L’INCERTO FUTURO DELLA TURCHIA NELLA NATO

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Dopo il tentato colpo di stato, la Turchia si ritrova in uno status ibrido, sia a livello interno che internazionale.
Con più di 300 morti, migliaia di giuristi e ufficiali arrestati, il Paese sta fronteggiando una crisi che difficilmente potrà essere ricomposta entro breve termine.

Sotto il profilo degli impegni internazionali, una domanda si pone con immediatezza: quale sarà l‘impatto del colpo di stato sul ruolo della Turchia come alleato militare all’interno della struttura NATO, anche alla luce del riavvicinamento russo-turco?

La domanda ha delle implicazioni molto pratiche dal momento che coinvolge lo status della base aerea di Incirlik nel sud della Turchia, dove la NATO ha “ospitato” ripetutamente armi nucleari tattiche, una cinquantina, sebbene gli Stati Uniti non abbiano confermato (ma nemmeno smentito) la loro presenza.

Se l’esistenza delle bombe termonucleari B-61-11 fosse confermata dai fatti, Washington avrà certamente bisogno della piena cooperazione di Ankara per assicurare che equipaggiamento e forze militari statunitensi in loco siano protetti.

In ogni caso, il problema di Incirlik (base il cui utilizzo Ankara avrebbe proposto anche ai velivoli russi attivi sulla Siria creando così l’inconsueta coabitazione tra jet russi, americani, britannici e tedeschi) si inserisce nella questione a più ampio respiro che coinvolge l’incerto futuro della Turchia nell’Alleanza.

La Turchia è un alleato NATO dal 1952 ed è sempre stato un partner difficile verso cui gli Stati Uniti hanno nutrito talvolta qualche diffidenza anche il confine condiviso con il Medio Oriente e la Russia hanno sempre fatto di Ankara un partner chiave. Dalla prima guerra del Golfo del 1991, la Turchia è diventata un punto focale delle operazioni militari statunitensi in quella regione e lo resta tuttora nella guerra aerea contro lo Stato Islamico.

Tuttavia, come riporta l’ammiraglio James Stravridis (ex comandante supremo della NATO in Europa), i turchi hanno spesso la sensazione che le loro preoccupazioni e la loro particolare posizione geografica non siano tenute nel debito conto e rispettate a sufficienza nel Consiglio dell’Alleanza.

Nonostante alcune questioni recenti che hanno ostacolato la relazione con la NATO, come la decisione della Turchia (poi annullata) di acquistare un sistema di difesa contro i missili balistici dalla Cina, fino al summit di Antalya del maggio 2015 Ankara sembrava particolarmente interessata ad approfondire la cooperazione.

In tale occasione, nel suo discorso d’apertura, l’allora primo ministro Ahmet Davutoğlu aveva annunciato di aver proposto agli alleati la guida da parte turca della Very High Readiness Joint Task Force della NATO (VJTF) nel 2021.

LA NATO Spearhead Force è stata creata per dotare l’Alleanza di una capacità di risposta più rapida alle crescenti capacità militari che la Russia ha impiegato per invadere l’Ucraina.

Anche su tale proposta, al momento regna l’incertezza e del resto Ankara ha ottenuto in questi anni dalla NATO un ampio supporto alla difesa del suo spazio aereo meridionale con l’invio di aerei radar AWACS e lo schieramento lungo il confine siriano di batterie di Patriot e recentemente SAMP/T forniti inizialmente da USA, Germania e Olanda, poi da Spagna e Italia per la difesa contro i missili balistici e da crociera provenienti dalla Siria.

Il fallito colpo di Stato ha rivelato che le principali istituzioni nel Paese sono profondamente divise (almeno fino alle “purghe” messe in atto dal presidente Recep Tayyp Erdogan) e questo non potrà che destabilizzare la politica turca nel prossimo futuro.

Nel breve periodo, indipendentemente dall’evoluzione dei fatti, è prevedibile vi sia un impatto negativo sull’abilità delle forze militari turche di svolgere i loro compiti attraverso lo spettro delle attività dell’Alleanza.
La Turchia ha inviato truppe, aerei e navi praticamente ad ogni missione della NATO: in Afghanistan, nei Balcani, in Siria e nella missione di contrasto alla pirateria nell’Oceano Indiano.

