e della divisione del lavoro tra alcuni partner che si percepiscono e autodefiniscono come più rilevanti rispetto agli altri. Il fianco nord e quello orientale vengono organizzati da coalizioni costruite intorno a una potenza guida, il Regno Unito sul mare, la Polonia sulla terra, gli Stati Uniti come arbitro politico e industriale, con partner scelti per peso strategico, posizione geografica e disponibilità ad allinearsi. Il principio dell’indivisibilità della sicurezza, su cui la NATO si regge dal 1949, ne esce indebolito.

Se la difesa del Baltico viene pianificata nella JEF, garantita da accordi bilaterali e discussa con Washington nel Gruppo di Bergen, la NATO rischia di diventare un contenitore formale e non più il luogo in cui si decide. Uno studio del Carnegie Endowment del dicembre 2025 descrive la cooperazione nella regione come un processo che nasce “dal basso, intorno a specifiche carenze di capacità, piuttosto che da quadri imposti dall’alto”. È un vantaggio in termini di rapidità, ma è anche la prova che l’Alleanza non riesce più a produrre una risposta comune.

Gli aspetti critici non finiscono qui. Il primo riguarda il comando. In una crisi nel Baltico, forze della JEF o delle Northern Navies potrebbero agire prima che il Consiglio Atlantico abbia deciso, trascinando l’intera Alleanza in un conflitto nato dalla scelta di pochi.

Il secondo riguarda la deterrenza nucleare. Il Regno Unito guida le coalizioni del nord ma è escluso dal gruppo americano, mentre la Francia non partecipa né alle une né all’altro. Il terzo è la concorrenza tra le potenze guida. Londra, Berlino e Washington offrono a Varsavia e ai paesi nordici modelli diversi, e la stessa politica polacca è divisa tra chi guarda alla Germania, chi al Regno Unito e chi agli Stati Uniti. Il quarto riguarda l’industria.

Se l’accesso ai circoli ristretti dipende dagli acquisti, il riarmo europeo finirà per rafforzare l’industria americana e la frammentazione del mercato più che una base industriale europea comune. C’è infine la percezione russa. Le parole di Grushko, secondo cui la NATO persegue deliberatamente l’inasprimento del confronto in questa parte d’Europa, mostrano che Mosca legge questi formati come un accerchiamento, e ogni nuovo patto offre al Cremlino un argomento in più per rafforzare la regione di Kaliningrad e il ricostituito Distretto militare di Leningrado.

Nel contesto appena delineato, Roma è esclusa dal Gruppo di Bergen, non fa parte della JEF né delle Northern Navies e ha un ruolo marginale nei formati baltici, nonostante partecipi a rotazione alla polizia aerea sul Baltico, schieri un contingente dell’Esercito in Lettonia e guidi il gruppo tattico multinazionale in Bulgaria.

Di fatto, la nuova architettura del nord e dell’est viene definita senza il contributo italiano, mentre il fianco sud, dal Mediterraneo al Sahel, resta fuori dalle priorità di tutti.

Una ragione in più per sganciarsi, definitivamente e il prima possibile, dagli scenari competitivi (e costosi) delle direttrici strategiche settentrionali e nordorientali per tornare a volgere lo sguardo alle latitudini del Mediterraneo.

La NATO non è sul punto di sciogliersi. Ma un’alleanza in cui i membri costruiscono patti paralleli per ottenere la sicurezza che l’organizzazione non sembra più garantire, e in cui la potenza guida sceglie con chi parlare, ha già cambiato natura. Le geometrie variabili rispondono a esigenze reali di rapidità ed efficacia, ma il loro prezzo è la perdita del principio per cui la sicurezza di ciascun alleato riguarda tutti.

Foto: NATO, PAP e Difesa.it

 

 

Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.

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