Il giorno dopo il voto: scenari di una terza guerra tra Stati Uniti e Iran

Gli americani hanno votato e il verdetto è stato più severo di quanto prevedessero le analisi della vigilia. I democratici hanno conquistato sia la Camera dei rappresentanti sia il Senato, dove i repubblicani avevano sperato fino all’ultimo di conservare la maggioranza grazie al voto decisivo del vicepresidente JD Vance.
È la sconfessione più netta subita da Donald Trump dal suo ritorno alla Casa Bianca. Alla vigilia del voto, secondo la media dei sondaggi del New York Times, solo il 37 per cento degli americani approvava l’operato del presidente, appena sopra il minimo storico del 36 per cento toccato due settimane prima.
Il Times attribuiva il calo di consensi al caro carburante, al caro-vita e a una guerra contro l’Iran che gli americani non hanno mai fatto propria. Il nuovo Congresso si insedierà però soltanto il 3 gennaio. Fino ad allora Trump governerà con un Parlamento uscente ancora a maggioranza repubblicana, che non ha più un mandato politico ma nemmeno alcun interesse a frenarlo.
Per un presidente che ha costruito la propria immagine sulla forza, una sconfitta interna può rendere più attraente una vittoria esterna, rapida e facile da raccontare. E i due mesi che lo separano dall’insediamento di un Congresso ostile sono il momento in cui avrà meno vincoli.

È in questa luce che vanno lette le indiscrezioni delle ultime due settimane su una possibile ripresa delle ostilità contro l’Iran. Dopo la guerra dei dodici giorni del giugno 2025 e il conflitto aperto il 28 febbraio scorso, che a Teheran chiamano “terza guerra imposta” contando anche quella con l’Iraq degli anni Ottanta, si profila una terza fase dello scontro. Per Washington sarebbe, di fatto, una terza guerra contro la Repubblica islamica.
La notizia che ha fatto più rumore è arrivata domenica sera da Tucker Carlson. Il giornalista, che conosce bene gli ambienti della destra trumpiana, ha scritto che “sotto la pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Trump potrebbe essere a pochi giorni dal lanciare un attacco nucleare contro l’Iran”.
L’obiettivo sarebbe Pickax Mountain, il sito fortificato vicino a Natanz dove, secondo l’intelligence israeliana, Teheran avrebbe ripreso il programma nucleare, e contro il quale, sempre secondo Carlson, nessuna arma convenzionale americana sarebbe in grado di perforare “300 piedi di granito solido”. La Casa Bianca ha liquidato Carlson come affetto da “sindrome da squilibrio anti Trump”, ricordando però, nella stessa replica, che il presidente “ha a disposizione un’ampia gamma di opzioni sull’Iran”.
Una smentita che non smentisce. Netanyahu, dal canto suo, all’indomani del voto israeliano del 27 ottobre ha parlato apertamente di “un’opportunità storica irripetibile” per eliminare la minaccia iraniana insieme a Trump.

Più circostanziato, perché viene da chi ha avuto accesso alla pianificazione militare, è l’allarme del senatore democratico Chris Murphy. Intervenuto al Middle East Institute di Washington, il senatore del Connecticut ha raccontato di aver ascoltato l’anteprima di un piano “di breve durata” e ha aggiunto senza giri di parole che “il loro piano è dissennato”, destinato a provocare “una devastante escalation e la probabile distruzione del nostro impegno verso lo stato di diritto”.
Murphy ha richiamato quanto già emerso sulla stampa riguardo a ciò che Washington potrebbe pianificare e alle “infrastrutture civili che potremmo colpire”. Il Wall Street Journal ha riferito che diversi paesi del Golfo sono stati avvertiti di prepararsi, dopo il voto del 3 novembre, a un’offensiva americana breve e intensa, mentre il New York Times indica tra i bersagli gli impianti nucleari, le infrastrutture energetiche e gli arsenali di missili e droni. Trump stesso, in un comizio in Florida, ha evocato “un altro piccolo Epic Fury”, dal nome dell’operazione di febbraio, e già il 30 marzo aveva minacciato di chiudere la partita “facendo saltare e annientando completamente tutte le loro centrali elettriche (e forse tutti gli impianti di desalinizzazione).
Lunedì 2 novembre, peraltro, forze americane hanno colpito con discrezione l’isola di Qeshm, all’imbocco dello Stretto di Hormuz, che secondo il Wall Street Journal ospiterebbe una base missilistica sotterranea, una base navale e un grande impianto di desalinizzazione. Ufficialmente, si sarebbe trattato di un’azione difensiva a tutela della navigazione.

