Sulla Difesa l'Europa perde tempo

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Se qualcuno tra i più convinti europeisti si aspettava qualcosa di concreto in termini di Difesa comune dal Consiglio Europeo tenutosi a Bruxelles il 19 e 20 dicembre sarà  rimasto ancora una volta deluso. Nonostante le aspettative di un summit già da mesi annunciato come il primo a porre in cime all’agenda il tema della difesa comune il tutto si è risolto in una dichiarazione conclusiva trasudante aria fritta e già messa a punto almeno una settimana prima dell’incontro. Giusto per dare un’idea di quanto sensibilità si riscontri nei palazzi dell’Unione circa i temi di difesa e sicurezza che pure ci dovrebbero interessare e preoccupare considerata la lunga serie di scontri e conflitti in atto ai confini della Ue. In ogni caso il summit di Bruxelles si è concentrato soprattutto sul tema dell’integrazione bancaria, certo molto più sentito tenuto conto che il fronte finanziario è forse l’unico sul quale l’Europa si trova realmente integrata con tutte le drammatiche conseguenze che registriamo da alcuni anni.

Come in tutti i summit targati Ue anche in questo caso il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, si è detto soddisfatto per l’accordo raggiunto tra i capi di Stato dell’Unione Europea in materia di Difesa. “Questo pomeriggio, per la prima volta dal 2008, abbiamo discusso di Difesa: la Nato ha appoggiato pienamente le nostre posizioni e questo dimostra la piena condivisione di intenti tra Nato e Unione Europea”, ha affermato Van Rompuy nel corso della conferenza stampa convocata alla fine della prima giornata del summit. L’obiettivo è riuscire a coniugare in futuro “un’armonizzazione tra i vincoli di spesa pubblica e le esigenze della difesa”. Tutto qui? Si perché il documento finale sottolinea che occorre aumentare le economie di scala tra i partner, la cooperazione e la complementarietà. La Ue si limita a chiedere uno sforzo di coordinamento agli Stati membri per gestire insieme le minacce ma in concreto non c’è nulla di nuovo e le operazioni militari restano a conduzione NATO o di qualche singolo Stato.

Basti vedere le difficoltà che la Francia riscontra nel trovare in Europa appoggio militare e finanziario per le operazioni in Malì e più recentemente in Centrafrica. In quest’ultimo Paese solo Belgio e Polonia hanno accettato di inviare truppe al fianco dei francesi: i soldati di Bruxelles faranno la guardia all’aeroporto, quelli di Varsavia svolgeranno compiuti logistici ma non combatteranno.  Il capro espiatorio per l’assenza di iniziative di rilievo in termini militari è senza dubbio il premier britannico David Cameron. Non era neppure entrato nella sala dove si teneva il Consiglio che già dichiarava ai giornalisti la sua ferma opposizione a un “esercito europeo” la cui costituzione non era peraltro neppure in agenda.  Ciò nonostante la sua posizione è piaciuta  alla Nato  (e agli Stati Uniti) che ovviamente considera la difesa europea accettabile solo se integrata e non in alternativa all’Alleanza Atlantica. Il Consiglio ha deciso di elaborare l’anno prossimo un documento comune sulla difesa dagli attacchi informatici (cyber defense) e una strategia di Sicurezza Marittima entro il 2014. Tema quest’ultimo che fa un po’ ridere se consideriamo che la Ue non è neppure riuscita a mobilitare un pugno di pattugliatori per aiutare l’Italia a gestire l’emergenza immigrati e poi si riempie la bocca con espressioni quali “strategia di sicurezza marittima”.

Il flop più grave il Consilio lo ha registrato però sul fronte dell’industria della Difesa, unico segmento che già registra integrazioni, consorzi e joint-ventures tra i partner europei e che avrebbe bisogno di catalizzare le risorse finanziarie (in calo costante) assegnate dai singoli Stati ai bilanci nazionali della Difesa. In pratica per salvare l’industria della difesa europea (1,4 milioni di occupati e 96 miliardi di euro annui di fatturato) dalla crisi e dalla concorrenza di Usa, Russia e ormai anche Cina occorrono programmi comuni ad ampio respiro in settori strategici. Tom Enders, amministratore delegato del colosso franco-tedesco-spagnolo Eads ha detto la settimana scorsa che “l’Europa dovrà acquistare il suo prossimo cacciabombardiere dagli Stati Uniti o in Asia se non investirà nella propria industria della difesa consentendo il consolidamento del settore”. Enders ha chiesto la messa a punto di un programma comune per realizzare droni armati della categoria dei Reaper statunitensi per consentire all’industria europea di entrare da protagonista in un mercato in costante e ricca crescita.

Il Consiglio europeo si è però limitato a raccomandare lo sviluppo di nuove capacità condivise nel settore dei droni, della cyber security, delle comunicazioni satellitari e del rifornimento in volo senza varare programmi congiunti. Così i singoli Stati membri della Ue (e della Nato) continuano a spendere i loro bilanci sempre più magri per acquistare soprattutto armi e mezzi statunitensi mentre le loro industrie riducono le attività, chiudono stabilimenti e mettono a casa migliaia di lavoratori.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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