La gerarchia militare turca – oggi come ieri – è lacerata da concezioni profondamente diverse sul concetto di Stato, di rule of law e di contratto sociale alla base della politica nazionale. Questo fa propendere per l’ipotesi della permanenza dell’instabilità nelle forze armate turche, con un probabile effetto disgregatore che potrebbe investire a catena altre istituzioni nel medio periodo.

Le forze armate saranno sicuramente più impegnate a rafforzarsi dall’interno, anche attraverso controlli e investigazioni sulle possibili minacce endogene, piuttosto che a imbarcarsi in nuove sfide che porterebbero incerto prestigio ma sicuri costi.

Il primo effetto del colpo di stato va quindi a colpire la preparazione, la performance e la motivazione delle forze armate turche.

Oltre a ciò, le purghe potrebbero minare le capacità delle forze armate in maniera considerevole. 2.800 soldati sono già stati arrestati, altri probabilmente lo saranno e molti comandanti riceveranno lunghe pene detentive.

Le autorità turche potrebbero essere ancora più sospettose nei confronti dei militari e, di conseguenza, il governo potrebbe mostrarsi meno disposto a intraprendere operazioni militari fuori dai confini nazionali, anche se questa ipotesi sembra essere smentita dall’intervento, il 24 agosto, di un reparto meccanizzato turco in territorio siriano per aiutare i ribelli dell’Esercito Siriano Libero a strappare la città di confine di Jarablus allo Stato Islamico.

Sono noti inoltre i propositi di Erdogan di tagliare i fondi alla Difesa e ridurre il ruolo delle forze armate.

A livello internazionale, le ritardate reazioni degli alleati europei e americani al golpe militare non sono state di certo apprezzate da Erdogan, che sembra aver preso atto dell’inaffidabilità degli alleati occidentali e aveva già aperto al riavvicinamento col Cremlino.

Dall’altre parte, vi sono anche segni non trascurabili di un allontanamento dall’Alleanza.

Il blocco della base aerea di Incirlik nelle fasi immediatamente successive a fallito golpe, sebbene giustificato come il modo più appropriato per permettere di arrestare tutti i golpisti, assume un significato politico e simbolico di più vasta portata. Se non può essere letto come sfida aperta, sicuramente l’episodio getta un’ombra sulla cooperazione NATO- Turchia.

Nel frattempo, aumenta anche l’avversione della popolazione civile verso Nato e USA.

Dopo il tentativo di golpe, vi sono state manifestazioni presso la base USA di Incirlik, dove circa 5.000 manifestanti hanno chiesto la chiusura della struttura assegnata agli statunitensi (nell’aeroporto operano anche reparti aerei turchi).

La Turchia apporta ancora un contributo fondamentale alla Nato e, oltre a possedere forze armate che per numero di effettivi sono seconde solo agli USA nell’Alleanza, ragioni di carattere geopolitico (oltre che tecnico) non rendono verosimile la possibilità di un voto in favore dell’uscita della Turchia, o di un alleggerimento del vincolo di cooperazione.

Nell’ottica statunitense e della Nato l’uscita di Ankara va assolutamente evitata anche solo perché contribuirebbe a rafforzare l’asse Ankara – Mosca.

La NATO e la Turchia si trovano dalla stessa parte del tavolo nel sostegno ai curdi iracheni e ai miliziani jihadisti dell’Esercito della Conquista (ex qaedisti, Salafiti e Fratelli Musulmani) attivi in Siria contro Bashar Assad.

Una coalizione che si contrappone a quella formata da Russia, Iran, Hezbollah, sciiti e governativi siriani anche se entrambe combattono (o dovrebbero combattere) lo Stato Islamico.

Del resto gli occidentali appoggiano le Forze Democratiche Siriane composte da curdi e arabi che soni malviste da Ankara che negli ultimi giorni ha invece aperto ad Assad accettandone il ruolo guida anche durante la fase di transizione politica in Siria e ottenendo in cambio l’intervento delle forze di Damasco contro i curdi, fino a ieri alleati dei governativi siriani nel combattere l’Isis.

Una situazione strategica complessa e in continua evoluzione anche sotto il profilo delle alleanze. Così se durante la guerra fredda era fuori discussione l’importanza del ruolo di Ankara, al momento la NATO ha bisogno della Turchia per la sua vicinanza all’Iraq e alla Siria.