La combinazione tra un’operazione da chiudere in pochi giorni e un obiettivo sepolto sotto decine di metri di roccia è ciò che rende plausibile, almeno sul piano tecnico, lo scenario descritto da Carlson. L’unico ordigno aviolanciato dell’arsenale americano progettato per bersagli di questo tipo è la bomba a penetrazione B61-11, la cui potenza è stimata tra i 340 e i 400 kilotoni, oltre venticinque volte quella di Hiroshima. Un’esplosione di questa entità non resterebbe confinata sotto la montagna.
Diversi analisti hanno stimato che la ricaduta radioattiva potrebbe estendersi fino a quasi trecento chilometri sottovento, mentre le esplosioni penetranti lascerebbero crateri da cui il materiale radioattivo fuoriuscirebbe, esponendo a seconda dei venti Iraq, Turchia, Pakistan e Paesi del Golfo.

Se nel sito fosse davvero custodito uranio altamente arricchito, una parte potrebbe essere sollevata in atmosfera. Lo stesso Carlson ha scritto che il fallout contaminerebbe il Golfo Persico, cioè le acque da cui dipendono gli impianti che forniscono acqua potabile a milioni di persone sulle due sponde. Agli effetti immediati dell’esplosione si sommerebbero così le malattie da radiazioni, la contaminazione di terreni e falde, l’esodo di popolazioni che nessun paese vicino è in grado di accogliere.
Il punto politico e giuridico, però, è un altro. Un piano che associa a un colpo contro il sito nucleare bombardamenti “complementari” contro centrali elettriche e impianti di desalinizzazione, mira deliberatamente a beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, che il diritto internazionale umanitario vieta di attaccare, distruggere o rendere inservibili.
Si tratta di una norma di diritto consuetudinario, che vincola quindi anche gli Stati Uniti, sebbene Washington non abbia mai ratificato il Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra. Pianificare un’operazione di questo genere significa, di fatto, pianificare crimini di guerra. È probabilmente questo il senso più profondo del richiamo di Murphy allo stato di diritto che gli Stati Uniti, da tempo, non tengono in alcuna considerazione.
Sul fronte iraniano le dichiarazioni degli ultimi giorni, lette insieme, compongono una dottrina coerente. Il 31 ottobre la Guida suprema Mojtaba Khamenei, succeduto al padre ucciso nei primi giorni di guerra, ha ordinato ai comandanti che qualunque minaccia “di qualsiasi livello o tipo” riceva una risposta “immediata, efficace e senza limiti geografici”, e di aggiornare la lista dei bersagli includendo “tutti i beni materiali e immateriali del nemico americano sionista”.

