I Militari reagiscono all’umiliazione inflitta dal Governo

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Sul caso marò comincia a farsi sentire la voce dei militari. Dopo le reazioni rabbiose e scandalizzate, spesso anonime, affidate a lettere e messaggi ai media, ai forum su internet e a facebook, scendono ufficialmente in campo i vertici delle forze armate. “Il Capo di stato maggiore della Difesa, a nome e insieme a tutto il personale delle forze armate, si stringe affettuosamente ai nostri fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ammirandone l’esempio, il coraggio, la disciplina e il senso dello Stato”. Comincia così la nota dell’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, (nella foto), numero uno delle nostre forze armate aggiungendo l’auspicio “che questa vicenda che sta sempre più assumendo i toni di una farsa si concluda quanto prima e che i nostri fucilieri, funzionari dello Stato in servizio di stato alla stessa stregua di tutti i militari che operano all’estero con onore per la pace e stabilità internazionali, siano al più presto riconsegnati alla giurisdizione italiana”.
Una dichiarazione educata ma incisiva soprattutto nell’uso del termine “farsa”, attribuibile sia all’arroganza dell’India sia alla sciagurata decisione del governo Monti di riportare a Nuova Delhi i nostri due militari definiti “un esempio per tutti noi” dal Capo di stato maggiore della Marina Militare, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi. “Capo Latorre e Capo Girone hanno avuto il coraggio dell’obbedienza, nel momento più difficile, guardando all’interesse dell’Italia, coerentemente con i valori di lealtà , onore e amore di Patria che devono sempre ispirare le nostre azioni e le nostre scelte”. Nel comunicato De Giorgi si rivolge al personale della Marina, tra il quale non è difficile cogliere un diffuso malessere unito a sentimenti di rabbia e scoramento. “Noi marinai continueremo a fare il nostro dovere con orgoglio e disciplina, sull’esempio di Latorre e Girone, fiduciosi nella vittoria delle nostre ragioni. Sosterremo incondizionatamente i nostri fucilieri e le loro famiglie”.
Indiscrezioni riferiscono che i vertici militari non siano stati informati dal governo della decisione, presa giovedì nel primo pomeriggio, di rimandare a Delhi i due marò. Notizia che ammiragli e generali avrebbero appreso solo più tardi e dalle agenzie di stampa. Se queste voci corrispondono al vero è facile immaginare lo stato d’animo di quanti vestono l’uniforme, non solo quella della Marina e di ogni grado.
Gli interventi dei vertici di Difesa e Marina, pur senza avere i toni di un “pronunciamiento”, rompono 36 ore di assordante silenzio delle istituzioni militari e in particolare del ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ( per giunta un ammiraglio) che finora non ha fatto sentire la sua voce per spiegare le ragioni del voltafaccia che hanno portato Roma a calare nuovamente le braghe davanti all’India. Proprio Di Paola aveva assicurato nei giorni scorsi a Latorre e Girone il rapido ritorno al loro lavoro. Negli ambienti militari, all’interno dei quali Di Paola è stato finora stimato e considerato “uno dei nostri”, non ci si spiega come il ministro abbia potuto accettare una simile decisione o come abbia potuto subirla senza reagire in modo energico e pubblico. Insieme al ministro degli Esteri, Giulio Terzi, Di Paola riferirà sulla vicenda martedì in Parlamento. I comunicati degli ammiragli Binelli Mantelli e De Giorgi coprono solo in parte il gap determinato dal silenzio del ministro ma “erano necessari soprattutto per contenere lo stato di frustrazione e la protesta montante tra i militari” spiega a Libero una fonte ben informata coperta dall’anonimato. Un ufficiale con un’ampia esperienza nelle missioni oltremare ammette che “sfiducia e indignazione serpeggiano in queste ore non solo tra i marinai ma in tutti i reparti italiani, soprattutto in quelli che più spesso vengono impegnati all’estero e che oggi si sentono traditi dalle più alte cariche istituzionali”. Un aspetto sottolineato da molte fonti militari è che ora non si tratta più di due militari italiani catturati con l’inganno da un altro Paese ma “delle istituzioni italiane che hanno consegnato due militari a uno Stato straniero per farli processare da un tribunale speciale”. Più espliciti i commenti di chi non veste più l’uniforme , come l’ammiraglio Giuseppe Lertora che parla di “una Caporetto” che indebolisce i nostri soldati ormai privi di tutele proponendo polemicamente di “arruolare dei mercenari, che almeno non sono i figli di questo Stato”.

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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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