Trump fa il “botto” anche in Afghanistan

MOAB Usaf

da Il Mattino del 14 aprile 2017

Donald Trump continua a fare sentire il peso delle armi americane in giro per il mondo e dopo il raid “punitivi” in Siria e le minacce di attacco alla Corea del Nord ha ordinato all’aeronautica di impiegare per la prima volta la GBU-43B, la più potente bomba convenzionale presente nell’arsenale statunitense, su una base dello Stato Islamico in Afghanistan.

L’arma è seconda per peso e potenziale solo alla GBU-57A/B che però è una MOP (Massive Ordinance Penetrator) cioè un ordigno concepito per penetrare in profondità (20 metri di calcestruzzo o 100 di terra) prima di esplodere.

Nota come “Big Blu” è stata prodotta in 16 esemplari tutti conservati nella base aerea Whiteman in Missouri, base dei 20 bombardieri invisibili B2-Spirit in grado di imbarcare 2 ordigni  anche del tipo GBU-43B.

Dotata di un sistema di guida satellitare, la MOAB esplode a pochi metri da terra con un potenziale di 11 tonnellate di tritolo ed è quindi idonea a demolire qualunque bersaglio, anche protetto si trovi in superfice nel raggio di centinaia di metri dall’esplosione.

Il suo impatto è devastante, soprattutto contro fanterie e postazioni in superficie (per un uomo è letale anche il solo spostamento d’aria) ma anche dal punto di vista psicologico per il forte effetto demoralizzante che ha sui sopravvissuti.

Definita dall’acronimo MOAB (Massive Ordnance Air Blast bomb) prontamente reinterpretato in Mother Of All Bombs (“Madre di tutte le bombe”) dai militari è un ordigno ad alto potenziale da 10 tonnellate (di cui 8,5 di esplosivo) sganciabile solo dai bombardieri strategici B-2 ma solitamente rilasciata dagli MC-130 Combat Talon, versione per operazioni speciali del cargo tattico C-130 che per decenni ha lanciato su Vietnam, Iraq e Afghanistan le super-bombe BLU-82 “Daisy Cutter”, ordigni da quasi 7 tonnellate predecessori delle MOAB che invece sono state realizzate dopo la guerra contro l’Iraq del 2003.

Il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, ha confermato in apertura del briefing quotidiano che gli Stati Uniti hanno colpito l’Afghanistan sganciando una bomba mirata a colpire “tunnel e grotte usate dai miliziani dell’Isis” sottolineando che nell’azione “sono state prese tutte le precauzioni per evitare vittime civili e danni collaterali” ma rimandando poi al Pentagono per ulteriori dettagli.

Il rilascio dell’ordigno è avvenuto in Afghanistan alle 19 ora locale e l’obiettivo era rappresentato da un tunnel usato dalle milizie afghane dello Stato Islamico nel distretto di Achin, nella provincia orientale di Nangarhar divenuta da due anni roccaforte dell’Isis che nel Paese asiatico combatte sia il governo di Kabul sia i talbani.

Da tempo nell’area è in corso un’offensiva afghana nota come Operazione Hamza sostenuta dalle forze aeree americane.

Il bombardamento è stato riferito dalla Cnn citando fonti del Pentagono mentre il presidente lo ha definito “un’altra missione di successo” complimentandosi e dicendosi orgoglioso dei militari che “hanno fatto un grande lavoro.

Difficile dire che significato militare abbia avuto l’impiego della MOAB contro l’Isis in Afghanistan. Gli insorti di quel Paese, talebani o di altre milizie, sono avvezzi a subire attacchi aerei con ogni tipo di ordigno, incluse le bombe termobariche che devastano caverne e rifugi sotterranei.

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Quindi non saranno certo le super bombe di Trump ad annientare l’insurrezione jihadista contro Kabul e gli alleati occidentali.

Il valore del raid aereo nella provincia di Nangarahr è forse più simbolico che altro. Trump conferma che “lo sceriffo americano è tornato” anche nel paese asiatico con un monito rivolto anche questa volta più ai russi che ai miliziani dell’Isis.

Domani infatti si apre a Mosca la Conferenza di pace voluta dal Cremlino per cercare di porre le basi per la fine di un conflitto di cui l’Occidente sembra essersi dimenticato dopo il grande ritiro militare che ha lasciato nel Paese non più di 12mila militari della Nato per la gran parte statunitensi.

Alla Conferenza di pace partecipano, oltre all’Afghanistan e alla Russia, altri 11 Paesi della regione ma non gli Stati Uniti che sembrano osteggiarla se sono vere alcune indiscrezioni che suggeriscono come proprio le pressioni di Washington abbiano indotto nei giorni scorsi alcuni parlamentari afghani ad accusare Mosca di sostenere e armare i talebani.

Sia la Russia sia i talebani dell’Emirato Afghano hanno smentito categoricamente pur precisando che “vogliono buoni rapporti con i Paesi vicini e con un certo numero di Nazioni della Regione”.

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Il disimpegno occidentale da Kabul ha indotto da tempo Mosca a temere che una vittoria talebana in Afghanistan possa dirottare la spinta propulsiva jihadista verso la Russia e le repubbliche asiatiche ex sovietiche. Per questo Vladimir Putin ha assunto iniziative diplomatiche e militari a sostegno di Kabul che non sembrano gradite a Washington, né prima con l’Amministrazione Obama né evidentemente ora con quella di Donald Trump.

Ieri il vice ministro degli Esteri afghano, Hekmat Khalil Karzai, che guida la delegazione afghana nella capitale russa, ha sostenuto che il coinvolgimento della Russia “è positivo” a condizione che qualsiasi soluzione riguardante il processo di pace sia “a guida e gestione del governo afghano”.

Probabile quindi che Trump intenda compromettere gli sforzi diplomatici russi in Afghanistan così come sta cercando di sabotare la tregua e i negoziati avviati da Mosca in Siria per far dialogare Assad e alcuni movimenti armati di opposizione dopo la battaglia di Aleppo.

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Trump ha inoltre sottolineato di aver fatto più lui nelle ultime settimane che la precedente amministrazione in otto anni dimostrando così di non aver superato il complesso psicologico che lo porta a cercare di misurarsi con il suo predecessore le cui ambiguità in politica estera non hanno certo portato a rinunciare ai raid aerei, specie quelli eseguiti con i droni, effettuati dall’Iraq alla Siria, dalla Somalia all’Afghanistan.

In quest’ottica la super bomba GBU-43B in Afghanistan, così come i missili Tomahawk sulla base aerea siriana di Sharyat e le frasi “rubate” ai film con Chuck Norris e twittate al mondo per ammonire il regime nordcoreano sono forse utili a dimostrare che l’America di Donald Trump c’è l’ha più grosso (l’ordigno) ma non ancora che abbia una strategia coerente di politica internazionale.

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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