Nello stesso messaggio ha precisato che, se i nemici torneranno ad attaccare, saranno “le forze armate della Repubblica islamica e la nazione iraniana a determinare il momento e le condizioni della fine” del conflitto. Il capo di stato maggiore delle forze armate, generale Ali Abdollahi, ha tradotto l’indirizzo politico in termini operativi avvertendo che, una volta confermati i segnali di un’aggressione, “le forze armate non aspetteranno che l’altra parte lanci un’operazione prima di decidere quando e come rispondere”. In altre parole, se Teheran si convincerà che l’attacco è imminente, colpirà per prima.
Chi a Washington immagina che un ordigno nucleare possa ottenere una resa sul modello giapponese del 1945 dovrebbe considerare il modo in cui le forze armate iraniane si sono organizzate.
La cosiddetta difesa a mosaico divide l’apparato militare in comandi regionali semiautonomi, capaci di continuare a combattere anche se il vertice viene colpito, e secondo Al Jazeera già prima di morire Ali Khamenei aveva disposto la designazione di più successori, fino a quattro, per ogni incarico chiave, militare e civile. La decapitazione della catena di comando, tentata a febbraio, non ha fermato la guerra, e non c’è motivo di credere che un attacco nucleare produrrebbe un esito diverso.
Anche se il comando centrale venisse annientato, le operazioni proseguirebbero secondo piani già distribuiti ai livelli inferiori. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi lo ha detto in poche parole lunedì scorso, avvertendo che senza un accordo “la situazione attuale continuerà e l’Iran non si piegherà”.
Lo stesso Araghchi ha poi alzato il tono rivolgendosi all’Europa. Rispondendo al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che da Seul aveva lamentato oltre cento miliardi di euro di danni per il rincaro dell’energia, ha ricordato che Merz aveva salutato i bombardamenti israeliani e americani come il “lavoro sporco” fatto per conto dell’Europa e ha concluso che “non ci sono più linee rosse”.

Accostate alla formula “senza limiti geografici” usata da Khamenei e da Abdollahi, queste parole significano che chiunque sostenga in qualunque forma l’azione di Washington o di Israele, compresa la concessione delle proprie basi, può diventare un obiettivo militare. Il portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia è stato ancora più esplicito, prevedendo che le fiamme di una nuova guerra “avvolgeranno senza dubbio un’area geografica molto più vasta”, mentre il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale Mohsen Rezaei ha indicato come possibili bersagli anche i cavi sottomarini, i centri dati e le infrastrutture dell’intelligenza artificiale nella regione.
Qui si apre un paradosso che l’Europa farebbe bene a non sottovalutare. Per oltre quattro anni i governi europei hanno fornito all’Ucraina armi, intelligence e addestramento, anche per colpire il territorio russo, sostenendo che ciò non li rendeva parti del conflitto.
Lo stesso ragionamento oggi rischia di rovesciarsi contro di loro, perché Teheran considera cobelligerante chi offre un sostegno anche indiretto a una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza. Il primo paese esposto è il Regno Unito.
A marzo Londra ha esteso l’uso delle basi di Diego Garcia e di RAF Fairford alle missioni contro le capacità iraniane che minacciano Hormuz; Araghchi ha avvertito la ministra degli Esteri Yvette Cooper che concedere le basi equivaleva a una partecipazione all’aggressione, e l’Iran ha lanciato missili balistici contro Diego Garcia, intercettati o caduti fuori bersaglio.
A luglio, dopo il decollo da Fairford di un bombardiere B-1 diretto su Teheran, i Pasdaran hanno dichiarato che “qualsiasi base utilizzata per invadere il territorio iraniano è un nostro obiettivo legittimo”, e il nuovo primo ministro Andy Burnham ha attribuito “quasi certamente” ai Pasdaran un complotto scoperto nei pressi della stessa base. Il governo britannico, insomma, si trova già oggi nella condizione che gli altri europei considerano soltanto un’ipotesi, e i paesi che ospitano installazioni americane, Italia compresa, non possono ritenersi estranei al problema.

Ancora più scomoda è la posizione delle monarchie del Golfo. A fine marzo, secondo l’Associated Press, Arabia Saudita ed Emirati, seguiti da Kuwait e Bahrein, chiedevano in privato a Trump di proseguire la guerra fino a quando la leadership iraniana non fosse cambiata, e Abu Dhabi arrivava a sollecitare un’invasione terrestre.
Sette mesi dopo, il 26 ottobre, il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman era a Teheran, insieme al capo dell’esercito pachistano Asim Munir e al capo dell’intelligence turca Ibrahim Kalin, per “ridurre la tensione tra le parti dell’attuale crisi”.
Negli stessi giorni il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, proponeva un patto di non aggressione tra i paesi del Golfo e l’Iran, in un sistema nel quale gli Stati Uniti non sarebbero più il principale garante della sicurezza regionale, mentre il consigliere emiratino Anwar Gargash ammetteva che il suo paese si prepara “al peggio”.
Il cambio di rotta ha una spiegazione semplice. Gli alleati di Washington ospitano basi, radar e depositi americani che sarebbero i primi obiettivi della ritorsione iraniana, ma la protezione non segue la stessa geografia. Già a marzo gli Stati Uniti avevano trasferito sistemi THAAD e Patriot dalla Corea del Sud verso il Medio Oriente, e a fine ottobre una batteria Patriot partita dal Texas è stata destinata a rafforzare la difesa di Israele, mentre le truppe americane venivano allontanate dalle basi più esposte. Oramai, ospitare gli americani comporta rischi mortali.

