Il rapporto ICSA sul terrorismo islamico

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La fine della Guerra Fredda aveva spinto gli analisti a predire un periodo di stabilità geopolitica da cui trarre dividendi di pace e lo stesso concetto sembrava potersi applicare anche alla lotta al terrorismo con l’eliminazione di Osama bin Laden. Ma così non è stato ed oggi dobbiamo assistere ad una costante e più pericolosa evoluzione del fenomeno jihadista che ha invece assunto una connotazione da rete in franchising, un marchio che appartiene a chi se ne appropria per rivendicare attentati. L’evoluzione del terrorismo jihadista e la minaccia qaedista con i relativi scenari di riferimento è stato il tema centrale del rapporto “Evoluzione del terrorismo internazionale di matrice jihadista” realizzato e curato dalla Fondazione ICSA presieduta dal generale Leonardo Tricarico. Nei diversi interventi è stato posto l’accento sugli sforzi intrapresi per tracciare le linee guida e gli strumenti di prevenzione e di contrasto al terrorismo evidenziando una strategia – quella qaedista – che secondo l’ideologo Abu Musab Al Suri non risponde direttamente ad al-Qaeda per l’esecuzione di attentati ma è piuttosto un appello ai musulmani nel mondo per portare avanti la jihad per una sorta di resistenza islamica contro l’Occidente e gli stati musulmani apostati (quelli che hanno governi filo-occidentali o che svolgono una politica contro il terrorismo).

Il rapporto produce, tra l’altro, analisi che riguardano l’arrivo delle primavere arabe che hanno comportato il crollo di regimi che in qualche modo riuscivano a garantire un contenimento dei gruppi terroristici, crollo che di fatto ha creato nuovi santuari nell’area mediterranea. Ormai non si parla più di una struttura verticistica ma di un vero e proprio terrorismo spontaneo che genera imprevedibilità e difficoltà di intelligence per l’individuazione di cellule o di singoli che senza più collegamenti con gruppi strutturati entrano in azione anche in assenza di direttive a livello gerarchico. Un altro pericolo è quello della saldatura che si sta registrando nell’area sub-sahariana con fattori di minaccia comuni a quella magrebina, lungo una fascia che attraversa il continente in senso longitudinale dal Senegal al Golfo di Guinea, al Corno d’Africa e che trova aree di criticità in Nigeria e nelle zone di confine tra Kenya e Somalia. Si tratta di un’area vastissima, in cui si stanno creando dei santuari del terrorismo che genereranno ulteriore instabilità. Si stanno quindi generando zone fuori controllo al cui interno troviamo volontari di diversa provenienza anche occidentale che vi si stanno insediando per organizzarsi e addestrarsi per azioni terroristiche di ampia portata.L’analisi del fenomeno porta poi a confermare come il narcotraffico sia una delle fonti principale di finanziamento perchè i dati di cui le diverse agenzie di intelligence indicano come i flussi finanziari del terrorismo internazionale coincidano con quelli del riciclaggio e del reimpiego dei narcoproventi.

Un altro problema da affrontare è poi quello dei cosiddetti reduci, cioè di coloro che hanno combattuto sui diversi fronti del terrorismo – Afghanistan, Siria, Irak – e che rientreranno nei paesi di provenienza dando luogo a dei veri e propri centri di insegnamento. Quello che preoccupa maggiormente gli analisti è il saper gestire le incognite che nascono dalle primavere arabe e dalla situazione in Siria dove assistiamo non ad una rivolta ma ad una vera e propria rivoluzione. Non si deve sottovalutare poi come l’intero continente africano possa divenire una piattaforma per il terrorismo jihadista come invece diversi segnali lo danno per certo.Il rapporto indicava anche “Il modello italiano di prevenzione e contrasto” per evidenziare come il nostro paese ha saputo cogliere, con un’efficace e capillare opera di intelligence, importanti risultati monitorando anche il fenomeno “homegrown”, problema di crescente pericolosità nell’Unione Europea e più in generale nei paesi occidentali dove le azioni di matrice jihadista  sono sempre più frequentemente opera di soggetti che si autoradicalizzano e che si autoaddestrano da soli o in piccoli gruppi.

Gli “homegrown” sono terroristi che spesso sono immigrati di seconda o terza generazione che ricercano le proprie origini nell’estremismo ideologico e nel messaggio qaedista, difficili da identificare prima che passino all’azione. Il rapporto presenta, tra l’altro, una mappa del rischio per le imprese italiane in aree di crisi elaborando un “Indice Sintetico di Rischio per le imprese italiane nelle aree di crisi” costruito sulla base di numerose variabili quantitative e qualitative. Un importante e peculiare contributo è stato portato dall’ENI che operando in decine di paesi a rischio terrorismo, ha la necessità di procedere a delicate valutazioni della minaccia terroristica specie se sono presenti interessi vitali nazionali, insediamenti e investimenti delle imprese italiane.Alla presentazione del rapporto sono intervenuti il ministro dell’interno Angelino Alfano, Marco Minniti, autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, il generale Saverio Capolupo, comandante generale della Guardia di Finanza.

Nei loro interventi sono stati sottolineati gli sforzi, molto spesso coronati da successo ma non per questo si deve abbassare il livello di attenzione, soprattutto nelle dimensioni finanziaria e di prevenzione, quest’ultima attraverso anche la metodica dell’HUMINT (HUMan INTelligence, in altre parole lo spionaggio diretto) ma soprattutto quella delle fonti aperte (OSINT, Open Sources INTelligence). L’attenzione della Guardia di Finanza e non solo si è posta sulle agenzie di “money transfer” che hanno dato vita ad esperienze investigative in tema di finanziamento al terrorismo.Il numero uno delle Fiamme Gialle ha poi evidenziato come i flussi di denaro che i migranti spediscono verso i loro paesi di origine si spostano su canali non ufficiali – come appunto i “money transfer” – che si muovono senza tracciabilità nell’arco di 24 ore e forse meno e questo impedisce di fatto anche i normali controlli. Minniti invece ha evidenziato il pericolo terrorismo derivante dalla situazione in Siria e indicando come l’Africa sia ormai un’emergenza che deve essere monitorata e non sottovalutata. Altri interventi hanno posto l’accento sulla qualità di accesso dei flussi migratori: coloro che arrivano sui barconi non sono terroristi ma potrebbero diventarlo perché vivono in condizioni di disagio che li rende fragili e “aggredibili” ad una sorta di indottrinamento pericoloso. Del resto la minaccia terroristica esiste e l’Italia risponde con il CASA (Comitato Analisi Strategica Antiterrorismo) perché la nostra nazione è una finestra sul Mediterraneo da cui potrebbero entrare ospiti non graditi.

Immagioni: CrimeList, Pu 24.it

Vitgnetta: Vauro

 

 

Federico CerrutiVedi tutti gli articoli

Nato a Roma, dove risiede e lavora, ha iniziato la sua carriera giornalistica nel 1965 con la rivista Oltre il Cielo occupandosi di spazio sia civile che militare e con la testata Ali Nuove. Nel 1971 ha iniziato a lavorare con Alata e dal 1979 con Difesa Oggi della quale divenne caporedattore lavorandovi fino al 1998. Ha collaborato con Rivista Aeronautica, il quotidiano Europa, il Centro Militare Studi Strategici (Cemiss) e svolto alcune attività con il SIOI. Dal 2001 è defence editor di Analisi Difesa.

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