Secondo il giornalista Con Coughlin, il fatto che Washington abbia parlato apertamente della possibilità di sospendere la permanenza della Turchia nella NATO dimostra quanto sia logoro il rapporto tra Ankara ed i suoi alleati occidentali dopo il fallito golpe militare.

E’ poi però lo stesso segretario generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg a rassicurare Ankara. “La Turchia è un alleato valido della Nato, con il quale sono solidale in un momento difficile”. Da Washington arriva l’eco: “supportiamo il governo eletto”.

E’ quindi probabile che nessuno correrà il rischio di allontanare la Turchia in un momento come quello attuale, perché è geograficamente posta al centro di quasi tutte le crisi in cui l’Occidente è coinvolto.

D’altra parte, tecnicamente la NATO non dispone nemmeno di regole per l’eventuale espulsione. Spetta solo agli Stati Membri abbandonare l’alleanza, sulla base della loro spontanea volontà.

Dunque, a meno che la Turchia non voglia rinunciare a far parte della NATO, con ogni probabilità ne rimarrà membro fintanto che l’Alleanza esisterà. L’unica alternativa sarebbe una decisione presa per consenso in seno all’Alleanza, il che appare altrettanto improbabile.

Alcune variabili tuttavia non lasciano tranquilla l’Alleanza: la nuova era delle relazioni tra Russia e Turchia, e soprattutto l’appoggio russo alla Turchia in chiave anti-occidentale, preoccupano, per di più se anche l’Iran dovesse far parte di un’ipotetica intesa transcaucasica.

Si tratta però di variabili dato che l’entente cordiale russo-turco rimane fragile e molti analisti la considerano solo “congiunturale” tra due Paesi che continueranno ad avere interessi diversi.

Di sicuro la Turchia avrà bisogno di numerosi incentivi per mantenere salda la propria relazione con l’Alleanza. Gli Stati Uniti hanno un grande interesse nella stabilità politica della Turchia e delle sue capacità militari, ora che l’Iraq e la Siria si sono trasformati in terra di conflitti protratti, e numerosi paesi del Medio Oriente rimangono instabili.

Gli Stati Uniti potrebbero utilizzare la NATO come meccanismo per sostenere le posizioni turche nei confronti della questione siriana: un mezzo potrebbe essere la fornitura di maggiori risorse al Comando Alleato di Izmir, la più vasta installazione atlantica in Turchia.

La diplomazia occidentale sarà però chiamata a fare i conti con i crescenti bisogni di sicurezza dell’Europa che si riflettono anche sulla NATO e che trovano il loro crocevia in Turchia: la questione ISIS, la stabilità in Egitto, la lotta all’Islam radicale e al terrorismo, i traffici di immigrati clandestini, le rotte del petrolio e del gas nel mediterraneo orientale.

Come ha dichiarato Earl Rasmussen, vicepresidente del Centro di Studi Politici sull’Eurasia di Washington, la situazione in Turchia creatasi attorno al tentato colpo di stato non si rifletterà sulla sua adesione alla NATO, ma potrebbe far sorgere seri problemi in futuro nell’Alleanza Atlantica.

Se la NATO non lascerà Ankara al suo destino, è però ipotizzabile anche che preferisca tentare di relazionarsi con partner che potrebbero dimostrarsi più affidabili.
Il pensiero va subito al Caucaso e alla Georgia in particolare, nella quale la NATO sta investendo cospicuamente nella prospettiva della futura membership e dove esattamente un anno fa il Segretario Generale Jens Stoltenberg aveva inaugurato il the NATO-Georgia Joint Training and Evaluation Centre.

Tuttavia il ruolo, la posizione e l’ormai lunga storia di cooperazione che legano la NATO alla Turchia restano fattori imprescindibili della strategia atlantica nel Vicino Oriente.

Foto: Reuters, Anadolu, US DoD, AP, AFP e NATO

Classe 1983, Master in Relazioni Internazionali e Dottorato di Ricerca in Transborder Policies IUIES, ha maturato una rilevante esperienza presso vari istituti europei occupandosi di protezione internazionale delle minoranze, di politica estera UE, conflitti e tecniche negoziali internazionali. E' stata ricercatrice presso il Centro di Studi Europei in Svizzera e assistente nella cattedra di Storia delle Relazioni Internazionali e Politica Internazionale presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università degli Studi di Trieste. Lavora attualmente al Servizio Europeo per l'Azione Esterna a Bruxelles dove si occupa di sicurezza in Medio Oriente e nell'est Europa.

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