Eppure, la diplomazia non si è fermata. Teheran mantiene sul tavolo il proprio piano in sette punti, trasmesso attraverso i mediatori del Qatar e del Pakistan, che comprende la fine del blocco navale, la revoca delle sanzioni, garanzie contro nuovi attacchi e un cessate il fuoco regionale esteso al Libano. Lunedì il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha spiegato che il piano è stato condensato e può essere attuato in due giorni anziché sette, con la riapertura di Hormuz e la ripresa dei negoziati.
Mojtaba Khamenei, che il 27 ottobre aveva chiesto di uscire dalla condizione di “né guerra né pace” imponendo le condizioni iraniane, avrebbe concesso al governo poteri speciali per accelerare la trattativa. Il senso della formula è chiaro. Per la Guida suprema lo stallo attuale non è più accettabile e l’unica alternativa a una pace vera sarà la guerra.
In questo quadro si inserisce la lettera del vicepresidente J.D. Vance, recapitata a Rezaei attraverso il Qatar. Secondo la stampa americana propone colloqui diretti sotto la sua guida, con il nucleare in agenda fin dall’inizio. Rezaei ha commentato alla televisione di Stato che “il loro tono è cambiato completamente, il che è un buon segno”, e Araghchi, intervistato da Al Jazeera, ha parlato di “un passo positivo”, pur escludendo per il momento un incontro con gli americani.

Non è un dettaglio. Vance era stato descritto dal New York Times come la voce più scettica della cerchia di Trump sull’attacco all’Iran, e il registro rispettoso della sua lettera, lontano dagli insulti che Washington rivolge ogni giorno ai propri avversari, è stato letto a Teheran come una proposta concreta di de-escalation e non come l’ennesimo ultimatum.
Basterà a scongiurare la ripresa delle ostilità? Dentro l’amministrazione convivono almeno due anime. Da una parte c’è chi, come Vance cerca un’uscita negoziata da una guerra impopolare e costosa. Dall’altra c’è chi, in sintonia con Netanyahu, vede nel momento attuale l’occasione per chiudere i conti con un colpo risolutivo. Trump oscilla tra le due, come mostra la frase pronunciata lunedì secondo cui Teheran “farà un accordo oppure la chiuderemo noi”. Una sconfitta elettorale potrebbe spingerlo in entrambe le direzioni, verso la ricerca all’estero del successo negato in patria oppure verso la liquidazione di un conflitto che gli ha già fatto perdere consensi.
In tutto questo c’è un elemento che va oltre la cronaca. Dal 1945 nessuno ha più usato un’arma nucleare in guerra, e quel limite ha retto attraverso crisi ben più gravi di quella attuale perché ogni leader sapeva che varcarlo avrebbe cambiato le regole per tutti.

Oggi a valutare se superarlo sarebbe un presidente indebolito in casa, spinto da un alleato che ha tutto l’interesse a escalare il conflitto, contro un paese che dichiara di non avere più linee rosse e di voler decidere da solo quando la guerra finirà. Teheran, che combatte un conflitto esistenziale, vuole che la guerra si chiuda in modo tale che nessuno osi più attaccare l’Iran. Washington, a sua volta, cerca una vittoria che nessuno possa contestare. I due avversari cercano entrambi una fine che l’altro non può accettare, e questo rende molto più difficile la definizione di un accordo che nessuno dei due potrebbe presentare come un trionfo.
Foto: Casa Bianca, Forze Armate Iraniane, US Department of War, Tasnim e FARS
Maurizio BoniVedi tutti gli articoli
Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.







